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lunedì 25 gennaio 2016
Schengen sta collassando. Chi sono i responsabili?
È inutile fingere di
non saperlo. L’Unione Europea così come la conosciamo da almeno un decennio
rischia di scomparire.
Il trattato sulla
libera circolazione dei cittadini europei, innanzitutto, sta implodendo su se
stesso, sotto spinta dell’ingresso incontrollato di sedicenti profughi, la
maggioranza immigrati economici, che stanno letteralmente attaccando il vecchio
continente da Sud – Mar Mediterraneo, Italia soprattutto, e da Est – Grecia,
principalmente, - ma anche Bulgaria.
È ormai è chiaro che le
Istituzioni europee, per miopia, per lassismo o peggio ancora per menefreghismo,
per mesi hanno lasciato che i Paesi di confine dell’Unione Europea fossero
invasi senza muovere un muscolo, invocando il rispetto del Trattato di Dublino,
anche se tutti sapevano che i sedicenti profughi non erano interessati a
diventare stanziali e quindi farsi registrare ai confini d’ingresso dell’Unione
Europea, perché le loro mire colonialistiche erano altre. Le oro mire, puntavano
e puntano tutt’’ora a invadere e destabilizzare economicamente, come le locuste
delle sette piaghe d’Egitto, il Nord e il Centro Europa, mentre i grandi
europeisti, a casa loro, volevano che le “locuste” si fermassero o che fossero
fermate ai margini dell’Europa, per creare un grande ghetto di povertà e
miseria, per schiavizzare, economicamente parlando, ancora di più i confini
dell’est e del sud Europa, già non solo fanalini di coda dell’Unione, ma fanalini
sfondati ormai quasi impossibilitati a rialzarsi, dando così il colpo di
grazia.
Come accade in Italia,
anche con la politica dell’Unione Europea, essendo tutti colpevoli in modo
diretto o indiretto, alla fine non ci sta nessun colpevole.
Quindi l’europeo e
l’italiano medio dovrebbe accettare semplicemente un dato di fatto, senza
chiedersi perché? Il primo a salire sul
banco degli accusati di “altro tradimento” dovrebbe essere la cancelliera
tedesca Angela Merrkel, che ha dichiarato, come una svendita di saldi di fine
stagione dell’identità nazionale tedesca, come in un’esposizione di paccottiglie
di infima categoria, il “Porte aperte – a cani e porci, senza controlli
preventivi.
Abbiamo visto poi cosa è accaduto a Colonia e in altre città tedesche la notte
di capodanno. Così i vari commissari europei, che come dei butta dentro nelle
discoteche, hanno alzato, dicono per motivi umanitari, tutte le sbarre dei
controlli, perché tanto gli europei, a loro dire, avrebbero accolto tutti a
braccia e culi aperti.
Già, peccato però che
come una fossa biologica di un appartamento, ormai questa è colma e i liquami
fetidi dell’accoglienza indiscriminata e criminale, in mano alle varie mafie
europee dell’accoglienza, sta nauseando
tutti, senza soluzione di continuità e il flusso dei nuovi ospiti –
indesiderati alla maggioranza dei cittadini – pagati con i denari degli stessi,
continuano a premere ai confini, marciando verso il centro dell’Unione, quasi
come avvenne nel 1683, quando gli ottomani furono respinti alle porte di
Vienna, in Austria.
E Frontex – l’Agenzia Europea
preposta al controllo dei confini, povera in canna come un barbone che chiede
l’elemosina alla stazione – che fa? Nel Sud Europa, invece di fermarli in mare
prima che entrino nelle acque territoriali europee, va a prendersi mezza Africa – grazie anche alla
Boldrini e alla Keynge – quasi ai limiti
delle acque territoriali libiche, usando il pretesto umanitario, del “venghino
signori, veghino”, mentre gli altri confini esterni dell’Unione sono lasciati
ai singoli eserciti – ridotti ad un numero esiguo di soldati e alle forze di
polizia locali, mentre il controllo e il respingimento delle frontiere dovrebbe
essere fatto proprio dagli uomini del Frontex. Uomini e mezzi che forse manco
esistono sulla carta…
E la conseguenza di
tutto questo lassismo in salsa europea qual è? Che i singoli stati hanno ripreso
a fare i controlli come è giusto che sia in questo delicato momento alle
rispettive frontiere e checché ne dica la politica ei media servi e asserviti.
Al cittadino europeo
questo non dispiace, anzi.
Forse farà perdere
qualche mezzora ai confini, ma chi non ha nulla da nascondere, soprattutto non
nasconde clandestini nel bagagliaio dell’auto, o i treni che ne caricano a
vagonate e che vorrebbero per questo poter attraversare i confini senza “colpo
ricevere”, questo da fastidio assai. Al cittadino europeo, visto che la
maggioranza non viaggia per l’Europa tutti i giorni, il ripristino dei
controlli tra Stati Europei è visto come una manna dal cielo, perché
finalmente, proprio grazie a questi si sentono o credono di essere, almeno in
linea teorica, leggermente più tutelati rispetto al passato.
Oggi come oggi la
sospensione di Schengen, almeno fino a quando gli scalda poltrone dei burocrati
dell’Unione Europea non prenderà una posizione forte e univoca contro questa
invasione, parlando una unica voce, è, comunque in via utopica, un baluardo
ancora di facciata, perché fino a quando non si avrà veramente il coraggio di
sigillare i confini terraquei come una camera
tenuta stagna, dove manco un filo d’aria può passare senza averne
preventivamente ricevuto il diritto di ingresso, senza questa volontà di
pressurizzare le frontiere esterne, queste, se continueranno ad essere dei
colabrodo e alla fine nemmeno le chiusure tra i singoli Stati all’interno
dell’Unione Europea, fermeranno questa invasione, perché oggi come oggi, con le
contromisure prese a macchia di leopardo, o alla cazzo di cane che di si
voglia, è come avere una conduttura di
una fogna esposta, che essendo rotta vomita liquami pestilenziali dappertutto, dove invece di arrestare il
flusso, fermandolo alla fonte, è come voler fare pulizia usando una paletta e un
secchiello da spiaggia!
Nota finale: nulla
contro i profughi che devono avere il diritto di asilo, una volta espletate le
carte, ma quelli che si fingono profughi,
ben sapendo già in partenza che non avranno diritto di asilo, no!
Marco Bazzato
25.01.2016
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mercoledì 18 novembre 2015
Intervista a Vessela Lulova Tzalova
a
cura di Massimo Acciai
Vessela Lulova Tzalova, scrittrice, traduttrice,
moglie di Marco
Bazzato, vive col marito scrittore, con cui collabora a livello artistico e
lavorativo, in Bulgaria. Ho avuto il piacere di scrivere la prefazione ad un
suo libro ed incontrarla insieme a Marco durante un mio recente viaggio a
Plovdiv. L'intervista è avvenuta però tramite mail dall'Italia alla Bulgaria.
Cara Vessela, sei una scrittrice e poetessa
con all'attivo alcune pubblicazioni, e sei anche giornalista e direttrice di
un'agenzia letteraria: in questa sede però ci occuperemo della tua attività di
traduttrice. La traduzione è un tema che mi ha sempre affascinato: ho tradotto
anch'io un libro dall'esperanto all'italiano (edito da Edistudio) ed ho
sperimentato di persona che si tratta di un lavoro tutt'altro che semplice.
Cominciamo dall'inizio, dai tuoi studi di italiano. Come e quando ti sei
approcciata a questa lingua così distante dalla tua lingua madre, il bulgaro?
Studiandolo, in quanto per me lo studio è sempre stato un amore. Perché prima
degli studi legati alla lingua italiana mi sono laureata all'Università di San
Clemente a Sofia in pedagogia e successivamente in giornalismo, e per entrambi
le lauree ho conseguito i relativi master. Quindi, l'unico modo per apprendere
una lingua è studiarla in modo approfondito - dizionari, testi universitari,
opere lette in lingua originale, ore e ore passate a imparare verbi,
trascrivere frasi, crearne di nuove e tutto il corollario che ne consegue in
quanto ho sempre amato la lingua e la cultura italiana, fin da quando, da
giornalista, mi occupavo di cultura e letteratura, perciò il mio legame con
l'Italia e la lingua di Dante è sempre stato un po' particolare. Alla fine,
come nuovo punto di partenza c'è stata la Certificazione Plida livello C2, del
Comitato Dante Alighieri, dell'Università La Sapienza di Roma e Ministero degli
Affari Esteri d'Italia.
Quando
e come è iniziato il tuo lavoro di traduttrice?
È iniziato quasi quindici anni fa, traducendo all'inizio una poesia piccola.
Poi sono giunti gli articoli di pubblicistica e in seguito un libro di poesie,
seguito da una raccolta di poemi e successivamente un romanzo. Da lì in poi
sono giunte proposte, all'inizio da editori minori, fino ai grandi nomi
dell'editoria bulgara, e modestamente posso dire che al mio attivo ho più di
trentacinque volumi, tra poesia, prosa d'arte, pubblicistica e saggistica.
Hai
tradotto dal bulgaro all'italiano e viceversa dall'italiano al bulgaro: facendo
un confronto tra queste due traduzioni, quali difficoltà o vantaggi comportano
l'una rispetto all'altra?
Chiaramente da bulgara mi è più facile tradurre dall'italiano alla mia madre
lingua. È sempre difficile fare dei raffronti, è un lavoro assai complesso, ma
per sintetizzare, è vero che in alcuni punti le lingue, con tutte le differenze
del caso, si toccano, ma è anche vero che, il bulgaro essendo una lingua non
romanza, in molti altri è in diretta antitesi con la lingua italiana. La vera
traduzione di prosa d'arte sta nel saper fare, come dicono i francesi, il trait
d'union dalla lingua di partenza a quella di arrivo.
Hai
tradotto molti classici moderni italiani in bulgaro: hai conosciuto di persona
i rispettivi autori? Che tipo di rapporto hai avuto con loro?
Sì, alcuni ho avuto l'onore di conoscerli di persona, anche se a volte è più
interessante toccare l'arte che non l'artista. Altri invece sono stati dei
grandi signori, nobili di cuore, e persino alcuni mi hanno inviato una loro
opera con dedica e autografo.
Chiaramente uno tra tutti, tra i classici moderni che non posso non menzionare
è il Maestro Andrea Camilleri, che da poco ha festeggiato i novant'anni. Ho
avuto l'onore, grazie a Gheorghi Alexandrov della casa editrice Knigopis, di
tradurre otto romanzi del Commissario Montalbano, ove, tramite la segretaria
del Maestro, Valentina Alfierj, ho ricevuto tutto il sostegno che una
traduttrice può ricevere.
Con altri scrittori ci sono stati scambi di mail, per avere la certezza in
alcuni punti controversi, non esistendo libri perfetti o esenti da errori o che
possono dare adito a male interpretazioni, i quali hanno fatto si che tutto
scorresse fluidamente.
Parliamo degli autori bulgari: purtroppo non è
stato tradotto molto in Italia della letteratura bulgara…
Vero, rispetto ad autori di altri Paesi, il confronto è impari. La letteratura
bulgara è confinata entro una nicchia di mercato, soprattutto se non si hanno
gli agganci giusti. In ogni caso, se guardiamo le uscite principali di questi
ultimi anni non possiamo non menzionare Zdravka Evtimova, con Sinfonia, uscito
quest'anno; Guergana Radeva con Rosa Canina. Essenze e spine dell'eros; Alek
Popov, con I cani volano basso e Gheorghi Gospodinov, attualmente lo scrittore
bulgaro più in voga sia in patria che all'estero, con La fisica della
malinconia. Ma voglio certamente aggiungere che alcuni dei nostri classici sono
stati tradotti in italiano, come il Patriarca della letteratura bulgara, Ivan
Vazov, gli straordinari poeti Dimcio Debelianov, Pencho Slaveikov, Damian
Damianov, Hristo Smirnenski, Atanas Dalcev, e gli scrittori: Jordan Radichkov,
Emilian Stanev, Aleko Konstantinov, Victor Baruch, Assen Marcevski e altri.
Come possiamo notare gli autori bulgari pubblicati sono da considerarsi
inferiori persino alle percentuali omeopatiche. Questo non per la mancanza di
ottimi scrittori in Bulgaria, ma perché il mondo dell'editoria, a parte casi
rarissimi, guarda con occhio pregiudizievole al mio Paese.
Mediamente quanto tempo ti occupa tradurre un
libro?
Dipende dall'autore e dal genere e soprattutto dal numero di pagine. In ogni
caso, come liberi professionisti, siamo vincolati a contratti con dei tempi da
rispettare. Mediamente un editore concede novanta giorni, quando si è
fortunati. Questo significa lavorare con "ritmi militari", in quanto,
sovente per rispettare i tempi, non esistono né sabati e né domeniche.
C'è un libro, tra quelli che hai tradotto, a cui sei particolarmente legata?
I Montalbano di Andrea Camilleri, perché è uno scrittore che amavo già prima di
tradurre i suoi romanzi e la Casta di Rizzo e Stella, in quanto essendo anche
giornalista, mi ha permesso di conoscere in profondità le contraddizioni di una
parte dell'Italia, assai differente rispetto a quella comunemente conosciuta
all'estero.
Che consigli ti sentiresti di dare ad un
aspirante traduttore agli esordi?
Sapere che nella lingua di partenza, così come in quella di arrivo, non si è
mai finito di imparare. Amare la letteratura, leggere senza pregiudizi di
sorta. Poi, quando si traduce, ricercare, ricercare e ancora ricercare,
partendo dal presupposto che è meglio avere il dubbio di non sapere e quindi
approfondire, piuttosto che avere la supponenza di credere di sapere, peccando
di superbia. Il lavoro di traduzione è soprattutto un lavoro di umiltà e
pazienza.
A cosa stai lavorando attualmente?
Poco tempo fa è uscito "La figlia del Papa" di Dario Fo. E da poco ho
consegnato ad un editore la traduzione di un romanzo noir, ora sto traducendo
un romanzo, ambientato nella Venezia del 1300.
Da Segreti di Pulcinella,
rivista di letteratura e cultura varia, direttore Massimo Acciai
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venerdì 13 novembre 2015
Presentazione di Aborto d’amore - Аборт от любов, a Montana - Монтана, Bulgaria - България
Montana - Монтана,
Bulgaria – България, 09-10 novembre 2015
Per chi non l’avesse
mai visto, l’autunno bulgaro ha dei colori particolari. Colori che diventano
speciali, non lo scrivo per lisciare il pelo a nessuno, quando si raggiunge il
nord Bulgaria.
È ciò che hanno visto i
miei occhi una volta giunto nella zona pedemontana della Stara Planina, o
Balcani (penisola Balcanica, così denominata per l’omonima catena montuosa che attraversa
la Bulgaria) nella città di Montana -
Монтана , città di origine antichissime, tant’è che tra le altre cose, esistono
ampie vestigia romane. La città è situata a poche decine di chilometri dal
confine con la Serbia. Un autunno che mi ha fatto ricordare i colori del film
del 2000, “Autunno a New York”, con Richard Gere, con i mulinelli di dorate
foglie morte che, in certi punti vorticavano furiosamente, per poi depositarsi,
come a voler dormire per sempre, lungo i margini delle strade.
Già all’ingresso della
città quello che mi ha colpito è stata l’estrema pulizia delle strade, l’erba
tagliata nei vialetti e lungo i bordi delle strade. Questo ottimo biglietto da
visita dimostra come il Paese abbia finalmente perso quella triste patina di
trascuratezza che purtroppo in passato lo aveva caratterizzato, trascuratezza
avvenuta negli anni immediatamente successivi alla caduta del Muro di Berlino,
alla faccia di chi dice che in Bulgaria le cose non cambiano mai. Cambiano,
eccome, ma con i loro tempi.
La città regionale di
Montana – Монтана mi ha fin da subito mostrato il suo volto migliore, ampie
strade, traffico scorrevole e fluido e soprattutto la città, a nord un panorama
montano che non ha nulla da invidiare ad altre rinomate località
dell’Occidente, dove si possono fare lunghe passeggiate, a diretto contatto con
una natura che benevolmente osservante, ti accoglie.
Arrivati in centro
della città – dove domina l’architettura del tempo del socialismo, che però a
modo suo, per quanto mi riguarda, tendo a rivalutarla, in quanto nelle sue
forme squadrate e apparentemente incolori e grigie, uguali l’una all’altra, ci
sta un armonia che oggi andrebbe reinterpretata
riconsiderata e sopratutto non letta in chiave ideologica – ci siamo recati alla biblioteca regionale Geo
Milev - Гео Милев, dove la direttrice, la dottoressa Kety Kostadinova - Кети
Костадинова, ci ha calorosamente accolti nel suo ufficio.
Ma il tempo stringeva. Eravamo attesi al liceo
linguistico Peter Bogdan- Петър Богдан per un incontro con degli studenti selezionati
e partecipanti a un corso di scrittura creativa, tenuto dalla professoressa Elka
Babaceva - Елка Бабачева.
Incontrare nella veste
di scrittore una classe, in un primo momento ogni volta ti crea un nodo allo
stomaco. Entri in classe. Sei osservato.
Osservi loro. Solo che i miei due occhi
sono poca cosa rispetto alla moltitudine di occhi che ti osservano, dove ognuno
ti vede da una prospettiva differente dalla tua, la sua, e quindi non sai mai
come andrà a finire. Comunque dopo la presentazione della direttrice della
biblioteca regionale, ho cercato di instaurare un dialogo con i ragazzi. Non mi
sono mai piaciuti i discorsi preparati, io stesso mi annoio quando tocca a me
ascoltare e so quanto tedio possono creare, per questo, in queste circostanze,
preferisco parlare a braccio. Pensieri e parole che si formano ed escono anche
osservando i volti, le espressioni dell’auditorio, in modo da veicolare la
comunicazione verso un terreno comune.
E le aspettative non sono state deluse.
Ho parlato del valore
della scrittura, di cosa significa essere scrittori e soprattutto del senso di
libertà che, innanzi al foglio bianco, ogni persona ha nell’addentrarsi dentro se
stesso, scoprendosi. Scoprendosi, specie
quando si è all’inizio, in modo diverso da ciò che credeva di essere. Ho
raccontato che ho iniziato a scrivere a un’età considerata tarda, ma questo ha
permesso di fare uscire le mie emozioni, anche se quando ero alle prime armi,
io stesso avevo paura di ciò che usciva.
I ragazzi hanno
ascoltato con attenzione, certo, come è normale, non si può essere interessanti
per tutto l’auditorio, ma alla fine l’importante è l’essenza e in quell’aula
l’essenza ci stava tutta, e questo spingeva la maggioranza dei presenti alla
curiosità e all’ascolto.
Quindi ho cercato di
rendere partecipi gli studenti, spingendoli a fare domande, perché è dal
dialogo e dal confronto che nascono le idee. È dalla conoscenza degli strumenti
dello scrittore che poi si forgiano i pensieri. E anche in questo caso le
attese non sono andate tradite. Prima timidamente una mano sollevata a porre la
prima domanda, poi al termine della risposta, la successiva e via discorrendo. Infatti
la maggior parte delle domande vertevano sui meccanismi del processo creativo, la molla o le molle che mi fanno partorire le idee. Ai giovani ho
detto che, nel mio caso, parto dal titolo, ossia metto un titolo provvisorio e
poi, da questo, la storia inizia a svolgersi, i personaggi prendono forma, ma
costoro, non fanno ciò che io voglio, ma ciò che loro sentono di dover fare e lo
scrittore è semplicemente un veicolo delle volontà dei personaggi, siano essi i
protagonisti o dei comprimari. Infatti, novantanove volte su cento, l’opera termina in modo differente da come era stata inizialmente
partorita, prima dell’inizio della scrittura.
Ho parlato agli
studenti del valore della rabbia, di come questa, tramite la scrittura possa
essere veicolata e di come questa, attraverso le parole, possa trovare sfogo,
muovendosi attraverso percorsi creativi e non distruttivi. Così come ho
evidenziato il valore della lettura, di qualsiasi tipo di lettura. Non solo i
cosiddetti libri imposti dai docenti, ma lettura intesa con il piacere di
scegliersi un libro, una storia, un saggio, secondo le proprie attitudini e interessi,
perché la lettura espande gli orizzonti, espande i pensieri e soprattutto
permette di interpretare la realtà circostante, vedendola attraverso processi cognitivi diversi e diversificati.
Terminato l’incontro
con gli studenti, dopo una breve pausa, è giunto il momento della presentazione
di “Aborto d’Amore” - “Аборт от любов”, tradotto dall’italiano al bulgaro da
Teodora Ivanova - Теодора Иванова , e pubblicato da MBIL Agency Editore di Sofia – Bulgaria -
presso la biblioteca regionale Geo Milev - Гео Милев della città di Montana - Монтана.
La serata è stata condotta dalla direttrice, la dottoressa Kety Kostadinova - Кети
Костадинова. Il pubblico era variegato ed eterogeneo. Subito dopo la
presentazione dell’autore e dell’opera, mi è stata data la parola. A differenza
di una classe di studenti gli spettatori presenti all’evento erano incuriositi a
riguardo l’opera e sul fatto che toccasse una tematica femminile, scritta da un
maschio. Alla luce di questo ho spiegato che il mio era un omaggio alla donna e
che come uomo e come scrittore, ho provato a comprendere le difficoltà di una
gravidanza problematica e i relativi pensieri che potevano passare nella mente
della protagonista, i riflessi sulla sua vita, così in quella dei suoi cari.
Successivamente mi è
stato chiesto come mai la storia è stata ambientata in una provincia italiana.
Chiaramente narro l’Italia e la provincia italiana, perché oggi come allora,
credo che “Aborto d’amore” - “Аборт от любов” sia una storia universale. Ossia
innanzi agli eventi che sconvolgono la vita della famiglia Rampin,
difficilmente le reazioni a catena che poi sono avvenute, potevano essere
differenti se la famiglia fosse stata di Milano, di Roma, di Sofia o di
Montana, perché, ho ribadito, probabilmente i processi mentali ed emotivi potevano
essere gli stessi, indipendentemente dal luogo di residenza o nazionalità e
grado di istruzione.
Durante lo scambio di
domande e risposte con il pubblico, mi è stato chiesto come mai al momento non
abbia ancora scritto un romanzo ambientato in Bulgaria. Ho risposto che in
testa mi girano svariate idee, però nessuna di queste è ancora l’idea
giusta. Anche perché il rischio
conclamato è che eventualmente l’opera potrebbe essere vista come un’opera
piena di stereotipi e luoghi comuni, e non voglio incorrere in quell’errore,
per questo al momento tutte le idee rimangono confinate entro il mio limbo
mentale, in attesa di quella che sentirò essere la storia giusta che merita di
essere scritta.
Una domanda che
raramente è assente in queste presentazioni con un autore straniero è come
l’ospite vede il Paese e i cittadini. Vivendo in Bulgaria da molti anni e
avendo potuto toccare con mano nel corso del tempo alcune caratteristiche
peculiari, ho cercato di porre l’accento non tanto su come io vedo loro, ma su
come loro vedono se stessi e su come il loro vedersi, vuoi anche per il fatto
che la Bulgaria è un Paese piccolo, sussiste purtroppo una specie di senso di inferiorità nei
confronti dei cosiddetti grandi Paesi. Certo, non ho negato che i problemi
esistano, non hanno bisogno di uno
straniero per vederli, ma è l’approccio, ho cercato di spiegare che dovrebbe essere
cambiato. Ossia il pessimismo a volte cosmico che colpisce il bulgaro,
rammentando però come si dice in Italia, che “nelle botti piccole ci sta il
vino buono”. È sta al singolo scegliere se essere vino buono oppure aceto di
pessima qualità, senza nazionalismi e senza vittimismi.
In generale posso dire
che “Aborto d’amore” - “Аборт от любов” è stato accolto bene anche se con delle
resistenze in quanto non è stato mai nominato il tema cardine dell’opera, il
“romanzato gene dell’omosessualità”. Le medesime resistenze con cui il romanzo è
stato accolto dai lettori in Italia, i quali hanno espresso riserve a causa del
connubio tra l’eventuale diritto di aborto e il gene dell’omosessualità, dove,
con motivazioni culturali da parte bulgara (la cultura può evolversi) e ideologiche,
da parte italiana, (l’ideologia, viceversa, incancrenisce cultura e conoscenza)
diametralmente opposte.
La serata alla fine si
è terminata con l’autografare i libri dei lettori e la possibilità di scambiare
qualche parola con ognuno di loro.
Il giorno seguente ho
avuto l’onore di essere accompagnato a visitare la città da un cicerone di
eccezione: la direttrice del Museo Regionale di Storia, dottoressa, Svetlana
Stoilova - Светлана Стоилова, la quale ha spiegato la storia della città sin dal
tempo dei romani, con tanto di visita del lapidario, che rappresenta solo una
piccola parte, lapidi ritrovate nella città nel corso del tempo e le relative
iscrizioni in latino. La visita è proseguita ai resti del castello della città
che sovrasta il panorama, proprio sotto la diga di uno dei più grandi laghi
artificiali del Paese.
Desidero ringraziare
per la straordinaria accoglienza e ospitalità il sindaco della città di Montana
– Монтана, il dott. Zlatko Zhivkov - Златко
Живков, la direttrice della biblioteca regionale, la dott.ssa Kety
Kostadinova - Кети Костадинова, la prof.ssa Elka Babaceva -
Елка Бабачева, docente di lettere del
liceo linguistico “Peter Bogdan” e la p.r. della biblioteca regionale, la dott.ssa
Veselina Maldenova - Веселина Младенова e naturalmente ultima, ma non ultima,
mia moglie, in questo evento nelle vesti di interprete, dott.ssa Vessela Lulova
Tzalova - Весела Лулова Цалова.
Marco Bazzato
13.05.2015
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romanzo
mercoledì 23 settembre 2015
Intervista a Marco Bazzato, pubblicata il 19 settembre 2015, rilasciata al quotidiano nazionale bulgaro “Duma”
Intervista a Marco
Bazzato, pubblicata il 19 settembre 2015, rilasciata al quotidiano nazionale bulgaro “Duma” al giornalista Boris Dankov,
traduzione dall’italiano al bulgaro di Vessela Lulova Tzalova.
L’annuncio
dell’articolo è stato messo in prima pagina, a sinistra, sotto il titolo della
testa e si trova a pagina 10, per poi riprendere e terminare a pagina 29.
- Signor Bazzato come
hai fatto a finire nel nostro paese, e con cosa vi ha attratto la Bulgaria?
Come
per quale motivo? (sorride). Mia moglie
è bulgara e quando ho visitato il Paese per la prima volta, mi è piaciuto nel
suo insieme, nonostante tutte le sue stridenti contraddizioni. Indipendentemente da queste contraddizioni,
sono convinto che i sentimenti che provo
verso questo Paese, sono nate proprio a forti contrasti, che a volte, dal mio
punto di vista, superano la logica della ragione. Alla
base di ciò comunque ci sta al primo posto l’amore.
-
Cosa pensa dei bulgari, per la loro mentalità, carattere nazionale, e spiritualità?
Definire
i bulgari senza cadere negli stereotipi non è facile. Si rischia di scivolare
nei luoghi comuni. Posso dire che in generale hanno apertura mentale e
accettano e ascoltano tutte le opinioni, ma fanno di testa loro, come è giusto
che sia. A differenza di molti italiani, sono più rapidi nel prendere decisioni.
Se al bulgaro stai sullo stomaco, rassegnati. Ma se gli stai simpatico, è
difficile che ti pugnali alle spalle. Se però poi decide di farlo, lo fa
guardandoti negli occhi: insomma, il buon sano sangue balcanico.
- Lei vive qui già da
diversi anni.. Quali caratteristiche bulgare le piacciono di più e quali meno?
Non
è nel mio stile esprimere opinioni estreme, come ad esempio quale
caratteristica bulgara mi piace e cosa
non mi piace, preferisco condividere con voi ciò che continua a stupirmi.
La
costanza e l’impazienza. Sono due facce della stessa medaglia e non si sa mai
quale compaia.
Impazzisco
per la lentezza nel bere il caffè. Così
lentamente che quando un bulgaro beve il caffè, al nettare nero arriva
sicuramente il rigor mortis!
A
tavola, durante l e festività religiose e civili in famiglia, non hanno eguali.
In passato credevo che solo i veneti
mettessero radici sulla sedia, i bulgari, le sedie le bucano addirittura, facendo sprofondare le radici nel pavimento.
Per non parlare della quantità di carni e salumi sulle tavole, dove il
vegetariano o chi fa una dieta povera di grassi, viene visto quasi con
sospetto. Povera gente, cadendo subito nell’elenco dei sospettati. Stavo per dimenticare, sale senza risparmio, acqua
a richiesta, come se berla fosse disdicevole (sorride), come avere un parente
non invitato in casa, tra il gran bazar di vino, rakia, superalcolici, birra e
bevande gassate, che zampillano copiose. Coronarie, pressione arteriosa,
fegato, bile e stomaco quel giorno non festeggiano, pregando di sopravvivere!
- Lei dice che scrive
per necessità interiore e non per vocazione. È veramente così?
Anche
le vocazioni nascono da necessità interiori generate da traumi, conflitti
irrisolti o cicatrici che hanno fatto deviare il percorso dell’esistenza.
All’inizio
ero come l’eruzione dell’Etna, dove il magma, usciva come una colata lavica di
parole.
Con
maturità si cambia. Ma alla base ci sta la necessità, quando le dita iniziano a
prudermi, di far uscire la storia che reclama vita, ma non dovete pensare che
come scrittore mi approfitti della storia, no, la verità è che questa storia
“mi usa” per darle sostanza.
- Lei dice che la scrittura guarisce le sue
ferite e i suoi tormenti personali.
Questo per
Lei
equivale a una sorta di terapia?
Nel
mio caso sicuramente sì, perché è un impegno liberatorio per lo spirito. Non è
obbligatorio essere scrittore professionista, basta avere il desiderio, almeno
un briciolo di talento e sentire il bisogno di esprimere gioie e dolori,
tramite questa forma d’arte, è liberatorio. Non molti sono disposti ad
accettare questa “parto in casa”,e preferiscono il “parto assistito”, cioè è
più facile rivolgersi allo psicologo o allo psicanalista, facendo piangere
l’anima innanzi a costoro, invece che sul foglio bianco.
- Il suo libro "libero arbitrio" è
stato pubblicato in bulgaro nel 2003. Questo è il suo primo libro?
Sì,
Libero Arbitrio” è stato il mio primo libro ed è stato un libro travagliato per
molteplici aspetti. In precedenza scrivevo sotto pseudonimo, quando mi sono
fatto le ossa, ho lasciato posto al mio vero nome.
- Poi di “Il campo del
vasaio, .Mt.27.7, poemi d'amore e
morte",in bulgaro e italiano che ha
ricevuto il Premio Europeo per la poesia a Taranto. Questo libro è dedicato
alla Bulgaria. Perché?
Perché
oggi come allora credo in questo Paese. La Bulgaria, così come l’Italia, li vedo come due vastissimi appezzamenti di terreno nella
penisola balcanica e appenninica, coltivati però macchia di leopardo, dove
crescono, come dappertutto delle malerbe. Entrambi sono terre fertili, ma da
dissodare e da arare, per essere seminati, “senza ogm”, “ricevendone ottimi
raccolti”. In entrambi i Paesi non mancano gli “agricoltori” , ma purtroppo non
tutti sono nei posti giusti e quelli inadeguati preferiscono rimanere
appollaiati sulle loro poltrone, piuttosto che prendere la zappa e andare a
zappare.
- Poco tempo fa è
uscito il romanzo “Aborto d’amore, il cui tema è il diritto alla felicità
personale e la violazione o della
libertà individuali da parte dei mass
media e l'intolleranza della società.
Questa non è che una continuazione del tema del "libero arbitrio"?
Il
tema del “Libero arbitrio”,è sempre presente, anche nei miei romanzi, partendo da
Progetto Emmaus. Ogni essere umano ricerca la felicità personale, ma come per
il libero arbitrio, non sempre abbiamo gli strumenti per usarla al meglio anzi,
spesso ne abusiamo, danneggiando noi stessi e gli altri.
L’intolleranza
è inscritta nell’uomo e quindi della società. Ogni volta che ci illudiamo di
averla debellata, ritorna sotto forma di tolleranza. E la tolleranza non è
altro che intolleranza latente. Prima o poi esplode. Tolleranza, accettazione e
reciprocità non sono sinonimi, e spesso, anche per colpa dei media, sono
utilizzati in modo fuorviante.
- In un suo discorso ha dichiarato che
l'uomo moderno non si discosta molto dall’uomo Neanderthal. Per quale ragione
la pensa così?
L’Uomo
di Neanderthal aveva un pregio: ammazzava e cacciava per sopravvivere e in
scala locale, mentre noi, uomini contemporanei, stiamo distruggendo il pianeta,
ci ammazziamo su scala planetaria, con metodi sempre più sofisticati e
tecnologici. Questa la chiamo evoluzione primitiva.
- In che modo e in quali cose
ci assomigliamo con "homo sapiens
primitivo?"
Per
l’atrocità. Coloro che detengono le redini reali del potere, in quanto mandati
e/o finanziatori occulti, non sono differenti
delle scimmie che frantumavano le ossa dei loro nemici nel film di Stanley Kubrik, “2001 – Odissea nello Spazio”, del 1969.
Forse
per il bene del Pianeta, l’Homo Sapiens Sapiens dovrebbe essere sostituito da
una specie umana eticamente ed empaticamente più evoluta e non votata all’autodistruzione.
Il fatto che l’umanità è giunta fino ad oggi, non significa che ci sarà domani.
- Pensa che siamo “subdolamente
forti verso i deboli e rigidamente servili i forti" servili e ossequiosi
al "cosiddetto potente." Giusto?
Basta
vedere come vanno le cose a livello politico europeo. Le direttive che
provengono dall’Unione Europea si accettano proni dai politici locali, non importa di quale
nazionalità o schieramento. Mi chiedo,
all’epoca quanti parlamentari italiani, ma non solo, si sono letti prima di
approvarlo, quasi all’unanimità, il Trattato di Lisbona, la Costituzione
Europea? Gli Stati hanno ceduto, senza consultare i cittadini, grosse fette di
sovranità nazionale. Questo è solo uno degli esempi riferiti a “deboli con i
forti e forti con i deboli”.
-
Cosa ne pensi della violenza come
caratteristica dell'uomo moderno?
Siamo
tutt’ora in preda a passioni che non sappiamo o peggio non vogliamo controllare,
perché razionalità, intelligenza emotiva ed empatia, non sono tra gli istinti
primitivi e primordiali della specie umana.
-
Siamo testimoni di guerre senza fine e di una nuovo "grande esodo di
popoli". Fino a dove si giungerà, se il mondo continua a muoversi in
questa spirale pericolosa?
Era
stato previsto tutto trent’anni fa. All’epoca un missionario comboniano mi
disse che se non si smetteva di depredare Africa e Medio Oriente, quelle
popolazioni si sarebbero riversate in Europa. La realtà oggi è innanzi ai
nostri occhi. Senza contare che il nuovo business grigio all’interno dell’
Unione Europea come ad esempio la nuova e moderna impresa quella dei centri di
accoglienza, , fatto con i denari dei fondi europei, che
drena risorse, che sono linfa vitale agli stesi cittadini europei. Alla
fine però quelli che alla lunga pagheranno i costi più elevati, saranno non
solo i Paesi che continuano ad essere destabilizzati da fuori, ma anche l’Europa e gli europei stessi.
- Cosa ne pensi
del futuro dell'Europa - della Bulgaria e l'Italia?
L’Unione
Europea adesso è come vecchia Moskvitch che emette un eccesso di anidride
carbonica nell’aria. È un nodello superato, ma nessuno sa, o peggio, vuole
aggiornarla, rendendola più economica, impegnando meglio i denari dei cittadini
europei, bulgari e italiani compresi.
L’Italia
ha perso molta dell’attrattiva che aveva in passato e come la Bulgaria oggi,
non riesce a esprimere tutte le sue potenzialità, nonostante il patrimonio
naturale e culturale di prim’ordine, e non per caso Plovdiv e Matera saranno le
due capitali della cultura nel 2019. Questa occasione non deve essere un punto
di arrivo, ma di partenza per aumentare l’interesse anche verso altre città
bulgare. Si devono trovare modi per attirare ancor di più turisti stranieri,
che con lo stesso desiderio con il quale visitano l’Italia, inizieranno a
visitare anche la Bulgaria per poter davvero conoscerla ed apprezzarla.
Una
cosa che mi ha fatto rammaricare e questo rammarico prosegue anche oggi è che la Bulgaria abbia perso l’occasione con l’Expo
di Milano. Mi spiace per il mancato ritorno economico che il Paese avrebbe
potuto avere, sia nel campo del turismo, così
come in altri settori, che il Paese avrebbe potuto avere, se fosse stato
presente in un così alto consesso mondiale.
-
È
ottimista o pessimista sul futuro
del mondo?
Indipendentemente
da tutto sono un ottimista, e mi piacerebbe che la specie umana di domani fosse
migliore di quella passata. Però…
- Qual è il tuo motto come
scrittore?
Il
foglio bianco è la mia malattia, la penna è la mia cura.
- Grazie.
Grazie
a Lei.
Vedi link al sito bulgaro
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venerdì 28 agosto 2015
Dario Fo, “La figlia del papa” in Bulgaria
Ultima fatica della traduttrice bulgara Vessela
Lulova Tzalova, “La figlia del Papa” del Premio Nobel per la letteratura,Dario
Fo, nella versone bulgara, su scelta
dell’editore, Bard, di Sofia, Bulgaria, intitolato: “Lucrezia Borgia”
Sopra la copertina dell’edizione bulgara
In basso la copertina originale italiana.
Foto dalla rete
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Vessela Lulova Tzalova
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