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mercoledì 18 novembre 2015
Eugenetica, omofobia e stupro mediatico: ovvero, era meglio morire da feti
Cosa fareste voi aspiranti genitori se un medico,
esami alla mano, vi dicesse che il figlio che state aspettando ha una buona
probabilità di essere omosessuale?
Il romanzo di Marco
Bazzato, "Aborto d'amore", parte da questa premessa che ad alcuni
potrà apparire inquietante ma pone una questione ancora più vasta, già a lungo
dibattuta, che continua a fomentare aspre diatribe tra sostenitori e
oppositori: la liceità dell'aborto. È giusto che un figlio
nasca contro
la volontà dei genitori? È giusto per i genitori? Per il bambino? Per la
società?
La storia che Bazzato narra, con un linguaggio crudo e violento che ben si
adatta alla vicenda ambientata in Veneto ai giorni nostri, è una di quelle storie
che non possono lasciare indifferenti, che non possono non far riflettere. Non
è certo un romanzo rilassante, anzi direi che è come un pugno nello stomaco, e
non è neanche un libro per tutti ma solo per coloro che non temono di
confrontarsi con tematiche difficili quanto attuali. Sconsigliata dunque la
lettura alle persone che si turbano facilmente e non sanno gestire
l'inquietudine, l'indignazione che inevitabilmente farà sorgere questa lettura,
sia che ci si schieri con coniugi Rampin - a cui è stata profetizzata la
nascita di un figlio gay - sia che ci si schieri con i sostenitori dei diritti
degli omosessuali o in generale con gli antiabortisti.
Che esista veramente il gene responsabile dell'omosessualità è tema dibattuto
in ambito scientifico e mai provato, ma il fulcro del suo romanzo è altro: ci
si interroga se i genitori hanno diritto a scegliere della vita e della morte
di un feto che sta crescendo ignaro nel ventre di Arianna Rampin, tipica madre
veneta con un bambino e due aborti naturali alle spalle. Un' altra interruzione
di gravidanza comporta dei pericoli medici, così la decisione è ancora più
sofferta. La privatissima questione familiare balza ad un certo punto alla
ribalta della cronaca e finisce sotto i riflettori dei giornalisti che, come
avvoltoi, calano per sbattere la questione in prima serata e fare audience. Tra
questioni religiose, etiche e giudiziarie si dipana la vicenda fino al suo
epilogo che ovviamente non spoilerò.
Il romanzo è ben scritto ed avvincente, costruito con perizia da un grande
narratore qual è Marco Bazzato (già autore di "Progetto Emmaus",
altra opera dai contenuti forti), ed è capace di tenere il lettore incollato
fino all'ultima riga. A me ha suscitato molte riflessioni personali che vorrei
qui esporre, prendendo come spunto proprio questa vicenda inventata ma che
potrebbe benissimo essere reale e precisando che si tratta di un mio personale
punto di vista.
Premetto che io sono un sostenitore della libertà, in campo sessuale come in
altri campi: tra adulti consenzienti per me tutto e permesso, in accordo col
diritto (una conquista peraltro recente; fino a non molti decenni fa avere
rapporti omosessuali in Inghilterra era reato penale, e lo è ancora in molti
luoghi del Terzo Mondo, un reato punito addirittura con la morte). Per me omo
ed etero hanno e devono avere gli stessi diritti. Tuttavia sono anche a favore
dell'aborto, che ritengo un diritto inalienabile della donna, e penso che per
un figlio o una figlia omosessuale non sarebbe un bell'affare nascere in una
famiglia omofoba, come non sarebbe, più in generale, una cosa positiva per un
figlio o figlia etero nascere in una famiglia che non lo/la desidera. Il
discorso si potrebbe allargare a quei bambini portatori di handicap che, se
potessero scegliere, forse sarebbero i primi a chiedere alla madre di abortire.
Mi rendo conto di dire delle cose forti ed anche in certa misura arbitrarie: in
fondo non si può per ovvi motivi chiedere il parere del diretto interessato,
ossia il feto. Ma il feto si può considerare una persona a tutti gli effetti?
Quando comincia effettivamente la vita? All'atto del concepimento? Al momento
della produzione dell'ovulo o dello spermatozoo che lo penetrerà? O forse è
ancora più antica ed affonda in vite precedenti, come insegna la dottrina della
reincarnazione?
Forse la vita fluisce eternamente dall'infinito
passato all'infinito futuro, come insegna il buddismo, e non ha un vero inizio
e una vera fine… ma il discorso ci porterebbe lontano ed è bene non divagare
troppo.
Il diritto, dicevo, di decidere della vita di un feto è un diritto della donna
che lo porta in grembo. Ma può essere anche un diritto della società dove
quella donna vive? Mi spiego meglio. Immaginiamo che così come fosse possibile
isolare il gene dell'omosessualità fosse possibile individuare anche quello
della criminalità. Se si sapesse che il tale feto ha buone probabilità di
essere un futuro serial killer, o uno stupratore o un violento, ecc… sarebbe
giusto interrompere la gravidanza? Io ritengo che non sia solo giusto, ma anche
doveroso. Auspico un futuro in cui il potenziale criminale venga fermato
addirittura prima di nascere: penso che ci arriveremo, magari tra uno o due
secoli o più, ma ritengo che sarebbe un fatto inevitabile se la premessa che la
propensione alla delinquenza sia genetica si dimostrasse fondata (tra l'altro è
una tematica che sto affrontando in un mio romanzo breve di fantascienza che
sto scrivendo in questo periodo).
E il gene dell'ateismo o del fanatismo religioso? In una società di fanatici
religiosi o di atei un elemento così diverso sarebbe sicuramente sgradito
(forse più tollerato dagli atei, ma fino ad un certo punto) e non avrebbe vita
facile. O il gene dell'omofobia? Una coppia di donne porterebbe a termine la
gravidanza se il loro figlio fosse un potenziale omofobo, oppure lo
accetterebbero comunque come un dono anche se crescendo odiasse le due madri?
Come si vede lo spunto di riflessione che mi ha dato Marco Bazzato mi porta
lontano. Ma Bazzato non parla solo di eugenetica e di omofobia; dipinge un
ritratto desolante anche del mondo del giornalismo televisivo, dell'assenza di
scrupoli, dell'invadenza dei media nella vita di privati cittadini che può
configurarsi come un vero e proprio "stupro mediatico". Anche su
questo dovremo riflettere; in particolare mi torna alla mente il mio lavoro di
ricerca mentre preparavo la mia tesi di laurea su "Comunicazione e
fantascienza". D'altronde ciò che era solo fantascienza quando scrivevo la
tesi, una quindicina di anni fa, oggi già non lo è più: quello dei media e
delle notizie è un mondo in rapidissima e continua trasformazione.
Tornando però al tema dell'aborto, vorrei concludere questa breve e, mi rendo
conto, incompleta panoramica su un argomento difficilissimo, citando il
pessimista Giacomo Leopardi che si dichiarava d'accordo con i saggi greci sul
fatto che è comunque meglio non essere mai nati, e preferibile morire presto (e
qui concedetemi un gesto scaramantico, visto che io non la vedo nello stesso
modo sul morire presto dal momento che abbiamo avuto la fortuna o disgrazia di
venire al mondo…).
Firenze, 16 novembre 2015
Da Segreti di Pulcinella,
rivista di letteratura e cultura varia, direttore Massimo Acciai
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Aborto d'amore,
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recensioni,
Segreti di Pulcinella
Intervista a Vessela Lulova Tzalova
a
cura di Massimo Acciai
Vessela Lulova Tzalova, scrittrice, traduttrice,
moglie di Marco
Bazzato, vive col marito scrittore, con cui collabora a livello artistico e
lavorativo, in Bulgaria. Ho avuto il piacere di scrivere la prefazione ad un
suo libro ed incontrarla insieme a Marco durante un mio recente viaggio a
Plovdiv. L'intervista è avvenuta però tramite mail dall'Italia alla Bulgaria.
Cara Vessela, sei una scrittrice e poetessa
con all'attivo alcune pubblicazioni, e sei anche giornalista e direttrice di
un'agenzia letteraria: in questa sede però ci occuperemo della tua attività di
traduttrice. La traduzione è un tema che mi ha sempre affascinato: ho tradotto
anch'io un libro dall'esperanto all'italiano (edito da Edistudio) ed ho
sperimentato di persona che si tratta di un lavoro tutt'altro che semplice.
Cominciamo dall'inizio, dai tuoi studi di italiano. Come e quando ti sei
approcciata a questa lingua così distante dalla tua lingua madre, il bulgaro?
Studiandolo, in quanto per me lo studio è sempre stato un amore. Perché prima
degli studi legati alla lingua italiana mi sono laureata all'Università di San
Clemente a Sofia in pedagogia e successivamente in giornalismo, e per entrambi
le lauree ho conseguito i relativi master. Quindi, l'unico modo per apprendere
una lingua è studiarla in modo approfondito - dizionari, testi universitari,
opere lette in lingua originale, ore e ore passate a imparare verbi,
trascrivere frasi, crearne di nuove e tutto il corollario che ne consegue in
quanto ho sempre amato la lingua e la cultura italiana, fin da quando, da
giornalista, mi occupavo di cultura e letteratura, perciò il mio legame con
l'Italia e la lingua di Dante è sempre stato un po' particolare. Alla fine,
come nuovo punto di partenza c'è stata la Certificazione Plida livello C2, del
Comitato Dante Alighieri, dell'Università La Sapienza di Roma e Ministero degli
Affari Esteri d'Italia.
Quando
e come è iniziato il tuo lavoro di traduttrice?
È iniziato quasi quindici anni fa, traducendo all'inizio una poesia piccola.
Poi sono giunti gli articoli di pubblicistica e in seguito un libro di poesie,
seguito da una raccolta di poemi e successivamente un romanzo. Da lì in poi
sono giunte proposte, all'inizio da editori minori, fino ai grandi nomi
dell'editoria bulgara, e modestamente posso dire che al mio attivo ho più di
trentacinque volumi, tra poesia, prosa d'arte, pubblicistica e saggistica.
Hai
tradotto dal bulgaro all'italiano e viceversa dall'italiano al bulgaro: facendo
un confronto tra queste due traduzioni, quali difficoltà o vantaggi comportano
l'una rispetto all'altra?
Chiaramente da bulgara mi è più facile tradurre dall'italiano alla mia madre
lingua. È sempre difficile fare dei raffronti, è un lavoro assai complesso, ma
per sintetizzare, è vero che in alcuni punti le lingue, con tutte le differenze
del caso, si toccano, ma è anche vero che, il bulgaro essendo una lingua non
romanza, in molti altri è in diretta antitesi con la lingua italiana. La vera
traduzione di prosa d'arte sta nel saper fare, come dicono i francesi, il trait
d'union dalla lingua di partenza a quella di arrivo.
Hai
tradotto molti classici moderni italiani in bulgaro: hai conosciuto di persona
i rispettivi autori? Che tipo di rapporto hai avuto con loro?
Sì, alcuni ho avuto l'onore di conoscerli di persona, anche se a volte è più
interessante toccare l'arte che non l'artista. Altri invece sono stati dei
grandi signori, nobili di cuore, e persino alcuni mi hanno inviato una loro
opera con dedica e autografo.
Chiaramente uno tra tutti, tra i classici moderni che non posso non menzionare
è il Maestro Andrea Camilleri, che da poco ha festeggiato i novant'anni. Ho
avuto l'onore, grazie a Gheorghi Alexandrov della casa editrice Knigopis, di
tradurre otto romanzi del Commissario Montalbano, ove, tramite la segretaria
del Maestro, Valentina Alfierj, ho ricevuto tutto il sostegno che una
traduttrice può ricevere.
Con altri scrittori ci sono stati scambi di mail, per avere la certezza in
alcuni punti controversi, non esistendo libri perfetti o esenti da errori o che
possono dare adito a male interpretazioni, i quali hanno fatto si che tutto
scorresse fluidamente.
Parliamo degli autori bulgari: purtroppo non è
stato tradotto molto in Italia della letteratura bulgara…
Vero, rispetto ad autori di altri Paesi, il confronto è impari. La letteratura
bulgara è confinata entro una nicchia di mercato, soprattutto se non si hanno
gli agganci giusti. In ogni caso, se guardiamo le uscite principali di questi
ultimi anni non possiamo non menzionare Zdravka Evtimova, con Sinfonia, uscito
quest'anno; Guergana Radeva con Rosa Canina. Essenze e spine dell'eros; Alek
Popov, con I cani volano basso e Gheorghi Gospodinov, attualmente lo scrittore
bulgaro più in voga sia in patria che all'estero, con La fisica della
malinconia. Ma voglio certamente aggiungere che alcuni dei nostri classici sono
stati tradotti in italiano, come il Patriarca della letteratura bulgara, Ivan
Vazov, gli straordinari poeti Dimcio Debelianov, Pencho Slaveikov, Damian
Damianov, Hristo Smirnenski, Atanas Dalcev, e gli scrittori: Jordan Radichkov,
Emilian Stanev, Aleko Konstantinov, Victor Baruch, Assen Marcevski e altri.
Come possiamo notare gli autori bulgari pubblicati sono da considerarsi
inferiori persino alle percentuali omeopatiche. Questo non per la mancanza di
ottimi scrittori in Bulgaria, ma perché il mondo dell'editoria, a parte casi
rarissimi, guarda con occhio pregiudizievole al mio Paese.
Mediamente quanto tempo ti occupa tradurre un
libro?
Dipende dall'autore e dal genere e soprattutto dal numero di pagine. In ogni
caso, come liberi professionisti, siamo vincolati a contratti con dei tempi da
rispettare. Mediamente un editore concede novanta giorni, quando si è
fortunati. Questo significa lavorare con "ritmi militari", in quanto,
sovente per rispettare i tempi, non esistono né sabati e né domeniche.
C'è un libro, tra quelli che hai tradotto, a cui sei particolarmente legata?
I Montalbano di Andrea Camilleri, perché è uno scrittore che amavo già prima di
tradurre i suoi romanzi e la Casta di Rizzo e Stella, in quanto essendo anche
giornalista, mi ha permesso di conoscere in profondità le contraddizioni di una
parte dell'Italia, assai differente rispetto a quella comunemente conosciuta
all'estero.
Che consigli ti sentiresti di dare ad un
aspirante traduttore agli esordi?
Sapere che nella lingua di partenza, così come in quella di arrivo, non si è
mai finito di imparare. Amare la letteratura, leggere senza pregiudizi di
sorta. Poi, quando si traduce, ricercare, ricercare e ancora ricercare,
partendo dal presupposto che è meglio avere il dubbio di non sapere e quindi
approfondire, piuttosto che avere la supponenza di credere di sapere, peccando
di superbia. Il lavoro di traduzione è soprattutto un lavoro di umiltà e
pazienza.
A cosa stai lavorando attualmente?
Poco tempo fa è uscito "La figlia del Papa" di Dario Fo. E da poco ho
consegnato ad un editore la traduzione di un romanzo noir, ora sto traducendo
un romanzo, ambientato nella Venezia del 1300.
Da Segreti di Pulcinella,
rivista di letteratura e cultura varia, direttore Massimo Acciai
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Massimo Acciai,
Segreti di Pulcinella
Intervista a Marco Bazzato
di
Masssimo Acciai
Ho in passato intervistato Marco Bazzato in qualità
di consulente letterario(nel 2006), ma Marco è principalmente
uno scrittore e un poeta. Stavolta l'intervista verterà sulla sua attività
narrativa, ed in particolare sul suo ultimo romanzo "Aborto d'amore",
tradotto in bulgaro e presentato recentemente a Montana, in Bulgaria.
Quali
sono stati i tuoi modelli letterari, gli autori che hai amato di più, che hanno
contribuito a formare il tuo stile?
Amo un numero ristretto di autori classici. Non posso a tal proposito non
citare Bram Stoker, Mary Shelly, H.P Lovercraft, Arthur Conan Doyle, Stendhal,
Goethe, Victor Hugo. E tra i poeti sicuramente Baudelaire e Dimcio Debelianov.
Mentre per i contemporanei, anche se molti storceranno il naso, metto Stephen
King, Tom Clancy, Wes Craven, George Marget, Ken Follet, Massimo Carlotto,
Paolo Roversi e Fabrizio Berlincioni. Come storici Renzo de Felice, Mario Cervi
e Indro Montanelli e tra i filosofi Noham Chomsky e Toni Negri.
Come modello in assoluto Stephen King. Autore considerato di cassa e di massa,
ma analizzando con attenzione la sua scrittura, la sua tecnica, i contenuti e
le tematiche possono piacere oppure no, credo che abbia una limpida crudezza,
in moltissime sue opere, soprattutto le prime, partendo da Carrie lo sguardo di
Satana, La lunga marcia, passando per la Zona morta, L'ombra dello scorpione,
It, Dolores Claiborne e 22.11.63, una pulizia e una scorrevolezza difficile da
eguagliare. Per quanto riguarda i classici, adoro la letteratura inglese
dell'epoca vittoriana e la letteratura gotica in generale.
Quanto
conta per te l'ispirazione, quanto la tecnica? Sottoponi spesso i tuoi lavori
ad un lungo labor limae oppure ha maggior peso la spontaneità del momento
creativo?
Senza ispirazione la tecnica è inutile, ma senza tecnica l'ispirazione rimane
solo un'idea in testa. Perciò come due separati in casa, volenti o nolenti
entrambi sono costretti ad accettarsi, non tollerarsi, reciprocamente. Di
solito sono istintivo, forse anche troppo. Diciamo che per me il più delle
volte è buona la prima. Non amo riscrivere la stessa pagina decine di volte,
rischierei di snaturare la creatività di quanto è stato concepito la prima
volta. Certo però che al termine di un'opera apporto delle correzioni, magari
riscrivendo un periodo, cambiando un aggettivo con il sinonimo migliore. Ma
tutto deve essere istintivo. Altrimenti io stesso sentirei il mio lavoro come
plastico e ampolloso.
Cosa
pensi dei concorsi letterari?
Dipende da che concorsi. Esistono concorsi buoni e altri meno buoni. Quello che
posso dire e che alcuni concorsi di caratura nazionale il più delle volte, a
mio avviso, i vincitori sono tali per apparentamenti politici, che nulla hanno
a che fare con la vera letteratura. È un business. Questa è la verità. Vende il
nome, anche se la qualità è mediocre. Credo che, anche tra gli scrittori
contemporanei, ci siano un sacco di capolavori che vivono la loro esistenza
letteraria underground, dove o gli autori vengono rivalutati da morti, ma
questo è un classico, oppure, peggio distrutti e dimenticati nell'indifferenza.
E trovo ipocrita e quasi blasfema la rivalutazione postuma di uno scrittore,
come se da morto a costui potesse importare il divenir immortale. Che senso ha
applaudire le opere di un cadavere se costui è stato bistrattato e deriso da
vivo?
Quale peso ha il retroterra culturale nella creazione letteraria?
Sono figlio della mia terra, il Veneto. Terra ricca di bellezza e
contraddizioni culturali e storiche non indifferenti e naturalmente l'essere
figlio di questa regione, in alcune opere mi ha influenzato nello stile e nella
formazione psicologica di alcuni personaggi. Ma in altri no, perché è stato uno
stimolo per uscire dal "provincialismo", accostandomi, grazie anche
al fatto di risiedere all'estero, a una visione più cosmopolita ed eterogenea
all'interno delle mie opere, ma non solo.
Le
parole chiave dell'èra attuale, battezzata "èra digitale" sono:
multimedialità, mass media, integrazione, virtualità. Cosa hanno cambiato le
nuove tecnologie digitali nella creazione artistica, se hanno cambiato
qualcosa?
Mi sento figlio di questa rivoluzione digitale, anche se oggi, le tecnologie
informatiche corrono a velocità impossibili. Oggi mi rendo conto che da figlio
sono diventato "nonno." Ho iniziato a scrivere in
"analogico" alla fine del millennio scorso, grazie ad una macchina da
scrivere "Lettera 22" come quella utilizzata da Indro Montanelli, per
poi passare al computer. Onestamente non sarei in grado di scrivere un romanzo
a mano, utilizzando la penna, come fanno tutt'ora molti scrittori. Il mio
processo creativo ne uscirebbe rallentato e non lineare, senza dimenticare che
ho una calligrafia illeggibile persino a me stesso. Sicuramente l'era digitale,
per quanto mi riguarda, mi ha dato una marcia in più. Mi ha dato la possibilità
di muovermi in tutto il mondo, standomene a casa e questo mi ha permesso di
saper costruire il mio mondo letterario con la fantasia in modo dettagliato,
più velocemente, ma non per questo in modo meno incisivo, rispetto a quanto
avveniva solo una trentina di anni fa.
Manterrà il proprio ruolo il testo cartaceo di fronte al dilagare di internet e
degli ipertesti?
No, credo che nel volgere di una ventina d'anni il testo cartaceo sarà
consegnato alla storia. In America le vendite del digitale hanno superato
quelle dei libri materiali, quindi a noi "dinosauri" non resterà
altro che adattarci o estinguerci.
Quando
e come hai iniziato a scrivere?
Ho iniziato tardi si può dire. Ho preso in mano proprio per rispondere
correttamente il mio primo raccoglitore. Era il 29 settembre 1993. Avevo
compiuto da quattro giorni ventiquattro anni. La prima fu una poesia, infantile
direi oggi, senza titolo.
Ho sempre reputato e lo reputo tutt'ora la poesia come il test d'ingresso nel
mondo della letteratura, per poi passare ai poemi e infine ai romanzi. Insomma
un viaggio iniziato quando ancora ci stava la Lira, e quando per usare internet
pagavo in un Internet Point a Padova, a poche centinaia di metri dalla Basilica
del Santo, diecimila lire all'ora e già tutto sembrava fantascienza.
Ho
avuto il piacere di leggere in anteprima due tuoi romanzi: il thriller
"Progetto Emmaus" e "Aborto d'amore", il tuo ultimo lavoro.
Prendiamo il primo: com'è nata l'idea? Che dire del lavoro di ricerca che sta
dietro il romanzo? Quanto tempo ha richiesto la stesura?
La genesi di Progetto Emmaus nasce grazie ad un amico bulgaro. Il figlio del
grande poeta Ivan Dinkov, Stoyan, il quale mi ha raccontato della
corrispondenza epistolare tra lui e Karol Woytila. Corrispondenza che al
momento, per volere degli eredi, non è ancora stata resa pubblica. Prima di
iniziare a scrivere il romanzo ci sono state intere notti passate tra sigarette
e birra profuse in grande quantità, a parlare con Stoyan Dinkov, anche lui
poeta e scrittore, dell'attività di poeta del padre e della Massoneria.
Contemporaneamente libri e libri della mia biblioteca personale. Libri di
massoneria, Bibbia, Vangeli Apocrifi, libri di archeologia, testi esoterici,
Cabala e via discorrendo, sparsi per lo studio, per documentarmi su tutti i
passaggi e le ambientazioni dell'opera, i linguaggi, le gestualità e i passi
logici necessari allo svolgimento del romanzo. Quando alla fine ho messo tutte
le informazioni dentro la testa, mi sono sentito pronto per iniziare a
scriverlo. Insomma tra ricerche, bevute, sigarette e scrittura, se ne sono
andati via in totale circa sei mesi.
L'altro
tuo romanzo, "Aborto d'amore", è anch'esso un'opera che suscita molte
riflessioni. Ti rivolgo le stesse domande che ti ho fatto per "Progetto
Emmaus" ed in più ti chiedo chi ha fatto la traduzione in bulgaro e
l'accoglienza che questo romanzo ha ricevuto in Bulgaria, tua terra d'adozione.
Sono due opere in totale antitesi, con tematiche completamente differenti. Il
primo è un thriller fanta-teologico, il secondo un romanzo sociologico. E, come
è accaduto in Italia, per motivazioni contrapposte, ideologiche in Italia,
culturali in Bulgaria, "Aborto d'amore" è stato accolto con un misto
di entusiasmo e timore, a causa del connubio legato al "romanzato"
gene dell'omosessualità e aborto.
Così come è stato per Progetto Emmaus, ma ancora di più per Aborto d'amore,
credo che lo scrittore abbia il diritto e il dovere di proporre temi scomodi,
spinosi. Temi che si preferirebbe ignorare, ma che potrebbero divenire un
domani, ciò che oggi è fantasia, una realtà di tutti i giorni. Solo che il
lettore sovente ha paura di mettersi innanzi alle proprie paure, preferendo
cullarsi nelle sue ideologiche e teoriche certezze.
La genesi di "Aborto d'amore" è stata una genesi strana. Il romanzo è
nato a seguito di mesi e mesi di osservazioni e letture in rete a riguardo il
tema dell'omosessualità. Ho provocato discussioni, ho cercato di vedere le
reazioni più disparate innanzi alla tematica, passando anche per un omofobo
incallito. Ma tutto questo era necessario per inserire ogni tassello del puzzle
che avevo in testa nel modo adeguato. Da lì l'ambientare la storia in Italia,
nella mia regione, in paese a cavallo tra la provincia padovana e quella
veneziana, è venuto da se. Anche per questo romanzo la stesura, poi, quando
tutto era ben delineato in testa, non ha occorso più di tre mesi. Salvo una
breve pausa di qualche settimana, per lasciare che il finale prendesse corpo,
dando alla storia la svolta che meritava e la sua naturale conclusone.
La traduzione di Aborto d'amore, a differenza delle altre mie opere, tutte
tradotte da Vessela
Lulova Tzalova, è stata affidata a Teodora Ivanova, una giovane laureata in
filologia italiana presso Università di San Clemente di Ocrida di Sofia.
Hai
mai pensato ad una trasposizione cinematografica dei tuoi romanzi? In caso
affermativo, quali attori e attrici vedresti bene nei vari ruoli principali?
Sì, sarei un mendace se dicessi che non ho mai fantasticato sul fatto di veder
trasformato un mio romanzo in un film, ma non al punto da immaginarmi questo o
quell'attore o attrice in questo o quel ruolo. So per certo che è già difficile
essere scrittore e quindi la visione che può avere uno scrittore della sua
opera, sarà differente da quella che potrebbe avere un regista o uno
sceneggiatore. Per questo è giusto, secondo me, tenere i ruoli separati e
lasciare ad ognuno il proprio mestiere.
Una
domanda anche sulla tua attività poetica. Ricordiamo ai lettori la tua silloge
"Il campo del vasaio. Mt. 27,7" (Slaviani editore, 2004) e il fatto
che hai scritto moltissime poesie inedite. Ti chiedo la genesi di questo primo
libro poetico e cosa rappresenta per te la poesia, qual è secondo te il ruolo
del poeta nella società contemporanea?
Il Campo del Vasaio ha raccolto alcuni dei miei poemi, non tutti. Molte delle
opere presenti sono state scritte proprio per questo libro, ma non tutte. È una
raccolta a cui sono particolarmente legato non solo perché in Bulgaria è stata
accolta in modo fantastico, ma soprattutto perché mi ha permesso di fare un
salto evolutivo ed esistenziale. Per fare un paragone improprio, come essere
passato da primate ad homo erectus.
Le opere inedite, poesie e poemi è vero, sono moltissime. Forse rimarranno tali
per ancora molti anni. Al momento non so il perché. Forse perché credo che
debbano maturare ancora, o forse perché penso che siano troppo acerbe e che non
matureranno mai.
In ogni caso il ruolo del poeta nella società ha perso di valore, siamo
inflazionati come la vecchia lira, probabilmente perché non sappiamo essere più
corrosivi come in passato. Rimango dell'idea che un poeta debba innanzitutto
essere un soggetto di rottura, la poesia deve essere una spina nel fianco,
pronta a pungere come un bisturi affilatissimo l'animo umano e la società, ma
purtroppo spesso leggo poesie di poeti sdentati, privi di mordente,
incapacitati ad "aggredire" la parola e piegarla al proprio volere.
In occasione della mia presentazione in Bulgaria della mia prima raccolta,
"Libero arbitrio" dissi che "Il poeta era morto". Oggi come
allora ne sono sempre più convinto, a meno che non si ritrovi quel coraggio di
denuncia che la poesia e i poeti hanno sempre avuto nel corso della storia.
Progetti
per il futuro?
Al momento sono impegnato nella revisione di due romanzi. Il primo è un
thriller liberamente ispirato a una storia vera accaduta in Italia dieci anni
fa, il secondo è il proseguo di Aborto d'amore, in quanto credo che l'opera
abbia ancora molto da dire. In ogni caso il
romanzo finale lo revisionerò nelle prossime settimane, poi, quando sarà il
momento, metterò in cantiere anche il secondo libro della trilogia. Le idee ci
sono già tutte, basta che dia il giusto ordine mentale e che metta le dita
sopra la tastiera, lasciandole scorrere liberamente.
Da Segreti di
Pulcinella, rivista di letteratura e cultura varia, direttore Massimo Acciai
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