mercoledì 1 novembre 2006

Soldati a Napoli?

Nel capoluogo nell’Hinterland Campano è guerra aperta. Il numero dei morti ammazzati, fà quasi sembrare la città un campo di battaglia, e da più parti si inizia ad invocare l’intervento dell’esercito a difesa dei cittadini. L’Italia per l’ennesima volta compie la sua triste figuarccia davanti agli occhi del mondo. Una delle città più belle, ricche di storia, arte e cultura è ostaggia da decenni di clan criminali che non continuano indisturbati a spartirsi il controllo della medesima. Mentre Roma parla, Napoli muore.
Napoli muore ogni giorno, ad ogni chiusura di discarica che sommerge la città di rifiuti, muore allagata dal sangue di innocenti colpiti amorte, e colpevoli che invece d’essere nelle patrie galere continuano ad essere a piede libero. Mure per la mancanza di una cultura sociale, per un malcostume non generalizzato, ma localizzato che fa si che in taluni rioni sia di fatto impedito l’accesso alle forze dell’ordine da parte di cittadini inferocici. Una città in ostaggio della malavita, dove nel terrore generale non si è al sicuro nemmeno all’interno delle mura domestiche. I cittadini onesti napoletani continuano ad invocare protezione, continano a sfilare per le vie della città chiedendo ordine pubblico, sicurezza personale sociale igenica e ambientale, ma tutto immancabilmente viene rimandato. Ogni intervento si trasforma in un dibattito sterile di opinioni politiche e veti incrociati, dove si pensa a mantere ben salda la colla sulla poltrona anzichè risolvere le questioni.
Ma i napoletani hanno diritti e doveri diversi da quelli degli altri italiani, che debbono vivere confinati quasi in un ghetto sociale e culturale che non fa altro che snaturarli e svilirli? Di chi sono le colpe politiche davanti a questa continua emergenza?
Domande banali che non riceveranno mai risposta, come i mali della città che non trovano soluzione degna di un Paese che agli occhi del mondo vorrebbe definirsi civile. Ma dove sta la civiltà? Un paese che ha la sfacciataggine di definirsi civile non lasica una città una regione in mano a cosche criminali e/o mafiose-cammorristiche. Un paese che ha a cuore il destino dei suoi cittadini, della parte sana, produttiva, culturale non vive di politica attendista, del tirare camapare, dello scaldare la sedia, dell’essere forte con i deboli e debole con i forti, scaricando le colpe sempre sulle amministrazioni locali, provinciali, regionali, e nazionali passate. Un gico al rimpiattino delle responsabilità che induce a pensare sempre al peggio.
I Napoletani sono i primi che reclamano pulizia a casa loro, ma non hanno gli strumenti per farlo, e non vogliono abbassarsi ad una giustizia fai da te che aprirebbe nuove ferite insanabili.
Siamo vaccinati al dolore dall’essere diventati indifferenti, bravi a sdegnarsi se qualcuno abbandona un cane per strada, ma ci dimentichiamo degli uomini, dei soggetti intelligenti e pensanti, di coloro che sono il motore trainante della città, della regione, della nazione: gli operai, i pensionati, la piccola e media impresa, gli artisti, gli uomini di cultura?
Stiamo cedendo il passo all’illegalità, alla cultura della soprafazione di chi alza prima la voce, poi un arma.
Il 47% dei Napoletani reclama l’intervento dell’esercito. Questa non è la soluzione. Non è trasformare Napoli in una nuova Beriut che farà risolvere i problemi e i conflitti. La legalità nasce dalla cultura, nasce quando si crea un terreno fertile e si impedisce alle piante malate d’attecchire, la legalità vige quando un condannanato ha la certezza della pena, e non la libertà dopo pochi anni o pochi mesi. La legalità in primo luogo si manifesta dalla volontà politica di non occupare solo poltrone, ma agendo, lasciando in un angolo i miseri interessi elettorali e di partito, accantonando le beghe da comari a cui troppo spesso indegnamente il cittadino è costretto ad essere spettatore passivo. Troppe opinioni difformi creano solo fumo, troppe parole spesso producono inattività e inedia, mentre sulle strade si continua a morire, mentre nei vicoli si continua a spacciare, mentre il contrabbando dilaga e il taglieggo è fonte di sostentamento dell’antistato.
Davanti a questo ennesima carneficina ora abbondano le dichiarazioni, abbondano i proclami che invitano al cambiamento, che gridano allo sdegno, e alla necessità di rompere il muro di indifferenza. Ma dov’erano fino ad una settimana fà questi politici? Dov’erano i rappresentanti istituzionali? Oppure esiste una cifra non scritta di morti ammazzati che una cittò può sopportare, ed oltre a quel fatidico numero non si può più tacere, e si deve inizare a blaterare?
I quotidiani oggi abbondano d’articoli, di parole e proposte, ma tanto forse tristemente lo si sa già, passata l’onda emotiva di sdegno, tutto tornerà come prima, peggio di prima, fino a che una nuova emergenza non eromperà nuovamente. Ma alla fine, di tutto questo parlare rimarrà solo il silenzio assordante, le grida al cielo delle madri che piangono i figli, rimarrà solo il dolore composto e angosciante degli innocenti che abbandonati dallo Stato e dalla politica, dovranno continuare la loro quotidiana battaglia per la sopravvivenza.

Marco Bazzato
01.11.2006
http://marco-bazzato.blogspot.com/

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