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mercoledì 29 luglio 2009

Non abbandonate i cani prima delle ferie, sistemali prima!



«Nonno, mi racconti una storia?» domandò il nipote seduto davanti al fuoco.
http://marco-bazzato.blogspot.com/

Il nonno mise un altro ceppo e la fiamma si ravvivò. Fece un sospiro, fissò il ragazzino avvolto nelle pelli d’animale. Nonostante il calore della fiamma, la piccola capanna non riusciva a riscaldarsi. Quell’inverno era uno dei più freddi che il vecchio ricordasse. E di primavere ne aveva viste più di sessanta, ormai.

«Non è una storia ambientata nel passato, ma sono le previsioni degli anziani del villaggio, quelli con molti più anni di me, che riescono a vedere oltre le nebbie del futuro. E sarà un futuro, secondo loro terribile per gli uomini.

«Perché nonno?»

«Perché diranno che quelle bestiacce che abbaiano, quelle bestiacce che si aggirano attorno alle nostre capanne in cerca di cibo diventeranno i nostri amici…»

«Nostri amici?»

«Sì. Dicono nostri amici, ma io spero che ciò non avvenga mai, sarebbe la fine del mondo che noi conosciamo…la fine…»

E il vecchio iniziò a raccontare…

In un futuro lontano lontano il mondo sarà diverso. Gli uomini non vivranno i capanne fatte di canne, ma in case fatte di sabbia acqua ,mescolata ad una cosa che nessuno sa cosa sia, chiamata cementum. Avranno il calore in casa, ma senza usare fuco e legna. Cuoceranno i cibi sopra piastre di metallo dove gli spiriti maligni creeranno il calore. Gli anziani dicono che saranno gli spiriti dei defunti, dei figli bastardi, dei codardi, dei guerrieri senza onore e delle donne che si sono concesse ai piaceri della carne, donandosi come prostitute non all’uomo scelto per loro dagli anziani, dai genitori, ma scegliendo secondo le loro volontà. Un mondo così non sarà destinato ad esistere. Un modo così sarà condannato alla dissoluzione nella perversione. Un mondo dove la donna può decidere il proprio destino sarà un mondo condannato all’estinzione.

Ma il mondo potrebbe anche, pur pagandone un prezzo altissimo tollerare certe empie scelte, certe scelte che mettono il desiderio carnale di una donna al primo posto rispetto al diritto del maschio d’essere signore e padrone del destino della riproduttrice. Ma gli uomini e le donne del futuro andranno oltre a questa follia suicida. Andranno oltre a questa dissoluzione dei costumi millenari da quando il grande spirito ha creato il tutto.

Gli uomini si abbasseranno ad essere bestie ed eleveranno gli animali ad umani. Con risultati catastrofici. Lo dicono le stelle, lo dice la fiamma del fuoco, lo dicono le ossa degli infanti bolliti di cui ci siamo cibati. Basta guardare i loro crani così fragili, per rendersi conto di quanto fragile e vuoto sarà il destino che attende l’umanità. Un’umanità che si porta l’animale in casa, un mondo dove il latrato della bestia assassina diventa moina, diventa guaito di presunto affetto, dove la bestia sarà il condottiero del non vedente, dove il pulcioso vorrà salvare l’umano dall’annegamento, dalle fiamme, dalle catastrofi che gli spiriti celesti mandano all’uomo per punirlo e mondarlo dalle sue iniquità. Nel futuro sarà la bestia a che condurrà la casa dell’uomo, perché costui si sarà instupidito e rammollito, perché penserà più al cibo del quadrupede che non al cibo del bipede che è figlio dei proprio lombi…


Fuori si udii una bestia ringhiare. Era il ringhio furioso di una creatura affamata di carne, di una creatura demonica che voleva infilare i denti aguzzi nella carne d’un infante.

Il vecchio si alzò con la lentezze che il fragile corpo gli permetteva. «Prendi quell’infante» ordinò con voce rassicurante.

Il ragazzo si alzò e tolse dal recinto il neonato di pochi mesi frutto della vittoria del giorno precedente su una tribù nemica. Questi si mise a piangere, ma il nipote eseguì. Il nonno nel frattempo aveva raccolto l’ascia di pietra. Il manico era fatto con la tibia di un guerriero del villaggio morto anni prima.

«Mettilo sull’altare sacrificale».

Il ragazzo eseguì. Il vecchio alzò l’ascia al cielo, proferì una preghiera sommessa dal Dio del Sacrificio e fissando per un ultimo attimo gli occhi del neonato che sentendo per istinto avvicinarsi l’ora della morte pianse disperatamente ancora più forte. Il vecchio calò, con tutta la forza che gli permettevano le sue vecchie ossa, la pietra dell’ascia sul cranio del piccolo, frantumandogli la scatola cranica, facendolo morire all’istante.

Il nipote, che aveva assistito alla scena, fissava il nonno incantato. Ammirava il suo coraggio, la sua mano ferma, il respiro che non era mai diventato affannoso, e sorrideva. Non vedeva l’ora d’essere come lui per abbattere i nemici, anche quelli inermi, usando la medesima determinazione. Ma a tutto ciò mancavano ancora due anni. La sua iniziazione sarebbe avvenuta al compimento del dodicesimo anno. Sarebbe diventato adulto solo dopo aver superato la prova della decapitazione di una donna anziana della sua tribù. Questo era il volere della legge e lui adorava quella legge scritta nelle stelle dal Dio del passaggio del rito del sangue.

«Prendilo, smembralo e lancia i resti fuori dalla tenda» ordinò il vecchio dopo aver sollevato il cadavere dell’infante al cielo, bevendo il sangue che usciva dalla ferita sulla testa.

Il ragazzo eseguì. Era il suo primo smembramento, il padre glielo aveva sempre promesso ma mai glielo aveva fatto fare, ora il nonno gli offriva questa opportunità e lui voleva coglierla in segno di rispetto.

«Bevi il suo sangue. Anche se sangue del nemico questo è sangue puro» disse mentre gli porgeva il cadavere. Il ragazzo non si fece pregare. Prese il corpo dell’infante, lo adagiò prima a terra e poi con le piccole mani entrò nella scatola cranica e trovò la massa gelatinosa dove gli stregoni dicevano si celasse lo spirito. La toccò con le dita e poi provò ad estrarne alcuni pezzi. Dopo vari tentativi, mentre il nonno lo osservava compiaciuto ci riuscì .L’assaggiò. Era buona.

«Bravo, ora appoggia la bocca sulla testa e bevine il sangue. Ti sentirai rinvigorito». Gli disse sorridendo compiaciuto. Il nipote eseguì. Era divino. Sembrava veramente di toccare il Dio del passaggio.

«Posso smembrarlo ora?» chiese timidamente mentre rivoli di sangue e materia celebrale gli uscivano dalla bocca.

«Certo, se vuoi ti aiuto. Io lo tengo e tu tiri…»

Il ragazzino annuì. Il nonno si avvicinò al corpicino e gli prese la testa, mentre il nipote gli afferrava le gambine inerti. «Tira forte, senza paura.». Lo incitò. Il ragazzo non se lo fece ripetere due volte. Contò mentalmente fino a tre poi diede uno strattone. Si sentì un “crac”. L’osso del collo si era rotto, ma anche le ossa delle gambe. Ora restava da vedere quali dei tessuti avrebbero ceduto per primi, se quelli del collo o quelli delle gambe. Il ragazzo sperò in quelli della testa. E così avvenne. La testa rimase in mano al nonno, mentre il resto del corpo si inclinò verso il basso, ma Saruk, non lo fece cadere a terra.

«Bravissimo, ora fai la stessa cosa prima con le gambe e poi con le braccia. Puoi farlo da solo, senza bisogno del mio aiuto» lo incitò Ferrus,il nonno.

Saruk rinvigorito dal gesto di coraggio annuì contento. Prese con una mano una gamba e con l’altra, l’altra gamba e sollevando il cadavere verso l’alto, le allargò fino a quando non sentì che entrambe le ossa avevano ceduto.

«Tira, forza, non avere paura. Tira».

Aveva la fronte imperlata di sudore per lo sforzo, ma sapeva che ci sarebbe riuscito. Doveva farcela se voleva diventare un guerriero forte e valoroso. E ce la fece. Dopo che le ossa si furono spezzate, vide anche la friabile carne ed i muscoli lacerarsi. Vide le ossa, i nervi, il sangue che sprizzava fuori copioso. Sorrise compiaciuto di se stesso.

Era come togliere la cosce ad uno dei volatili che scorazzavano nel piccolo recinto costruito dalla madre. Ora doveva toglierli le ali. No anzi, si corresse mentalmente, le braccia.

Ripetè subito dopo lo stesso con le braccia del cadavere del neonato.

«Fatto, ora cosa devo fare?»

«Raccogli tutto e gettali fuori. Quando la bestia si avvicinerà per cibarsene, noi la prenderemo. Sei d’accordo?»

«Si, ma prima voglio sapere come va a finire la storia» lo esortò Saruk, gustandosi il sapore di materia celebrale e sangue in bocca e deglutendo il tutto lentamente.

«Bene…» disse il nonno, ravvivando nuovamente il fuoco e gettando uno sguardo sugli arti, il tronco e la testa del neonato smembrato.

… Le ossa parlano chiaro. Quelle bestie domineranno il mondo. Non sarà più concesso cibarsene come facciamo noi. Non sarà più concesso scuoiarli per ricavarne pelli per proteggersi dai rigori dell’inverno. Quelle bestie riceveranno il cibo migliore del nostro, la carne migliore, il pesce migliore, sarà vestito come un uomo per non sembrare più una bestia.

In molti dicono che fra migliaia di lune tutto quello che vediamo oggi non esisterà più. Non si potranno bollire i nemici, non ci si potrà cibare dei gli infanti nati morti o uccisi per necessità di sostentamento o uccisi per divertimento o riti sacrificali. Nulla. E la donna sarà la migliore alleata della bestia, soprattutto se non avrà discendenza, considererà la bestia la sua discendenza, circondandola d’attenzioni animalesche che di umano non hanno nulla…

«Non può essere» lo interruppe il nipote. «Il mondo, l’uomo del futuro non potrà essere così stupido da cedere a tutti i ricatti della donna e dell’animale. Sarà la fine per tutti loro. Possibile che non sapranno fermarsi in tempo?» Terminò quasi bisbigliando dallo spavento.

«Ti ricordi cosa abbiamo fatto due giorni fa? Gli domandò il nonno cercando di distogliergli i pensieri cupi su un futuro che grazie agli spiriti non potrà mai conoscere.

«Certo» Rispose Saruk, indicando nel frattempo con un dito i resti del neonato.
«Hai fame?»

«Sì»

«Mangia pure, ma lasciane per la bestiaccia qua fuori»

Saruk si avventò sull’addome del cadavere. Aveva i denti aguzzi e affilati e gli fu facile laceragli il ventre e tuffarsi, come un ingordo, nello stomaco, nel fegato e nei reni del neonato, dando dei rapidissimi morsi e strappando ampie porzioni.

Saruk era abituato alla carne dell’animale che abbaiava. La sua tribù non poteva permettersi spesso carne dei nemici. Anche se erano guerrieri valorosi, in quelle terre desolate le tribù con cui combattere e vincere erano poche, dovevano accontentarsi di altri tipi di carne e quella che prediligeva di più, dopo quella umana, era quella degli animali che abbaiavano, e in quelle terre non mancavano.
Saruk, dopo aver gettato i resti del neonato fuori dalla tenda, lasciandoli abbastanza vicini per poter prendere la bestia abbaiante, uccidendola mentre se ne cibava rimase con la mano destra sulla pelle della tenda tenendola socchiusa, pensando…


….Era stata una giornata di caccia bellissima. Le bestie abbaianti in quella zona erano moltissime e di specie diverse. Alcune avevano gli occhi di due colori, altri il folto pelo marrone o nero, con le zampe grosse, o con il pelo bianco e a riccioli, altre ancora abbaiavano sempre e sembravano quasi senza pelo e si attaccavano alle gambe facendo gesti che a Saruk sembravano strani, ma non a suo padre e a suo nonno che non dicevano nulla, ma sorridevano.

Ne avevano trovati quasi una decina di quelli che anche da grandi sembravano senza pelo. La madre in quel momento non c’era. Forse era andata in cerca di cibo. Quando il padre di Saruk gli aveva visti, rannicchiati in un piccolo pertugio sottoterra, aveva gridato con tutto il fiato che aveva in gola. Saruk era stato il primo ad arrivare, seguito dal nonno e da altri tre uomini della tribù.

Il ragazzo sorrise. I cuccioli non avevano più di qualche settimana. Dovevano essere buonissimi, si disse tra se pensando a quanto sarebbe avvenuto dopo poco.
Il nonno prese quello che sembrava il più grasso e lo alzò al cielo in segno di ringraziamento. Poi prese un oggetto accuminato dalla bisaccia in pelle e glielo infilò nell’occhio. L’animale guaì per il dolore ed il gruppo sorrise. Ferus gli cavò prima l’occhio destro e poi il sinistro e li diede al più giovane del gruppo, a Saruk, affinchè una volta adulto avesse lo stesso sguardo dell’animale durante la caccia.
Il ragazzo dopo aver fatto un cenno col capo prese con le mani gli occhi che il nonno gli porgeva e li ingurgitò, deglutendoli senza masticarli.

La piccola bestia accecata continuava a guaire per il dolore, ma nessuno se ne curava. Il Dio del cibo richiedeva ben altri sacrifici.

«Posso farlo io?» domandò Saruk al padre.

Il genitore annuì.

Saruk prese la bestia che guaiva e la getto sopra una grossa pietra con tutte le forze che il suo giovane braccio gli permetteva. Poi a turno tutti i membri del gruppo saltarono sopra il corpo ormai morto del cucciolo, danzando. Facendo poi lo stesso agli altri della cucciolata.

A,l termine il nonno prese una grossa pietra tagliente e tolse la pelle ai cuccioli gettandole nella bisaccia, per farne in seguito copri capi ed ornamenti per le tende e la carne in un'altra bisaccia per dividerla con il resto della tribù. Non restava che attendere la madre dei cuccioli. Lei sua carne era destinata alle donne della tribù…

Ritornò in se, strappato dai ricordi, quando udii una bestia avvicinarsi con passo furtivo. Gli occhi di Saruk si erano abituati all’oscurità e scorse l’animale abbaiante che ormai era a pochi passi dal cadavere fatto a pezzi del neonato.

Saruk ne rimase stranamente affascinato. Era la prima volta che lo vedeva sotto quella luce e….

…e Ferus vide che il nipote, dopo aver lasciato chiudersi alle spalle la tenda di pelliccia, si era portato all’esterno, e si stava avvicinando alla bestia, non come un guerriero, ma quasi in segno di resa. L’animale si avvide del suo gesto e dopo aver ignorato i resti del neonato si avvicinò a Saruk senza né ringhiare, nè abbaiare, ma guaendo in modo che a Ferus parve quasi umano, quasi come il suono affettuoso di un neonato che cerca dal seno il latte materno. E il latte materno, per la bestia abaiante sembrava impersonata dal nipote.

«Vieni qui…» bisbigliò il ragazzo all’animale.

Questi gli si avvicinò annusandoli con circospezione la mano che odorava del sangue del neonato.

Tutto avvenne in pochi istanti.

Saruk cadde a terra con il nonno ansimante che lo fissava inorridito.

Gli anziani del villaggio avevano ragione, anche se non avrebbe voluto ammetterlo. Gli spiriti erano stati chiari. Suo nipote poteva diventare un corruttore dei costumi della tribù e andava fermato. E il compito era toccato, dopo che gli anziani si erano consultati tra loro, proprio a lui.

Ferus rimase ammutolito davanti al corpo morto, col cranio fracassato del nipote. Ma lui era lo strumento della giustizia degli spiriti del cielo.

Il cane dopo aver assistito alla scena, prima fissò il cadavere di Saruk e poi guardò dritto negli occhi Ferus,. Entrambi abbassarono lo sguardo. Ferus trattenne una lacrima, mentre il cane dopo essersi messo a latrare si voltò, fuggendo nel buio della foresta abbaiando di dolore per la morte del primo essere umano che l’aveva accolto.

Questo racconto è frutto della fantasia dell’autore. Qualsiasi riferimento a fatti, persone, circostanze, passate e/o presenti, uomini o donne vivi o morti è puramente casuale.

Marco Bazzato
29.07.2009

sabato 22 novembre 2008

La fiaba nera di Leni Danarova

«Nonna, mi racconti una storia?» chiese il nipote, con le coperte rimboccate quasi fino alla bocca, bisbigliando le parole per la stanchezza.
La nonna sorrise, ed iniziò.

….C’era una volta in un Paese lontano, una donna brutta e grassa, con gli spessi occhiali, dalla montatura marrone. La donna, amante del denaro, era una professoressa, senza arte e né parte di una lingua, considerata per anni, esotica nel suo Paese.

La donna si chiamava Leni Danarova. Il suo era il cognome di una potente famiglia, i cui nonni prima, e il padre di lei poi, avevano combattuto per la liberazione del suo Paese dai nemici, sia interni che esterni. Il padre di Leni era stato decorato al valore militare per il suo coraggio come partigiano quando nel Paese era arrivato il comunismo.

Il papà che amava moltissimo la bambina, però sin era reso subito conto che non aveva grandi possibilità intellettive. Era capricciosa,dispettosa, egocentrica, ma soprattutto odiava studiare. Imparava sempre lo stretto necessario per riuscire a fatica, a fine anno, ad essere promossa. Ma il genitore non demordeva. Sapeva che una volta che lui fosse decaduto nella materia inerte e decomponibile, la fine di ogni persona socialista, la figlia si sarebbe trovata smarrita in un mondo pieno di lupi ed avvoltoi affamati, pronti a divorarla ad ogni minimo errore.

Fu così che decise, per amore della ragazzina, una volta cresciuta, d’aiutarla in tutti i modi legali possibili. Sapeva che lui, in quanto ex partigiano aveva diritto, assieme ai suoi familiari, ad un trattamento di favore. E così scelse per la figlia le scuole più facili, in quanto col cuore colmo di sofferenza, conosceva ogni suo piccolo e grande limite insormontabile.

Una volta fattasi donna, Leni, entrò all’Università, non dalla porta principale, quello per lei sarebbe stato un scoglio troppo grande da superare, sarebbe stata una cima impossibile da raggiungere con le sue sole forze, ma entrò per una porticina secondaria, stretta, una porticina legale che permetteva a lei, figlia del grande partigiano, d’accedere con tutti gli onori – immeritati – all’istruzione Universitaria.

Trascorsero gli anni, e la giovane donna, maturava – come tutti – nell’aspetto esteriore, rimanendo però chiusa nel suo mondo fatto di invidie, meschinità e mediocrità strisciante che cercava di colmare con l’arroganza, la sopraffazione delle persone che vedeva intellettualmente e più capaci di lei, ma che non poteva sopportane la presenza, in quanto non si sentiva altro che un pulcino nero che zampetta sull’aia sporca della conoscenza, mentre i compagni e compagne erano cigni di sapienza. Alti, slanciati, con la mente acuta ed i riflessi verso il mondo che cambiava, pronti ed aperti.

«Ma nonna…» interruppe il nipotino «Nessuno diceva a questa qui che era stupidina?»

La nonna sospirò e continuò.

…No, nessuno aveva il coraggio di dirglielo in faccia. E più gli atri compagni di università tacevano per paura, più il potere di Leni cresceva. Avevano paura di lei. Aveva una lingua tagliente come un rasoio, e i suoi scatti iracondi erano diventati una leggenda nera che aleggiava tra le aule universitarie, dove proseguiva gli studi, non con la forza del proprio intelletto, ma con le spinte provenienti dal cognome e dalla storia paterna.

E fu così che si laureò, si specializzò in una lingua, che a quel tempo, quando il mondo era diviso in blocchi, era di sola competenza dei membri e dei figli dei membri del partito. Non si poteva conoscere una lingua occidentale, perché l’occidente in quegli anni era il male, era il terrore, era schiavitù dei bambini che lavoravano fin da piccini in fabbrica e non potevano nè studiare nè tantomeno lavorare, perché dovevano produrre e far fare soldi ai signori del capitalismo senza cuore.

Ma Leni aveva un anima socialista, un anima aperta solo a se stessa e alla propria fame di potere. Sapeva marciare a passo spedito, salutava la bandiera con la mano sul cuore, felice del sogno socialista in cui anche lei ne faceva, nel suo piccolo, parte.

Dopo la laurea si specializzò ancor di più, fino a diventare lei stessa insegnate teorica di una lingua che non comprendeva. Cosciente dei suoi limiti intellettuali, imparava come un robot capitalista, tutte le lezioni che doveva fare agli studenti a memoria. Paraola per parola, non dando mai spazio alle domande, non dando mai spazio agli studenti, affinché esprimessero i loro dubbi e le loro paure, perché erano anche le sue. Ma non lo doveva assolutamente dare a vedere a nessuno. Era il suo segreto più oscuro e tenebroso.

Poi, nel suo Paese il mondo cambiò, aprendosi a quell’occidente schiavista e demoniaco, aprendosi a quell’impero del Capitale che per anni le avevano insegnato ad odiare con tutta se stesse. Ma lei non aveva bisogno d’imparare ad odiare. Quel seme malefico e maligno si era istillato in lei sin dalla più tenera infanzia, germogliando piano piano,covando, complice la sua cronica incapacità universalmente acclarata, ma mai detta apertamente in faccia, come un cancro incurabile, un virus antico e primordiale, che avevano reso nel corso degli anni, anche le sue fattezze somatiche simili a quelle della donna di Neanderthal. Il suo istinto di sopravvivenza era pari a quello di un alligatore che non vede l’ora d’azzannare le ignare prede che si addentrano nel fiume paludoso della sua conoscenza, simile ad un cobra che attende, in agguato, per ore la preda, pronta a morderla, iniettandole il suo veleno mortale.

Lei era così. Non aveva amici, non aveva amiche. Voleva per se il palco, la platea, il loggione, voleva essere contemporaneamente primadonna e pubblico di se stessa, si sentiva Uno e Trino, ma soprattutto voleva ai suoi piedi adepti asserviti al suo volere, adoranti.
Nel corso degli anni, si era c
reato un seguito di discepoli neri, un seguito di apostoli in gonnella e non, che obbedivano ciecamente ad ogni suo volere,a d ogni suo comando, ad ogni suo più piccolo capriccio, divenendo anno per anno una cultrice – socialista – del proprio culto e mito, considerandosi la Dea Kali, che come una piovra dotata di innumerevoli tentacoli, atti a tenere in un cappio sempre più stretto e soffocante i suoi adepti, non lasciava a nessuno il diritto di un pensiero proprio.

Neli, a forza del suo passato, riuscì, dando gomitate allo sterno ed in altri posti delicati, sotto la cintola a farsi strada nella vita. La sua primitività esistenziale faceva si che non conoscesse il senso del rimorso, il senso cristiano della parola errore, il senso u mano della parola rispetto nei confronti dell’altro. Per lei, l’altro era solo un nemico, un muro da abbattere, una barriera intellettuale da demolire, seppure non ne fosse all’altezza. Per Leni, le persone erano oggetti da manipolare, oggetti da infrangere a terra e calpestare,se non si piegavano al suo volere, se non si sottomettevano anima e corpo alla sua volontà e al suo delirio di onnipotenza.

Per lei, il mondo era lei, ed il mondo era in lei, tutto il resto erano solo realtà, a suo avviso non senzienti, da assoggettare, da rendere inermi, da rendere arrendevoli e miti al suo volere intriso di una megalomania senza fondo, di una megalomania senza coscienza e senza etica.

Lei era l’etica, l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine di tutte le cose visibili ed invisibili. Lei era il centro del sistema tolemaico universale, la Terra ove il cielo e le stelle si inchinano al suo volere. Si sentiva un dio onnisciente, onnipotente, un dio antico testamentario vendicativo e distruttivo. Si sentiva l’angelo vendicatore di Sodoma e Gomorra, si sentiva quel dio che comandò d Abrano di sacrficare, per la sua sete di sangue,l’unico figlio, Isacco. Lei si sentiva come l’artefice delle Sette piaghe d’Egitto, la signora del Nilo che distribuiva il limo benefico sulle coste del fiume africano.

Eppure si beava della sua bontà sanguinaria e salvifica. Si beava nel torturare psicologicamente gli studenti, che vedeva a lei superiori, schiacciandoli iniquamente, rendendoli zerbini frustrati ove poter pulirsi i tacchi. Quando adescava una preda, non la lasciva, la sfiniva, fino a che questa no capitolava esausta ai suoi piedi. Amava quel senso di potere che il ruolo, il cognome ed i trascorsi paterni le avevano permesso di raggiungere. Amava quel deliro onnisciente in cui spesso cadeva preda, ma a differenza dell’indemoniato sanato dal Cristo, lei era sempre monda, non c’era esorcismo possibile nei confronti della sua persona, del suo spirito abortito durante e prima del socialismo reale. Lì i suoi fantasmi erano nati e cresciuti, lì i suoi demoni avevano trovato un grembo ove accucciarsi e metter radici, come una piaga pruriginosa e pestilenziale. Ma lei non voleva scacciarli. Amava la loro presenza. Amava quelle bave infette che le uscivano dalle labbra, macchiandole i fogli sgualciti da decenni di rilettura sempre uguale. Sempre identica ad un disco incantato e rigato, ad un settantotto giri degli anni sessanta, impossibile da reperire anche al mercato delle pulci.

Il nipote sotto le coperte tremava. Vedeva la nonna trasformarsi e cambiare. Ai suoi occhi di bambino il volto dell’anziana signora tramutava lentamente le sue fattezze in qualcosa di indefinito ed indefinibile. Aveva paura. Aveva paura di quegli occhi neri come la morte, vedeva le sue pupille rimpicciolirsi ed arrossarsi. Sembrava che dietro quel volto apparentemente bonario si celasse un dio nero e sconosciuto. Un dio che emanava lampi di collera. L’aria nella camera si era trasformata e rarefatta, divenendo irrespirabile. La temperatura sembrava salita, lentamente, ma grado dopo grado, al piccolo il respiro risultava sempre più affannoso. Da alcuni minuti aveva iniziato a sudare copiosamente. Aveva la fronte imperlata di sudore. Tremava.

Era un tremito antico ed arcaico. Vedeva il fiato della nonna, nonostante il calore, uscire come fosse avvolto da una nube d’azoto, emanando un odore pestilenziale. Un odore che sapeva di antica tomba scoperchiata, di resta erose dal tempo, scarnificate dal sole ed erose dal vento. Era l’odore nauseabondo e dolciastro di un corpo gonfio di gas, già da settimane divorato da vermi e rapaci.
Il bambino vedeva il sorriso di Leni. Non era più il sorriso della nonna, ma del lupo, del licantropo, del vampiro pronto ad affondarle i canini nella gigulare, succhiandoli il sangue come una sanguisuga, pronta ad esplodere come una vescica infetta e prurolenta, rigonfia.

Il sorriso era cambiato, si era allargato a dismisura, come quello del lupo pronto a divorare, come la bocca dell’alligatore pronta a sbranare e divorare le carni. La bava le usciva dalle labbra, cadendo sul lenzuolo, bagnandolo e creando una macchia simile a quella di un bambino colpito da enuresi notturna.

Le fauci erano spalancate al massimo, pronte a fagocitare il piccolo, che gli apparivano come una caverna dimenticata dall’uomo da millenni. Il piccolo tremava come una foglia, lasciata in balia di venti ed eventi. Aveva paura. Era una paura antica, primordiale, irrazionale, ma terribilmente vera. L’anziana signora cambiava sotto i suoi occhi a velocità vertiginosa, sfocandosi come una foto sbiadita, come una foto scattata con una macchina fotografica impolverata dallo scorrere del tempo.

Il piccolo iniziò a gridare con quanto fiato aveva in gola, ma improvvisamente i suoni striduli uscirono muti ed afoni. Sembrava un animale braccato,come una gazzella immobilizzata dal terrore nella savana,in attesa delle fauci mortali del leone che gli strappassero la carne.

E così avvenne. L’essere mutato innanzi ai suoi occhi, gli si avventò sul volto, affondando i canini cresciuti a dismisura nelle carni. Il sangue zampillò improvvisamente copioso, mentre con le mani cercava d’allontanare quel mostro che la stava divorando. Senza riuscirci.

La donna-licantropo grugniva come un maiale affamato di piacere, godendo della sofferenza che stava infliggendo, mentre il piccolo, sotto di lei, cercava d’allontanarla con forza, senza riuscirci.

L’esile figura del piccolo andò in arresto cardiaco, emettendo bava bianca dalla bocca, afflosciandosi improvvisamente come una bambola di pezza, gettata in un angolo, disarticolata.

Solo a quel punto il licantropo abbandonò la presa, rendendosi conto di quanto aveva compiuto, lasciandoli posto alla donna, che con sguardo impaurito innanzi al corpo, apparentemente privo di vita, continuava ad eruttare sangue dalle vene squarciate dal morso vampiresco.

La donna iniziò a battere furiosamente con il pugno destro sul piccolo cuore arrestatosi, cercando di far tornare in lui la vita che stava fuggendo via. Il massaggio cardiaco durò alcuni interminabili minuti, finchè il piccolo riprese per alcuni minuti conoscenza, guardando con occhi vitrei la nonna sopra di lui che continuava a colpirlo.

La donna non udì le parole biascicate a fatica dal nipote, stava infatti cercando di tamponare la ferita al collo con un suo fazzoletto sporco di muco ed espettorato, senza riuscivi, ma impregnandosi completamente del sangue che rapidamente si coagulava.

L’anziana disperata iniziò a gridare il nome del piccolo, ma questi ormai indebolito per le ferite subite non poteva udirla.

Alla fine il cuore del piccolo cedette. Il dolore, il trauma, il sangue uscito era troppo anche per il suo giovane corpo, e quando la nonna si rese conto che quello era un corpo senza vita, fu presa – come gli accadeva con i migliori studenti che la sovrastavano per conoscenza ed intelletto – nuovamente dalla rabbia e dall’odio primitivo che la divorava e sollevò il cadavere,che già si stava irrigidendo per il rigor mortis, scagliandolo con quanta forza aveva in corpo sul pavimento. Scese dal letto ed iniziò a colpirlo, prima al volto e sul capo, fracassandogli la testa, poi, non paga dello scempio che stava commettendo, prese a colpirlo sul torace, sugli arti inferiori e superiori, saltandoli sopra con tutto il suo peso.

La stanza da letto era ormai un mattatoio bagnato di sangue e materia celebrale, era una camera degli errori e degli orrori senza fine che la donna si teneva in se sin dal giorno della venuta al mondo, e che come un grido proveniente dagli antefatti più oscuri del suo essere, come un drago iracondo, uscito dal vaso di Pandora, si era scagliata contro il mondo da lei conosciuto e creato nella mente da sempre disturbata.

Il piccolo continuava a rimanere col volto nascosto sotto le coperte. Svegliandosi improvvisamente sotto di esse spaventato e sudato. La nonna, accanto a lui, continuava a narrare imperterrita, come se entrambi fossero caduti in uno stato di coscienza alterata, ritrovandosi in un mondo diverso, in un viaggio verso l’orrore senza fine, dove al termine del tutto c’era solo sangue e distruzione, solo sangue, morte ed un cadavere distrutto dalla furia degli eventi celati in una mente malata.

Il nipote trasse un profondo sospiro, sollevando improvvisamente le coperte, ed uscendo con la piccola testa di capelli ricchi dall’oscurità. La nonna era, con lui, tenera e dolce, era li con lui affettuosa come sempre, sebbene per alcuni lunghissimi istanti avesse visto in lei qualcosa di oscuro, fuori dal tempo, eppure in lei che la soggiogava e rendendola schiava passiva e gaudente dei propri fantasmi.

Il piccolo fece un sorriso stanco rivolto alla nonna. Lei gli rispose con tenerezza, cercando di scacciare i pensieri e le visioni che da entrambi, simultaneamente, erano stati vissuti e convissuti.

«Non ti preoccupare, Nicolas, era solo una fiaba nera per far crescere forti e senza paura i bambini. Il mondo reale, anche se ti sembra diverso, è uguale. Solo quelli senza paura vincono, mentre gli altri debbono soccombere atrocemente, senza pietà. Spero che tu abbia imparato la lezione» disse tutta d’un fiato.

«Si, nonna Leni» biascicò confuso il piccolo. »Ho capito la lezione della fiaba».

«Bravo, ora dormi. Anche la nonna deve andare a dormire. Domani ho lezioni e non posso tardare. Sai, ho degli studenti presuntuosi, che hanno la pretesa di sapere più di me, e questo non posso permetterlo. Dovrò essere giustamente feroce, senza pietà perché il mondo della conoscenza non deve appartenere ai migliori, ma solamente alle persone – che come me – hanno potere e lo sanno usare con tutti i mezzi, senza provare pietà e sentimenti per nessuno».

Il bambino non capì quello che la nonna voleva dirgli, e preferì non dire nulla.
La nonna, alzandosi dal letto, gli accarezzò i capelli ed uscì dalla camera, spegnendo la luce.

Il piccolo rimase solo ed impaurito. Si mise una mano sul collo e la sentì stranamente bagnata di sangue e saliva e rabbrividì. E dentro di se capì che la nonna era veramente un licantropo, un vampiro, un demone nascosto in corpo di donna, e ne ebbe paura. Chiuse gli occhi cercando d’addormentarsi, ma non ci riuscì. L’unica cosa che vedeva era quella del suo corpo, in un angolo della camera, morto e ricoperto di sangue e materia celebrale, sparsa sui muri e sul pavimento. Ed in quel momento si rese conto che stava osservando la scena da un punto impossibile, dall’alto della camera. Cercò di scoppiare a piangere, ma l’unica certezza che ebbe era quella di una libertà celestiale e divina. Finalmente, grazie all’orrore di nonna Leni, era stato liberato da tutte le paure. Si sentì finalmente libero, lontano dall’orrore che sapeva ogni giorno la nonna commetteva.

Silenziosamente pianse per lei, avendo visto per pochi attimi, dove lei, al termine dei suoi giorni terrestri sarebbe decaduta, verso l’orrore e lo stridore di lacrime e sangue, per l’eternità.
Questo racconto è frutto della fantasia dell’autore. Qualsiasi riferimento a fatti, persone, circostanze, passate e/o presenti, uomini o donne vivi o morti è puramente casuale.

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venerdì 21 novembre 2008

Leni Danarova: concubina e saccheggiatrice culturale


Nelle precedenti puntate abbiamo parlato della “signora” Leni Danarova. Una donna veramente tutta d’un pezzo, infatti nessuno riesce a distinguere dove terminino i seni e dove inizi l’addome, che appare rigonfio forse per ingurgitazione d birra e superalcolici in quantià industriale.


Ma non è di questo “barile” che deambula con gli occhiali da miope come una talpa, che oggi ci si vuole soffermare. La nostra esimia – senza entrare nel suo privato – che forse farebbe rabbrividire un licantropo, essendo liberamente divorziata, forse perchè il tapino che in tempi oscuri l’aveva presa in sposa – senza richiederne dalla familgia il certificato di garanzia, soddisfatti e rimborsati, ha poi visto la luce, o forse un bel mattino, svegliandosi di buon ora ed essendo a stomaco vuoto, avendola vista flaccidamente distesa sul letto, forse a stento a trattenuto un moto di disgusto, sebbene la vedesse in penombra, ma il dramma potrebbe essersi compiuto completamente al momento che ha acceso la luce. E solamente allora si è reso conto di che razza di coso si muovesse sul letto e camminasse, per troppi anni, al suo fianco. Fu così che prese per se la salvifica decisione di lasciarla. E si vocifera, naturalmente alle spalle della barile con le gambe, che l’ex marito non le abbia lasciato nemmeno i mutandoni spochi e reggiseni tarmati e pulciosi.


Effettivamente per amore della verità, bisogna dire che la principessa di Monte Escremento, puzza come un topo andato a male, come un calzino sporco da mesi, con l’alito così fetido che sembra abbia ingurgiato un rotolo di carta igenica usato. Naturalmente, per rispetto della “persona” si evita di raccontare l’odore di sudore secco e vecchio emanato dalla decrepite ascelle, forse non rasate dal giorno della sconfitta di Napoleone Bonaparte a Waterloo.


Ma la nostra autodefinatasi regina di una lingua straniera – che dicono aver imparato a forza di nerbate sulla schiena, inflittele da padre, così stanco che il frutto dei suoi lombi si sia da sempre dimostrato intellettuamente sterile, dopo esser stata – saggiamente – lasciata dal marito, si è unita, come una pubblica peccatrice, con un vecchio ronzino, che da voci circolanti sembrerebbe avere moglie e figli ignari che l’attendono in Patria. Ma la nostra non si cura delle cose etiche, non sapendo infatti cosa sia proprio l’etica. Molti giurano d’aver vidto il barile camminante a braccetto col nonnetto, d’aver visto la lingua – nera – di lei infilarsi nell’orecchio dell’amanto, sbavando saliva come un San Bernardo, e macchiando i vestiti del povero marito che ha fatto la moglie cornunta in patria.
A volte però dispiace prendere a calci sul ventre obeso “della donna morta che cammina”, ma innanzi alle scorie fisiche rilasciate dalla “nostra” ad ogni piè pari, ma sopratutto disgustati dai rifiuti intelletuali che escono dalle sue vetuste e cadenti labbra superiori e inferiori, grandi e piccole, non rimane altro che la forza del silenzio, il non proferir parola davanti alle vette abissali di un esistenza vuota, camminante come una coprofaga a caccia dello stesso cibo emesso da uno dei suoi orifizi. Ed è brutto per descrivere una “persona” del genere, dover spingersi ad abbassarsi, degradandosi sino al suo livello, ma la verità seppur deprimente, malefica e maledetta, deve essere scritta, affinchè rimanga ai posteri testimonianza.


Ma la nostra non si ferma solo al concubinato cornificatore dovuto ad un marito traditore che vive – forse scappando da qualcosa o qualcuno – fuori dalla sua patria, nonostamte le slinguazzate bavose al suo concubino-amante – in pubblico, alla fine non rimane altro che un turpe e squallido comportamento privato. Ma sfortunatamente per chi la conosce, che sono sempre troppi, direttamente o indirettamente, non si limita a ciò. Circolano delle voci, non si sa se vere o leggende metropolitane, che quando la Leni in passato ha tradotto, oppure malelingue di ex suoi studenti che dicono che la “grande traduttrice” - incompetente affermano sotto i baffi in molti – invece d’aver, in questo caso in quanto donna, le ovaie per tradurre, sia solita, visti anche i presunti numerosi impegni – di scaldasedia, dovutaall’adipe, composta di cellulite e buccie d’arancie marcie – non abbia il tempo, o forse effettivamente, la capacità di mettere in pratica con se stessa, quanto a suon di bacchettate, nerbate, frustate e forse bestimme, visto il suo storico ateismo militante, impone, anche grazie alle sue sadiche e zitelle collaboratrici, prima fra tutte Arida Karapetkrava, ai suoi studenti.


In molti, come si usa dire in quel Paese, “scopano la mamma” si presume a sangue, in ogni orifizio, in particolare quelli più stretti, il che seguendo il Kamasutra che ne elenca ben sette, compresi i due principali, non dovrebbe essere una cosa facile. Ma a mali estremi, estremi rimedi.


Circolano chiacchere, voci , anche di molte sue ex allieve, che la “nostra malattia ” insegni con i metodi del Giurassico, dove a fatica, riesce a trovare nella sua impolverata e artereosclerotica memoria gli esempi più basilari. Ma in molti sussurrano che mai deve esserle fatto notare ciò, altrimenti il rapace, il serpente, il topo, il microbo culturale presente in lei, e che le alimenta il suo ego smisurato, espolde. Espolode come con la forza deflagrante che rischia d’assordare amici e nemici vicini e lontani, espolde con la rabbia cieca di chi superbamente crede, d’essere immune ad ogni critica, di chi – inconsciamente conscio della propria medicrità stratosferica – si aggrapperebbe anche al Signore delle Mosce, vendendo l’anima – atea e quinidi inesistente – a Satana,sperando che questo non s’accorga d’essere stato truffato, anche lui, come gli altri.


Naturalmente i male informati, cioè gli amici – se ne ha – della nostra, ma sopratutto quanti con questa – per interesse – sono costretti a lavorarci, pena la scomunica pubblica nel caso dicano qualcosa contro il Kappò, la sostengono a spada tratta, come cavalieri – ubriachi – senza macchia e senza paura, tranne le macchie di vomito raffermo da anni sulle tuniche, dovute alle abbondanti sbronze fatte per dimenticare la “capetta” o capretta senza arte e nè parte. Questi infatti, vinti dal terrore, si prostrano adoranti, come se costei fosse una divnità pagana, un essere superiore – per nequizia – al mondo intero. I suoi “bravi” la difendono anche a sprezzo del ridicolo, come dei frati medioevali, che avevano conoscenze teologiche pari a quelle di una zebra africana.


Leni, come un primate, cerca in tutti i modi d’arrampicarsi sugli specchi, ma ignomignosamente, ogni volta scivola – ruzzolando a terra – come se questi fossero cosparsi di sapone. La donna prova a mettercela tutta, ma la tapina non riesce, la tapina, cercando d’elevarsi oltre la mediocrità, ignomignosamente fallice, e con gli occhi colmi di rabbia, piange, impreca, urla come una pecora che sente l’odore della morte, prima che il boia la infilzi con la lama alla gola per immolarla come olocausto pasquale.


Il bello è che tutti sanno, ma pubblicamente tacciono, e con rabbia serrano le labbra, morsicandosi la lingua disgustati da quanto sanno, ma che hanno paura di di dire.
Anche i sassi del suo Paese, generalmente ignoranti conoscono Leni, e quando l’acqua scorre a rivoli, con la loro voce diffondono le loro conoscenze su di lei, che gingono in sogno ai bambini puri di cuore, facendoli tremare d’orrore per quanto odono.


Innanzi a tutto questo assordante, non rimane altro che gridare come, osservando il mondo dall’alto come un aquila sapiente, che diffonde il messaggio – senza paura – al mondo intero.


Questo racconto è frutto della fantasia dell’autore. Qualsiasi riferimento a fatti, persone, circostanze, passate e/o presenti, uomini o donne vivi o morti è puramente casuale.



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Marco Bazzato
21.11.2008
http://marco-bazzato.blogspot.com/

lunedì 6 ottobre 2008

Leni Danarova e Arida Capotekrava e l’oscurità dell’esistere






C’era una volta, o c’è oggi, ma domani non si sa ce ci sarà – come tutti del resto, in quanto dalla vita se n’esce solamente morti – in un Paese lontano, una piccola donna rotondetta, quasi grassa od obesa – dipende dai punti di vista – oggi forse sulla cinquantina, con gli occhialetti con montatura marrone, simile, come colore a quello di una “boassa” di vacca stitica, mioope e dala falcata minuta, che fa tanto Enrico Cuccia, l’ex presidente di Mediobanca, scomparso da tempo.
La signora si è laureata – al tempo del socialismo reale – nella più rinoma
ta Università dei Balcani, prima della caduta del Muro di Berlino, quando non contava non la bravura, ma la “Fedeltà alla Causa”, al partito, ma principalmente se aiutate dal cognome paterno, reduci della seconda guerra mondiale, che in quelli anni si aprivano, grazie a legali corsie preferenziali, strade e carriere immeritate.

Oggi Leni Danarova è una donna soddisfatta, felice del suo ruolo, del posto nel mondo accademico, serena perché pensa di saper insegnare – come una bulletta del Rione Santità pluriripetente, urlante ma omertosa – le regole della grammatica straniera in cui si crede Regina assoluta ed incontrastata, dove dall’alto della cattedra può catechizzare ideologicamente i poveri sudditi universitari, che vorrebbero apprendere di più della lingua straniera ma, pena sguardi biechi di riprovazione, sono costretti solo a prendere appunti, tacendo, senza fare domande, perché forse probabilmente se fatte fuori dal quel poco di in seminato e germogliato in testa , gli studenti riceverebbero deplorevoli silenzi.

Leni si limita ad entrare in classe, appoggiando sul pavimento la pesante borsa, dove tiene gelosamente nascoste, ma imparate a memoria, ogni singola lezione, e inizia a pontificare, educando.
Leni parla, ma non ascolta, guarda,
ma non osserva, vede, ma non memorizza. Tutto attorno a lei sembra sfocato e indistinto, col mondo che passa alla velocità di un Eurostar in viaggio verso uno schianto mortale, verso un deragliamento figlio dell’imperizia, verso un’ultima stazione, dove l’unica vita d’uscita certa è la morte. Morte non genera altro che pianto e stridor di denti, lamiere accartocciate, vetri infranti e corpi smembrati.
Leni insegna quasi rabbiosamente, con un tono di voce basso, modulato come una Sirena portatrice d’eventi nefasti, visto che nel suo Paese la bassa voce significa rabbia e minacce, perché ha paura. Ha paura, che un domani, non troppo lontano, gli studenti, fatte adeguate esperienze,fuggiti al suo macchiavelico controllo, possano imparare a ragionare con le loro teste, capendo che tanto forse è stato detto, ma poco gli è stato spiegato, perché costei vorrebbe eternamente essere – manco fosse una divinità eterna – la ferrea detentrice del sapere, negando che alla fine, come per tutti, l’ultima sua dimora, sarà nella “collina degli stivali”.

Gli studenti basiti tacciono. In quelle giovani menti, desiderose di sapienza giungono, come gli echi d’una battaglia campale della I guerra mondiale, i colpi di mortaio e cannone sparati dalla voce stridula di Leni che vorrebbe, prima, farsi udire da se stessa, provando a sentire quel richiamo bambino, ucciso dalla storia, schiacciata con orgoglio dal peso di una dittatura che a suo tempo la vedeva gaiamente in prima linea, e fiera verso il “Luminoso Futuro Socialista”, col braccio irrigidito sul tronco e la mano destra al cuore, cantando a squarciagola, come una campana col batacchio malformato e stonato, l’inno nazionale, all’annuale parata militare, urlante e decantante le lodi delle sconfitte fasciste.
Gli anni trascorsero, alla velocità di un film muto di Buster Keaton. Gli universitari passavano sotto i suoi occhi e sgrinfie, cambiando. Mentre le giovani e fresche menti erano sostituite da nuove generazioni d’universitari, lei come una cariatide – semestre dopo semestre, anno dopo anno, decennio dopo decennio – sempre più incartapecorita, rimaneva.

Rimaneva integerrima, come il soldato giapponese, il quale non sapendo che la II Guerra Mondiale era terminata da sessantanni, resta suo posto, sull’avamposto in un’isola sperduta del Pacifico, non segnata nemmeno sulle mappe di navigazione.

Gli studenti passavano come meteore che si disintegrarono all’ingresso nell’atmosfera, trasformandosi in scie luminose, stelle cadenti e morenti, scavanti minuscoli crateri nel terreno; come in una specie di selezione darwiniana, solo i più resistenti sopravvivevano alla furia devastatrice del suo indottrinamento.
Solo gli universitari più scaltri, prevalentemente “femmine”, col pelo sullo stomaco come “La donna scimmia”, sebbene non con la preparazione migliore, riuscivano ad entrare nelle sue grazie, ma a patto che si rimettessero in modo completo e totale al suo volere, firmando un patto di sangue con Satana, Signore delle Mosche e delle anime perdute.

Leni sapeva tutto, insegnava tutto: grammatica, filologia, etnocultura, ma soprattutto teoria della traduzione. Insegnava con la forza bruta di un bulldog randagio, risultante per deficit mentale, mal addestrato, senza aver per anni tradotto un libro. Eppure si reputava una recensente scafata del lavoro altrui, senza averne mai affrontato le difficoltà. Ma l’atrocità più nefasta era che insegnava agli studenti come tradurre, dando ogni genere degenere di cognizioni teoriche, o testi da elaborare da un linguaggio arcaico ad un linguaggio contemporaneo, salvo poi, forse in futuro, farne qualche libro, impossessandosi del lavoro altrui, affibbiandoci il suo nome in bella vista.

Poi un bel giorno di un passato lontano, è arrivata la prima traduzione, il primo libro. Un libro di un Capo di uno Stato teocratico straniero, e per riconoscenza verso quel dio che ne negava l’esistenza, provò ad elevare una preghiera al cielo, ma non conoscendone una – in quanto il suo Dio socialista imponeva l’ateistica ignoranza religiosa, ma indottrinata ai sacri testi di Stalin e Mao, ma provò a pregare, durante un temporale della Madonna, dove tuoni rombavano in cielo e i fulmini si scaricavano a terra. Poi finalmente le sue “preghiere” furono esaudite, in modo misterioso dal Cielo, e un chicco di grandine, grande come un limone, la colpì al capo, facendola stramazzare sul marciapiede, dove rimase per ore. E il mondo, per alcuni minuti, sempre troppo brevi, ebbe pace e silenzio.

Ad un certo punto il Muro cadde e il mondo cambiò. In quella parte d’Europa, per anni dimenticata dall’occidente, si era affacciata una nuova realtà, il nuovo mondo, la nuova utopia, l’Eldorado da seguire, la nuova ideologia diventandone servi vili e servili, attaccando – per l’ennesima volta – la carrozza, dalle ruote craniche bucate, alla locomotiva dei vincitori, svendendo al miglior offerente la propria identità, la propria essenza perduta – da sempre – nel giorno dell’aborto della coscienza.

Ma a Leni nulla importava. Il passato, il socialismo reale, i partigiani antifascisti, le tessere privilegiate per entrare all’università, per accedere – senza alcun sforzo, a parte quello della presenza come dormiente alle lezioni, ed in seguito alle vette più alte dell’insegnamento – non per qualità proprie – ma sulle spalle del padre. Tutto dimenticato, spazzato via come quei giovani che, piccone alla mano, univano Berlino in un'unica città,dentro un'unica storia, costruendo la nuova storia, ma soprattutto celando sotto il tappeto , rimuovendo dalla mente, le vergogne del passato.

In quel tempo, pochi anni dopo la caduta del Muro, aveva finalmente ricevuto – per grazia di un dio a cui nemmeno credeva – la libertà. Libertà di pensiero, di parola, ma soprattutto la libertà più grande: quella d’essere bandiera sventolante a seconda della direzione del vento.

Leni era come un cane da caccia, irriconoscente, addestrato a fiutare la preda. Sapeva servire ogni padrone, eppure non si faceva scrupoli d’azzannarlo, se in preda ad un raptus, al collo. Il suo nuovo dio, la nuova scoperta, il nuovo mondo si chiamava Capitalismo, senza rinnegare mai la sua primogenitura culturale: il Totalitarismo. Creando nel suo Paese, ma essenzialmente nella sua testa, il primo Capitalismo totalitario, come un Ceauşescu dei coatti, nel campo culturale e universitario,voleva sentirsi signora e padrona.
Solo lei doveva essere regina assoluta ed in
contrastata del sapere e della conoscenza tra il Paese occidentale, in cui si credeva esperta, e la sua patria. Lei e nessun altro, pena la morte sociale ed economica, mascherata esclusivamente dalla Sua da libertà d’espressione, andava usata contro chiunque osasse attaccare il suo feudo illuminato da un oscurità atroce e senza via d’uscita, ove lei, da decenni si era persa nei meandri e fagocitata nei corridoi nascosti ed imperscrutabili della sua stessa mente.

Gli anni dopo la caduta del Muro di Berlino passarono. Ed a lei si spalancarono le porte della Università straniere. Poteva finalmente sfoggiare il suo sapere, alla sua erudizione grammaticale, la perfetta conoscenza. come un matematico artistico, delle ferree regole che regolano una lingua. Poteva insegnare, fuori della sua patria, alle giovani menti straniere.

Era orgogliosa, felice come una bambina che può rapinare un negozio di giocattoli con una pistola ad acqua, certa di rimanere, per decenni, impunita. Quando rientrava in patria sentiva che il mondo – nel suo Paese – era ai suoi piedi. Poteva raccontare ai bifolchi che cercavano d’uscire dal lungo stallo dell’economia dovuto al dopo 1989, quello che voleva, accrescendo in maniera esponenziale il proprio ego, sentendosi, come uno dei leggendari Cavalieri della Tavola Rotonda, invincibile.

Gli anni trascorsero. Lei, andava e tornava in patria, tenendosi però ferocemente incollata la poltrona universitaria, al deretano ricco di cellulite e smagliature e pelle a buccia d’arancia, attenta che nessuno fuori del suo cerchio“magico, che non fossero fedeli adepti iniziati, non potessero, non solo mettervi piede, ma nemmeno respirare la sua alitosi di sapienza infinita.

Giunsero finalmente le traduzioni. La prima, tenendo non si è mai capito come, due piedi su tre argini, per un Paese sovrano terzo, per un monarca teocratico assoluto dello Stato più piccolo, ma economicamente dal reddito pro capite, più ricco del mondo.
Era giuliva, felice. Felice come una bambina diabetica che entra in un negozio di dolciumi, infischiandosene delle conseguenze, ingurgita bignè alla crema, brioches, caramelle, dolcetti ipercalorici, col rischio di coma e costretta poi ad abbondati iniezioni in dosi da cavalo, di insulina.

Ma quel primo testo libro fu un fuoco fatuo. Fuoco che si eleva dai cimiteri, da sotto terra, dove i corpi iniziando a decomporsi, emanano gas venefici, che salenti in superficie, sottoforma di fiammelle blu creano leggende nere e incubi, principalmente alle bambine col rischio di calvizie precoci, costringendole a portare la bandana, come se sottoposte a cicli di chemioterapia.

Ma Leni anni prima era andata oltre le proprie possibilità scrivendo una grammatica, che oggi è vista dagli specialisti come un insulto alla lingua dell’ autodivinizzatasi. Il libro à tuttora presente nei mercati rionali della capitale, venduto clandestinamente come merce avariata e tossica, quasi sottobanco sui carretti trainati da somari o vecchi ronzini, degli zingari e in rete, sebbene in pochissimi, visti i nuovi testi ora editi, hanno più interesse all’acquisto di un libro che oggi profuma come la carcassa di un dinosauro rimasto per mesi sotto il sole equatoriale.

Eppure nel corso dei decenni, Leni, quasi sicuramente avrà pestato i piedi a troppa gente, troppi professori suoi colleghi, che alla fine, col dente avvelenato, hanno trovato il modo di farla sentire come una scolaretta delle medie, costringendola ad un angolo, di cui, se ne avesse coscienza e conoscenza di dove è stata gettata, acquisterebbe una piccozza, iniziando a scavarsi – dopo aver sfondato il pavimento della stanza, demolito le fondamenta – una fossa, dove nessuno, nemmeno i figli all’estero,saprebbero come trovarla. Ma questo sarebbe poi avvenuto, oggi a sua insaputa, nell’ottobre del 2007, quando, dicono i ben informati, una commissione di un concorso di traduzione, istituto da un istituzione culturale dove Leni si crede esperta, senza nemmeno sapere chi fosse, ha invitato la vincitrice a “lavorare alacremente, tornando a studiare dalle prime classi elementari, sia sulla lingua di cui ha orgogliosamente, ma incautamente, la cattedra, sia sulla propria lingua materna, che a detta dei suoi connazionali, risulta quasi completamente incomprensibile, come se fosse stata scritta da un aliena di X Files, o di Indipendence Day.

Intanto Leni continuava come una Vedova Nera, l’aracnide che si ciba dello sposo, dopo le nozze, a tessere la sua tela, circondandosi come un Andrei Cikatilo fallito, dimenticato, e giustiziato, di adepti che la facevano apparire ai discepoli adoranti come una Mamma Ebe, santona ed imprenditrice, condannata per circonvenzione d’incapaci, percosse e plagio, ad auutoedificarsi il culto della personalità di leniniana memoria.

Il suo gruppo, composto da sole donne, come amazzoni, estintesi dalla storia, ha come capofila, pronta ad inviare ai materassi le picciotte, una certa Arida Capotekrava.

Arida Petrorakova è una donna, anzi, una single, una signorina – i maligni pensano addirittura illibata – che nel suo Paese, essere “libera” a quasi trent’anni la rende candidata ideale per la corona dizitella a vita, tutta casa e cattedra, a parte quando si diletta, da principiante o novizia virginale, a qualche lavoricchio, malfatto, di redattrice di libri. Uno solo, per quanto oggi è dato a sapere. Anche lei, come al Sua Signora, Grande esperta, oltre che di grammatica ed etnocultura, di teoria della traduzione, senza uno straccio di libro tradotto.

La grande occasione di Leni per dimostrare all’universo, alle galassie, alla Via Lattea, per la precisione al terzo pianta del Sistema Solare, lala Terra, anzi per la verità al suo Paese, o per meglio dire ad un circolo ristrettissimo la sua maestria, finalmente giunge nel 2007, quando le è stato consegnato il libro di una “Misteriosa fiamma di una regina” solertemente tradotto, a quanto si biascica dopo qualche bicchiere di grappa, ad un prezzo fuori mercato, quasi da cravattaio, per il più grande editore del Paese, che nonostante qualche sguardo sbieco, ha accettato, in fede poverino, a scatola – piena di vermi – chiusa.
Il libro, a quanto si dice nelle taverne più malfamate della capitale,
è stato elaborato nella lingua materna della nostra, prendendosi un tempo che portava quasi alle calende greche (o che avrebbe quasi permesso l’edificazione della Grande Piramide di Giza, in Egitto, nella Valle dei Re, quelli veri dove) – quando il destino si dice bastardo – ha dovuto essere redatto, cosa più unica che rara da ben due redattori, e una di queste era Arida Capotekrava, più un esperto linguista, per la pulizia finale del testo della lingua di Leni. Chiaramente l’editore, dopo aver imprecato contro qualche divinità, si è reso conto – troppo tardi – in che razza di “luamaro” si era cacciato, e dovette correre ai ripari. Ma si sussurra anche negli ambienti editoriali, che una volta visto il lavoro svolto, anche dai redattori, si sono messi le mani sui capelli, anticipando quanto poi, nel 2007 ad ottobre, avrebbero detto i colleghi stessi di Leni, quando questa vinse un concorso per la traduzione, indetto da un istituto culturale straniero, del romanzo “Pietre malate”.
Ci sono state in passato molte voci di corridoio, che nascoste dall’anonimato, hanno affermato, che Leni abbia cercato spesso di tradurre dei libri, ma quando era contattata,schiava servile della superbia e della voracità danarifera, sparava cifre da manicomio criminale, dove gli editori a volte annebbiati dalla fama, accettavano, chiedendo a riprova della sua sublime magnificenza alcune pagine di traduzione, salvo poi strapparsi con le unghie i bulbi piliferi, quando leggevano il tradotto in forma incomprensibile, mandando – giustamente – a monte il contratto e rivolgendosi altrove.

Dice la leggenda che “la lenza” di Leni, fino a poche settimane fa, non sapesse il significato dell’idioma “Che Lenza”, il che dice tutto sulla sua presunta conoscenza della lingua che pretende d’insegnare alla giovani generazioni. Ma d’altronde, ripercorrendo il suo passato, la sua storia, non ci si può aspettare nè di più, e nè di meglio, in quanto, molti dicono, che il fumo sia molto, ma che l’arrosto se l’è mangiato lei stessa.

Le malelingue spifferano che Leni e i suoi compari, che emanano assieme emanano affluvi nauseabondi da “Banda dei quattro”, non si sono fermate, e che l’esimia, dando sfoggio pubblicamente, davanti ad una platea di cento persone, abbia fatto l’ennesimo buco nell’acqua, andando a fare le pulci ad un libro, di cui dopo un’attenta rilettura delle critiche di bassa lega di Leni, anche al più inesperto dei traduttori è risultato chiaro che questa si è persa perduta nei propri liquami della sua vanagloria. D’altronde dice sempre il solito anonimo ben informato, dice che una che confonde “olio profumato” per “olio santo” – perché traduce i testi di un teocratico monarca straniero, che ogni domenica si affaccia, come una qualsiasi domestica, ad un balcone che da sulla piazza del mercato – dimostra che il contatto con la realtà, col mondo reale è definitivamente morto e sepolto.

Ma l’apoteosi del ridicolo di Leni Danarova e Arida Capotekrava hanno provato a raggiungerlo, quando quest’ultima, in spregio ad ogni più elementare norma etica scritta e non, ha avuto l’ardire di proporre la sua ex professoressa per un premio come migliore traduttrice, quando anche un somaro , che non fa altro che brucare, ragliare, urinare, defecare e montare la somara, sa benissimo che sarebbe stato in conflitto d’interesse , se fosse andato a proporre qualche suo collega di traino del carretto per il premio del miglior servitore dell’anno. Evidentemente Arida Capotekrava, troppo elevata – secondo lei – per capire queste cose semplici. Il tutto non le è passato nemmeno per la testa, o se fossero passate, sarebbero entrate da un orecchio ed uscite – senza trovare ostacoli di sorta – dall’altro, disperdendosi nell’etere come la rugiada mattutina che evapora, quando il sole inizia a scaldare – il mattino – l’erba, non quella fumata.
Questa fiaba nera, tristemente satirica di Leni Danarova e in parte di Arida Petrorakova sta forse lentamente facendo il giro del mondo, piano piano, a passo felpato, senza far rumore, per giungere, un giorno – forse – alle orecchie delle due tapine, che vittime, la Leni del proprio ego, e Arida della propria sudditanza nei confronti della “Gran Maestra”, continua a vivere, vegetando, come un malato eterno in coma irreversibile, nell’illusione di risvegliarsi, forse un giorno, dal sonno della ragione.

Oggi si vocifera che Leni Danarova, non insegni più nell’università ove si è laureata, ma che sia passata – dopo aver vinto il concorso – alle sudditanze di un’università privata, felice di proseguire la sua storia e il rapporto – secondo lei – idilliaco con i poveri studenti.

Questa fabula è per grandi e piccini. Per i grandi perché tornino ad avere la purezza dei bambini che guardano al mondo con occhi incantati e privi di malizia, con gli occhi puri della fanciullezza, indipendentemente dal luogo di nascita o cultura di provenienza, indipendentemente dalla lingua e dall’estrazione sociale.

È una fiaba, anche nera e dura per tutti i bambini, affinché, una volta “grandi” nella società e adulti, ricordino con cuore colmo d’orrore la triste e dolorosa fiaba di Leni Danarova e di Arida Capotekrava, ricordandosi nella vita di non essere mai come loro, perché alla fine, il fuoco eterno, le fiamme salenti al cielo dell’inferno, che giungeranno dopo il trapasso le arderanno per l’eternità, lasceranno questa terra, questa valle di lacrime pianto e gioia, con l’ultimo barlume di coscienza, prima d’esalare l’ultimo respiro, con l’itera vita che scorrerà loro innanzi agli occhi, non avendo però, poi il tempo, di chiedere perdono a nessuno e andandosene col cuore gonfio, all’ultimo battito col rimorso d’essere vissute inutilmente, provando quel dolore che nessun moribondo dovrebbe mai conoscere prima d’esalare l’ultimo respiro, correndo impauriti poi, per l’eternità, verso l’oscurità.

Questo racconto è frutto della fantasia dell’autore. Qualsiasi riferimento a fatti, persone, circostanze, passate e/o presenti, uomini o donne vivi o morti, è puramente casuale.


Marco Bazzato
Scrittore
06.10.2008
http://marco-bazzato.blogspot.com/






venerdì 7 marzo 2008

Aborto terapeutico 4

Inizio …

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Gianna era riuscita a raggiungere la cucina. Udiva due porte più indietro le grida del marito che malediceva i vivi ei morti, augurava tragedie a lei e a Samuele, detto Giuda, il piccolo grumo di cellule evacuate, partorite o messe al mondo, a seconda della gradazione alcolica dell’uomo, dalla moglie 9 anni prima. Sapeva, ora che si era barricata in cucina, che avrebbe dovuto faticare per stanarla. Ma quello non era un problema. Avrebbe fatto come da abitudine: urlato, sbraitato, battuto i pugni sul muro e sul tavolo del salotto, fino a quando alla moglie non fossero saltati i nervi. Si divertiva a vederla arrabbiata e furiosa, la amava ancor di più quando la sentiva inveire contro di lui, quando minacciava di cavargli gli occhi,anche se aveva la sensazione che questa volta le cose sarebbero andate in modo diverso dalle precedenti.

Gianna nel frattempo cercava di riacquistare lucidità. Era stata strappata dal sonno e aveva ancora la mente intorpidita ed era affamata. Ma alla fame poteva rimediare, mentre Ivano no, anche perché dopo che pochi mesi prima era stato rapinato, il portafogli era perennemente vuoto e sarebbe stato costretto a scendere a compromessi. Il frigo era pieno, c’erano provviste per giorni. Sorrise tra se. Era un sorriso beffardo, di sfida, un sorriso maligno che racchiudeva un odio primitivo, non rivolto all’uomo che amava, ma verso quel passato che aveva chiuso in un cassetto, a doppia mandata, dei ricordi.

Aveva,come previsto,iniziato a gridare. Erano come guaiti di un cane ferito, come amenti di un bambino agonizzante dopo che la sua casa è stata distrutta da un attacco aereo e piange disperato, perché attorno c’è solo morte, desolazione e sangue. Il volto di Gianna, a quei pensieri, prese una bianca luce cadaverica, come se il dolore altrui, oltre che consumarla, la rendesse più forte. Quel cane del marito continuava a latrare, mentre nuove immagini si formavano nella mente, dandole piccole scosse clitoridee, come se un picchio le picchiettasse col becco su quel favoloso punto sensibile. Immaginò il cane lanciato giù dalla scarpata dai marines americani in Iraq . Immagini erano messe su You Tube, per la gioia degli antianimalisti che reputavano l’uomo superiore alla bestia, per la goduria dei cacciatori lapponi o della Groenladia, che per denaro, gioiosamente randellano al capo i piccoli di foca, solerti come una madre premurosa, attenti a non rovinare quelle preziose pellicce, faticando a bastonare, quando si indurisce il membro, non per il freddo, provocandoli fremiti di piacere sulla punta del glande. Gianna sognava d’essere in quella landa desolata dell’Iraq, in mezzo agli aromi della battaglia, assaporando il nauseabondo tanfo degli agenti chimici, od essere giù dal dirupo, dove i militari avevano lanciato il cucciolo e fissarlo sugli occhi, mentre col cranio mezzo fracassato e le interiora che uscivano dall’addome, a fatica prendeva gli ultimi respiri di un’aria contaminata per spirare cercando, con quegli occhi animali, una pietà che non meritava.

Ricordava con piacere, quasi fisico, quelle volte, già pochi mesi dopo il matrimonio, si fermavano, con la vecchia, sempre, sudicia Lancia Prisma nera sui cigli della strada, quando vedevano qualche animale ferito. Ivano era stata la prima persona, che lei aveva fatto conoscere l’altra faccia dell’animalismo, non come falsa propensione all’amore verso le bestie, ma proprio al far uscire l’individualità animale represse per falsi indottrinamenti sociali. Non si erano ancora sposati, quando si fece il suo primo cucciolo che gli era ancora stampato nel cuore. Era un bastardino, forse di pochi mesi, che tornando da Venezia, avevano visto lungo la Statale Romea, la statale della morte, chiamata così per l’alto lavoro che procurava a carrozzieri e becchini. Fu lei che vide il cucciolo sul giglio della strada. Ivano, che con la sigaretta perennemente in bocca e le due fiaschette, una di vino e l’altra di grappa, a portata di mano, complice l’alcol ingerito e lo stomaco vuoto, tentando di tenere in strada la Prisma, che con le gomme lisce sembrava uno sciatore che terminata una sniffata di coca, fa la discesa libera della coppa del mondo, non si accorse del frugolo peloso agonizzante.

«Frena, ubriacone di merda che non sei altro!» sbraitò la donna, soffiando fuori, trattandosi dall’ennesimo accesso di tosse, dovuto al cannone di Maria che lei e Ivano si passavano a vicenda.
«Cazzo vuoi, tossica che non sei altro?» domandò mentre l’auto sbandava paurosamente verso sinistra, mentre dalla corsia opposta giungeva un autocisterna dell’Agip.

«Vacca tua madre! Ci porti ad ammazzare, sterza, razza di idiota» urlò, come una gallina drogata, Gianna con le mani sugli occhi, assicurandosi l’anima o a qualche santo o a qualche demone.

Ivano, come di solito sbraitando, era riuscito a riprendere il controllo dell’auto “per un pelo di figa”, sterzando bruscamente dalla parte opposta al mezzo, scivolando sul ciglio della strada e rischiando di finire sul fosso.
«Torna indietro, dai. Ho visto un coso interessante» sibilò stridula col cuore che batteva in gola, non per colpa del mancato incidente, ma per il terzo cannone che si era fatta nel giro di poche ore.

Ivano inchiodò la Prisma e dopo aver ingranato la retro, fece marcia indietro. Il bastardino agonizzante era a poche decine di metri da dove si erano fermati. Appena lo vide, arrestò l’auto e imprecando come un ossesso, lo prese per la collottola sollevandolo da terra.
«Dove cazzo lo metto? Puzza da far schifo e non lo voglio in auto».

«Ma di cosa ti lamenti? ‘sto cesso e più sporco del letamaio per le vacche di mio nonno!»

«Fanculo!» sbuffò Ivano.

«Mettilo davanti alla ruota sinistra» ordinò Gianna scendendo dall’auto, attenta a non scivolare o cadere a terra, visti i forti giramenti di testa dovuti alla droga fumata. «Poi Sali in macchina e lentamente passaci sopra. Voglio vedere se riesci a schiacciargli la testa» terminò accucciandosi a terra e alzando la gonna, rilasso la vescica, traendone un orgasmico godimento. Dopo che ebbe terminato, fece cenno ad Ivano di avviare l’auto, e attese.

Il cucciolo respirava a fatica, ma come se l’animale fosse dotato di anima, iniziò a guaire, cercando di rialzarsi almeno sulle zampe anteriori, che non sembravano rotte dal precedente impatto.

«Muoviti Ivano, questo piccolo bastardo sta cercando si scappare. Brutta bestia maledetta!» imprecò la giovane.

L’auto avanzò lentamente e Gianna osservava gli ultimi attimi di vita del cucciolo con le lacrime agli occhi. Quando la macchina, col pneumatico, iniziò a premere sul piccolo corpo, l’animale iniziò ad abbaiare con il poco fiato rimastogli in gola e Gianna che avrebbe voluto darsi piacere da sola, godeva udendo i rumori delle ossa che si spezzavano, generando suoni sinistri. Quando la ruota premette sulla testa, che, esplose, con un rumore sordo per il peso sovrastante, schizzando sangue e materia celebrale sull’abbondante decoltè della giovane, che batteva le mani come una bambina a cui avevano appena regalato un giocattolo nuovo.

«Bellissimo, stupendo, fantastico» diceva ridendo al colmo del piacere, mentre Ivano dopo aver spento l’auto era sceso per ammirare e condividere con l’amata, la gioia per il loro capolavoro.

«Sei contenta, amore?» domandò sorseggiando l’ennesimo goccio di grappa, prima d’allontanarsi barcollante per andare ad orinare nel fosso.

«Si, mi hai fatto felice. Quando hai finito, vieni a vedere anche tu. Sei stato grande. Peccato che non hai sentito lo scricchiolio delle ossa quando la ruota gli schiacciava il cranio » gridò, cercando di farsi udire da lui, che nel frattempo aveva terminato e si stava chiudendo la patta.

«Hai degli schizzi di sangue materia sulle tette! Vacca che non sei altro».

«Ho visto, non serve che rompi, stronzo…mi credi fumata? Rispose, prendendo dal sacchetto che portava in borsa alcuni grammi di fumo per rollarsi l’ennesimo sballo.

«Guardati, sei ridotta da schifo. Non ti reggi in piedi e invece di berti qualche fiaschetta di grappa, continui a fumarti quel cesso di roba li».

«Senti chi parla! Lo stronzo che si fa meraviglia della merda. Se prima non ti avessi gridato in faccia, a quest’ora saremmo belli che spiaccicati addosso a quel camion, vecchio barbone puzzolente che non sei altro».

Gianna sospirò ripensando a quel giorno. Erano riusciti, non sapevano come, a tornare a casa, dove a turno, avevano messo la testa nel cesso, vomitando anche il cibo ingurgitato il mese precedente. Ma come diceva il professore di matematica di Ivano delle medie, durante le lezioni di scienze, “ Il vomito non è altro che merda che esce dalla bocca”.

Il marito, con lo stomaco che brontolava furiosamente, aveva iniziato a scaccolarsi il naso. Era un abitudine presa da bambino, che genitori aborrivano e avevano fatto di tutto per toglierla, ma lui godeva, anche se impubere, quando questi urlavano come ossessi.

Crescendo aveva imparato, che non era solo piacevole esplorasi le narici e riporre delicatamente i prodotti estratti sul lato destro di maglioni, magliette o camicie, ma dopo averle assaggiate, aveva scoperto che gli piacevano. Avevano un retrogusto dolce e salato, a volte erano lunghe come, scoprì poi nell’adolescenza, agli spermatozoi, o ad una cometa con relativa coda, e come una formica, aveva iniziato a metterle da parte, nascoste in una scatolina di plastica, dentro la scrivania dove riponeva i libri di scuola. Si sentiva anche come uno scoiattolo che mette da parte, per l’inverno, le provviste o per i periodi di “vacche magre” quando le narici non ne producevano abbastanza, andava a prenderne qualcuna nella scatolina, anche se non erano buone, proprio, la frutta congelata, come quelle fresche. Ma aveva imparato ad accontentarsi, sebbene quando possibile, preferiva le primizie.

«Vuoi aprire queesto cazzo di porta? Ho fame. Se non apri subito, vado in camera di Giuda e gli mangio un orecchio» minaccio infuriato.

Gianna sospirò. Era sempre la solita storia. Ogni volta che aveva fame, minacciava di cibarsi del figlio, non tutto, ma solo qualche piccolo pezzo. Anche se fin ora, le sue erano state solo le parole di un padre e un marito premuroso ma iracondo e arrabbiato col mondo.

La donna era tentata ad aprire, ma forse dieci minuti erano pochi, seppure non se la sentiva di tenerlo a stomaco vuoto, specie dopo una lunga giornata di lavoro, anche se lei era più svuotata di lui. Ivano non aveva evacuato un figlio, che sarebbe legalmente nato, tre mesi dopo e nonostante l’amasse quasi di più della sua stessa vita, non poteva capire come lei, come donna, potesse sentirsi.

«Ora ti apro» sospirò. Non voleva rischiare che quella fosse al volta buona per avventarsi sul figlio. D’altronde se l’erano promessi: niente atti di cannibalismo, almeno non nei confronti del figlio o nei confronti dei familiari, diretti o acquisiti fino al quinto grado, e mai contro gli amici stretti.

Gianna accettava compiaciuta le severe lezioni di educazione all’inglese che Ivano impartiva a Giuda. Le piaceva vederlo con la fine bacchetta di legno, quando lo staffilava sulle gambe, o con quella più grossa gli percuoteva la schiena fino a farlo tramortire e sanguinare, ma da buona coppia di genitori moderni, aborrivano le ferite, mutilazioni, percosse che lasciassero segni permanenti o scariche elettriche sui testicoli, come avevano letto usavano fare i soldati americani in Iraq per estorcere informazioni anche a ragazzini con meno di sedici anni. Loro però, erano sfortunati, le leggi italiane erano troppo libertarie nei confronti dei minori, togliendo ai genitori il piacere di educarli, secondo dei sani principi, gli stessi con cui anche Gianna ed Ivano erano cresciuti.

«Vieni a mangiare dai, so che ho fame» lo invitò dopo aver aperto la porta, premunendosi prima però d’avere un oggetto, anche contundente, per fermare eventualmente la furia vendicativa.

Ivano era seduto sul pavimento con le gambe incrociate, come un indiano, sulla soglia della porta. Aveva lo sguardo stranulato e la moglie capì che anche quella sera non era andato giù leggero con la grappa. Sentiva il tanfo del fiato rancido, anche a due metri di distanza. Puzzava peggio di una distilleria. L’uomo, mezzo inebetito, aprì gli occhi e alzò il capo. I due per un lungo istante si fissarono, poi come un pupazzo caricato a molla, saltò in piedi e con uno scatto felino raggiunse la moglie, agguantandola per la gola. La donna non ebbe quasi il tempo di reagire. Era passata, a velocità fulmina, dalla normale respirazione, ad un respiro strozzato che moriva in gola.

«Brutta cagna schifosa che non sei altro! Ti sembra il modo di trattare un uomo che lavora! bagascia dalle tette cadenti che non sei altro!» Esplose alitatanoli in faccia e facendole quasi perdere i sensi. Gli occhi della donna, si chiusero per un breve istante, come a cercare l’ultimo brandello di forze, e a tentoni riuscì ad afferrare il martello in legno con cui frollava la carne. Lo strinse nella mano destra, poi emettendo suoni gutturali, cercò di far capire al marito che le mancava l’aria. L’uomo abbandonò per un breve istante la presa e lei ne approfittò. Si spostò leggermente alla sua sinistra, cercando di trovare un piccolo varco tra lo stipite della porta e infine, attenta nel dosare le forze,gli sferrò il martello sui testicoli.

Gli occhi di Ivano per un istante sembravano due fanali di una metropolitana, tanto era lo stupore, e staccò la presa dal collo della moglie.
«Brutta mignotta che non sei altro, stronza. Mi hai rotto le palle, mi hai frollato il cane!» imprecò, riferendosi alla fava e mettendosi le mani sui testicoli.

Ivana sorrideva. Era l’ennesimo sorriso di vittoria verso quel maschio, buono solo a letto, quando non era ubriaco marcio, per il resto, totalmente inutile.

«Ti sta bene, puzzone. Ora smetti di lamentarti , tra poco la cena sarà pronta. Vati, per favore a fare una doccia, non ti voglio a tavola puzzolente come una carogna» gli intimò la donna, dopo aver capito, che nemmeno quella volta l’aveva colpito mortalmente, anche se spesso si chiedeva perché non lo faceva. La risposta però la conosceva, ed era la più semplice di tutte: la lo amava ed era riamata. A modo loro tutto questo piaceva.



Continua…

Marco Bazzato

07.03.2008

mercoledì 27 febbraio 2008

Aborto terapeutico

Gianna, nome di fantasia, sposata con un figlio, è incinta e al quinto mese di gravidanza. Il marito, Ivano, fa l’operaio in una fabbrica tessile, mentre la moglie è casalinga, e la famiglia con estrema difficoltà riesce ad arrivare a fine di mese, nonostante i sacrifici di tutti.

La donna, nei primi quattro mesi di gravidanza, era intenzionata a tenere il figlio, ma poi facendo e rifacendo i conti con Ivano si sono resi conto per loro una nuova bocca da sfamare, sarebbe stato un impegno finanziario troppo gravoso, nonostante la voglia di lei d’avere un altro figlio.

Di comune accordo, sentito anche lo psicologo indicato dal consultorio familiare, ricevette il tanto agognato certificato, che dichiarava il suo stato di stress psicologico che le rendeva impossibile proseguire serenamente la gravidanza, senza rischiare di compromettersi l’equilibrio psicologico.

Giunse così il giorno dell’aborto. La donna dopo esser stata preparata per l’anestesia locale, attese l’arrivo del medico. Era agitata, tesa, aveva paura e non voleva pensare a quello che stava facendo, ma sapeva che non aveva altra scelta, se voleva continuare a dare un futuro dignitoso, non ricco, a proprio figlio.
Chiuse gli occhi. Sentiva le fredde mani del dottore che preparava i ferri del mestiere. Tra poco le sarebbe stato strappato via il frutto dell’amore che custodiva gelosamente in grembo, ma che non poteva far continuare a vivere.

Sapeva che quella creatura era viva, era una parte di lei e che dal suo corpo traeva nutrimento, ma non poteva lasciarla crescere oltre. Ogni giorno che passava, sebbene sapesse che era suo figlio, lo sentiva come un escrescenza destabilizzante, un grumo di carne-persona in stato avanzato di formazione uterina, che doveva essere fermato, arrestato, reso inerte.

Anche il marito lo sentiva come un nuovo virus famigliare infettivo, un’escrescenza cancerogena che cresceva nel ventre della moglie, una pustola uterina che rischiava di raggiungere dimensioni abnormi, una malattia pensante, dotata di gambe, braccia, testa e corpo, un polipo annidato, che come una sanguisuga senza pietà avrebbe dilapidato in pochi mesi, i loro miseri averi.

Doveva essere abortito, ucciso, sterminato, reso clinicamente morto, aspirato e smembrato. Spesso sognava, come negli incubi neri che lo assalivano alle prime luci dell’alba, di vederlo questo piccolo assassina famiglie, guardarlo negli occhi ancora in formazione, mentre agonizzava, mentre quel tenero feto, o corpo ancora molle, cercava di prendere aria in un mondo che non doveva né conoscere né vedere. Sorridendo, si avvicinò alla moglie, che stava attendendo che l’escrescenza nel grembo uscisse come in un parto naturale, ma indotto dai farmaci.

Erano passate ore da quando il parto indotto aveva avuto inizio. Gianna era sotto morfina, lui no. Lui era sotto adrenalina, come un pupazzo caricato a molla, sul punto d’esplodere, implodere o colassare ad ogni istante. Teso come una corda di violino. Sentiva i lamenti della moglie, i dolori per le contrazioni che, come una marea impazzita, andavano e venivano, portandosi con se i detriti di una coscienza intorpidita e talvolta assente.

In certi attimi, la moglie pregava, in altri malediceva e bestemmiava, come una madonna indemoniata, un Eva assassina, che dalle urla d’un dolore scomposto, cercava un impossibile conforto.

La mano di Ivano stringeva quella di Gianna, entrambi avevano le fronti imperlate di sudore. Lui, avrebbe venduto il rene del figlio per potersi fumare un cannone di Maria, ma non c’era il tempo per fantastici sogni miserevoli. Non c’era tempo per perdersi in fantasiose ossessioni meschine, non c’era voglia d’abbandonarsi a gustose prelibatezze mentali, a succulenti piatti intrisi del sangue dei propri figli.

S’imposero di rilassarsi. Sapevano entrambi che sragionavano, che la mente si comportava come un Lee Harvey Oswald impazzito, come un Mohamed Alì Agca, vile attentatore fallito. Con uno sguardo s’imposero di calmarsi, con una stretta e un sorriso si costrinsero ad abbandonare i facili sogni, le fuggitive fantasie mentali, per tornare in un mondo reale, per tornare nel mondo mortale, assaporando – astrattamente – quell’aroma ferorroso del sangue, uscente dal ventre della sua sposa.

Gianna ad un tratto sentì che l’escrescenza stava arrivando, che il mostruoso demone uterino accucciato nel grembo, stava per percorrere, impaurito, quasi morente, la caverna nel ventre. Sorrideva, piangeva, singhiozzava e urlava. Erano grida sconnesse. Erano come le grida d’una bambina che attende la morte, le grida d’una donna infante che sta sgozzando l’agnello. Grida che come un eco, rimbombavano nella mente d’entrambi, rimbombavano d’un dolore assordante, accecante, agonizzante e morente. Un dolore primordiale e primitivo di una vita che sente d’essere strappata via dal mondo, d’una vita che sente scorrergli addosso gi ultimi istanti, percependo le lami del boia che gli strapperà gli arti.

Era uscito, dopo l’ultimo primitivo grido animale, con un suono sordo il feto, il quasi bambino, fu preso dal medico e gettato nella bacinella d’acciaio, mentre il sangue usciva copioso dalle intimità dilatate della donna, che esausta cercava – forse – un Eterno Riposo.

«Che ne facciamo?» chiese il medico all’improvviso. «Il feto è ancora vivo! C’è poco tempo per decidere», terminò abbassandosi la mascherina dal volto, mostrando un viso professionalmente e sadicamente impassibile.

Gianna e Ivano si guardarono spaventati. Senza dire una parola si capirono. Volevano vedere l’escrescenza, il mostro, il demone che s’annidava nel ventre che li avrebbe ridotti come barboni puzzolenti a chiedere pranzo e cena alla mensa dei poveri.

Il dottore, scafato a simili reazioni, annuì e sorrise. Era un sorriso di trionfo, un sorriso di vittoria della morte sulla vita, era il sorriso nero d’una divinità istituzionale votata alla distruzione dei corpi non nati.

Prese il piccolo contenitore d’alluminio e lo portò quasi all’altezza del volto della donna. Ivano con gli occhi lucidi osservava ogni movimento del medico. Era affascinato, rapito ed estasiato dalla grazia omicida che si sprigionava dall’uomo. Entrambi, come due bambini che stavano per decapitare una rana o prendere a calci e sassate un cane randagio sorridevano.

Gianna in quell’attimo aveva la sensazione d’amarli entrambi. Il marito, perché era il suo sposo, mentre i medico perché era il carnefice dei suoi sogni, l’angelo sterminatore, l’uccisore dei suoi incubi, il sacerdote, il messia nero, il traghettatore della morte nel mondo dei vivi. Sentiva che avrebbe in quell’attimo concedersi a lui, donandole le intimità dilatate e sanguinanti, quasi emorragiche, avrebbe venduto il cuore del figlio, pur di farsi prendere, possedere e cavalcare come un puledra imbizzarrita e selvaggia da quel vecchio Mefistofele, che l’aveva aiutata ad uccidere il futuro.

I due guardarono rapiti il piccolo feto di quasi sei mesi. Vedevano quel non corpicino, quell’essere legalmente non nato, che cercava di respirare. Era ancora ricoperto di sangue, e il cordone ombelicale era stato reciso senza ritegno.

Puzzava. Puzzava come un animale ricoperto di una placenta cancerogena. Era un odore di sangue andato a male, il tanfo di una creatura che non sapeva d’essere viva o morta, aggrappata ad una vita che non doveva vivere, attirata verso una morte che non voleva accettare.

«Il feto è sano, signori. Che ne facciamo? Lo rianimiamo oppure no?», domandò improvvisamente il dottore distogliendoli da quello spettacolo macabro e moribondo.

Un ultimo gesto d’intesa poi un sospiro reciproco, un sospiro non dissimile di quello d’una vita che si spegne e muore, un sospiro che racchiude milioni di respiri, eterno, senza fine, oscuro e senza ritorno, poi la donna parlò per entrambi.

«Lo lasci morire, dottore, questo non è un essere umano, non è una persona, è solo un grumo di carne privo di pensieri e umani dolori veri!»

Il dottore annuì, cercando di nascondere sotto la mascherina rialzata sul volto, un sorriso d’approvazione.

Il feto tentò altri pochi minuti d’avere una respirazione autonoma, poi, l’illegale corpo umano, la persona non nata cessò di respirare per sempre, divenendo puzzolente carne inerte.
Marito e moglie avevano gli occhi lucidi per la felicità. Il dissesto economico era stato scongiurato. Ivano guardò l’orologio, tra meno di due ore avrebbe ripreso servizio nella catena di montaggio. Doveva andare. Baciò sulla fonte la moglie, che le sorrise. Era un sorriso d’amore, il sorriso d’una ricchezza ritrovata, il sorriso di una donna amante, amata, che sapeva amare la vita, la famiglia, il figlio. Era il sorriso di una donna che ha salvato una vita che le cresceva in grembo, uccidendola, e di questo ne andava orgogliosamente fiera.

«Vai amore, ci vediamo domani. Io chiamo un taxi e torno a casa» Le disse accarezzandole la barba ispida.

«Signora?» domandò il dottore, interrompendo quell’idilliaco quadro da famiglia del Mulino Nero. «Cosa faccio di questo qui? Lo getto tra i rifiuti, oppure vuole che glielo incarti e se lo porta a casa?»

«Lo incarti pure. Sarà un pasto diverso per quello che noi reputiamo come un secondo figlio: Caino, il nostro stupendo rotweiller». Detto questo, Gianna chiuse gli occhi, addormentandosi con un sorriso beato sul volto. Ivano uscì dalla camera, e il medico, fischiettando, prese il piccolo feto, e incartò la cena per il cane.

Amava il suo lavoro!


Marco Bazzato

27.02.2008

mercoledì 22 agosto 2007

Ricordi di fanciullezza

L’infanzia è una stagione della vita che passa in un lampo. I giochi, i divertimenti, i momenti allegri e tristi, tutto però come una calda estate finisce, poi arriva il grigiore invernale dell’età adulta, delle responsabilità, dei condizionamenti sociali, dove tutto è inquadrato, segnato, scadenziato, carico di assurde responsabilità.
Ci sono dei momenti in cui tutto si ferma, momenti, dove il film della vita sembra fermarsi, e le immagini iniziano a scorrere, andando a ritroso nel tempo, riconducendo tramite i ricordi, ai momenti felici, ormai morti.
Come quel giorno,quando Fabio giocò a far morire i piccoli meticci, partoriti da poco.
Suoni, sensazioni e colori, erano ancora tutti lì, che tornano uguali a prima, ma più forti, come se rivivesse con la stessa intensità dell’attimo, il tutto.
Era un caldo giorno d’agosto, e la cucciolata era nata da pochi giorni. La piccola meticcia, che da mesi si era accasata in un angolo nascosto del giardino, allattava i sei cagnolini, che indifesi, poppavano allegramente dalle vecchie mammelle della madre.
La mamma di Fabio, da anni non sopportava gli animali, e le grida che la donna emetteva, quando questi randagi si avvicinavano a lei, avrebbero potuto mandare in frantumi un lampadario di Murano. Anche nei giorni successivi alla nascita della cucciolata, non aveva mai smesso di lanciare improperi e strali, contro quella cagna che si era selvaggiamente accoppiata, quando forse per l’ennesima volta, era andata in calore, e quei lamenti costanti, quell'abbaiare musicale le danzava sui nervi, impedendole a volte, il quotidiano riposini pomeridiano.
Fabio, sebbene non amasse particolarmente i cani, non vedeva in loro quel pericolo apocalittico che la mamma come una predicatrice dell'avvento del giorno del giudizio, vedeva nelle sue visioni misticheggianti, era un bambino moderatamente tranquillo, anche se di tanto in tanto, i guizzi in libertà, lo portavano ad eccedere in giochi e scherzi, al limite dell’incolumità fisica. Ma non quel giorno.
Quel sabato pomeriggio, aveva deciso, visto che era rimasto solo in casa, di far contenta la madre, facendo un liberatorio gioco diverso. Erano giorni che ci pensava, e questi pensieri nascevano, ogni volta che l'onda ululatoria della madre loraggiungeva, rischiando di perforare, i suoi delicati timpani.
Sapeva come fare un regalo alla madre, e a se stesso. Si era lambiccato il cervello, e aveva trovato la soluzione equilibrata per tutti.
Sorrideva per quell’idea così diversa dalle altre, sorrideva perché finalmente, forse aveva trovato il modo di divertirsi senza far danni, ma facendo un servizio familiare, che lo avrebbe reso diverso e superiore, rispetto agli altri fratelli, agli occhi della madre.
Prese il mastello che la donna, durante il periodo estivo usava per mettere a mollo gli abiti, e lo portò senza fatica vicino alla cuccia della cagna, mentre uesta lo guardava con i suoi tristi, ma riconoscenti.
“Aspetta a guaire di gioia. Vedrai cosa succederà tra poco" pensò mentre correva a prendere la gomma che il padre utilizzava per irrigare il giardino. Andò al rubinetto e dopo aver aperto l’acqua, prese il tubo di gomma e accucciandosi a terra, riempi il mastello. La cagnetta nel frattempo, aveva momentaneamente lasciato i cuccioli per uscire dalla cuccia e vedere meglio cosa stava facendo il ragazzino. Forse era incuriosita, forse spaventata, o entrambe le cose assieme, o presagendo la triste fine della cucciolata, iniziò a girare attorno a Fabio e al mastello ormai colmo, guaendo.
L’acqua era arrivata fino all’orlo del grande contenitore di plastica, e Fabio dopo aver gettato sull’erba il tubo in gomma, si alzò in piedi, stiracchiandosi i muscoli e sfregandosi le mani. Il momento stava per arrivare. La piccola bastardina meticcia continuava a girargli attorno, e Fabio, che non voleva farsi distrarre dal gioco, senza troppi complimenti la scalciò sul fianco, facendola volare ad alcuni metri di distanza. «Così impari! Vecchia troia!» gridò quasi con la stessa voce di sua madre, e si diresse verso la cuccia.
Si inginocchiò a terra, e dopo aver inserito il braccio all’interno, iniziò a cercare i cuccioli, che nel frattempo, seppur incapaci di camminare, cercavano forse la madre, oppure provavano, sentendo il pericolo ,ad allontanarsi.
La piccola cuccia puzzava di urina stantia, feci, vomito e paglia vecchia. Era un tanfo nauseabondo, che nemmeno la cleorina ,gettata pochi giorni prima in quantità industriale, era riuscita a cancellare.
Fabio riuscì a prendere a due alla volta,i piccolo bastardini in mano. Sentiva i loro cuori battere come martelli pneumatici impazziti. Avrebbe potuto stroncare quelle piccole ed inutili vite solamente stringendoli forte, stritolandoli, ma così il divertimento non sarebbe durato che pochi istanti. Il gioco doveva continuare il più possibile, e così, a due a due, dopo aver fatto tre giri su e giù, gli gettò tutti sul mastello colmo d'acqua.
La cagna dopo essersi ripresa dal volo senza paracadute, corse, nel limite di quanto le permettevano le vecchie zampe verso il mastello bianco, e cercando di sollevarsi sulle zampe posteriori, provò ad osservare la sua nidiata che annaspava guaendo nell’acqua, e non poteva fare nulla per salvarli.
Fabio sorrideva, ma non era ancora contento. Li vedeva andare a fondo e poi riemergere, ad ogni minuto che passava, sempre con maggior difficoltà, ma visto che anche lui aveva un cuore, prese il bimattone che lo depose dentro il mastello, che affondò subito, schiacciando i cucciolii sul fondo.
La madre cagna aveva gli occhi sbarrati, sembrava incredula anche lei, per quello che era accaduto ai suoi piccoli. Forse avrebbe voluto piangere, azzannare come un'animale inferocito il polpaccio di Fabio, ma non fece nulla di tutto ciò rimase impietrita, ad osservare l'acqua che smetteva di muoversi, e le bolle d'aria che salivano in superficie, ad ogni secondo sempre meno, finchè si arrestarono del tutto.
Fabio guardava incantato lo spettacolo della vita che se ne andava. Della vita animale che moriva, tragicamente affogata dall’acqua assassina, sorridendo beato. Aveva ogni muscolo del corpo contratto per l'emozione, ogni fibra del suo essere vibrava di gioia infantile, sapendo che un momento così sarebbe stato, per sempre, irripetibile.
Improvvisamente si scosse dal torpore, La cagna in lutto si era attaccata ai lacci della scarpa da tennis cercando di morderli rabbiosamente, ma il piccolo non si scompose. Anzi. Prese il bimattone e lo tolse dall'acqua, depositandolo a terra, sull'erba fresca. I cagnolini, tutti morti affogati, salirono i superficie quasi istantaneamente, come gli gnocchi fatti in casa dalla mamma, e li estrasse dall’acqua, depositandoli vicino alla madre, che subito guaendo, iniziò a leccarli in preda alla disperazione più nera.
Fabio compiacendosi della sua bontà d'animo, lasciò che lacagnetta continuasse a leccare i cadaveri per alcuni minuti, per poi stancarsi improvvisamente di quello spettacolo necrofilo e nauseabondo, la riscagliò distante, con un nuovo calcio ben assestato.
Era stanco di quel gioco ormai. Quei piccoli cadaverini gli davano il voltastomaco. Prese la borsetta di nylon che teneva in tasca. Li raccolse da terra. Erano bagnati, scivolosi, le testoline penzolavano in modo innaturale, vero terra, come una marionetta a cui erano stati tagliati i fili, e li gettò senza troppi complimenti nella borsetta, e la chiuse con un pò di nastro adesivo.
Si sentiva stanco, quel peso morto che teneva in mano, gli sembrava un serpente pronto a morderlo in ogni momento, e decise che avrebbe gettato il tutto, nel piccolo canale di scolo, a poche decine di metri da casa.
Quella sera sebbene eccitato ed affamato, non disse nulla alla madre, avrebbe lasciato che scoprisse la gioia d’essersi liberata di quelle malefiche creature, da sola. Era contento perché sapeva d’averla fatta felice, e questo per lui era il miglio premio che potesse ricevere.

Fabio tornò immediatamente al presente, provando una fitta di nostalgia per quel giorno. Accanto a lui, la Dalmata che da poco aveva partorito, era accucciata vicino ai sette cuccioli, partoriti due settimane prima, e dopo aver ricacciato alle spalle la malinconia del passato, sorrise.
«Su, andiamo è ora di fare un bel bagnetto!» disse improvvisamente, mentre negli occhi della dalmata corse un brivido di paura…«oggi è il giorno che si commemora la morte di mia mamma» si disse sorridendo, sentendo l’adrenalina della vita che gli scorreva dentro.

Marco Bazzato
22.08.2007
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