domenica 3 febbraio 2008

Rianimare il feto

Finalmente qualcosa si muove sul fronte antiabortivo. Anche se naturalmente, le non future neomamme in gravidanza, amiche dell’omicidio-genicidio di Stato, non sono molto d’accordo, dopo il documento emesso dall’università La Sapienza, Tor Vergata, la Cattolica e Campus Biomedico che recita: - "Un neonato vitale, in estrema prematurità, va trattato come qualsiasi persona in condizioni di rischio, e assistito adeguatamente".

Naturalmente non hanno scoperto l’acqua calda, visto che ogni medico sicario abortista, sa che non sempre ammazza la creatura che la futura madre porta in grembo, e spesso questi esseri viventi – per la natura,anche se la legge umana sancisce il contrario – sono lasciati morire di morte lenta, agonizzando a volte anche per ore, anche se avevano iniziato a respirare autonomamente.

Il documento bioetica si spinge più in la e, infatti dice: “Di fatto, nel caso in cui un feto nasca vivo dopo un'interruzione di gravidanza, il neonatologo deve intervenire per rianimarlo, "anche se la madre è contraria, perché prevale l'interesse del neonato”.
Nel documento infatti,
si citano i casi di aborti dopo la 22 settimana, praticamente quando la madre è al quinto mese e mezzo dal concepimento.
D’altronde, cosa che non piace alle abortiste dal sangue freddo e senza cuore, basta guardare un po’ d’immagini sulla rete, per rendersi conto, che in pratica si ammazza una persona umana, sebbene, al pari di un neonato di nove messi, appena partorito, non può alimentarsi e sopravvivere autonomamente.

L’ipotesi che i neonatologi fanno non è peregrina, visto che oggi rispetto a trent’anni fa quando è stata approvata la Legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza, la scienza medica, la ricerca prenatale e le tecniche rianimative si sono notevolmente affinate e, non è colpa dei medici, visto che gli abortisti rimasti alla medicina preistorica, tirando sempre in ballo come mantra incantati, gli aborti clandestini effettuati con i ferri da calza, se la medicina, rispetto ad alcuni cervelli atrofizzati, ha fatto passi da gigante.

A questo punto, che ne dicano queste anime candide, nemiche della condanna a morte di qualche colpevole o assassino, lasciare agonizzare un neonato, seppure alla 22 e oltre settimana di gestazione, equivale ad un infanticidio, degno del peggior Erode, che a confronto delle non madri moderne, poteva tranquillamente – vista la bontà d’animo – dirigere un asilo infantile.

Sarei curioso d’assistere ad un aborto, magari in occasioni del genere, quando alla non madre, le hanno appena tolto, ma non ammazzato, il frutto negato, sentendosi dire: «Una buona notizia, signora. È vivo. Lo vuole vedere, olo ammazziamo, lasciandolo morire senza cure?

E la donna, spinta dal non senso materno e dal non amore per la possibilità di dare la vita, con gli occhi luminosi, mezza rincretinita anche per l’anestesia locale,con un sorriso stampato sul volto, felice per il foruncolo uterino appena levato dal grembo, senza un battito di ciglia risponderà tranquillamente: «Lasciatelo morire quel feto che non vuole crepare, piccolo bastardo che non è altro!».

«Vuole vederlo mentre crepa, o lo gettiamo in un'altra stanza?» Chiederà allora il dottore.

«No, no, lo metta, per favore, su un pezzo di carta. Non vorrei macchiarmi di sangue la camicia da notte di Hermes, costa un patrimonio, poi se me lo mette vicino al seno. Voglio vederlo crepare, questo piccolo brufolo gigante che mi ha fatto dannare» direbbe quindi la donna, continuando. «Vede dottore, era una scopata non programmata. Né io né il mio pater occasionale, anche se sono una donna sposata e di sani principi religiosi e morali, avevamo programmato quel pomeriggio di sesso selvaggio, mentre mio marito era all’estero».

«Stia tranquilla, signora, sono molte le donne nella sua condizione, possiamo capire benissimo. Un’ultima cosa, il rifiuto, lo porta a casa lei, o preferisce che lo smaltiamo noi?» Chiederà il dottore, appoggiando il frugoletto di non più di 500 grammi di carne respirante, precedentemente messo su un foglio di nylon, prima di porgerlo alla non madre.

La donna gioiosa vedrà la pustola estratta poco prima dal ventre, e accarezzandolo con amore e religioso fervore materno, attenderà sospirante l’esalazione dell’ultimo respiro, pronta e felice nel tornarsene a casa, per attendere il marito, ed andare così con lui, a braccetto, alla messa domenicale delle 11.

La migliore prevenzione all’aborto, nonostante gli antibortisti non siano – ideologicamente parlando d’accordo – è la prevenzione e l’educazione sessuale, magari facendo assistere le scolaresche a qualche proiezione medica interenti a questi tipi d’interventi, con relative complicanze, rifiuti ospedalieri e brandelli di corpicini smembrati, o esseri umani alla 22 e oltre settimana di gestazione che sopravvivono, ma lasciati morire agonizzanti sopra i tavoli d’alluminio ospedalieri.

Forse questo costringerebbe, non solo le donne, ma anche gli uomini alla scopata responsabile. Ma sognare la logica, in un Paese diviso tra oscuramento clericale e oscuramento abortista, è una bella, ma umanamente inutile utopia.


Marco Bazzato

03.02.2008