lunedì 11 febbraio 2008

Il Codice Olindo


Dopo il Codice da Vinci di Dan Brown, libro best seller in mezzo mondo, arriva negli schermi dei Palazzi di Giustizia di Como, il più casereccio e nostrano, Codice Olindo, marito di Rosa Bassi, primi attori della strage di Erba.

L’arzilla e sterile – da parte di donna – coppia omicida, come un epitaffio della vita che precede la morte, col Codice Olindo, si lascia trasportare, con la coscienza del vendicatore sanguinario, del demone amante e amato dalla propria sposa, al coraggio dell’odiare, del minacciare, conscio d’essere impotente innanzi al mondo da quando gli hanno tolto, non solo la libertà, ma fin dopo il matrimonio, la speranza d’essere padre, avendo la moglie, biologicamente improduttiva.

Rosa e Olindo, Olindo e Rosa si amano di un amore per noi – teorici della normalità legale – malato. Si amano d’un amore, non solo coniugale ma, materno e figliale, quasi morbosamente incestuoso, un amore che trascendendo, vista l’impossibilità procreativa, nutrendosi della fisicità psicologicamente incestuosa tra i coniugi e carnalmente concupiscente, matriarcalmente vittima di11 una maternità negata.

I coniugi Romano, nei loro pensieri, non hanno ucciso un figlio altrui, non hanno ucciso degli esseri viventi, hanno tolto ad altri, non importa chi, la felicità per quello che non potevano essere: genitori, punendo la doppia maternità generante: quella della signora Paola, madre di Raffaella, e nonna di Youssef.

I coniugi Romano, a tutt’oggi, secondo loro, non hanno ucciso nessuna persona importante e/o necessaria al loro menage familiare, i Romano, hanno semplicemente estratto dal cortile del caseggiato delle piante fecondo estranee, piante – secondo loro – venefiche e velenose, soffocanti l’esistenza. Da loro punto di vista, il quadruplice omicidio, a tutt’oggi è considerato un atto di legittima difesa, non dalle continue liti, spesso provocate dalla sterile coppia, ma dal dolore che i Romano sentivano come un fuoco pulsante e rancoroso, nei confronti del concepimento altrui, che come tale, l’onta del disonore interiore d’essere carne morta, andava lavata col sangue.

Olindo marito–figlio obbediente alla sposa, prende la rabbia della moglie, divenutagli madre carnalmente amante, lasciandosi soggiogare dagli ordini non coniugali, ma matronali, della donna che ha sposato,che come marito desidera proteggere, facendosi proteggere – come figlio premuroso e servile – dalle inside del mondo.

I Romano – secondo i loro pizzini – non uccidono, ma si riappropriano, prendendo, strappando, lacerando vite non proprie, quanto pensano appartenga e come tali, sentendosi legittimanti a distruggere una loro proprietà.
Dentro la loro lucidità, così diversa e personale rispetto a quella sociale, universalmente accettata e vissuta, gli altri non esistono, oppure se hanno un posto, certo non è un luogo d’affetto, ma di morte, d’oscurità, dove c’è spazio solo per i loro sentimenti, un angolo remoto, dove altri, chiunque essi siano, non hanno diritto né d’entrare, né tantomeno di poter comprendere.

“Il luogo Romano” è l’universo buio dell’inconscio collettivo,un luogo che molti vorrebbero percorrere, ma timosi d’esplorare e conoscere, perché appartenente alla primitività essenza dell’animale umano, appartiene a quel remoto passato, sepolto da millenni di costruzioni e convenzioni sociali, che le comuni barriere, filtri protettivi, come fierwall di un computer, non permettono d’essere superati. Molti provano quel viaggio, ma i più restano sconvolti dalla primordialità distruttiva ivi contenuta e ingabbiata.

Il Codice Romano, oltre al simbolismo dei segni tracciati nei pizzini e sulla Bibbia, va oltre a quanto scoperto, facendo comprendere agli studiosi, che l’animalità primitiva dell’istinto di sopravvivenza, castrato dalla mancata riproduzione, uccide quando attorno, ad alcuni soggetti, la vita si rinnova, mentre nel silenzio della solitudine coniugale, ogni rumore, d’un bimbo che gioca, diviene frastuono tonante, distruggente l’illusoria normalità di due cuori votati al doloroso silenzio, costretti dalla circostanze degli eventi, ad abbandonarsi all’iraconda ira pluriomicida, perché impossibilitati, per retaggio culturale a rivolgerla contro se stessi, autodistruggendosi fisicamente, riuscendo però ad avere il biasimo e l’esecrazione e di riflesso la morte sociale, per ora in galera, dell’intera nazione.


Marco Bazzato

11.02.2008