lunedì 23 ottobre 2017

Pull a pig

Pull a pig, letteralmente tradotto dall’inglese, “Inganna il maiale”, ma visto che il “gioco” se di tal cosa si può parlare, andrebbe tradotto, volgendolo al femminile, con “Inganna la scrofa”.

Ormai è noto che questo non è certo un nuovo gioco, ma una semplice rivisitazione in chiave tecnologica delle scommesse che si facevano da ragazzi, da teenager, da adolescenti, e perché no, anche da adulti, quando tra amici, anche vincendo una certa forma di repulso, si scommetteva nel “farsi” non solo la più cessa della scuola, ma in quei casi, anche la più grassa, dicesi cicciona o altri aggettivi oggi considerati “fuori moda”, soprattutto nel mondo virtuale dei social network, soffocati dalla dittatura espressiva dei censori occulti, che ti bloccano l’accesso se provi, come si diceva in passato, “a farla fuori dal vaso”, detta in termini più attuali, se non usi un linguaggio non consono, dove il sessismo, anche in termini generali, risulta offensivo per la suscettibilità delle donne e/o femmine, le quali dovrebbero, sebbene siano in numero superiore rispetto ai maschi, essere trattate, in rete, come dei Panda e protette, come si adopera il WWF con le specie diversamente umanoidi, che popolano il pianeta Terra.

Il vecchio, ma presunto nuovo gioco, antico come il mondo, Pull a Pig sembra facile, ma la cosa va letta non solo in chiave femminile e/o femminista, ma dovrebbe anche andar letta dal punto di vista maschile.

In quanto, mettiamoci nei panni anche del ragazzo, il quale, come una prova di iniziazione per essere accettato dal gruppo, deve avere lo stomaco e il fegato di interagire in un modo o in un altro con una persona di sesso opposto, esteticamente attraente come un boiler e non è detto che l’impresa titanica vada sempre a buon fine, perché il maschio è “costretto” a mettere in atto, controvoglia, una serie di artifizi psicologici, innanzitutto verso se stesso, per vincere sia le sue resistenze interiori e poi quelle di lei. Dove spesso queste donne, avendo una bassa stima di se stesse, a causa dell’aspetto fisico, essendo forse più diffidenti di quelle fighe, di quelle ghocche che se la tirano, sono anche le più difficili da conquistare, in quanto prima di “mordere l’osso”, ci sta una quantità mostruosa di carne, di adipe, da superare e quindi a costoro, per assurdo, dovrebbe essere data una medaglia, non essendo affetti da una parafilia sessuale che va sotto il nome di “Adipofilia!”

Ma può essere anche vero l’esatto opposto, ossia, costoro, avendo una bassa autostima, cadono ai piedi del fighetto di turno che le annebbia con quattro complimenti dolci in croce, due sorrisetti, tre emoticon, come va tanto di moda oggi, un uscita per un caffè o una pizza e poi, come sovente da prassi, senza manco conoscere in profondità la persona, perse e fatte come i cachi, gliela danno, illudendosi d’aver trovato il grande amore della loro vita.
Grulle.

Attenzione però, il problema vero non è il Pull a Pig. 

Il problema vero è soprattutto l’attuale società contemporanea che, a differenza del passato, offre infinite possibilità in infinite combinazioni per avere delle interazioni sociali, dove però, a differenza del tempo che fu, visto che ormai molto passa attraverso il filtro della rete, non avendo fin da subito un contatto diretto con la persona, si costruiscono più castelli in aria di come si faceva nel passato, cadendo facili prede di soggetti che per un motivo o  per un altro, alla fine cercano , maschi e femmine, questo infoi mento generalizzato non fa distinzione di genere,  trovano sesso “low cost”,  perché anche il sesso stesso è un prodotto in che viene svenduto a prezzi di saldo di fine stagione, in quanto consumato non in modo diverso da come si consuma lo street food, il cibo di strada, chattando con la controparte, creandosi così un mondo di seghe mentali e amori illusori, frutto del mondo informatico, e poi queste illusioni, queste seghe mentali, come avviene da sempre, si trasferiscono in ogni caso nel mondo reale.


Il problema, lo si ribadisce, non è il Pull a Pig in se, quello fa parte della naturalità del genere umano, ma  va condannato è che questi disgraziati e mi riferisco ai maschi senza onore, invece di vantarsi come si faceva in passato con gli amici in piazza, al bar, raccontando i loro sforzi per raggiungere l’obbiettivo, vadano a pubblicare tutto ciò in rete o che si scambino commenti nei vari gruppi di discussione, dove purtroppo, il delatore o la delatrice, l’infame, l’infiltrato o l’infiltrata, come una pettegola dal parrucchiere, va a far uscire dal gruppo ristretto le conversazioni, creando l’immagine falsata di maschi mostri che  se ne approfittano di donne, maggiorenni, che, volendo passare per indifese, si professano vittime, a comunque affamate e saziatesi di carne maschile, esteticamente attraente, altrimenti si dubita che gliela avrebbero data, no?

È vero che vale sempre “l’arcaico” detto femminista de: “L’utero è mio e lo gestisco io”, nulla da eccepire su questo loro sacrosanto diritto di proprietà privata, donata da madre natura alle donne bio, ma va ricordato a queste donne che la danno via con estrema facilità, senza le necessarie accortezze,  poi il rischio che si corre, in primis è quello di essere etichettate come donne dai facili costumi, in quanto perché, piaccia o no, la nostra società è ancora, nel bene o nel male, intessuta da un forte maschilismo, ma se anche così non fosse, una donna che ha rispetto di se stessa, non va a darla al primo gonzo che passa, dopo qualche chattata sullo smarphone, arrabbiandosi poi se in un modo o in un altro, viene fottuta.

Rimarco una cosa però, riferita al genere maschile, genere del quale immodestamente sento d’appartenere: i maschi di oggi non hanno onore, non hanno dignità, non hanno rispetto, lasciamo stare per quella che ti sei portata a letto, brutta e grassa come la morte, nessuno ti ha puntato la pistola addosso e ti ha costretto a farlo. I maschi di oggi non hanno rispetto per se stessi: ti sei fatto la scopata? Bene. Hai aggiunto un’altra tacca incisa sull’uccello? Hai fatto bene. Ma almeno abbi l’onore di tacere e di non fartene vanto, soprattutto lasciando tracce nei messenger. Quindi, se devi reclamare, legittimamente, la tua vittoria: datti appuntamento al bar, davanti ad una birra, attorniato solo da amici fidati e racconta, se vuoi, le tue prodezze amatorie. Poi, se qualcun altro le mette in rete, orbene, ha tradito la tua fiducia  e questo, per dimostrare che si ha senso dell’onore, andrebbe escluso dal gruppo e bloccato nei social network, in quanto “bocca da puttana!”, come si diceva anni fa dalle mie parti.

Poi, visto che la scommessa con gli amici l’hai vinta, sarebbe da persone intelligenti uscirne con signorilità, scaricandola non spiattellandole in faccia la verità, ma raccontando le solite balle diplomatiche che si usano per scaricare una persona. Tanto il maschio, in quei casi lì, davanti a se stesso e davanti agli amici ha già vinto e non ha senso distruggere, umiliare e destrutturare la sconfitta, quella è già stata punita a sufficienza da madre natura, no?

Nota dell’autore: il rispetto va dato alle persone, sempre, soprattutto quando si è faccia a faccia, alle loro spalle, in privato, quando queste non ci sono, ci sta ancora per ora la libertà di dire ciò che si vuole e con il linguatggio che si vuole, indipendentemente dal sesso biologico di appartenenza, se non si vuole beccarsi come minimo uno sputo in faccia o una denuncia!

Foto dalla rete

Marco Bazzato
23.10.2017


domenica 22 ottobre 2017

It

2017

Debbo dirlo, non mi è piaciuto. Non mi è piaciuto per niente. Mi riferisco allo stupro l del capolavoro letterario del  Re del brivido, Stephen King, nella trasposizione cinematografica uscita lo scorso settembre in quasi tutto il mondo e il 19 ottobre, come se fossimo un paese di ritardati, in Italia, It.

Ho visto il film due volte, la prima a Sofia, in inglese, sottotitolato in bulgaro e la seconda, proprio in questi giorni. Se prima ero titubante con la versione originale, adducendo al mio inglese non perfetto, la seconda visione, invece di confutare i miei dubbi, lì ha ulteriormente rafforzati.

Il film s’intitola It, ma dell’omonimo romanzo ci sta poco o nulla, a parte il simpaticissimo pagliaccio e i nomi dei personaggi secondari e gli appartenenti al Club dei Perdenti, per il resto, buio totale.

Certo, il film preso a se stante è un film di livello medio, considerato anche il budget per delle produzioni americane, 35 milioni di noccioline, ma è un horror come tanti, né più e ne meno.

Sicuramente ha degli spunti interessanti, la trama è strutturata abbastanza bene, ribadisco, se una persona non ha letto il tomo del Re.

Ma se una persona, metti una persona come me, che nel mio caso il libro se l’è pappato più di una volta, anzi credo d’averlo letto nel corso degli anni, almeno quasi una dozzina, allora no. Il film, a confronto del romanzo, toppa alla grande.

 Sicuramente il regista ha fatto il possibile per trasferire nella sceneggiatura almeno parzialmente l’atmosfera di crescita e di amicizia dei protagonisti, ma poi tutto lì, riuscendo ad abbozzare solo la cosa. A sua discolpa si potrebbe dire che trasferire le quasi cinquecento pagine della prima parte, sarebbe un’impresa titanica per chiunque, soprattutto se lo si vuole concentrare il tutto in due ore e dieci minuti, ma…

La Timeline è stata stravolta, portando la prima parte nel 1988, anziché in quella letteraria del 1957-58, già qui, alla prima visione, ho dovuto andarmi a cercare l’apparato riproduttivo dentro i calzoni. In quanto una era nel calzone destro e l’altra nel sinistro, il butto, invece, mi è rimasto attaccato. E forse, scrivo forse, questo potrebbe fin dall’inizio avermi innalzato le legittime barriere dei pregiudizi, nei confronti del film, ma nutro dei seri dubbi al riguardo.

La psicologia dei personaggi quasi secondari, ad esempio Richie Tozier e Mike Halon, totalmente difformi rispetto al romanzo, tanto è che il povero Mike, fa quasi la parte dello stereotipo afroamericano, figlio adottivo di un macellatore di pecore, mentre invece nel romanzo è lui l’anima storica dei perdenti e non certo Ben Hansom, che nel film passa per un vero sorcio – obeso – di biblioteca. Certo, era un sorcio obeso da biblioteca, ma i suoi interessi non vertevano vesto la storia di Derry, ma verso i romanzi, perché il vero storico del gruppo, che aveva preso dal padre la passione, era Mike Halon.

È inutile dire che, a mio avviso, già il solo spostamento temporale degli eventi, toglie molto fascino al film, lo svuota, in quanto l’approfondimento che fece l’autore nella società semirurale di Derry, portandola avanti di quasi trent’anni, toglie magia, in quanto il tocco di quasi contemporaneità risulta artefatto e forzato, mancando, per colpa di quel fottuto politicamente corretto che appesta il mondo anche della finzione cinematografica, dell’antisemitismo narrato nei confronti di Stan Huris, le battute scherzose nei suoi confronti da parte degli altri perdenti e il razzismo nei confronti dei “negri”, “naturale” e legale nell’America della fine degli anni ’50, così come il linguaggio omofobico, profuso a piene mani dall’autore e messo in bocca agli antagonisti dei perdenti.

Una cosa che mi ha lasciato interdetto è stato il linguaggio volgare dei Perdenti, per carità, nulla contro i volgarismi, anzi,ma nell’opera originale, visto il bigottismo americano dell’epoca, i bambini e non certo adolescenti come nel film, si esprimevano quasi come educande dell’epoca vittoriana, mentre nell’adattamento cinematografico sembravano tanti piccoli scaricatori di porto, sempre il “cazzo in bocca”, metaforicamente parlando, chiaramente.

La scena di Beverly sospesa nell’aria, beh, quella sospensione doveva appartenere ad Audra, la moglie di Ben, nel romanzo. E via discorrendo. Senza contare che la scena dei perdenti che saltano dalla cascata, mi ha fatto ricordare Stand by me – ricordo di un’estate.

Tutti sputano addosso alla miniserie del 1900 con un magistrale Pennywise, interpretato da Tim Curry, ma sebbene la miniserie fosse un classico prodotto anni ’90, con una recitazione indegna perfino per un cane abbandonato per strada, aveva il merito di essere abbastanza fedele al romanzo, certo, con tutti i limiti di budget imposti per le miniserie, ma almeno in linea di massima il romanzo è stato oggetto solo di un tentativo, maldestro, di sodomia, mentre nel film di Muschietti, dal mio modesto punto di vista, non solo la sodomia dell’opera è stata perpetrata più e più volte, ma presumo come per molti amanti del romanzo, è stata dolorosa, essendo stata commessa senza prendere alcun tipo di precauzione, a riguardo le eventuali malattie a diffusione sessuale e peggio ancora, a “secco!”

In mezzo a questo bailamme si possono salvare solo tre personaggi: Pennywise, Bill Skarsgård, Henry Bowers – Nicholas Hamilton, e Beverly Marsh – Sophia Lillis e in minima parte Ben Hanscom – Jeremy Ray. Gli altri, partendo da Bill, per giungere fino a Rickie, Stan ed Eddy, voglio stendere un velo pietoso, banali caricature malfatte e brutte fotocopie dei personaggi del romanzo, completamente senza spessore.

Il Pennywise odierno non può essere paragonato a quello del 1990, scenograficamente quello del 2017, grazie all’aiuto degli effetti speciali, è più orrorifico ma quello di Curry è entrato, proprio per la sua “naturalezza” e a modo suo, “umanità”, nell’immaginario collettivo di più di una generazione, mentre il Pennywise del 2017, sebbene più forte visivamente, difficilmente rimarrà a lungo nell’immaginario collettivo, come il suo predecessore, in quanto avente sì una sua teatralità, ma questa è una teatralità spinta e priva  della “semplicità” che aveva il Pennywise di Curry, passando come una  meteora nell’immaginario collettivo, nel volgere di qualche anno, proprio perché essendo dotato di eccessiva carica orrorifica,  ne risulta svuotato r poco incisivo nel lungo periodo.

Ho trovato stupendo l’Henry Bowers – Nicholas Hamilton di Muschietti, cattivo e bastardo dentro come deve essere cattivo e bastardo. Il personaggio è stato caratterizzato molto bene, senza sfumature od orpelli aggiunti, perché già la presenza stava a dimostrare che era uno dei veri  protagonisti in secondo piano della storia. Il suo essere semplicemente malvagio, lo ha reso umanamente adorabile e anche le se efferate le sue azioni, sotto alcuni punti di vista, potevano non essere condivisibili, in quanto, pur non essendo un appartenente al Club dei perdenti, il vero perdente era lui. E questo lo ha reso amabile.

Beverly Marsh – Sophia Lillis; un solo aggettivo: gnocca!

 E vada a farsi fottere il sessismo e tutto il resto.

La giovane Sophia ha recitato con forte intensità, dimostrando una carica erotica, sensuale e sessuale non indifferente.

Beverly Marsh infatti rappresenta il prototipo di femmina ai primi pruriti sessuali e alle prime mestruazioni. Una vera zoccoletta a cui sta sbocciando l’adolescenza, infoiata per Bill, ma attratta da quel lardoso ciccione di Ben, e l’attrice ha saputo dar vita a tutte le sfaccettature di quel periodo di transizione dall’essere bambine al diventare biologicamente donne, ma ancora psicologicamente immature e per questo prive di un timone e di una direzione definita, ma in continuo divenire.

In conclusione, l’It di Muschietti poteva oggettivamente essere fatto meglio?
 Con il senno del poi, siamo tutti bravi a giudicare il lavoro altrui, ma ad essere oggettivi, vista la complessità del romanzo di King, non poteva fare molto di più, anzi, quello che ha fatto, almeno nel rimaneggiare il testo, è stato anche troppo, visto che ha  quasi totalmente disarticolato e destrutturato l’opera, rimodellandola in una malaforma cinematografica, trasformandola in un cibo in alcune sequenze commestibili e digeribili e moderatamente gustabili, in altri punti, vomitando una sbobba di vomito e bolo, rigurgitando un film che si è allontanato troppo e male, dal magnifico ordito originale.

E questo, in tutta onestà, dispiace!


Marco Bazzato
22.10.2017

venerdì 13 ottobre 2017

I comunisti catalani indi pentisti!

Giuro, quando l’ho sentito in tv, non ci volevo credere.

 I comunisti catalani che, come i peggiori leghisti della Lega Nord del celourismo di bossiniana memoria, sono tra i grandi fiancheggiatori dell’indipendenza della Catalogna.

Francamente il mondo è invertito e la politica si è pervertita, come se non lo fosse mai stata, vero?

 Figuriamoci gli imbarazzi della sinistra italiana, quella post comunista, quelli del Pd, per intenderci o quei quattro gatti spelacchiati dei comunisti di casa nostra, oggi in che razza di imbarazzi ideologici si trovano, costretti ad arrampicarsi sopra gli specchi, o a camminare sullo sterco, illudendosi di non inzaccherarsi le “zampe”,  per giustificare i compagni rossi catarogni.
Già, perché il ginepraio che sta avvenendo in Spagna e nella regione indipendentista ribelle all’oppressore spagnolo, dove con l’indipendenza proclamata ma poi sospesa,  ha messo la Catalogna in un limbo giuridico controverso da dipanare, anche per le cancellerie europee.
 
Non dimentichiamoci che dopo la caduta del muro di Berlino, la Germania è stata una delle artefici della dissoluzione dell’ex Jugoslavia, che porterà alla guerra nei Balcani, ma adesso quell’Europa a favore della dissoluzione di altri Stati sovrani, per indebolirli, per interessi strategici ed economici, si rifiuta di riconoscere l’indipendenza della Catalogna.

Ancora due pesi e due misure, a seconda della convenienza di comodo del momento. Perché è risaputo che la politica non ha amici, ma ha solo interessi da difendere, sempre i propri, a svantaggio degli altri. In termini prettamente dell’uomo comune, si può affermare che la politica è la più alta forma di razzismo assoluto, anche quando fanno gli antirazzisti, per convenienza o per ideologia.

Però, tornando al discorso dei comunisti catalani, mi rammarica solo che non ci sia ancora, per le note vicende giudiziarie che hanno infangato tutta la Lega, il vecchio leone fondatore del partito, Umberto Bossi, a stringere la mano ai suoi acerrimi nemici mangiabambini di comunisti catalani.

Sarebbe come vedere i due terni antagonisti, Dio e Satana, stringersi la mano e andare a banchettare a Cana, nell’osteria di Gesmas, il ladrone impertinente, con Gesù testimone e garzone all’evento, che per allietare gli ospiti tramutava l’acqua in vino.

Bando alle battute fantateologiche. Quella dell’ indipendenza della Catalogna è più una gatta da pelare, ma è divenuta una gatta affetta da alopecia, già pelata come il culo di un macaco, esposto al sole del giungla, in quando è difficile pronosticare come andrà a finire, se in un bagno di sangue tra fratelli  o se finirà a paella e sangria, facendosi incornare per la gioia di quelli avvolto degli osservatori indipendenti – finanziari –  durante la giostra di San Firmino, a Pampolna, quando sarà il momento.

È difficile per tutti gli analisti degli scacchieri geopolitici e finanziari, capire come andrà a finire, in quanto le variabili sono tante, forse troppe. Sta di fatto che alle spalle ci sta un referendum, a mio avviso moralmente legittimo, ma dichiarato illegale dalla Corte Costituzionale spagnola, dove però solo il 68% della popolazione catalana, manco si è recata alle urne, mentre il 90% di quel 42% di chi si è recato, a votato a favore dell’indipendenza.

Possiamo allora dire che dietro a questa sovversione dell’ordine costituito, ci sta come è già accaduto nel corso della storia l’ideologia comunista?

La cosa bizzarra e imbarazzante è che se Veneto e Lombardia faranno due referendum per richiedere maggiore autonomia dall’oppressione fiscale del governo trinciapalle centrale di Roma, quelli, per i detrattori, sono dei populisti buzzurri ignoranti, razzisti che parlano alla pancia del paese.

Mentre se sono i rossi, come il sangue innocente che hanno sparso per quasi un secolo in mezzo mondo, che alzano ancora di più l’asticella delle libertà, ecco i termini populistici e razzisti spariscono, non parlano alla pancia del Paese, ma diventano ideali supremi e superiori di libertà, elaborati da fini intellettuali, dotati di una favella superiore, da imbonitori televisivi, non diversi da quella bravissima donna di Wanna Marchi.

 Come sempre ci sta una distonia pazzesca e manipolativa che rasenta il disumano, nel modo di presentare le notizie al popolo bove in modo da tirarlo per la giacchetta, ma in pratica facendogli tirare l’aratro da una parte o dall’altra, a seconda delle gli interessi politici in gioco.

A mio avviso in ogni caso la Catalogna ha sbagliato, non tanto perché dietro ci sta un partito comunista, ma perché un’indipendenza non riconosciuta dalla comunità internazionale, sarebbe come un dolce messo in forno senza averci messo il lievito. Manco si sgonfierebbe e sarebbe non solo inguardabile, ma immangiabile. Senza contare che in ogni caso la regione catalana, non avendo l’appoggio internazionale, e forse a questo che mirano sotto sotto, andrebbe incontro ad un rapido decadimento economico e finanziario, vedendo aumentare la disoccupazione e le diseguaglianze sociali, come se non ce ne fossero abbastanza, e poi, quando, come è accaduto, ma per motivazioni differenti in Grecia, sarebbe facile preda degli speculatori economici e finanziari, che potrebbero acquistare i gioielli della Corona, come si usa dire, a prezzi da fungo radioattivo, dopo una guerra nucleare
.
A ben vedere, un ritorno al tempo dei Comuni olle città Stato o, la cosa ideale sarebbe un ritorno delle macroregioni federate e indipendenti dai governi nazionali, con la supervisione di un’Unione Europea dei popoli e non della finanza, potrebbe essere la cosa migliore per il Vecchio Continente, avendo avuto cura di bonificarlo, derattizzarlo da tutti gli estremismi di centrosinistra, vere palle al piede dell’evoluzione della specie, non solo quella umana, ma dell’intero regno animale, in tutto il globo terraqueo, all’interno del Sistema Solare, all’interno della zona abitabile della Via Latte e in tutto l’Universo.

Marco Bazzato
13.10.2017



giovedì 12 ottobre 2017

Jus Soli: le motivazioni per il no

Questa mattina mi sono guardato la famigerata proposta di legge sullo Jus Soli,per consegnare in mano a dei minori stranieri, previa richiesta di uno dei due genitori, l’altro, a differenza degli Stati Uniti, che se irregolare viene rimpatriato, in possesso di un permesso soggiorno, al compimento del dodicesimo anno d’età, il genitore in regola può fare richiesta di naturalizzazione del discendente, a patto che questi abbia compiuto un ciclo di studi di almeno cinque, jus culturae.

Come se cinque anni di scuola fossero sufficienti per plasmare una persona alla cultura e alla mentalità italiana.

Stiamo scherzando, vero?

I cinque anni di Jus Culturee sono pochi, perché non va dimenticato il retaggio culturale in cui cresce il minore, ossia la famiglia, soprattutto se entrambi i genitori sono stranieri e quindi, come si sa, spesso quando arrivano alla prima elementare, manco sanno parlare uno straccio di lingua italiana e gli insegnanti sono costretti a rallentare i programmi scolastici, a discapito degli indigeni italiani, degli autoctoni, che avendo i genitori nativi, a parte il fatto del dialetto in alcuni casi, o degli zucconi patologici, sono poco o tanto intessuti di lingua e cultura italiana e la riprova di quanto affermo è che spesso dove ci stanno le famigerate classe multietniche – dove giustamente, a mio avviso, i genitori indigeni, spostano i figli, per timore che l’apprendimento ne risulti rallentato –  tanto care alle  sinistra, che vuole diluire e annacquare l’italianità, perché più si annacqua il sangue e la cultura di un popolo, seguendo il moto latino divide et impera, tanto più facile,  nel breve e medio periodo, sarà fottere quel popolo, in quanto privo di radici storico-culturali comuni, molti genitori indigeni, con discendenza italiana indigena da generazioni, per tutelare i loro figli, fanno il possibile, cosa ahimè non sempre fattibile, per farli andare a scuola con i loro connazionali, figli e discendenti del Jus Sanguies.
Jus Sanguies che anche gli stranieri naturalizzati potranno trasmettere ai loro figli, senza alcun problema. Come già avviene adesso, senza che nessuno se ne abbia mai avuto da lamentare, nascendo così indigeni italiani de facto.

Dico no a questa legge perché andrebbe ad anticipare di sei anni un processo che già avviene con la legge vigente, quando lo straniero, al compimento del diciottesimo anno di età, può farne richiesta, ma l’accoglimento, non è automatico, essendoci dei filtri che ne potrebbero impedire l’ottenimento.

Se ci si riflette bene è più corretto che sia un maggiorenne, da straniero nato in Italia, a farne richiesta, perché, nel caso avesse dei carichi pendenti, oppure avesse già  subito delle misure di custodia cautelare, o altro, questo potrebbe essere un motivo di legittimo impedimento alla naturalizzazione. Mentre naturalizzare un dodicenne, quando questi a causa della minore età, non essendo perseguibile per legge, potrebbe accadere, una volta cresciuto, avendo ottenuto  in tempi immaturi la cittadinanza italiana,  non possa essere espulso, o rimpatriato – cosa che già accade  assai raramente, nel Paese di origine del genitore, residente in Italia, anche con regolare permesso di soggiorno.

Certo, sto parlando di casi estremi, e questo non sta a significare che questi  siano la regola, per fortuna, anzi, statisticamente parlando, è l’esatto opposto, ma è un po’ come i vaccini obbligatori o la vaccinazione antinfluenzale, come asseriva una nota pubblicità: Prevenire è meglio che curare.

Va detto che la propaganda di sinistra da più di due anni sta alzando la cortina fumogena delle menzogne e della disinformazione, contro i nativi da generazioni in Italia, spacciando fake a rotta di collo, asserendo che un minore straniero è già un italiano fatto e finito, soprattutto se ha compiuto un ciclo in Italia, come se ciò fosse un assioma, un postulato matematico.
Ma crediamo veramente a queste bugie politiche?

A dodici anni i ragazzi e le ragazze sono frutti acerbi, incapacitati ad analizzare la complessità della realtà e avere la presunzione che cinque anni di scuola possano creare degli italiani fatti e finiti, integrati e/o assimilati, vedetela come meglio credete, oppure, con il nuovo termine che va tanto in voga oggi, inclusi , non solo è una visone ideologica, ma anche utopica e come la storia insegna, ogni visione utopica o ideologica, genera pesanti ricadute nella realtà e nel mondo reale, dagli esiti spesso nefasti. Basta ricordarsi quanto è accaduto in Belgio e in Francia con gli attentati terroristici, in quanto gli attentatori, sebbene naturalizzati, erano di origine straniera, segno evidente che nei casi più estremi, l’integrazione o l’assimilazione non è avvenuta e cerchiamo di non dare la colpa allo Stato o alla società che non ha saputo integrali. Spesso taluni soggetti che non sono minimamente interessati ad integrasi e quindi chi può escludere che ciò non possa accadere anche in Italia?

Molti potrebbero addurre che i miei siano pretesti politici, razzistici o altro; mentre la realtà è più semplice, visto che vivendo da anni all’estero, so quanto sia difficile integrarsi, assimilarsi e lasciarsi assimilare  da una cultura non propria, certo, ci sono giunto ad un età non più di primo pelo, non vetusta, ma che era quasi “Nel bel mezzo del cammin di nostra vita….”, quindi è giocoforza che il processo sia stato più lento, ma questa lentezza ha l’aspetto positivo che non è mai stata in alcun modo forzata, ma introitata giorno per giorno.

Come molti sapranno vivo in Bulgaria, l’integrazione è, sperimentata sulla mia pelle, è un processo lungo, che non si apprende né in un anno e nemmeno in cinque e forse manco in una vita. Certo, personalmente, con tutte le difficoltà che si possono incontrare ogni giorno, mi sento abbastanza integrato in quello che in passato per me non era il mio tessuto sociale e che ora, almeno in parte, lo sento parte di me, senza però tradire la mia italianità.

Già, senza mai tradire le proprie origini.

E certo sappiamo tutti quanto siamo “sboroni”, soprattutto nei servizi giornalistici di cultura, quando si tratta di italiani all’estero che portano la cultura italiana, facciamo la ruota come i pavoni, in netto contrasto con quello che però quotidianamente è la realtà dei fatti.  

Il punto è proprio questo: le proprie origini.

Siamo quello che siamo,in base alle origini e le stratificazioni culturali del nostro Paese di provenienza, certo, possiamo ampliare la nostra cultura, possiamo ampliare la nostra conoscenza della lingua, apprendendo altre lingue, vivendo in culture diverse da quella materna, non me ne vogliano i cultori del politicamente corrotto in quanto con il termine cultura materna, non ho incluso gli omosessuali che affittano l’utero di una donna per avere un figlio, ma a me il termine cultura materna, con tutto il rispetto per mio padre, piace molto.

E lo stesso vale, che ci piaccia o no, anche per gli stranieri nati in Italia.
Certo per loro il processo di dissoluzione della cultura materna potrebbe essere, forse, teoricamente più breve, ma quel seme istillato dalla nascita, quelle prime parole pronunciate dai loro genitori nella loro lingua, saranno l’imprinting, quelle prime nozioni culturali, apprese all’interno di un consesso straniero, perché, non nascondiamoci dietro una foglia di fico, negando, oppure fingendo che così non sia, tutti coloro che vivono all’estero,   io compreso, mantengono i contatti con la madrepatria, non solo grazie alla rete, a internet, agli smatphone, ma a livello informativo e ludico, grazie alle parabole per la ricezione dei canali satellitari dei Paesi di provenienza, possono essere, dentro la loro abitazione, come in una specie di “Bolla  Extraterritoriale”, ancora in patria.

Io stesso, qui in Bulgaria, guardo principalmente la tv italiana, ma se lo fa un italiano all’estero, quello è positivo perché continua a essere informato su quanto avviene nel suo Paese Natale.  Ma poi, la politica fa la struzza, negando che gli stessi cittadini stranieri, con figli nati in Italia, non facciano crescere i loro figli, almeno la maggioranza, nella stessa “Bolla extraterritoriale” in Italia, perché come fa un italiano all’estero, vogliono mantenere, per quanto possibile, il contatto con le loro radici.

Infatti i bambini stranieri nati in Italia, piaccia o no, passano la maggior parte del loro tempo all’interno di questa “bolla extraterritoriale”, in stretto contatto, linguisticamente e culturalmente con la terra d’origine dei loro genitori, oppure se sono figli di famiglie miste, la cosa risulta ancora più stressante, in quanto si sentono figli di due culture differenti, ma alla fine di nessuna, che lì fa  sentire come piante senza radici, confuse e a volte anche socialmente disadattate. E posso assicurarvi che questi discorsi ne ho uditi tantissimi nel corso degli anni, grazie ai miei contatti, non solo in Italia, ma anche in Bulgaria e Germania.

E anche alla luce di tutto ciò che francamente sono assurde quelle mense scolastiche che offrono piatti multietnici, così i bambini italiani sanno come si alimentano i bambini stranieri, preparando i cosiddetti piatti etnici, tramite nuove esperienze gastronomiche, che faciliterebbero la loro integrazione e/o assimilazione,come gesto di accoglienza e fraternizzazione, dimenticando che i bambini a casa loro,all’interno della “Bolla Extraterritoriale” quei piatti li mangiano quotidianamente, in quanto non è che i genitori appena arrivano in Italia, immediatamente  si mettano a mangiare all’italiana, ma continuano a consumare i pasti e le cene, secondo i loro usi e costumi.

Oltretutto, se diciamo sempre che la cucina italiana è la migliore al mondo, per cosa dobbiamo “imbarbarirci” più del necessario, facendo mangiare ai bambini indigeni piatti di cucine che noi stessi, reputiamo inferiori ai nostri, sia a livello di gusto e di genuinità? E quindi per essere multiculturali, facciamo mangiare male i bambini indigeni italiani e non educhiamo quelli stranieri alla buona tavola? Siamo in contraddizione con la nostra stressa propaganda gastronomica, no?

 Esattamente come faccio, qui, nella mia “Bolla Extraterritoriale. Tanto è vero che quando vado a mangiare in casa d’altri, mangio i piatti bulgari che mi piacciono e declino, gentilmente, quelli che non sono di mio gradimento. Ma non per questo mi sento vittima di razzismo o di discriminazione, anzi, come invece la propaganda politica e buonista fa vedere in Italia, che se non ci si adegua in casa propria alle culture altrui si è dei razzisti o si vuole emarginare qualcuno.

Attenzione però, con tutto il discorso precedente non voglio affermare che un minore straniero, anche se nato in Italia, debba sentirsi isolato o respinto o non accettato nella cultura dove nasce e cresce, ma tengo a precisare che un conto è il piano legale, legato al Jus Soli e un altro, più importante del precedente, è il piano umano e di assimilazione sociale e culturale. È risaputo che la vera integrazione non passi attraverso un passaporto dato anzitempo, messo nelle tasche di un dodicenne, ma la vera integrazione o assimilazione, nasce all’interno dei rapporti sociali, dei rapporti umani,interpersonali,  nella capacità di tutti non  far sentire l’altro un diverso. E tutto ciò vale per l’italiano nei confronti dello straniero nato in Italia, così come per lo straniero appena giunto in Italia e naturalmente viceversa, indipendentemente dal colore della pelle, dalla religione professata o altro.

Sorpassare legalmente questo lento processo di elaborazione per legge non aiuta l’integrazione, soprattutto dei minori, ma fa a costoro bruciare le tappe, un po’ come vedere i loro genitori fare sesso, spiandoli attraverso il buco della serratura.

Purtroppo la politica di sinistra e sfortunatamente questo modo insulso di ragionare, sta appestando anche alcuni settori del centrodestra, dove con distinguo più o meno sfumati, cercano, perché a caccia di voti, di far passare questo bruciare le tappe, come un qualcosa di utile per i minori stranieri nati in Italia, ma la realtà dei fatti, rispetto alle folli logiche ideologiche della politica, è ben diversa e dove l’apoteosi dell’ipocrisia di una classe politica da strapazzo, la raggiunge quando dichiarano di fare lo sciopero della fame, a favore di questo scellerato disegno di legge.

Invece di fare lo sciopero della fame a livello simbolico, magari solo al sabato, dovrebbero essere costretti a cibarsi di pane ammuffito e acqua contaminata di sostanze chimiche tossico-nocive per qualche mese, mettendosi veramente per un certo periodo a vivere nel mondo reale, evitando i voli pindarici, perché coloro che hanno cercato di edificare la Civiltà dell’Utopia, sono miseramente caduti a terra, inzuppando il terreno di cadaveri, lasciando dietro si se, solo morte, desolazione e devastazione.

Marco Bazzato

12.10.2017

martedì 10 ottobre 2017

Fascismo e antifascismo: due facce della stessa medaglia socialista

La storia è sempre scritta dai vincitori, ma i vincitori non hanno mai il  monopolio della verità!

Marco Bazzato

A sentirne parlare, non se ne può francamente più. La cosa ormai fa venir la nausea, solo al pensiero. Sto parlando dell’antifascismo 2.0. Ossia gli antifascisti nati dopo la fine degli anni ’60, coloro che quel periodo manco l’anno vissuto e se ci hanno capito qualcosa, forse, gli è stato tramandato dai genitori o dai soliti e banali ripetitivi  documentari che quasi settimanalmente si possono vedere su Rai Storia o su reti minori, come ad esempio Focus, dove negli ultimi mesi, raschia il fondo del barile, rimestando una minestra riscaldata, non rendendosi conto che le nuove generazioni se ne fottono di ciò che è avvenuto prima della loro nascita e che sono costrette, da programmi scolastici che rasentano il lavaggio del cervello, ad introitare nozioni di storia quasi contemporanea, per poterle magari ripetere come farsi fatte, innanzi al docente di sinistra, magari laureatosi negli anni della con stazione studentesca, dal ’68 in poi, che ha sfornato una futura classe di docenti fortemente ideologizzati a sinistra, dove per miopia storica e culturale, hanno sempre omesso i crimini perpetrati in Italia dagli antifascisti, dai comunisti, giustificandoli come necessari, per la nuova democrazia nascente nel dopoguerra.

Chiariamoci, il ventesimo secolo è stato un secolo di barbarie globali, che hanno investito sia l’Europa Occidentale, con il nazifascismo, così come l’Europa orientale con il Comunismo, anche se molti teorici di questa ideologia, asseriscono, per lavarsene le mani, che indipendentemente da tutto, quelli non erano veri comunisti, ma falsi, in quanto non avevano compreso appieno i dettami marxisti o che se li avevano compresi, erano stati applicati in modo barbarico, oppure se ne lavano la coscienza, asserendo che quelli non erano veri comunisti, ma fascisti, nascosti sotto il paravanto della falce e martello.

A me, personalmente che siano veri comunisti o fascisti nascosti dietro la falce o martello o compagni che non hanno saputo applicare in pratica le teorie marxiste e leniniste, non me ne può importare assolutamente nulla, anzi.

Sta di fatto che se nei proclami del nazismo ci stava la superiorità della razza ariana e in quelli del fascismo, le infamie delle leggi razziali, emanate da Mussolini, il comunismo, pur non avendo questi dettami scritti, lì ha applicati sistematicamente, per reprimere i nemici di quel regime sanguinario, o le stesse minoranze etniche, vedi l’Ucraina Staliniana e dittatoriale. Purtroppo gli antifascisti più radical chic,  ignorano, quando si parla di comunismo, i crimini commessi in Indocina,  o quelli commessi nella stessa Cina dallo stesso Mao e dalla banda dei quattro, dopo la presa del potere.
Il punto essenziale è che noi europei, abbiamo nel ventunesimo secolo, una cultura storica e una visione del mondo, sistematicamente orba verso oriente, verso Est e questa cecità, figlia anche di ciò che fu la guerra fredda, terminata ufficialmente con la caduta del Muro di Berlino e con il Crollo dell’Unione Sovietica, per ragioni apparentemente sconosciute, continua ancor’oggi, anzi, a livello di comprensione ideologica della storia, per assurdo, è più radicata nella stragrande maggioranza della massa amorfa, rispetto che ad una ventina di anni fa. Già, perché,  quando in Italia ci stava un sedicente P.C.I. che prendeva fondi neri da Mosca, il Dossier Mitrokin è chiarissimo su questo, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, si assistito ad una graduale diluzione dentro le acque reflue della storia, dei crimini commessi dal comunismo. Fino a quando ci stavano i due blocchi contrapposti, quello atlantico sputtanava quello sovietico e viceversa, dove se si aveva la possibilità di scremare le informazioni vere dalle fake, si poteva essere abbastanza oggettivi, a riguardo le due fazioni contrapposte che dividevano l’Europa in due.

Con la caduta delle ideologie, soprattutto negli ultimi dieci anni, quando tutto si è fuso e confuso, è accaduto che è rimasto immobile il fronte antifascista, quelli che vorrebbero condannare, senza appello il fascismo, dove certo non sarò io ad assolverlo, ma contemporaneamente si è assistito ad un opera di rimozione storica, da parte della coscienza collettiva, dei crimini perpetrati mezzo mondo dalla rivoluzione russa dell’ottobre del 1917, fino ai giorni d’oggi, dove l’ultimo baluardo di questa subcultura politica che ha insanguinato quasi tutto il ventesimo secolo, è quella macchietta spelacchiata e cicciona del dittatore comunista della Corea del Nord.

Chiaramente coloro che oggi si credono dei veri comunisti, alzeranno gli scudi e le barricate, andando a strepitarmi contro che quello, come tutti gli altri dittatori, da Lenin, a Stalin, passando per Antropov e Breznief, nemmeno loro erano veri comunisti. E anche se fossero stati dei compagni che hanno sbagliato, sono stati errori in buonafede, oppure orrori giustificati dalla necessità di combattere gli spiriti liberali e libertari e che quindi quelle morti di massa, quelle fucilazioni, quelle detenzioni nei gulag, erano necessarie.
 Per far vincere chi?

I comunisti, no?

No, perché anche se erano rossi come il sangue, non erano veri comunisti, ma dittatori di estrema destra, mascherati da imbecilli di sinistra, a questo punto. E se erano dittatori di estrema destra, mascherati da imbecilli di sinistra, perché i comunisti di oggi, coloro che si schierano contro tutti gli antifascismi, veri o presunti, non hanno il coraggio di condannare quella parte oscura e sanguinaria della loro storia? O se lo fanno, lo fanno con estrema difficoltà, come se fossero affetti da stitichezza cronica o peggio ancora, se oltre ad essere stitici,  soffrissero di emorroidi e campi muscolari all’ugola,

È la solita ipocrisia dei sinistri di sinistra, i quali parlano non solo avendo due travi infilate negli occhi, ma avendone una addirittura infilata nel retto, eppure sbraitano a più non posso contro qualche immagine del Duce o con qualche nostalgico, che come i comunisti, interpreta a questo punto la storia del ventennio fascista, allo stesso modo di come fanno i comunisti, quando negando, interpretano o giustificano i più di settant’anni di comunismo. Già, perché non dimentichiamo che anche la Cina di oggi, è ancora una Cina fondamentalmente comunista, sia nel partito, così come nell’ideologia, anche se è un comunismo di mercato, ma al potere ci stanno ancora loro, i discendenti di quelli che hanno nella loro storia recente, cinque milioni di morti, grazie al famigerato Libretto Rosso di Mao!

Il punto focale, a mio avviso, però è che tutto il ventesimo secolo, non solo in Europa, era pervaso da grandi cambiamenti sociali ed economici, causati dalle disuguaglianze sempre più profonde e questi cambiamenti hanno portato alla nascita di due ideologie totalitarie uguali, antagoniste, ma sostanzialmente identiche nella sostanza.

Infatti non dobbiamo dimenticare che tutto nasce dal socialismo, il quale poi, come ogni malapianta che si rispetti, ha generato dei rami, e questi rami alla fine producevano alle loro estremità frutti avariati, figli però della stessa malapianta, questi frutti, gemelli divisi ancor prima della nascita, erano il comunismo in Russia che poi, come un virus pandemico è attecchito nell’Europa Orientale, in Cina, in Indocina e a Cuba e il nazionalsocialismo in Germania e il fascismo in Italia. Gi, perché non va dimenticato che prima di fondare il partito fascista, Mussolini era un socialista, è stato, tra le altre cose, il direttore del quotano socialista l’Avanti, quindi, non è azzardato teorizzare che Mussolini in realtà non sia mai stato un vero fascista, ma rivoltando la frittata come sovente fanno i comunisti, un socialista travestito da fascista, quindi, se dobbiamo andare a vedere le sue origini, perché prima o poi le origini anche di una persona o di una cultura, prendono il sopravvento, Benito Mussolini in effetti era un uomo di sinistra, mascherato da uomo di destra, che ha usato, in quel particolare contesto storico, la forza dei ragionamenti ideologici di destra, per imporre in ogni caso il suo vero retaggio culturale: ossia quello di un socialista fortemente orientato di un socialista di sinistra.

È logico quindi poter anche affermare che i due figli della stessa malapianta socialista, hanno raggiunto i loro obbiettivi, la conquista del potere, prendendo strade completamente differenti, ma che entrambe hanno portato all’ennesimo obbiettivo: istaurare, dove si sono insediati, un regime di terrore.

Mi rimane in testa l’ultima domanda provocatoria: si può dunque affermare che l’esecuzione di Benito Mussolini e della Claretta petacci e poi l’essere appesi a testa in giù a Piazzale Loreto, a Milano, è stato un regolamento di conti interno al socialismo? E quindi se così fosse, chi erano i veri Caini e chi erano veri Abeli a Piazzale Loreto?
Nota dell’autore: ho messo solo link di sinistra, altrimenti qualche stolto potrebbe accusarmi di faziosità ideologica. Perché quelli di sinistra, dicono loro, non sono mai fazioso, quindi allora mi sono adeguato al loro modo di essere mellifuo.

Marco Bazzato


Trenta giorni di sospensione da Facebook

Ormai, cari amici vicini e lontani, amici che già conoscevo nel mondo reale e che ho conosciuto nel grande “Mare Mostrum” della rete, di Facebook, sono considerato dal Social Network più utilizzato al mondo, un Troll, un disturbatore di professione, un provocatore e questo, a detta del giudizio insindacabile dei “Guardiani occulti di Facebook” è tossico per la società virtuale.

Mi sono beccato un cartellino rosso di quelli grandi come una casa, per un mio commento a loro dire sessista, a riguardo un articolo apparso in rete, dove una donna, diversamente bella, non posso scrivere brutta come la morte, si è innamorata perdutamente di tizio conosciuto in rete, il quale, dopo averci fatto l’amore, non posso scrivere che gliel’ha calata in due e due quattro, da questi, si presume con una fatica titanica e/i satanica, ha portato a termine l’amplesso, il coito, per poi scaricarla come uno straccio usato, in quanto questo aveva scommesso con gli amici che si sarebbe portato aletto una tizia brutta, detto in inglese: Pull a Pig. Scommessa vinta. E diciamocelo, questo giochetto tra amici si è sempre fatto, fa parte del rito di passaggio dei giovani maschi. Con la differenza che prima non ci stava la rete e tutto accadeva in paese, in città, mentre adesso si piglia l’aereo per fottere o per farsi fottere.Chiaramente non tutti lo fanno e non tutte le diversamente belle ci cascano, ma quando si fa “fishing”, qualcuna prima o poi cade nella rete e quindi si vince la scommessa. Indignarsi per una cosa che si sa avviene dalla notte dei tempi,  è un po’ come essere intellettualmente deficitari, negando che se si mette una mano sopra la piastra elettrica accesa, non ci si ustiona la mano. In questi casi resta da capire sempre però chi è la piastra o chi è la mano!

Ho aggiunto anche il tizio che ha fornicato con la sedicente diversamente bella, molto probabilmente si è trovato nelle stesse condizioni di Loris Batacchi, capo ufficio pacchi alle poste di Fantozzi, quando si è portato a letto, la scimmia, pardon, Mariangela.

Tutto qui. Un innocuo, a mio avviso, commento, con tanto di citazione di un film diventato culto nel cinema italiano, ma che evidentemente non è piaciuto a qualche femmina delatrice, la quale ha subito pensato di segnalarmi ai “Guardiani occulti di Facebook”, dove presumo non si sono nemmeno degnati di leggere il messaggio e comprenderne le sfumature sarcastiche, satiriche e/o umoristiche.

Già, perché non si può dire che ci sono delle donne diversamente belle, che proprio a causa della loro estetica decadente, causata forse da madre natura o da incroci genetici mostruosi, sapendo che non sono le prede più ambite e le più guardate, appena trovano il gonzo, per soddisfare la loro libido affamata, non ci pensano due volte a giacere con degli emeriti sconosciuti, salvo poi indignarsi se a rapporto terminato, quando anche il maschio, legittimamente, al pari della donna, ha soddisfatto le sue voglie carnali, la scarica come fazzoletto usato, gettandola nel cestino dei rifiuti riciclabili, in quanto è utilizzabile anche da altri poi. Perché questa, signore mie è la verità. Sappiamo tutti che femmine e maschi e maschi e femmine, siamo tutti sessualmente e affettivamente riciclabili e/o già stati o state riciclate, quando si è scartati dalla controparte e poi si raccatta o si  è raccattati, dopo un periodo più o meno lungo di purificazione o decantazione, come il vino, in modo da lasciare il tempo che i fondi si depositino. Chi dice l’opposto o nega questo fatto inconfutabile sa di essere mendace o se non lo sa che le cose vanno così, è un idiota, o peggio ancora un codardo o una codarda che mette la testa sotto la sabbia, lasciando al contempo il culo fuori…chissà perché!

Ma se una donna tratta, giustamente il maschio come uno zerbino, allora quello è un diritto della donna e io, chi mi conosce, sa che ho sempre difeso questo diritto della donna, di utilizzare l’uomo per i proprio piaceri carnali personali e poi abbandonarlo, a soddisfacimento avvenuto. Però, essendo un fervido sostenitore delle pari opportunità, rivendico questo diritto da parte di entrambi i generi, senza alcuna distinzione, non solo di genere, ma anche di colore della pelle, di razza, religione, nazionalità, colore degli occhi, colore dei capelli, alito o ascelle puzzolenti o no.

Perché care amiche donne, la cruda realtà è questa, non ci stanno mezze misure o falsi buonismi o interpretazioni politicamente corrette da dare sulla realtà stessa.

Ma probabilmente, anzi, non probabilmente, l’errore credo di averlo commesso, ne sono certo. Il mio errore non è stato tanto quello di scrivere quel commento, lungi da me l’idea di ritrattare ciò che ho scritto, ma il mio errore, il mio vero grave errore è stato quello di essermi mescolato con la plebaglia, con il pantano della società, con il particolato in sospensione colloidale del genere umano. Ho commesso l’errore di degradare me stesso, mettendomi sul loro stesso piano della mediocrità. Ho commesso l’errore di pensare di poter dialogare con dei soggetti ottusi, non importa in quali argomenti, dalla politica, alla famiglia, alla società, al razzismo, all’antirazzismo, al comunismo, al fascismo, al bestialismo, pardon, animalismo e via di “ismi” assortiti e vari. Insomma, la feccia intellettuale del genere umano, il rifiuto non abortito diventato persona, che poi si sclerotizza in posizioni ideologiche, elevandole al rango di fede e di dogmi di verità assolute.

Bubbole.
Quindi, per assurdo, ringrazio Facebook d’avermi imposto un allontanamento temporaneo dal Social Network, in quanto, dopo un momento di scoramento iniziale, mi ha fatto ragionare su quelle priorità che negli ultimi due anni avevo accantonato, ossia lo scrivere in modo libero, qui, nel mio blog, commettendo l’errore di mescolarmi alla massa, alla plebaglia ignorante, incapace di comprendere le sfumature di un testo, in quanto ormai, colpa anche di un politicamente corretto, che da tempo lo chiamo politicamente corrotto, ha creato una società, paradossalmente di integralisti, di fanatici, manipolati dai media, che prendono tutto come un attacco personale o un offesa, ma non sanno comprendere, non sanno ragionare, non sanno usare il cosiddetto “pensiero laterale”, fissandosi in un formalismo linguistico che ha reso la società, o almeno una grande maggioranza, dura come la creta, incapacitata a ragionare con la propria testa.

Debbo dirvi, care lettrici e lettori, se metto prima i masculi e poi le femmine, mi becco ancora del sessista, quindi faccio l’opposto, ma così facendo rischierei di passare per un paraculo, ma va bene, che nel corso degli anni non mi sono mai sognato di segnalare nessuno per un commento inappropriato o che andasse contro il mio modo di vedere la realtà. Nel corso degli anni, di minacce, anche di morte, ma comunque tutti prima o poi in un modo o in un altro dobbiamo crepare, o di torture e violenze, ne ho subite a bizzeffe e mai mi sono sognato di segnalare qualcuno, perché credo che la maggioranza di coloro che tanto sbraitano in rete, che minacciano morte e torture varie, siano solo degli poveri sfigati senza arte e né parte e perché, paradossalmente, credo nel diritto assoluto della libertà di espressione e quindi mai ho degradato me stesso al rango di spia a “guardiani occulti di  Facebook”, facendo il delatore contro questi miserabili, in quanto a differenza di costoro, so d’essere migliore non in termini relativistici, ma in termini assoluti.

Quindi, bando alle tristezze inutili. Io sono qui, nuovamente davanti a questo foglio bianco di word, felice di rimettermi in sella, felice di rimettermi a scrivere, in solitudine, davanti a questo monitor, perché oggi, anche se mi hanno imprigionato con il silenzio, dentro una cella di punizione, quella che questi secondini credevano di avermi imprigionato, invece, almeno per me, significa riacquistare quella libertà, dove io stesso, da stolto, mi ero ingabbiato, mescolandomi con una marmaglia insipida, stupida, intellettualmente corrotta e facilmente corruttibile dalla logica di chi grida più forte e soprattutto da chi, raccontando ogni giorno menzogne politicamente corrette, trasforma queste menzogne reiterate in dogmi, creando, come ho già scritto nelle righe precedenti, degli integralisti ottusi, non diversi dagli integralisti religiosi, me ne fotto di quale religione o filosofia di vita.

Marco Bazzato
10.010.2017

mercoledì 22 marzo 2017

Ciao Fernando!



Due giorni fa ho appreso della morte improvvisa, stroncato da un infarto, all’età di 77 anni, di Fernando Bettin.

A molti questo nome non dirà assolutamente nulla,soprattutto quando le notizie viaggiano nel mare dei social network, ma per i miei compaesani in Italia, in Veneto, tra Padova e Venezia, Fernando ha rappresentato la quint’essenza di un lavoratore instancabile. Svolgeva, come prosegue oggi l’attività il figlio, il mestiere di idraulico, ma smessi gli abiti da lavoro, ci stava una persona amante della famiglia, della moglie  e del figlio, Enrico, mio fraterno amico fin dall’infanzia. Ci stava l’amante dello sport.  Seguiva il calcio dilettantistico come dirigente sportivo, nella squadra del paese.

Ieri sera, parlando via WhatsApp, con una persona di cui non rivelerò il nome, ma solo il soprannome. Soprannome dato non so o non ricordo manco per quale motivo, CiQu, costui mi ha ricordato i suoi anni come giocatore di calco amatoriale, le “sgridate” bonarie e amichevoli di Fernando, l’essere una presenza fissa e costante, vicino a giovani, per farli crescere nell’amore dello sport e della sana competizione e nel rispetto reciproco, dentro e fuori il campo di calcio, nel campo della vita.

Ma Fernando non era solo questo. Era un donatore di sangue, impegnato nel sociale, medaglia d’oro per il numero di donazioni svolte nell’arco di quasi mezzo secolo. Ma era anche un amante della pesca, della sua piccola barca caricata sul tetto dell’auto, negli anni ’80 e ’90, prima di partire per le ferie, o in quell’altra, quella trainata sopra il carrello, attaccato alla macchina.
Sono molti i ricordi che mi legano a questa persona, padre di questo mio amico, che ha lasciato improvvisamente la moglie e il figlio.

Ero a casa sua, il giorno dell’attentato a Giovanni Paolo II, il 13 maggio 1981. Sì, mi ero recato per fare due chiacchere, come nostra abitudine quasi quotidiana, con Enrico e mentre guadavamo la Tv, apparve in sovraimpressione la notizia dell’attentato al Papa Polacco, con Fernando che rientrava proprio in quel momento, rimando per ore poi a commentare quanto avvenuto, in quanto erano iniziate le edizioni straordinarie dei telegiornali.

Ed ero sempre a casa sua, nel 1982, in occasione dei Mondiali spagnoli, vinti dall’Italia contro la Germania, dove guadammo la partita Brasile – Italia e, non ricordo con che ordine, anche quella Italia – Polonia. I suoi improperi contro i calciatori italiani quando sbagliavano, le “maledizioni bonarie” quegli “anatemi sportivi” legati al calcio che  possono uscire solo da un veneto d.o.c. erano musica per le orecchie degli astanti, essendo impegnati con l’udito ad ascoltare le parole del telecronista, Nando Martellini e le “sfuriate” di Fernando, con le prodezze degli  Azzurri che poi riuscirono a portarsi a casa la terza Coppa del Mondo. 

Fu in fatti in occasione della vittoria dell’Italia sul Brasile, ai Mondiali del 1982 che al termine del match, aprì la credenza, che si prese un sigaro cubano, accendendoselo,  fumandoselo, mezzo in salotto e l’altro mezzo sulla terrazza di casa, ebbro di gioia per la sconfitta dei brasiliani,: aveva gli occhi che gli brillavano di felicità, come quelli di un bambino, la notte di Natale, quando scarta i regali.

 E ricordando questa cosa, mi è venuto in mente un aneddoto, un racconto che mi fece al tempo, ossia di aver conosciuto in un bar, Gregorz Lato, un giocatore di calcio polacco, nome che a me francamente non diceva assolutamente nulla, ma per Fernando, appassionato, Milanista incallito e purosangue, tifoso ma non fanatico, sì.

 Era un piacere sentirlo “incazzato”, come solo lui sapeva esserlo, con il suo famoso e riconoscibilissimo “Boia can!”, esclamazione tipica dell’epoca, ormai in disuso, quando la sua squadra del cuore, non importa che fosse il Milan o quella dove faceva il dirigente, non girava come avrebbe desiderato.

Così com’era suo il sigaro che fumai la notte prima del mio intervento del dicembre 1994, sigaro che mi diede il figlio Enrico, sgraffignandolo dalla custodia – eravamo  praticamente dei “putei” entrambi, pochi giorni prima, in occasione di una visita che mi fece all’ospedale. Era il sigaro, uno dei sigari speciali di Fernando, quelli che teneva nella scatola di legno, dentro la credenza del salotto, appartenenti alla famosa scatola del Mundial 1982,  Quell’aroma, che mi ha impregnato le dita per ore quella notte, non l’ho dimenticato per anni.

Fernando non era il tipo di tante parole. Alle parole preferiva il fare, rispetto che al dire, ma erano sempre parole assestate nel modo giusto e lanciate, anche quando doveva darti una lavata di capo. Parole ben assetate. Parole che non facevano mai male, ma che sapevano colpirti nel segno.
Ormai sono anni che non lo vedevo, ma certi ricordi, così moltissimi altri che non starò qui a narrare, a scrivere e a descrivere, rimarranno dentro di me.

Il mio cordoglio e la mia vicinanza  va alla moglie, alla Zita, come si dice dalle mie parti, ad Enrico, quell’amico fraterno, come e più di un fratello, in moltissime occasioni della mia vita e gli sono vicino, pur nella distanza fisica. Così come mi sento vicino a sua moglie e a tutte quelle persone della famiglia Bettin che in questo momento piangono per la perdita di una persona amata, o di un amico stimato e apprezzato, per quello che ha saputo sempre essere: una persona semplice, dove la semplicità dell’essere, spesso alla fine rappresenta ed è il tutto.
Buon viaggio, Fernando!
Marco Bazzato
22.03.2017