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sabato 11 agosto 2012

A quando lo sport a misura di dopati?

È praticamente calato il sipario sulle Olimpiadi di Londra.
Non è chiaro chi ci ha guadagnato e chi rimesso in termini economici e turistici. L’Inghilterra e Londranon possono godere con 15 miliardi di euro andati inutilmente in fumo.  Non certo l’Italia, specie nella maratona, visto che Alex Shwazer è stato beccato con le mani nella marmellata, per via dell’Epo. Senza contare che dalle 33 medaglie preventivate, ma essendo il medagliere quasi avvizzito per il Bel Paese è stata una decable di risultati e di immagine.

Chiuse le Olimpiadi ufficiali, subito dopo partiranno le Paraolimpiadi, quelle che nessuno guarda, dove gli sponsor non sono interessati a investire denaro e le tv mettono gare e risultati in orari proibiti, da film porno soft e/o da 1444, dove i diversamente abili che gareggiano con motivazioni che vanno ben oltre l’agonismo, vanno a braccetto con una diversa normalità, spesso bistrattata e derisa, perché costretta o su una sedia a rotelle o a supporti tecnologici e umani per poter avere una vita che si avvicina alla normalità, degna in ogni caso d’essere vissuta.

Ma il caso Shwazer fa sorgere un'altra domanda.  Perché non fare un sport a misura di dopati?

È statistico, il 6,5% degli atleti fa uso di sostanze attualmente proibite, con costi esorbitanti per i controlli,senza contare che in un prossimo futuro, grazie all’ingegneria genetica, si potranno produrre atleti “mutanti”, tramite la manipolazione del D.N.A. garantendo prestazioni oggi impossibili.

Non possiamo dimenticare che in molte discipline non soggette a votazioni soggettive, ma a oggettive, i limiti fisici di un corpo privo di sostanze “aiutanti” si sta avvicinando al massimo dello sfruttamento, ergo, come per le materie prime, questi si stanno esaurendo. Nel prossimo futuro, giocarsi una gara sul filo del millesimo di secondo, sarebbe come fare il tifo per un filo d’erba che è più alto di un miliardesimo di millimetro rispetto a un altro, che senso avrebbe?

A che serviranno in futuro gli atleti non riusciranno più a produrre nuovi record? Si continuerà a gareggiare rimanendo all’interno di tempi e prestazioni impossibili fisicamente da superare? E come si pensa che sponsor e pubblico possano continuare a sostenere sportivi che non producono nuovi record? Sarebbe come continuare a correre per vent’anni con la solita vecchia automobile, perché i designer sono privi di creatività e le fabbriche automobilistiche sono fallite. Insomma, un paesaggio da desolazione lunare.

Sarebbe positivo oltre che evolutivo che si iniziasse a considerare il doping non come una droga, un comportamento antisportivo o illegale, ma come una “diversa sportività” una “diversa legalità” dove atleti professionisti e semiprofessionisti, non gli amatori, inscritti in appositi albi nazionali e internazionali, sotto controllo medico delle varie federazioni, si sottopongono volontariamente all’utilizzo di sostanze dopanti, con o senza consenso informato, rinunciando al momento dell’inscrizione all’albo dei dopati a qualsiasi forma di rivalsa legale nei confronti di medici, case farmaceutiche, federazioni sportive nazionali e/o internazionali, per qualsiasi tipo di patologia parziale e/o totalmente invalidante, morte compresa, che possa insorgere dall’assunzione di determinate sostanze, anche dopo decenni dalla cessazione della carriera agonistica, evitando in un futuro prossimo le scene pietose dello stracciamento delle vesti, dei pianti, come quelli dell’ atleta altoatesino Alex Shwazer.

L’utilizzo, in un futuro in molti auspicano non lontano, di atleti nati figli dell’ingegneria genetica e/o dopati legalmente, con  il sostengo di sponsor e federazioni sportive internazionali e nazionali potrebbe far bene, anche a quelle discipline considerate minori e bistrattate dagli sponsor e dai canali nazionali e internazionali.

Certo, potrebbe accadere che alcuni corpi non possano reggere il peso degli sforzi sintetici a cui sono sottoposti, ma potrebbe essere una forma di spettacolo in più, come nel romanzo di Stephen King “La Lunga Marcia”, o come quasi duemila anni fa avveniva nel Colosseo e nei vari anfiteatri dell’Impero Romano.

Da decenni gli atleti dopati sono come i primi cristiani, costretti a rifugiarsi nelle catacombe per celebrare i loro riti. Poi, per il cristianesimo primitivo le cose sono cambiate, è arrivato uno sponsor imperiale, che promulgò l’editto di Costantino,appropriandosi del detto futuro: “Se non puoi combatterli unisciti a loro” facendoli uscire dalle catacombe e dal mondo underground, e con il tempo sono diventati i dominatori del sistema, spazzando via il precedente, privo di prospettive future, che fece inaridire i Campi Elisi, retrocedendo molte religioni a miti e leggende.

Lo sport nazionale e intenzionale ha bisogno di nuova verve, di nuovi idoli, anche sostenuti geneticamente e/o chimicamente, andando oltre le attuali regole sportive, dove come sovente si fa nella finanza, lo sport avrebbe bisogno di deregulation o di regole diverse, e dalle  maglie più ampie, con un elasticità mentale diversa, altrimenti, entro i prossimi cinquant’anni, le Olimpiadi, se non verranno sospese prima per via dei costi ammazza Stati, diventeranno routine senza gloria, in quanto sarà impossibile battere i record dei cosiddetti miti odierni e gli spettatori languiranno se non ci saranno nuovi muri da abbattere, nuovi record da infrangere e nuove vette da raggiungere.

Marco Bazzato
11.08.2012

lunedì 2 luglio 2012

Finale Europei di calcio 2012: Spagna – Italia 4 a 0

Alzi la mano chi non ha gioito al primo, secondo, terzo e quarto goal degli spagnoli? Nessuno? Nessuno o quasi da parte italiana, tutti, certamente da parte spagnola.

 C’è poco da dire, ieri un esercito di sodomiti – cittadini della mitica Sodoma, descritta nella Bibbia, ha travolto la nazionale italiana, mettendo, metaforicamente parlando gli undici in campo, più riserve e coach, selezionatore, commissario tecnico, allenatore o come minchia si deve chiamare, letteralmente alla pecorina e dandoci dentro di brutto, facendone godere pochi, a parte i metrosexual e i gay nascosti dentro gli armadietti degli spogliatoi, che, come vuole Alessandro Cecchi Paone, dovrebbero macchiarsi, come ha fatto lui, di apostasia eterosessuale o di conversione lungo la via di Damasco all’omosessualità militante e radicale, dipende da come si vuole interpretare la cosa.

Sta di fatto che gli spagnoli non potevano essere più saggiamente spietati, trasformando o gli undici azzurri degli zombi, che si muovevano come se fossero affetti da demenza senile, tanto era spiantato e spompato il gioco, dove gli iberici, dopo averci resi un “uomo morto che cammina, si sono divertiti con il vilipendio del cadavere, pigliando la nazionale italiana a calci “ancora, ancora, ancora, sì, sì, dai, dai” con le furie rosse che sembravano tante Sally Albright  in “Harry ti presento Sally” in preda alla cieca furia orgasmica, che li ha portati a godere come ricci impazziti, mentre i perdenti, mai entrati in partita, anche per colpa delle scelte del “passeggiatore della notte” che andava  pellegrinaggi, Cesare Prandelli e parte della ciurma, che si sono lasciati frustare come fossero degli appassionati di bondage e/o pratiche sadomasochistiche.

La Spagna ha vinto e l’Italia ha dato il massimo per perdere non ci sono dubbi.

La nazionale a parte quando è uscita dal campo al termine prima dell’inizio del mach, nella pausa tra il primo e il secondo tempo, non è mai entrata  in partita. I giocatori,Cassano e Balottelli, ubriachi marci del successo precedente, soprattutto quest’ultimo, visto che l’Italia e addirittura la Lega che lo aveva innalzato a Totem Pagano da venerare, si era montata la testa e giocando come se avessero ancora la capa moicanacontro con l’Alemagna – non i gelati e i disgustosi frigna menti vari che si sono visti in tv, lasciano basiti, in quanto gli artefici del lavoro di scavo della profonda fossa europea sono stati commessi da tutti ti giocatori italiani in campo, sapientemente diretti dall’allenatore.

È chiaro che c’era anche, parafrasando la celebre sigla iniziale di “Capitan Harlock”  “…Un “corvo nero che per casa solo c’è, fa naufragare la nazionale al sul voler. Urrà! Urrà!” che si aggirava nella tribuna d’onore, ma che avrebbe fatto meglio a starsene a casa con i piedi sul tavolino, i calzini bucati, la birra gelata e megapiatto di spaghetti aglio, olio e peperoncino in tavola, tanto tanto rutto libero e bestemmia facoltativa: Mario Monti. Il premier stando alle inquadrature,biascicava quasi come un balbuziente l’Inno di Mameli, o come sospettano altri, essendo un ventriloquo sfigato che non è riuscito ad avere successo nel mondo dello spettacolo si è riciclato, dopo un corso di aggiornamento per disoccupati fatto presso il Comune di residenza, in un servo dei potentati bancari e finanziari, con tanto di auricolare come la prima Ambra Angiolini di “Non è la Rai”.

Gli italiani sapendo che costui, assieme alla Fornero sono peggio degli Unni di Attila, visto che dove passano questi “allegri compagni piagnoni” non cresce più euro in tasca, anzi rapinano legalmente a “penna armata”, anche la sconfitta degli azzurri è da imputarsi a Mario Monti.

Sembra infatti che in molti girino con un cornetto rosso, e con una mano costantemente infilata dentro la tasca bucata dei pantaloni per schiacciarsi le palle come dentro una morsa e le donne che si si strizzano il capezzolo destro della mammelllllllllllllllla fino a farselo sanguinare, come gesto votivo, come se indossassero il cilicio della Binetti, per cercare d’allontanare la iella che traspare in scala industriale anche attraverso i pixel della tv. E figurarsi com’è dal vivo!

Alla fine è andata come voleva la Elsa Fornero, gli spagnoli hanno fatto esondare gli argini della difesa azzurra, creando un “Esercito di terracotta” di esodati, senza protezione sociale, perché, sebbene al Costituzione all’art. 2 reciti che “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, per la piagnona della Elsa, questa è una minchiata galattica che va tolta, in quanto bisogna soffrire come ha fatto sua figlia, bussando di porta in porta, strisciando a terra come germi, prima di trovare un posto di lavoro fisso e “mal” retribuito, senza alcun intervento di mamma e papà, perdendo con infamia e disonore.

Già, c’è poco da rincuorarci illudendoci come tossici che bramano una pista di cocaina, gli azzurri sono stati meritatamente massacrati dall’esercito vincitore che non ha fatto né prigionieri e nè sconti, anzi, ha legnato di brutto brutto brutto brutto fino all’ultimo secondo e nessuno può condannarli per averlo fatto scientemente.

La squadra e prestazione dei giocatori, meglio non dare voti, si rischierebbe una fila di croci lungo la Via Appia antica, creando ostelli per avvoltoi.

Ma esiste uno sconfitto ancora pù grande della Nazionale italiana: gli animalisti… già, quelli che invitavano al boicottaggio degli europei per via di come, secondo la “legalità d’emergenza” sono stati soppressi i cani randagi in Ucraina e a Kiev specialmente. Ebbene, questa masnada di nullafacenti ne sono usciti con le ossa più rotte di un bambino di dieci anni che cerca la rissa contro un boxeur professionista dei pesi massimi: frantumati, ridotti in poltiglia, spariti,  trasformati in particelle subatomiche di biomassa solida, permettendo così almeno la vittoria tattica dell’Ucraina e di Kiev nella dura e infernale battaglia, all’ultimo canide, combattuta porta a porta, piazza per piazza, via per via, stanando il nemico, ricacciandolo, anche a costo di migliaia di morti, ameno momentaneamente fuori dai grandi centri urbani.

Non si sa, ma questo potrebbe essere stato il sogno di tutti gli animalisti: l’attacco combinato di cento guarnigioni di cani randagi affamati e rabbiosi che prendevano lo Stadio di Kiev dove si è giocata la finale, per assaltare e morsicare, azzannare, sbranare,deturpare per sempre gli spettatori, rei di non aver boicottato per protesta la soppressione delle eccedenze canine in città.

Molti di questi animalisti, sempre da parte degli animali a prescindere, stanno rosicando amaro, perché anche loro come la Nazionale si sono buscati un sonoro 4 a 0!

Marco Bazzato
02.07.2012

venerdì 28 ottobre 2011

Marco Simoncelli: insegna agli angeli a impennare

Appena domenica vidi le foto dell’incidente accaduto durante il secondo giro del gran premio di motociclismo, valido per il motomondiale, classe GP, a Marco Simocelli, era chiaro che non c’era nulla da fare, anche se l’umana speranza è un appiglio a cui tutti si aggrappano, fino a quando non arriva la comunicazione ufficiale.

Non sono un fanatico di moto, preferendo la Formula 1, però Simoncelli, visto dalla tv, durante le numerose apparizioni era un qualcosa di diverso, e se si può dire,aveva un unico grande “difetto”: la schiettezza. Il candore scanzonato che lo poteva quasi far apparire antipatico. Però quel suo “difetto” era la sua forza, fino a quell’ultimo maledetto giro di pista.

 
Simoncelli non poteva essere catalogato, messo dentro una specie di box, e incasellato. Era un “cavallo pazzo”, che da buon ruspante emiliano, se ne sbatteva di tutto e di tutti. Ma era uno “sbattersi” particolare, uno “sbattersi” che generava empatia e simpatia, perché guardando i numerosi servizi fatti in questi giorni, compresi i tanti spezzoni di interviste inedite, si vedeva un ragazzo che non aveva timore di mostrarsi così com’era, e tra i numerosi giornalisti, e operatori che seguivano il motomondiale, Simoncelli rompeva quel dogma che vorrebbe il distacco tra l’intervistato e l’intervistatore, trattando i professionisti della comunicazione con una familiarità, che stupiva gli stessi giornalisti. Perché era fatto così. Guardava le persone in faccia e con l’istinto di uno che corre sul filo della vita, aveva la capacità di spezzare quel filo del distacco professionale, trasformando un’intervista in una specie di festa, una sagra paesana dove il divertimento e l’albero della cuccagna sono un obbligo, come il bicchiere di rosso e la partita a carte, per allentare la tensione di una giornata.

Simoncelli, nella sua breve ma intensa vita, ha lanciato dei messaggi, che in parte si sono visti durante i suoi funerali: il primo quello della famiglia, di un padre, una madre, una sorella e una fidanzata che hanno abbracciato la tragedia con una dignità e un sorriso che sembrava quasi disumano. Ma era il sorriso di una famiglia unita, che ha seguito il figlio, il fratello, il fidanzato, sposandone le scelte, i sogni, le aspirazioni, nella voglia di sfidare il limite, spostandolo sempre un secondo più in là.

Ma il messaggio più importante che lascia è quello della consapevolezza di quello che voleva fare, nel realizzarsi in quello che amava, dando un messaggio alle giovani generazioni che andava oltre l’aspetto sportivo di una gara, oltre l’immagine di un cespuglio di capelli che sfuggivano via da tutte le parti, come se anche i capelli, come per le piegate in curva, volessero sfidare la forza di gravità e l’appuntamento con il destino.

Da dopo il funerale i riflettori sulla sua vita terrena di Marco Simoncelli si sono spenti, le luci si sono abbassate, e il casco, assieme alle moto, alle tute, saranno riposte in bella mostra, perché così avrebbe voluto. Ora rimane una famiglia, due genitori, una sorella, una fidanzata, che superato l’abbraccio che li ha sostenuti in questa tremenda settimana si ritroveranno soli, con le immagini, i filmati, i ricordi, i momenti di tristezza e gioia, ma soprattutto con lo sconforto che il loro Marco non c’è più, con quella camera che rimarrà vuota per sempre, con quell’ordine, oggi innaturale, che veniva scompigliato ogni volta che il figlio tornava a casa.

Ieri, durante la cerimonia religiosa, non si è riunito solo il paese di Simoncelli, ma l’Italia, che ha voluto, in un abbraccio ideale, sedersi con i genitori davanti alla bara del figlio, ascoltando nel silenzio, rotto dagli applausi e dalla commozione, “Siamo solo noi” di Vasco Rossi, perché dal momento che il feretro è stato caricato nel carro funebre la famiglia ha sentito che d’ora in poi saranno immersi in quel “Siamo solo noi”, per sempre.

Ai genitori di Marco Simoncelli, come ieri tutti abbiamo abbracciato il loro figlio idealmente, va il nostro abbraccio, la nostra forza, perché da ieri hanno il compito più difficile e innaturale di questa vita terrena: sopravvivere alla morte di un figlio, e per questo, a moto rientrata per sempre nei box, non devono essere lasciati soli.

Marco Bazzato
28.10.2011

mercoledì 15 luglio 2009

Sentenza Sandri, 6 anni all’agente Spaccarotella



Gli ultras volevano vendetta, hanno ricevuto giustizia.

L’immagine del dolore per la morte de facinoroso tifoso laziale, ucciso durante una fuga nell’ autostrada A1, a seguito di una rissa con la tifoseria juventina, in una stazione di servizi ad Arezzo, dando inizio a quello che uno degli sport preferiti degli ultras, dove ogni pretesto è buono per alzare mazze, catene e se fortunati, incendiare qualche auto, bruciare i cassonetti, lanciare sampietrini, sfasciare vetrine, cosa avvenuta dopo che negli stadi si era diffusa la notizia della morte del tifoso laziale Gabriele Sandri.

La verità è che dal momento della morte del figlio volevano una giustizia strana, che escludesse senza motivo, l’esatta dinamica dei fatti acclarati dai giudici.

Lo si è visto alla lettura della sentenza, quando un gruppo di tifosi, amici della vittima, si sono comportati da esagitati, costringendo il giudice a farli uscire dall’aula, così come gli avvocati difensori di Spaccarotella hanno dovuto rimanere barricati nel Palazzo di Giustizia per alcune ore, in quanto le proteste dei santi tiosi assumevano toni sempre più minacciosi, con il fratello di Gabriele Sandri che cercava di calmare gli esagitati, riconducendoli alla ragione.

La famiglia e il pubblico ministero, nonostante questi abbia dato prova di buone abilità come mimo, hanno perso in quanto era chiaro fin dal primo momento che l’uccisione del facinoroso in fuga non era un atto intenzionale, nonostante Luigi Spaccarotella, il polizziotto avesse usato l’arma non come insegnano nella polizia, ma impugnandola come si usa nei telefilm polizieschi di matrice americana. Com’era altresì chiaro che l’evento era fortuito, dovuto alla sfortunata casualità, in quanto come è stato acclarato il proiettile è stato deviato dalla rete di protezione che delimita l’autostrada, colpendo al collo il tifoso in fuga, seduto sul divanetto posteriore, assieme ad altri tifosi laziali, che all’arrivo degli agenti di polizia si sono dati alla fuga.

Se l’evento fosse stato voluto sarebbe stato possibile riprodurlo tale e quale con una ricostruzione reale negli stessi luoghi, usando proiettili imbevuti di colore, dimostrando così oltre ogni ragionevole dubbio la volontà dell’agente di uccidere. Ma né il pubblico ministero né i legali di Sandri sono riusciti a ricreare la cosiddetta “prova regina” che avrebbe inchiodato alle sue responsabilità l’agente Spaccarotella.

Esiste una differenza sostanziale tra riproducibilità e fatalità e i giudici, a ragione, nonostante gli errori di procedura nell’impugnare l’arma senza sicura, hanno ritenuto che l’evento fosse totalmente fortuito, in quanto palesemente non riproducibile in modo sperimentale.

La famiglia di Sandri, detto Gabbo nel giusto dolore, ha ricevuto giustizia vera, non una giustizia mascherata da vendetta, dove la morte del figlio è stata, oltre ogni ragionevole dubbio frutto dell’uso improprio dell’arma di servizio, che ha comportato la casualità della deviazione del colpo da parte della rete di protezione. Infatti, se la rete non avesse deviato il proiettile, questi si sarebbe perso, senza causare alcun danno.

Ora quelli che sono da tenere sottocontrollo sono coloro che usando il pretesto di una condanna che pensano iniqua si danno a manifestazioni, devastazioni, assalti, a distruzioni e slogan contro lo Stato.

Questo secondo le presunte tifoserie sarebbe il modo migliore d’onorare la morte di uno di loro, ucciso dal proiettile deviato da una rete di protezione?

Ora la famiglia vorrebbe organizzare una marcia di protesta, portando in piazza centinaia o forse miglia di persone. Ma per protestare contro cosa? Contro la rissa fatta dalle tifoserie laziali e juventine alla stazione di servizio di Arezzo? Contro la fuga in auto dei facinorosi, che dopo esser venuti alle mani scappavano? Contro il poliziotto, che nell’imperizia nell’impugnare un’arma senza sicura ha fatto, anche se volontariamente premendo volontariamente il grilletto due volte, facendo partire il proiettile che fatalmente è stato deviato dalla rete di protezione? O contro la rete di protezione che ha deviato il proiettile, colpendo il tifoso in fuga, uccidendolo?

Queste sono le sequenze dell’azione e sono il frutto della casualità, di una serie di errori e circostanze, che nella fase finale non sono riproducibili, che hanno portato alla sentenza dei giudici, che a ben guardare, in questo caso particolare potrebbe essere addirittura eccessiva.

Si attendono ora le motivazioni della sentenza.

Sperando che nell’appello, non tendo conto delle proteste popolari, non sia inasprita, ma derubricata e quindi mitigata ancor di più, rimandando l’agente in servizio.

Naturalmente si capisce fino in fondo il dolore della famiglia, a cui nessuna sentenza, seppur esemplare, restituirebbe il loro figlio.

Resta una domanda finale: perché il ragazzo si è fatto trascinare in una rissa che poi è risultata fatale?

Spesso certi comportamenti compiuti da presunti tifosi, portano a tragedie di cui solo il fato può essere ritenuto responsabile. E in questo tragico caso, il responsabile finale è la rete che ha deviato di 25 metri il proiettile.

Tutto il resto è dolore per la famiglia della vittima, per gli amici di Gabriele Sandri e per l’agente, che sicuramente porterà con se il peso della sua imperizia nell’utilizzare l’arma e che maledirà per sempre la rete che ha deviato il proiettile che ha esploso il colpo, che fatalmente è risultato fatale per Gabriele Sandri.

Va ricordato, che nonostante gli errori, le forze dell’ordine sono impegnate a proteggere i cittadini, contro i tifosi che “sport” sfasciano, creano distruzione e caos come nella foto di copertina dell’articolo. Per fortuna che gli ultras sono un esigua minoranza, rispetto ai tifosi che amano lo sport per quello che è: sport.

Marco Bazzato
15.07.2009
http://marco-bazzato.blogspot.com/

domenica 12 ottobre 2008

Bulgaria-Italia: Italiani idioti


Gli szhabari, mangiatori di rane, come vengono spregevolmente – a ragione – chiamati gli italiani, hanno per l’ennesima volta mostrato il peggior volto all’estero, in occasione della partita Bulgaria – Italia terminata, dopo quasi due ore di sonno, 0 a 0, dove l’unica emozione è stato il tentativo d’aggressione degli animali italiani, rinchiusi in un settore dello stadio Alexander Levsky di Sofia, nei confronti degli ospiti, che guardavano l’italietta che si crede grande, solo se chiusa come scimmie in un recinto, comportarsi da primate.

Ma le scaramucce erano iniziate prima della partita, in un bar della capitale bulgara, quando al grido di “Siamo fascisti”, questi figli di cento padri ignoti e mamme che lavorano sui viali, si sono avventati conto i cittadini bulgari, che attendevano gli italiani, per l’ennesima volta – prendendola nel cul.. – a braccia aperte.

Ma l’errore più grave, è da imputare alla polizia bulgara, che in divisa antisommossa, anziché voltare gli occhi dall’altra parte, lasciando che lo sparuto gruppo di fascinosi le prendesse di santa ragione, è intervenuta placcando gli italiani esagitati, senza fracassare – erroneamente – nessun cranio, allontanando i tifosi bulgari.

A farne le spese, nelle prossime settimane, dopo il rientro in patria dei primati, sarà la numerosa comunità italiana in Bulgaria, che conta all’incirca, ufficialmente, 2000 persone, per lo più impegnate nel commercio e nell’industria, molti di loro sposati con cittadine autoctone, che al rientro a casa dallo stadio, saranno stati guardati, nonostante l’amore coniugale, come dei portatori di lebbra, sebbene non responsabili dei loro connazionali, esattamente come accade in Italia, quando un romeno commette un reato, che subito è colpevolizzata, a livello pregiudiziale, l’intera comunità.

L’esempio che questi “quattro” idioti hanno dato ieri sera a Sofia, a livello comportamentale, è da ritenersi identico a quello dei delinquenti romeni – tutti – così odiati a livello generico soprattutto dall’irrazionale e ritardata mentalmente, estrema destra italiana, che ha la pretesa d’essere faro – spento – di civiltà italica.

Il bello è che i bulgari, oltre a ricordare una partita mediocre, sotto tutti i punti di vista, delle due nazionali, per i prossimi mesi, avrà di che sparlare della “civile” Italia, lampadina bruciata di sapienza e valori etico-sportivi, fulgido esempio di tolleranza nei confronti dell’ospite, con la pretesa, peggio di un Hooligan sbronzo inglese, marcio come un cane infetto, guardando al “Bel Paese” come ad un covo di puzzoni dall’alito fetido, dagli occhi ciposi e pensieri, i pochi rimasti, come il rinnovarsi della Cloaca Massima umana, di romana memoria.

Vergognarsi, cospargendosi il capo di cenere, non ha senso, ma va ricordato che la colpa è anche del Ministero dell’Interno, in quanto soggetti erano conosciuti, e sono stati lasciati partire, forse ben consci che avrebbero fatto svergognare – peggio della nazionale calcistica, che non ha mai vinto a Sofia – l’Italia e gli italiani.
Esseri sub umani come quelli, andrebbero ammanettati ad un palo, manganellati preventivamente prima della partenza, all’aeroporto, rilasciati al termine, senza prestare cure mediche, al rientro degli azzurri, rimanendo senz’acqua e cibo per giorni in balia degli agenti atmosferici – fulmini compresi – fino al giorno, se mai avverrà, che riacquistano la ragione.

Ma la polizia italiana, ancora una volta, è stata troppo buona con questi portatori di pus mentale, e il danno d’immagine, come sempre ricadrà sugli altri.
Complimenti!

Marco Bazzato
12.10.2008
http://marco-bazzato.blogspot.com/

martedì 9 settembre 2008

Paraolimpiadi: chi le ha viste?


Silenzio di tomba. Censura. Nessun articolo di giornale. Il sito internet,dedicato all’evento, è così povero e striminzito d’informazioni, che nemmeno un barbone lo vorrebbe per far pubblicità della propria miseria. Stiamo parlando delle paraolimpiadi, le olimpiadi dei “diversamente abili” delle olimpiadi delle persone sfortunate, di coloro che per malattia o per incidente, sono stati pestati a sangue dalla malasorte, stiamo parlando di persone a cui spesso i media, quando non hanno altre notizie, dedicano qualche servizio. Persone cui la vita è stata bastarda e vigliacca, ma non si sono arresi, nonostante il silenzio assordante che ruota attorno alle loro problematiche.

Le paraolimpiadi però, almeno stando all’andazzo, sono un evento da non far entrare nelle case degli italiani, non uno straccio di inviato, nessuna immagine o commento, solo nero silenzio. Lo stesso silenzio, che forse i prigionieri dei campi di sterminio nazisti sentivano, dopo che erano stati fucilati alcuni compagni, e che oggi, in forma diversa, riecheggia, come una campana a morto nell’etere.

Blaterano i media di solidarietà, di abnegazione nei confronti del diverso, di donazioni, petizioni per eliminare le barriere architettoniche, per denunciare le amministrazioni pubbliche, ree di discriminare, colpevoli di guardare a questi come dei rifiuti sociali, dal abbandonare nell’oblio, ai margini dell’esistenza civile. Ma sono solo parole. Parole vuote, pesanti come l’aria presente nell’intestino che cerca una via putrefatta di sfogo, una via d’uscita, nefasta per gli eventuali commensali assenti, che s’erano dati appuntamento per sponsorizzare l’evento, per fingere d’essere vicini ai meno fortunati. Ma questi disgraziati, questi storpi, questi handicappati sono Persone, si menomate nel corpo, ma non nella volontà di combattere, di vivere, di vincere, d’essere partecipi, in primo luogo per se stessi, visto che “nessuno li caga” , a parte il più delle volte, ma non sempre, i famigliari, o qualche anima pia che non ha il cuore, come la maggioranza delle persone, ricolmo d’escrementi.

Un silenzio mediatico che lascia costernati, senza parole, che porta a riflettere sul come la società attuale, società dei falsi buoni sentimenti,non può permettersi uno striminzito servizio giornalistico, in quanto nessuno sponsor vuole essere accostato all’immagine di uno storpio, di un povero diavolo, che in carrozzella che suda e bestemmia come un dannato, spingendola a forza di braccia, perché le gambe o sono come tronchi secchi, o peggio totalmente assenti. E questo non fa bene al Brand, fa male agli affari e allontana i clienti, che non vogliono vedere all’ora di pranzo o cena, scene raccapriccianti, “atte a turbare la serenità familiare”. I bambini poi hanno i compiti, la mamma la parrucchiera, e il papà l’ufficio, magari con relativa Monica Lewinsky sotto la scrivania, intenta a d aprirgli la cerniera lampo; oppure la manovia e non può essere turbato da visioni ammazza digestione.

Oscar Pistorius l’aveva capito. Sapeva di dover almeno provarci a farsi ammettere a correre con i normodotati, con i sani, con coloro che hanno la possibilità di toccare il paradiso economico e di visibilità mediatica, in Terra . Ma a parte il fatto che non è riuscito a qualificarsi, la federazione d’atletica aveva detto di no, in quanto, nemmeno loro avevano l’interesse che uno storpio, con due monconi e dei trampoli al titanio facesse eventualmente le scarpe a qualche normodotato. Gli sponsor, vittorie o non vittorie, si sarebbero dileguati, visto che “mediaticamente non è un bello spettacolo da vedere”.

Se i media tacciono, nemmeno la politica omertosa apre la bocca, tanto meno il Ministro della Gioventù e dello sport – nome del ministero che puzza di fascismo peggio di un parente dispostico, morto ed in avanzato stato di decomposizione da anni –
Giorgia Meloni, diplomata all’istituto professionale, che ha aizzato gli atleti, incitandoli alla plateale protesta durante la cerimonia d’apertura, perché il governo italiano è troppo debole o vile o troppo interessato solo agli interessi economici italiani in Cina per farlo, non è apparsa in tv, nemmeno per pochi secondi, per augurare ai partecipanti italiani diversamente abili manco uno straccio d’imbocca al lupo. E questo al dice lunga in che razza di mani politico-economiche-giornalistiche,l’Italia intera è tenuta in ostaggio in modo così rozzo, che nemmeno l’anonima sequestri sarda, può far di peggio.

Eppure abbiamo la pretesa di dirsi civili, di fregiarsi della nostra italianità, del forte spirito solidale che unisce i cittadini, soprattutto nei confronti dei meno fortunati. Chiaramente sono solo belle parole, frasi magari dette anche da un sonetto dall’accento tedesco da un balcone, ogni domenica, ma che nei fatti, nell’opinione pubblica in generale, devono lasciare il tempo che trovano: nulla, vuoto siderale, freddo cosmico e materia oscura.

Le paraolimpiadi, ed il vacuo che circonda la società mediatica italiana lo dimostra, oltre ogni ragionevole dubbio, sono uno spettacolo in trasmettibile ad ogni ora, non importa se di primo mattino, oppure a notte fonda, quando in molti soffrono già d’insonnia e sono fragili, oppure poco dopo l’alba, quando gli occhi sono ciposi, assonnati, con l’alito impastato da serata e sbronza in discoteca, e non si può, con le abituali brutte notizie del telegiornale farsi mandare per traverso il caffè o le fette biscottate con marmellata, vedendo persone senza braccia o gambe. A quell’ora si potrebbe pensare che sono dei reduci appena rientrati dall’Iraq, dall’Afganistan, mostrando in tutta la loro drammatica brutalità, quanto anche gli italiani combinano a quelli innocenti in quei martoriati Paesi, dove ci presentiamo come pacifisti armati. Troppo squallido.

Meglio il silenzio, l’omertà, il lasciare che questi drammi, siano per “rispetto ipocrita e falso” esclusivamente un fatto privato, da non pubblicizzare più del dovuto, anche se questi cercano, tramite lo sport, di vivere una vita normale. Sono sempre e comunque fatti ed eventi sportivi privati, che non interessano, e non devono interessare l’opinione pubblica, pena lo scoramento e la perdita, da parte degli sponsor di quote di mercato.

Il diversamente abile, anzi per dirla come si esprimono i geni del marketing nelle riunioni a porte chiuse: «storpi, paralitici, orbi, mezzi orbi, ciechi e quant’altro,drenano risorse alla collettività e quindi anche a noi, e non devono essere accostati alla nostra immagine, non importa se falsa. Noi creiamo la realtà che poi il consumatore grullo, sebbene non vive, aspira a avere. Aspirare ad essere handicappato non lo vuole nessuno. Sani, belli e vincenti è il nostro motto, tutto il resto nell’immondizia!»

Marco Bazzato
09.09.2008
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domenica 10 agosto 2008

Olimpiadi 2008: partenza nera


Non c’è che dire, l’Italia, ogni volta che deve presentarsi a qualche manifestazione internazionale, continua a fare la sua “porca” figura.

Porca figura, iniziata già alla cerimonia d’apertura di Pechino 2008, quando il nostro portabandiera, il canoista
Antonio Rossi,invece di tenere e sventolare il vessillo italico col rispetto dovuto, in quanto, come da sue dichiarazioni precedenti, fatte in occasione della balzana idea del Ministro diplomata in reception e cucina, col massimo dei voti all’ Istituto professionale alberghiero, divenuta ministra, o minestra, senza portafogli di un ministero, che puzza di Fascismo, come il Ministero della Gioventù, Giorgia Meloni, circa il boicottaggio simbolico, sia Antonio Rosi e gli altri membri della comitiva sembravano, per dirla alla Tommaso Padoa Schioppa, dei “bamboccioni”, sfuggiti dal controllo della mamme, dei bambini dell’asilo, che per alcuni minuti, sempre troppi, forse abbagliati dal luogo, hanno perso il contatto con la realtà, credendo d’essere ancora in patria, e comportandosi come scolaretti, alla Angus Young delgli AC/DC in gita scolastica d’istruzione.

Senza contare il classico comportamento burinseco delle bandiere italiane, tenute in mano, al rovescio: rosso, bianco, verde, trasformando così alcuni atleti, in infiltrati di qualche Paese straniero, oltretutto inesistente. Simili comportamenti antipatriottici, dovrebbero essere censurarti in modo forte, dalle autorità sportive italiane, che evidentemente se ne infischiano del buon nome del Paese all’estero, lasciando correre, come se questi comportamenti, definiti “caratteristici” facessero onore all’immagine dell’Italia.

Ma la summa del ridicolo, dopo lo sfregio alla bandiera, lo si è raggiunto con la scritta “goliardica”, che, invece di mantenere alto il profilo istituzionale, ha fatto piombare la delegazione al becero provincialismo campagnolo, abbassando di molto, il già basso raiting italico, sul piano internazionale.

Una nota a parte, va all’abbigliamento dell’armata Brancaleone italica, che visti i pantaloni bianchi, sembravano la nazionale gelatai emigrata in Germania per i campionati mondiali di coppette e coni alla crema e alla frutta.

Ma ci sono due categorie che già fin dall’inizio, hanno fatto peggio degli atleti. Il primo è il Presidente del Consiglio italiano, che si è definito, a ragione, troppo vecchio per presenziare all’inaugurazione dei Giochi, tant’è che in molti, fuori dall’Italia, dicono che abbiamo un governo, ed una classe politica, vetusta peggio del
Politburo dell’ex Unione Sovietica di Brezneviana memoria, senza contare che a New York, già parlano di barzelletta italica.

Ma la medaglia d’oro olimpica, spetterebbe ai cosiddetti esperti della vigilia. I lettori dei fondi di bottiglia, i maghi n eri, che leggono, come le antiche fattucchiere, le interiora di gallina, che scrutano nelle sfere di cristallo, senza imbroccarne una.

I cosiddetti esperti, hanno pontificato senza ritegno, senza un minimo d’umiltà, promettendo faville e scintille nel ciclismo a
Paolo Bettini, che ha dovuto cedere il passo, lo scettro, finendo miseramente diciottesimo, incapacitato a difendere l’oro conquistato nel 2004, e potendo continuare a citare nomi di atleti, incensati prima della partenza, e affossatosi, da soli, deludendo, e senza riuscire a qualificarsi, venendo de facto estromessi, come nel caso del nuoto maschile e nell’atletica leggera femminile, senza possibilità d’appello.

Il punto è che agli “esperti” sportivi, esattamente come le cartomanti, sovente smascherate da Striscia La Notizia”, otre ad eccede, senza motivo, in sicurezza, mancano di umiltà, avendo come abitudine del Bel Paese, la vendita della pelle dell’orso, spesso senza nemmeno andare a caccia, o peggio essendo animalisti convinti.

Marco Bazzato
10.08.2008
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giovedì 17 luglio 2008

Oscar Pistorius ha fallito!


Si potrebbe dire: tanto rumore per nulla. Oscar Pistorius, dopo il polverone alzato in mezzo mondo, per essere ammesso, in quanto dotato di protesi artificiali, al posto delle gambe, alle Olimpiadi 2008, ha fallito. Non è riuscito a qualificarsi nemmeno alla terza prova, facendo tirare, ai normodotati, un sospiro di sollievo, in quanto, per fortuna, si è autoescluso, o meglio le sue “gambe di legno” non si sono dimostrate all’altezza, del casino internazionale, messo “in piedi”per vanità personale.

L’aspetto più ridicolo, ancora una volta, sono stati gli italiani, bravi a schierarsi contro le presunte ingiustizie legali, a favore del “diversamente abile di turno” che, non si sa perché, ma non certo per le qualità atletiche da velocista, veniva invitato a propagandare il proprio “problema” in ogni talk show, o Tg, togliendo spazio a notizie più importanti.

Oscar Pistorius ha perso innanzi tutto contro se stesso e contro il proprio ego, e la faccia nei confronti del mondo. Ha perso, perché indipendentemente dai pregi di categoria, non si può avere la presunzione di cambiare, non solo le leggi della natura, ma anche quelle della sfiga. Sarebbe come se un peso mosca, volesse boxare contro un peso massimo, salvo poi, alla terza randellata, arrabbiarsi perché il massimo ruolo a cui può ambire è quello di sparring partner, a bordo ring, da portaborraccia privilegiato.

Pistorius, si spera, abbia capito, a forza di tavanate sui denti, qual è il suo posto. Posto, che non è tra i normodotati, ma tra i diversamente abili, quale realmente è.
Umanamente si può anche capire, il motivo dell’accanimento e della volontà di competere con persone che hanno due gambe vere, di carne ed ossa, ma non si può combattere contro il destino. Senza contare che se in passato ha vinto qualche garetta contro i normodotati, questi non erano campioni , ma “Pippe”. Ma non si può avere comprensione per l’atleta Pistorius, che con le bizze da prima donna delle Paraolimpiadi, voleva cambiare il corso, non solo della storia sportiva, ma anche della realtà stessa, arrabbiandosi con chi lo consigliava di stare al suo posto, di accettarsi così com’era, senza fare troppi casini.
Per fortuna a ridimensionare il personaggio “mediatico” costruito a tavolino, ci ha pensato la pista, che senza tanti complimenti l’ha rimandato nella sua vera categoria: i diversamente abili. Tutto il resto è solo illusione, per se se stesso e fumo sugli occhi nei confronti dei telespettatori, sperand che si siano svegliati dal sonno della ragione.

Marco Bazzato
17.07.2008
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lunedì 23 giugno 2008

Italia Ko. Fuori dagli Europei


È andata, a seconda dei punti di vista, nel modo peggiore possibile. La nazionale italiana si è fatta battere ai rigori dalla Spagna, tornandosene, di brutto,a casa. Ora, naturalmente, inizia la resa dei conti, la consueta ricerca delle responsabilità, e se tutto va bene, a farne le spese, sarà il Ct, Roberto Donadoni, un allenatore, che per dirla tutta, non è mai piaciuto quasi a nessuno.

Ma piangere sul latte versato, anzi sugli errori, ai rigori, sbagliati, non serve certamente a nulla. Il punto semmai è un altro: da dove si ricomincia?

Alcune voci, di corridoio, parlano già quasi apertamente di un ritorno di Lippi sulla panchina azzurra, resta da vedere se il Ct, campione del mondo in carica, abbia effettivamente la voglia di riprendere in mano un gruppo sbandato e demotivato.

Quello che fa sorridere oggi, è la solita retorica italiana della vigilia. Pronostici, proclami, statistiche, come se le parole dei giorni precedenti, spesso altisonanti, avessero avuto il potere esorcistico di mutare poi la triste realtà dei fatti. C’è un detto che dice: Non dire gatto, finchè non l’hai nel sacco. Evidentemente la boria italiana, pessima maestra d’umiltà, ha caricato troppo, non solo gli italiani d’aspettative, ma pure la squadra stessa, che poi ha ricambiato quello che ha ricambiato: una sconfitta.

Dire se quest’eliminazione oggi e in futuro, sarà un bene o un male spetta agli esperti. Certo è che il calcio italiano, e la nazionale, così com’è, appare sempre più un’armata Brancaleone allo sbaraglio, priva di precisi obiettivi, con i giocatori, che forse sono stati eccessivamente sopravvalutati, soprattutto i campioni del mondo in carica, e nuovi arrivati, mancano di quell’esperienza e coraggio nel saper sopportare lo stress di un palco internazionale.

È chiaro che non il capro espiatorio, ma il responsabile diretto di questa Caporetto è il Commissario Tecnico, di cui non sempre la grandezza come giocatore, appese poi le scarpette al chiodo, equivale a carisma e a visione strategico-tattica dei giocatori, da allenatore.

La scelta di Donandoni, a molti fin dall’inizio è sembrata infelice, una decisione presa sull’onda emotiva dell’abbandono di Lippi, si è rivelata una jattura nei confronti, prima della squadra, poi dell’Italia intera, che è uscita con la coda tra le gambe e a testa bassa.

Il nuovo che verrà, perché sicuramente, dovrà esserci, si porterà il fardello del fallimento del predecessore, e il peso di dover riconsiderare ogni elemento, senza far sconti al passato ha dimostrato di non aver condizionato in positivo, il rendimento dei quarti di finale.

Interessanti tra l’altro, sono i mesti commenti del giorno dopo, i volti scuri, le dichiarazioni di chi, invocando la sfortuna, non vuole prendere coscienza del – giusto – fallimento, su tutta la linea del Carrozzone Italia.

C’era poco da esultare e pavoneggiarsi come tacchini alla vigilia, come ci sono ancora meno scuse da fare per giustificare un naufragio titanico, di proporzioni bibliche, e si spera, serva in futuro, per imparare a fare un bagno d’umiltà.

Invocare la sfortuna, la malasorte, i gesti scaramantici – che non servono una mazza – per cercare di lavarsi di dosso l’onta di una sconfitta, appare ancor di più oggi come un pianto da Coccodrilli, una danza del Cigno – morto – che a differenza della fenice, oggi non può rinascere dalle proprie ceneri.

Ma il punto non è né la sfortuna, né tantomeno il fatto che gli spagnoli hanno giocato meglio degli italiani, ma che gli azzurri, hanno fatto il possibile per essere peggio degli spagnoli, riuscendoci, mostrando la corda di una squadra, che ai molti era apparsa scollata e mal assortita fin dall’inizio.

Donadoni ha dichiarato che non intende dimettersi, da italica abitudine, di non avere l’umiltà di saper riconoscere i propri fallimenti, proseguendo, come la politica insegna, che è giusto aiutare ancor di più la barca ad affondare, dimostrando palesemente di non saper o non voler riconoscere i propri disastri.

Va detto che l’Italia, con quest’allenatore e questo gruppo, non meritava d’andare più avanti di così, anzi a ben guardare, la nazionale avrebbe meritato d’essere mandata fuori già agli ottavi di finale.

Si spera, ma è una speranza già morta in partenza, che questa sonora sconfitta serva da lezione, non solo al futuro allenatore che verrà, ma anche ai nuovi che giungeranno, e agli opinionisti sportivi e non, che questa sonora sconfitta, serva per fare un bagno nell’aceto dell’umiltà. Umiltà che spesso il Paese allegramente deficita, perché malato di superbia congenita, che non permette d’andare oltre ai proclami di facciata, alle statistiche, come se queste fossero l’oracolo infallibile di Delfi, ma poi, come il campo ha ineluttabilmente dimostrato, è una vacua superstizione arcaica, che sortisce lo stesso effetto divinatorio di maghi e cartomanti: fallimento su tutta la linea, e a casa col capo chino e gli occhi che fissano la punta dei demotivati piedi miliardari.


Marco Bazzato
23.06.2008
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lunedì 7 aprile 2008

Olimpiadi 2008: Caccia al Tedoforo



Forse non sarà una nuova disciplina olimpica, ma quest’anno,
Cina 2008, già prima di iniziare è un evento mediatico. Il CIO e il governo cinese, non lo hanno ufficialmente inserito nell’elenco dei giochi, ma la moda dei “calci in culo al tedoforo” sta dilagando come una protesta per il riso, un’azione studentesca degli universitari che lottano per i propri diritti, un aggressione militare, fatta dal governo cinese contro la riottosa e sanguinaria provincia tibetana, divenuta per i governanti pechinesi – che secondo alcuni potrebbero essere scambiati per cani – lo spauracchio della manifestazione olimpica, che all’occhio della classe dirigente del Paese di Mezzo, ha da tempo trasformato il Dalai Lama, in un Osama Bin Laden, pelato e sbarbato.
A dar involontariamente l’avvio alle danze, è stato l’ungherese – dall’alito all’aglio, come il
salame – del presidente francese, che tra una notte e un viaggio con la nuova moglie, la terza, l’italiana – sai che orgoglio! – Carla Bruni, trova il tempo d’occuparsi delle cose di Stato, mettendo ai pechinesi le pulci che forse non si sarebbe recato in Cina per assistere alla cerimonia d’apertura dei giochi, facendoli infuriare come idrofobi.

La protesta sta dilagando, come la psicosi dell’aviaria, come il morbo della mucca pazza e/o la buona abitudine italiana, d’adulterare il vino – il che non significa l’uva è adultera e/o è puttana – anche se la sfiga è iniziata già il giorno dell’accensione della fuoco olimpico, a
Olimpia, quando la fiamma quasi non ne voleva sapere d’accendersi, e un manifestante superato il cordone di sicurezza, è riuscito a far fare, all’oratore pechinese, la figura del cane bastonato, fine riservata, in Cina, agli appartenenti alla razza canina, che finiscono nei piatti – come cibo rinomato, dicono – e le pelli, diventano pregiate pellicce per le occidentali, che guaiscono di piacere, al pensiero d’indossare una pelliccia pregiata, pagata due lire.

Domenica, il nuovo gioco è ripreso in Inghilterra, con lo sfigato di turno, col fallico simbolo infuocato sollevato al cielo, se ne camminava beatamente tra due ali di folla, quando – secondo la polizia inglese, “
Dalla Cina con furore” – sarebbe stato aggredito, mentre secondo gli sportivi – leggesi aggressori – si ha semplicemente usato il deretano per diffondere, su scala planetaria, il “calcio in culo al tedoforo”.

Ora però, visto che il gioco si sporta nella capitale del fallo per eccellenza, la
Torre Eiffel, Parigi, il gallico, o galletto presidente dal riporto ai piedi, e dalla moglie “ballerina” inizia a preoccuparsi – un po’ – per gli eventuali ordini sportivi diversi, detti anche disordini sportivi, Zidane docet, che potrebbero avvenire durante la camminata del sacro fuoco, che si è deciso di scortare gli 80 tedofori, che faranno 350 metri all’uno – sai che fatica – per i 28 chilometri del percorso, nella speranza, secondo francesi e cinesi, che nessuno interrompa l’avanzata, o secondo gli amanti dello sport, che i portatori della torcia, possano sentirsi protagonisti passivi della nuova disciplina sportiva.

Gli organizzatori delle olimpiadi e i politici cinesi o pechinesi, anche se ufficialmente smentiscono, che stanno vivendo questi giorni, fino al termine delle medesime con la paura che le mutande che indossano, possano imbrattarsi in ogni momento, se la situazione Tibetana, dovesse sfuggire in qualche modo di mano, visto che la planetaria figuraccia scatologica sarebbe disastrosa, non solo d’immagine, ma anche olfattiva.

C’è una cosa che fa arrabbiare più di tutto il CIO, cinesi e gli sponsor internazionali, furiosi perché i partecipanti, gli sportivi del “Calcio in culo al tedoforo”, sono dei cani sciolti, dei sportivi puri, con nel sangue il vero spirito olimpico, che seppur privi di contratti milionari, partecipano da primi attori anonimi all’evento, divertendosi, facendo divertire in modo diverso, con un agonismo pulito, dimostrante senza paura e vane retoriche sporivo-politiche la forza della libertà, la partecipazione non solo emotiva al popolo tibetano, ma esperenziale, viste le manganellate che ricevono quando osano dimostrare, usando la medesima pacificità cinese, e questo non piace, perché questo primato, primate od onore spetta a loro.

C’è da dire, però visto che si è in clima di parcondicio che i tibetani, se da una parte sono stati furbi a far scoppiare il bubbone prima delle olimpiadi, ma dall’altra, hanno sbagliato nei tempi, giocando d’ anticipo, in quanto hanno lasciato ai pechinesi il tempo, non solo d’abbaiare, ma di mordere o reprimere – dipende dai punti di vista – secondo usanza rossa, nel sangue le presunte proteste. Anche perché, non va dimenticato, che il popolo, specie quello televisivo, oggi rispetto a quello romano, al tempo del Colosseo, dei Gladiatori, dei leoni sbrana infanti e cristiani, è più volubile, si stanca, perché sofferente di deficit d’attenzione catatonici, col rischio che quando i giochi inizieranno veramente – commercialmente parlando – i telespettatori siano saturi, e con il ritorno dei manganelli e delle purghe tibetane, questi abbiano perso l’interesse, trasformando lo spettacolo da un evento planetario, ad un evento da destinare alle pagine di gossip dal mondo e cronaca locale come nota di colore a margine dell’Olimpiade.

Marco Bazzato

07.04.2008

martedì 1 aprile 2008

Olimpiadi 2008: Boicottaggio?




Le voci già da tempo girano incontrollate. C’è chi dice “Andiamo” altri che dicono “Restiamo a casa”, altri ancora che ci stanno pensando, ma che non sarebbe giusto per gli atleti dover rinunciare ad una vetrina internazionale – e ai soldi – per colpa della morte di quattro tracagnotti, che se ne stanno appollaiati come cornacchie rosse, sul tetto del mondo a 4.000 metri, a pregare.

Il primo a rompere gli indugi, è stato l’originale ungherese – come il salame –
Sarkozy, che politicamente parlando, sembrerebbe avere le uova di Fabergè piene dei cinesi, senza contare che l’aristocratico Pierre de Coubertin , Pietro del Copertone o Piero il Gommista, a seconda della pronuncia maccheronica del francese, starebbe facendo il diavolo a quattro, secondo alcuni in paradiso, secondo altri all’inferno, da quando ha saputo delle legnate ai poveri monaci pacifisti. Ma il de Coubertin sarebbe incazzato anche perché il suo motto: “L’importante non è vincere, ma partecipare”, è stato sostituito con.”L’importante e guadagnare”. E lui, dopo che è morto, non ci ha guadagnato una mazza, a parte qualche fiore in plastica, messo alla buona, in qualche commemorazione ufficiale, per poi essere portato subito via è più nero della polvere delle sue ossa, gettata sugli occhi degli stolti, per renderli ciechi.

Stando ad alcuni maligni, i cinesi, visto il cancan che si continua a fare – secondo loro senza motivo – vorrebbero istituire una nuova disciplina: Calci in culo al
Tedoforo, se per proteste, si rifiuta di portare la fiamma olimpica al Il Paese di Mezzo.
Dicono che Piero del Copertone, stia bestemmiando come un barone, divenuto barbone, caduto in miseria, lassù in cielo o sotto terra, che San Pietro,che anche lassù prima de canto del gallo cambi idea o rinneghi tre volte, sembrerebbe in preda a crisi nervose, perle urla stridule, che farebbero perdere la pazienza anche ad un povero Cristo in croce, e in accordo col capo supremo, sembrerebbero intenzionati a far arrivare un bel Tsunami – durante le Olimpiadi – nel Mar Cinese Orientale, che a confronto di quello del 26 dicembre 2004, sarebbe una banale tempesta in un bicchier d’acqua.

Il Copertone, il Gommista, o De Coubertin per far contenti i puristi del francese, dopo essersi strappato i baffi uno ad uno, avrebbe convinto la
Triade: Il Boss, il figlio, e l’Eterno assente a far qualcosa, qualsiasi cosa, pur di fermare lo scempio 2008, non della sua creatura: Le Olimpiadi, ma offeso di non essere della partita, di non aver potuto partecipare alla gara dell’ingrasso, dell’olocausto dell’agnello grasso, per la gioia del portafoglio.

Il Copertone, incazzato come un
Jeffrey Dahmer affamato vuole la sua parte, la sua fetta, stanco dell’utilizzo del suo nome, del suo pensiero da sponsor voraci, di tv satellitari, che come piovre, come narcotrafficanti dell’etere, si contendono i planetari tossici sportivi a suon di milioni, certi di ricavarne miliardi.

E gli atleti? Il Copertone è incazzato con questi rinnegati, furioso con questi venduti, nero con questi signori dal milione facile, dall’ingaggio faraonico, che nemmeno
Nefertari, Cleopatra o la Regina di Saba si sarebbero immaginate.

Il Copertone, il De Coubertin in molti lo sanno, in pochi lo dicono, che andrebbero fermate, boicottate, e vorrebbero vederle fallire come due torri che crollano a terra tra nuvole di polvere, volti smarriti, impauriti, lacrimanti e piangenti come quelli dei monaci, combattenti pacificamente per la propria libertà. Il Copertone, vorrebbe vedere, in quei giorni, le guerre fermarsi, il sangue arrestarsi, il dolore spegnersi non in onore dei giochi dell’uomo per l’uomo, ma per la pace.

Ma il Gommista, il De Coubertin, il del Copertone, è stanco di farsi prendere – come un sodomita da quattro soldi – per il deretano, è stanco d’essere nominato, come invitato assente al banchetto delle belle parole, ai brindisi dei calici, al cielo, alzati per ricordarsi della sua illustre – ma defunta – memoria.
Se De Coubertin piange, la storia attuale non ride. La storia, gli storici e la maggioranza dei politici tacciono, tergivisano, rimandando alle
calende greche le decisioni sull’eventuale partecipazione, intimando agli atleti di rimanere a casa a manifestazioni concluse.

De Coubertin piange, impreca s’arrabbia, ma alla fine tace. Tace perché la sua parola rimane inascoltata, perché in un mondo così diverso da quello che ha lasciato il 2 settembre 1937, nonostante i buoni propositi, gli ideali di
Olimpia del 776 a.C sono morti per sempre, uccisi dall’unica divinità esistente sulla Terra: il Dio Denaro.


Marco Bazzato

01.04.2008

lunedì 5 febbraio 2007

Quando la verità è dolorosa e fa male

«il calcio non può chiudere, i morti sono parte del sistema. La Fiat per rilanciarsi non si è certo fermata. Noi siamo addolorati, ma lo spettacolo deve continuare».
Antonio Matarrese

Quella sopra riportata è la “sconcertante” dichiarazione di Antonio Matarrese, presidente della Lega Nazionale Professionisti, che nella sua brutale verità ha lasciato tutti sconcertati. Di cosa dobbiamo stupirci del resto? Della verità. Certo la “sadica” frase che poteva solo essere pensata, ma non detta, potendo apparire irrispettosa nei confronti della vittima di cui oggi si sono svolti i solenni funerali di Stato?
Lo scandalo è che Matarrese abbia parlato fuori dei denti, dichiarando una verità incontrovertibile, e sotto gli occhi di tutti. Tifosi, investitori, azionisti, calciatori e quanti sono coinvolti in modo diretto o indiretto col mondo del pallone, e mordono il freno nelle dichiarazioni pubbliche, ma intanto avvocati e commercialisti pubblici e privati fanno e rifanno i conti di quanto queste due giornate di sospensione costeranno all’erario, alle società sportive costrette ad adeguarsi decreto Pisanu, ma applicato fino in fondo, ai commercianti che non vendono magliette, alla tv che hanno sborsato milioni di euro per i diritti di trasmissione, agli sponsor che mancano di platea televisiva e rischiano di veder contrarsi i loro introiti.
Matarrese ha un'unica colpa: non ha fatto lo struzzo, non ha nascosto la testa sotto la sabbia dell’ipocrisia piagnona e buonista a tutti i costi, di non aver parlato come un santo pronto a porgere l’altra guancia. Ma ai benpensanti dell’ipocrisia non sta bene, questo parlar chiaro, senza sotterfugi e doppi sensi non è politicamente corretto, non è cinicamente comprensibile, non è rispettoso. Ma non è rispettoso nei confronti di chi? Di chi sapeva e non denunciava? Di chi denunciava, ma non poi non cambiava nulla? Non è rispettoso nei confronti delle forze dell’ordine che conoscendo i rischi, sono costretti a tenera a bada una masnada di “terroristi” calcistici, una minoranza, ma una minoranza che ha fatto scappare il morto, dove gli uomini dello stato sono mandati allo sbaraglio, sbeffeggiati, insultati, presi a sassate, in nome di cosa? Dello Sport? Del calcio? Del pallone? No, in nome di quell’interesse semplice che è il denaro, il profitto, che come per le morti bianche sul lavoro, lo sport non si ferma davanti al morto ammazzato durante una partita sportiva, i cantieri della nazione non si fermano a tempo indeterminato, le fabbriche non chiudono per quindici giorni, ma continuano a lavorare, a produrre, a creare profitto e dividendi per gli azionisti, li non c’è ipocrisia, belle parole inaplicate nei fatti, ma li nessuno si scandalizza….e riprende, spesso paggio di prima…
Del resto anche le trasmissioni sportive di questi giorni, dove le opinioni dei conduttori e degli ospiti, erano un invito velato a trovare soluzioni rapide, per non vedere il tracollo economico del settore, media compresi.
Il cinismo di Matarrese, anziché attaccato andrebbe difeso, proprio in memoria di quel morto, che è stato ucciso, perché lo spettacolo comunque deve continuare, e le discussioni politiche e dei massimi livelli della federazione calcistica sono la semplice conferma.

Marco Bazzato
05.02.2007
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Calcio sospeso a tempo indeterminato?

Dopo i tragici fatti di Catania di venerdì scorso, che avevano portato alla clamorosa decisione emotiva di sospendere il calcio a tempo indeterminato, ma non sono passati nemmeno tre giorni, e i funerali del poliziotto non si sono ancora svolti, che già suonano le fanfare dell’esercito in ritirata, dove le belle parole di solidarietà, hanno lasciato spazio a calcoli leggermente più veniali, meno ancorati all’emozione e al dolore, rimuovendo alla velocità della luce i bei propositi di meditazione e astinenza dal calcio anzi, l’esercito dei rianimatori sportivi è piazzato al capezzale del moribondo, pronti a praticare ogni tipo di terapia intensiva, pur di farlo resuscitare dalla tomba colma di marciume e larve dov’era stato sepolto poche sere fa.
Bisogna guardare avanti, andando oltre alla tragedia, trovando le cause del malessere sociale, cercando d’estirpare la cancrena che deturpa in ogni ordine di classe sociale il mondo sportivo. Queste sono alcune delle affermazioni ad effetto più gettonante nelle ultime ore.
Il moribondo è in terapia intensiva, ma i rianimatori anche questa volta useranno le classiche terapie omeopatiche, anziché una robusta dose d’antibiotici, scariche elettriche, manganelli ed idranti per far tornare dal mondo dei morti l’amato sport, discutendo sulle possibili cure, sui rimedi stregoneschi, nascondendo la testa sotto la sabbia, sotto lo sterco putrido del marciume d’interessi che coinvolgono lo squallido mondo dorato in ogni ordine e grado.
Per una domenica intanto il campionato è stato sospeso, e così sarà anche in quella successiva, ma viene da chiedersi è possibile in due settimane risolvere i problemi decennali, le mancanze politiche, delle società calcistiche, dei media, e di quanti da anni si avventano sulla carogna della gallina dalle uova d’oro che dispensa miliardi a brocchi e campioni come caramelle, dove l’aroma avvelenato spesso è divorato avidamente da cocainomani sportivi che come tossici in crisi d’astinenza sfogano le loro pulsioni abiette urlano, inveendo, lanciando lacrimogeni, bombe carta, oggetti in campo e quant’altro, in modo improvviso o premeditato salta nella testa durante il sacro rito calcistico, che come un orgia famelica di corpi avvinghiati si accoppiano virtualmente tramite grida e tamburi tribali, come cannibali usciti dalle foreste pluviali,sono pronti a lanciare le loro frecce avvelenate alla prima svista dell’arbitro, al calcio sugli stinchi del beniamino miliardario che se ne frega, dall’alto del suo mondo dorato del destino dei poveri diavoli ossessionati, che lo innalzano come un dio pagano, pronti a ricacciarlo nell’inferno appena compie un minimo errore o il rendimento calcistico passa dalla sublimità dello stallone di razza al brocco pronto per il mattatio.
È sconvolgente questo silenzio privo di urla e grida, privo delle logorroiche dirette radiofoniche e televisive che infestano le reti di ogni ordine e grado, e quasi un mistero gaudioso questa ritrovata pace, nata però sotto il segno della bestialità omicida, che già in troppi sembrano aver dimenticato.
Lo sport è morto, ma come necrofili si trae piacere anche dal godimento del cadavere in decomposizione, dal godimento dell’osservazione degli stadi finalmente svuotati dal chiasso, dai fumogeni, dai lacrimogeni della polizia, ma il “sacerdote” non vuole dare l’estrema unzione, e i parenti interessati sono alla ricerca dello sciamano, dello stregone, del guaritore mistico, pronto a gridare che il calcio e resuscitato, che il dramma consumato appartiene al passato, e che tali tragedie non si ripeteranno più. Così, via tutti allegramente, pronti a contare il denaro degli introiti dei diritti televisivi, dei biglietti, del merchandising, pronti a gridare al gol inesistente, al rigore mancato, pronti a ripicchiarsi nuovamente come bestie feroci dentro il Col osseo. Peccato che i bei tempi della Roma imperiale siano finiti, che il Gladiatore sia stato solo un magnifico Kolossal hollywoodiano, altrimenti sarebbe stata una gioia la riapertura dell’antico Anfiteatro Flavio, che avrebbe fornito una degna cornice tra leoni, tigri e altri bestie feroci, il veder rinnovarsi l’arte del sangue elevato a sport eccelso, dove i novelli gladiatori: gli ultras avrebbero potuto essere gli interpreti attivi dello spettacolo, e il popolo pacifico, quello che del calcio pulito ne hanno fatto un atto d’amore responsabile, si godrebbe beatamente seduto in poltrona, tramite la Pay Tv il banchetto degli animali che si avventano tra di loro senza pietà, pestandosi a sangue, picchiandosi di santa ragione fino allo sfinimento.
Ma l’antica Roma era la capitale di un impero in decadenza, noi, civili del XXI secolo abbiamo creato nuove forme di divertimento più raffinate, meno truculente, senza spade, ma con spranghe, catene, mazze, sampietrini, e sassi scagliati, perché come dice un detto: Lo spettacolo deve continuare! Quindi, via, sopportiamo la tortura di un'altra settimana d’astinenza senza calcio, poi l’eterna ruota dell’ipocrisia riprenderà a girare nell’unico vero verso che conosce: L’euro.

Marco Bazzato
05.02.2007
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