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sabato 25 ottobre 2014

Iran, giustiziata Reyhaneh. Condannata a morte per aver ucciso l'uomo che tentò di stuprarla


Appena appresa la notizia, la rete è letteralmente è esplosa in contumelie contro l’Iran e la legge di quel Paese, in cui vige legittimamente la pena di morte. Pena di morte che del resto esiste in molti Paesi civilizzati, dagli Stati Uniti al Giappone.

Solo che se è l’Iran ad applicarla nel caso di un omicidio avvenuto per eccesso di legittima difesa, a seguito di un tentativo di tentato stupro, ecco che il mondo, ipocritamente, si indigna. 

Partiamo da un presupposto: la giovane aveva tutto il diritto/ dovere di ribellarsi contro colui che cercava di stuprarla, e si è difesa con le unghie e con i denti, arrivando come si sa a ucciderlo.

Il problema sta proprio qui:l’eccesso di legittima difesa, dove all’atto pratico la vita della donna non era in pericolo – raramente i violentatori uccidono le loro vittime – il loro imperativo è possederle, in quanto  la vittima del tentativo di stupro viene uccisa perché tenta di ribellarsi e colui che tenta lo stupro in preda ad un raptus,  la uccide. Un po’ ciò che è accaduto, si suppone, a parti invertite. Ossia Reyhaneh Jabbari, nella concitazione di difendersi – legittimamente – ha ucciso l’aggressore, passando dalla ragione, in quanto vittima, a quella del torto, come carnefice. È come carnefice è stata condannata.

I punti salienti sono altri: erano legittime le interferenze straniere di mezzo mondo contro il sistema giudiziario iraniano? No.  No perché la pena di morte, checché ne dicano i detrattori, ha la sua valenza e gli italiani, che sono un popolo di forcaioli a corrente alternata, basta leggersi cosa scrivono quando è menato o ucciso barbaramente un animale da affezione, in determinate situazioni: torture degne della Santa Inquisizione, come quelle inferte all’eretico di Giordano Bruno o i supplizi che avvenivano nel carcere iracheno di Abugraib, rendendo così, in via del teorica, un popolo, degno di andare a lavorare per qualche servizio segreto, in qualità di esperti in torture, sempre che dalle parole siano in grado di passare ai fatti e che non siano invece solo dei boccaloni, sono sempre pronti ad attaccare il carro, non dove sta la ragione, ma dove sta l’emozione.

Comunque la ragazza poteva avere salva la vita. Poteva salvarsi la vita, ma ha scelto di morire. Sì. Checché ne dicano i media, il sistema iracheno funziona meglio di ciò che si crede.  Alla donna era stata offerta, come viene offerto a tutti i condannati a morte per omicidio in Iran, la possibilità di aver salva la vita, come da legittima richiesta dei  parenti della vittima,  se avesse avuto il coraggio di fare come Galileo Galieli, ossia  abiurare, rinnegando ufficialmente la teoria Copernicana, a favore di quella eliocentrica – tolemaica –  entrando, tra le altre sue scoperte,  nella storia  con il suo mitico “Eppur si muove!”

La giovane avrebbe potuto “abiurare”. I famigliari della vittima erano disposti a perdonarla, imponendo una condizione, offrendole l’ancora di salvataggio, il salvagente e la cima, se avesse ritrattato il tentativo di stupro, ma ha rifiutato il “Do ut des”,  Sarebbe stata una ritrattazione convenite, in quanto non si sarebbe messa, con il suo rifiuto, da sola il cappio al collo, optando per fasi dare “l’eutanasia”.
Come per uno strano scherzo del destino, Reyhaneh Jabbari ha sbagliato mortalmente non una ma bensì due volte. La prima quando ha ucciso colui che tentava di violentarla, la seconda quando ha scelto di morire, vittima del proprio orgoglio. Orgoglio che non ha avuto lo scienziato Galileo Galieli, il quale, per dirla alla Montalbano, se ne è “catafottuto” e come recita una famosa pubblicità televisiva, andata in onda in Italia anni fa, ha scelto il mitico motto: “Io preferisco vivere!”

La cosa assurda è che adesso i media di mezzo mondo faranno passare l’Iran come Stato despota e tiranno, nemico delle donne e misogino, mentre i fatti, se analizzati nella loro interezza complessità, sono diversi.
Se la donna fosse stata intelligente, di morti invece di due, ce ne sarebbero stati uno solo, tanto tutto il mondo sapeva che era stata vittima di un tentato stupro, che se non si fosse attaccata al proprio orgoglio, sarebbe libera grazie un formalismo che le avrebbe resa salva la vita.
Reyhaneh Jabbari non ha saputo prendere il treno quando passava, non ha voluto come un cammello attraversare la cruna dell’ago –il formalismo della ritrattazione – e si è fatta dare la morte, “suicidandosi”, mettendo lei stessa la corda nelle mani del boia.

Come dice il proverbio: “Chi è causa del suo mal piaga se stesso”.

Marco Bazzato
25.10.2014

lunedì 27 gennaio 2014

Il Giorno della memoria

Cosa centrano tutte le persone nate, prima dello scoppio ddella II guerra mondiale e sopratutto quelle nate dopo il 25.04.1945, con il Giorno della Memoria?

A rigor di logica, a rigor storico e come colpe morali e materiali per quanto commesso dal nazismo, assolutamente nulla.

Smettiamo di permettere ai politici e ai media di farci  sentire in colpa e  farci irrorare da un sangue che oggettivamente e storicamente non abbiamo versato.

È stato versato?

 Sì!

Così scrivono dicono i libri di storia, le testimonianze dei sopravvissuti,. Così ha scritto Primo Levi nel suo libro più celebre: “Se questo è un uomo”.

E quindi? E quindi sono passati sessantanove anni dalla fine della II guerra mondiale, settantacinque dal suo inizio e la maggior parte dei cittadini dell’Europa dell’Ovest, Italia compresa, sono teoricamente obbligati da una  legge italiana,  ...sancita dal parlamento nel 1959 – tre anni dopo lo scoppio della seconda aguerra israelo-araba,  con gli israeliani appoggiati da Inghilterra, Francia e Stati Uniti –  dopo una battaglia pubblica condotta dai sopravvissuti. "In questo giorno," recita la legge "si rispetteranno in tutti i luoghi del paese due minuti di silenzio, si terranno iniziative e cerimonie, le bandiere saranno a mezz'asta, i locali di svago chiusi – questa parte finale della legge da decenni  è imapplicata o forse non lo è stata mai, visto che non è considerato giorno festivo – , i programmi della radio saranno dedicati all'argomento" e  il 1º novembre 2005 dalla risoluzione 60/7 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, durante la 42ª riunione plenaria, lo è stato dichiarato anche dall’Onu.
.
Il ricordo oggi  deve essere una scelta,  non un obbligo  didattico caduto dall’alto, sottoforma di legge dello Stato, non ancora  abrogata, costringendo intere scolaresche a sorbirsi un giorno di retorica, ripetuta anno dopo anno come un mantra, come se questi eventi, dal termine della II guerra mondiale,   avessero poi contribuito ad  evitare altri olocausti, altri sacrifici, altri genocidi, oppure se altri olocasuti, altri sacrifici, altri genocidi, oppure per scelte politiche di parte si sceglie di non commemmorare , perchè avvenuti negli Stati Uniti coon il genocidio dei nativi americani,  in indocin,  il genocidio degli armeni,, senza andare a menzionare l’emisfero australe del  Pianeta,   essendo per la grande poolitica internazionale meno degni di importanza e quindi vanno messi messi sotto il lo zerbino.

Non va dimenticato che praticamente con cadenza quasi mensile, quando va bene, bisettimanale, quano va meno bene, o peggio settimanale,ossia quando Rai Storia vuole  stracciare le palle, i documentari sul nazismo, sulla Shoah, sull’olacusto, sulla II guerra mondiale, sul fascismo, si sprecano fino alla nausea e ogni giorno, mese, anno che passa, vengono visti, percepiti, sentiti e vissuti con sempre meno partecipazione emotiva, con più distacco, quasi fossero documentari di un tempo così lontano da essere percepito – giustamente – dalle giovani generazioni, come il periodoMesozoico.

LaShoah è un fatto storico incontrovertibile – nonostante ciò che affermano i revisionisti, sebbene tutta la Storia del genere unano, dall’inizio di questa scienz,a è sempre stata oggetto di revisioni, riscritture, correzioni, nuove interpretazioni, scoperte, correzioni, estensioni,  altrimenti non sarebbe più Storia ma Dogma di fede laico e/o politico, quindi a livello puramente teorico, anche queste pagine di storia del ventesimo secolo dovrebbero essere trattate allo stesso modo e non come un Dogma fondamentalista e indiscutibile, pena l’essere accusati di negazionismo dell’Olocausto –  come lo era stato la I guerra mondiale,l’unica guerra dei tempi moderni del millennio passato, vinta dall’Italia unita, che veniva ricordata il 04 novembre.Ooggi quella data è stata asformata nella Giornate delle Forze Armate, forse perchè tutti gli i Cavalieri di Vittorio Veneto, come i dinosauri del triassico , si sono estinti, o forse perchè anacronistico ricodare una vittoria e la fine di una guerra, terminata  da quasi un secolo, ossia da circa 3 o 4 generazioni, o anche perchè, vuoi la svogliatezza degli studenti, unita alle non sempre eccelse qualità degli docenti, oggigiorno si  fatica ad arrivare, con il programma di studi, al ventesimo secolo.

Sta di fatto che per volontà di legge e per senso responsabilità individuale, i giovani di oggi obbligati, costretti, coscritti ad assistere a queste lezioni di storia,e poi ripetere il tutto come pappaglalli, magari recitando quanto detto dai docenti davanti ad un microfono, fornendo opinioni retoriche, per vendere al popolo  teledipedente, l’illusorietà che questa data sia sentita , mentre invece è imposta, dagli italiani.

Quando poi si assiste alla retorica dei politicanti, che leggono discorsi scritti da altri, fingendo commozione, in queste occasioni  le palle, non solo quelle degli oratori, ma anche degli ascoltatori o dei telespettatori, scendono a terra e come becchini iniziano a scavarsi la fossa da sole. Basta osservare il politico di turno che legge per rendersi conto che con la mente sta in tutt’altro posto.

Ma possibile che siamo ancora cosi illusi da credere  che ai ragazzi nati nati nel 2000, ossia 55 anni dopo il termine della II gerra mondiale e che leggono il XX secolo allo stesso modo come i nati dopo l’anno mille, possano,  emotivamente parlando, sentirsi realmente  toccati in un qualche modo  da questi avvenimenti, quando la maggior parte di costoro manco conoscono gli eventi della storia contemporanea, perchè per loro il XX secolo è equivaele quasi al mesozoico.

Siamo degli illusi. La politica è illusa, i nostri politici si stanno comportando come i primi cristiani che usando  Matteo  27,25 “Che il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”, credonodi poter instillare un senso di colpa millenario nei confronti dei cittadini italiani, dell’Europa Occidentale ,tramite l’obbligo di rcontinuare ancora oggi di ricordare la Shoah, dimenticando che oggi rispetto  secoli dell’anno mille, l’ignoranza e il sapere, anche sui fatti contemporanei, dove  i cittadini europei, non solo italiani, hanno una buona memoria a breve e riescono a comprendere che quelli che nel millenio passato sono state le feroci vittime di un regime criminale, poi, dal 1948 i politici del nuovo Stato hanno iniziato ad occupare territori che in base al diritto internazionale non erano loro, freandosene bellamente delle risoluzioni Onu.

 Basta leggersi anche i commenti presnti in rete, per  rendersi conto che l’italiano, a differenza di come lo vorrebbe dipingere la politica, non è antisemita  o antisionista – vedi sionismo (1) – a parte qualche lurido idiota che andrebbe condannato non in quanto antisemita, ma solo per il fatto di essere ignorante e questa ignoranza culturale genera, tra le altre cose, anche l’antisemitismo, dove non va dimenticato che Israele ha il pieno diritto di esistetere come Stato, all’interno dei confini definiti dall’Onu, nel pieno rispetto del diritto internazionale, che a rigor di logica non deve essere infranto nè dagli Stati confinanti contro Israele e nè da Israle nei confronti degli Stati confinati, territori Palestinesi compresi, come l’Unesco stesso, agenzia diretta emanazione dell’Onu, ha riconosciuto..

 Il che porta alla conclusione che l’Italia in Europa i nazionalismi sono considerati, dai nostri politici,  sinonimo di chiusura e nazi-fascismo e vanno combattuti sul piano politico e culturale, essendo ogni di nazionalismo da considerare come il male assoluto del secolo scorso e del ventunesimo secolo.

 Ma poi, in riferimento al gesto vile inivato alla comunità ebraica di Roma, La Stampa scrive: “Un tentativo di propaganda antisionista dietro i tre plichi con teste di maiale spediti alla Sinagoga di Roma, all’ambasciata israeliana e ad una mostra ebraica alla vigilia di shabat” (2).  Il che porta a questa considerazione: o ogni nazionalismo è  male assoluto per tutti i 193 Paesi membri dell’Onu(3), oppure una politica corrotta chiude gli occhi sul relativismo nazionalista e si permette da alcuni Stati, o ad uno Stato, rimanere per decenni  in palese antitesi con gli interessi generali della politica internazionale e locale, dove politici o dei capi di Stato, oggettivamente e brutalmente in rirpovevole malafede, in determinate circostanze, tendono a fare  gli interessi particolari di determinati Stati o di unoStato in particolare, che certo non è quello italiano.

È bene ricordare, se proprio, come usa dire il Presidente della Repubblica italiano,  che non bisogna mai perdere di vista il quadro generale e il quadro generale ddlla storia,  afferma che la II guerra mondiale ha causato in totale 55 milioni di morti, e sopratutto questi 55 milioni di morti sono presenti anche i 6 milioni di morti  dell’olocausto ebreo,  generato dalla follia umana di chi ha permesso l’ascesa di Hitler al potere e di chi, direttamente o indirettamente, anche dall’estero, l’ha foraggiato e coccoalto, perchè nella distruzione dell’Europa poteva intravvedere la possibilità di enormi arricchimenti personali e di profitti per le industrie degli armamenti.

Sistema che anche oggi non è cambiato, anche se con modalità apparentemente differenti, ma che nella sostanza generano eguali sofferenze in ogni parte del mondo, e di cui anche l’Italia, aggirando l’articolo 11 delle Costituzione italiana, grazie alle missioni “di pace” perchè la politica è osì’ codarda che fugge vigliaccamente dala verità  nè è tutt’ora complice.

L’esercizio della memoria è un esercizio inutile, se da quella memoria storica escono cambiamenti reali, che vanno a beneficio di tutti gli innocenti, indipendentemente dalla razza, dal sesso e dalla religione.

Ma ogg,i come nel 1924 in U.R.S.S, con Stalin,  nel 933 con Hitler in Germania,  la grande politica internazionale, fatta da piccoli uomini, sebbene con modalità differenti e riammodernando il look, togliendo via baffoni e/o baffetti, eliminando la mascagna o la frangetta, continuano ad avere le mani  orde di rosso sangue nero delle vittime innocenti che direttamente o indirettamente condanno a morte, con apparentemente meno violenza e ferocia, ma generando in ogni caso spaventosi e dimenticati genocidi silenziosi.

Marco Bazzato
27.01.2014


3) http://it.wikipedia.org/wiki/Stati_membri_delle_Nazioni_Unite

giovedì 19 dicembre 2013

Adozioni internazionali: 26 coppie bloccate in Congo

Se non fosse una cosa seria o semiseria ci sarebbe da sbellicarsi dalle risate, fino a pisciarsi addosso, perchè le vacanze prolungate delle ventisei coppie – etero –  in attesa di portare in Italia nuovi figli neri, appena “immatricolati” all’estero, divenuti tramite adozione internazionale, italiani a tutti gli effetti – come se una Kyenge  non fosse già più che sufficente –  assomiglia sempre di più ad una farsa tutta italiana, ad una presa per il culo, tipica per gli abitanti del Bel Paese, dove ora i politici di qualsiasi ordine e grado, si fingono indignati per il trattamento riservato ai nostri connnazionali, bloccati in Congo, per via di un timbro che non arriva da settimane.

Dobbiamo avere l’onestà di dircelo:

 Prima si constringono le coppie che vogliono adottare un figlio a diventare sceme con la burocrazia italiana, la quale, con la scusa della protezione dei minori,non  mollano le galline dalle uova d’oro, manco fossero affette da stitichezza cronica, tirando fuori un fracasso di cavilli legali, per mantenerli stipati nei magazzini degli orfanotrofi, pardon, delle Case Famiglia, dove lo Stato passa una “bustarella” che va da 90 ai 120 euro al giorno “per capo di bestiame”, per ogni minore “detenuto in adozione sospesa”, costringendo i futuri aspiranti genitori, a rivolgersi al business, delle adozinioni internazionali, andando così a prendersi i minori nei Paesi del Terzo mondo, non tanto per un vero amore nei confronti di questi luoghi, ma perchè in questi Paesi, dove la miseria è endemica, lo Stato in teoria ha tutto l’interesse di smaltire, se possibile, quanto prima le eccedenze minori, esportandoli e facendoli “reimmatricolare” all’estero, dando così a questi pacchi postali delle forme umanoidi, una nuova patria, dove gli “acquirenti indiretti”,diveranno i loro nuovi genitori, a rigor di legge, salvo, come avviene in Italia sovente, il diritto di ripensamento all’ultimo momento, anche mper motivi apparentemente o realmente futili,  bloccando così l’intera operazione, a pochi metri dal traguardo, in modo assolutamente legale.

Perchè la situazione delle coppie italiane merita di “sbellicarsi dalle risate?”

Per un motivo molto semplice: la  bianca cioccolata politica italiana si lamenta con della controparte di cioccolata nera congolese, avendo l’ardire di voler imporre in casa d’altri, in Congo, tempi burocratici rapidi, quando l’Italia stessa costringe i potenziali genitori ad andare a cercarsi i figli all’estero. E proprio in un caso come questo è come se si dicesse che la merda dei culi bianchi italiani non puzza, invece  quella dei culi neri congolesi, sì...mentre, indipendentemente dal culo che la espelle, sia esso  bianco o nero, beh, sempre merda è, e puzzolentetemente fumano entrambe!

È interessante notare che il ministro per la (dis)integrazione, la congolo-italiana Kyenge, si era vantata poco tempo addietro d’aver risolto la situazione delle 26 coppie e ieri lo stesso Mario Borghezio ha telefonato al nostro ambasciatore in Congo, come se questi, povero diavolo, potesse andare a fare pressioni sulla legittima burocrazia congolese, burocrazia non dissimile a quella italiana, che ha costretto le 26 coppie  ad andarsene all’estero per importare una discendenza legale, di colore, non biologica, legata alle due doppie eliche del DNA dei coniugi.

Ma l’apoteosi del ridicolo la si sta raggiungendo in queste ore, dove i Visti degli italiani sono scaduti e sembra che non ci sia nessuna volontà – e avrebbero ragione – di rinnovarli, facendo diventare immediatamente gli italiani dei clandestini.

 Non male per la Kyenge, che è entrata in Italia clandestinamente e che da quando si crede una importante e che conta nel panorama italiano ed europeo, vorrebbe cancellare il reato di immigrazione clandestina e Jus Soli a tutti e buona notte agli autoctoni italiani da generazioni, mentre nel suo vero Paese, il Congo, essendo forse meno idiota di tanti italiani o neoitaliani, hanno, in fatto di accoglienza e soggiorno, delle leggi ferre e non colabrodo come quelle nostrane e provincialiste.

La cosa più “bella” che potrebbe accadere a queste 26 coppie? Di essere messi in un aereo per l’italia e rispediti a casa, con un bel timbro nero sul passaporto e divieto di ingresso per un bel pò di anni, senza i neofigli appena “acquistati” al “mercato grigio” dellle adozioni internazionali.

Questo casino lo si ribadisce, non è colpa delle leggi congolesi, ma della stupidità e dell’ingordigia vorace delle “Case Famiglia”, le quali, spalleggiate da una burocrazia, folle, farigginosa, complessa e sopratutto più lenta di quella congolese, costringe gli aspiranti genitori che vogliono “immatricolarsi” dei figli adottivi nel loro Stato Famiglia ad emigrare.

Chiaramente si auspica che in un modo o in un altro, il ginepraio legale venga dipanato e che tutti, possano tornare a casa prima di Natale o al massimo prima di Capodanno, ma in ogni caso in primis va riveduta la pratica delle adozioni di autoctoni italiani, in Italia, in modo da tenere gli euro di queste famiglie nel nostro Paese, affinchè possano averne di più a disposizione, specie in questo periodo di crisi, perchè a conti fatti, tra viaggi in aereo e tutto il resto, il costo economico, forse privo degli stress italici, non deve comunque essere un costo indifferente, ma alla politica italiaana, come sempre, non interessa quanto i cittadini possano spendere, ma quanto lo Stato, attraverso aspirapolveri economici di euro, possa lucrare contro costoro, anche se non va  dimenticato che avere un figlio, specie se preso in adozionione, non è necessariamente un diritto acquisito per i futuri genitori e le traversie italiane e congolesi, in questo caso, lo stanno a dimostrare.

 Questo è il vero scandalo.

Marco  Bazzato
19.12.2013

giovedì 12 dicembre 2013

La protesta dei forconi e il ribellismo che spaventa la politica

Forse finalmente ci siamo!

Da lunedì sembra che una parte degli italiani si stia svegliando dalla letargia. Iniziano a spuntare i tricolori – odiati, dalla sinistra in quanto richiamano, a loro dire, al fascismo e al becero nazionalismo. Le piazze si riempiono di persone che da nni hanno coglioni e ovaie sfracicate da una politica imbelle, immobile e imbecille, che con la lentezza degna di un bradipo drogato, finalmente si è ufficialmente scritto che buona parte del porcellum, puzza di porco putrefatto, di porcilaia fetida e putrescente, in quanto incostituzionale.

Piano, piano, troppo lentamente purtroppo, si inizia a bloccare il traffico. Peccato che sia solo a macchia di leopardo e i manifestanti, come per tutte le rivoluzioni che si rispettino, hanno bisgono dei provocatori “giunti da fuori” non importa se mandati dallo Stato o pagati da Potenze Straniere, per accendere la miccia della repressione. Per ora si è ancora ai mortaretti, alle micette  che i bambini delle  scuole primarie sparano a carnevale, perchè la “gioiosa macchina da guerra” della rivolta, per dirla alla Achille Occhetto ,sta ancora cercando di carburare.

All’armata Brancaleone de governo di sinistra, centro sinistra, Nuovo Centro Destra – come mettere etero e gay in un unica grande orgia, per la serie  chi  incuo, incolo! –  iniziano a venire i sudori freddi,  i tarzanelli pendono come  stallatiti incollate alle mutande sporche di affarismo, in quanto, queste manifestazioni nascono in modo spontaneo, come  raccontavano in modo falso e peloso, in Siria, Libia, in Egitto, da parte dei cittadini, i quali stufi della mancanza di libertà e democrazia, con noi occidentali, naturalmente parteggivamo per la libertà, per la rivoluzione, perchè gli oppressori andavano abbattuti, senza se e senza ma, anche fornendo armi ai ribelli, cosa che mai ufficialmente l’Italia ha fatto, o se l’ha fatto, i vari governi non lo hanno mai ammesso.

Ora i nostri politcastrsi si trovano dall’altra parte della barricata, ossia vanno a letto e copulano, secondo alcuni contronatura, con i vari Gheddafi, Bashar al Assad, Mubarak,  pronti a scagliare le milize lealiste al governo contro i ribellisti, termine usato dall’apparato  politco, in nodo che i cittadini davanti alla tv non associno i ribelli italiani a quelli libici, egiziani e siriani, perchè potrebbero capire, che se avevano ragione libici, egiziani e siriani a ribellarsi a rovesciare i governi nati dati da colpi di Stato. Ma nel caso Italiano, il termine ribellismo, dispergiativo di ribelle nella lingua italiana, usato dal ministro dell’Interno, Angelino Alfano, equivale a cagare sulla testa dei cittadini esasperati, trattandoli come dei mezzadri pezzenti che non vogliono più sottostare ai diktat  di una classe poltica deligittimata, in quanto  l’Italia dal governo Monti fino a quello attuale guidato da Letta, ha  avuto due Presidenti del Consiglio imposti dalla dittatura nazicomunista, che va sotto il nome di Unione Europea.

Ora di cosa ha bisogno l’Italia e gli italiani per alimentare la protesta ed estenderla da macchia di leopardo a macchia d’olio, esondando in tutta la penisola?

Ha bisogno di uno o più martiri. Ha bisgono di cercare lo scontro indiretto con le forze dell’ordine, in modo che queste, prese dal panico, almeno secondo le versioni ufficiali quando si tratta di Paesi stranieri in rivolta, rispondano con un eccesso di legittima difesa e con brutalità, solo così anche in Italia, la miccia che già da adesso sembra essere umidiccia e povera di sostanza, potrebbe tornare ad infiammare, andaando a dar finalmente fuoco alle povleri della polveriera Italia, trasformando le case di oogni singolo cittadino,deluso e disilluso in un novello “Pietro Micca”, in un nvello “Partigiano” pronto a fare una “Nuuova “Resistenza”, per porre fine alla dominazione straniera dell’Unione Europea, militarmente guidata dai  novelli generali Fiorenzo Bava Beccaris.

L’Italia ha bisogno di eroi, di persone pronte a sacrificare la propria vita per dare una nuova classe politica al Paese. Per dare un nuovo futuro ai propri figli, e non importa, a questo punto, se il nuvo che avanza dovrà, per dirla alla Matteo Renzi, “rottamare” politicamente quella esitente.

Ma per fare tutto questo ci vorrebbe anche l’aiuto dei rappresentati delle Forze dell’Ordine, i quali dovrebbero schiararsi armi e bagagli con i cosidetti “ribellisti”, perchè il loro primo compito dovrebbe essere quello di difendere sì le Istituzioni, ma non i poltici che non rappresentano le istanze dei cittadini, ma quelle delle Istituzioni Europee, che certo non rappresentano nè l’interesse dell’Italia e tantomeno quelle di lavoratori, disoccupati,  studenti, pensionati,  esodati, argigiani e piccola impresa,il vero motore dell’economia e dell’antico benessere italiano, lustro e orgoglio nel mondo.

Marco Bazzato
12.12.2013

mercoledì 22 maggio 2013

Cecilie Kyenge e il razzismo africano contro i bianchi?

Ieri la congolo-italiana, italiana per matrimonio, Cecilie Kyenge, ex immigrata clandestina e attuale Ministro dell’Integrazione, a detta di alcuni Ministro della – Dis – Integrazione, usando a posteriori la banale scusa della scorta, a margine di un incontro a Milano, per la consegna ad alcun minori della cittadinanza ufficialmente simbolica, praticamente fittizia, a dei figli di immigrati, si è rifiutata, e le immagini sono chiare, di stingere la mano ad un uomo bianco. A detta di qualcuno il rifiuto può essere stato causato per via del colore bianco della pelle, mente per altri, perché questi era leghista. Dalle immagini si evince chiaramente che se il ministro, razzista a questo punto, avesse voluto, avrebbe potuto ordinare alla scorta di lasciarlo passare, dando così l’esempio di buona educazione e di essersi integrata, lei ex immigrata clandestina, oggi ministra, negli usi e costumi italiani, ma purtroppo così non è stato. Portando quindi a pensare che le cose sono due: o è tipico della tradizione congolese non stringere le mani agli uomini bianchi, oppure da politica congolo-italiana, ha preso tutti i difetti peggiori degli italiani, mescolando il peggio del Congo con il peggio dell’italiota mediocre, anche se laureato in un “meticciato” culturale che produce, in alcune minoranze, frutti avvelenati. (1).

Ora bisognerebbe capire se il comportamento quasi da Black Panter (Pantere Nere) (2), vuole rimanere all’interno della legalità, sancita anche dal Trattato di Lisbona, o come dichiara Cecilie Kyenge, “Io credo che il tema della cittadinanza è un tema che dobbiamo tutti affrontare, aldilà delle leggi, aldilà di qualunque ideologia, ma è un tema che dobbiamo affrontare e va affrontato da diversi punti di vista, non soltanto la sottoscritta, ma credo che sia un esigenza del Paese” – Giornalista – “Le polemiche leghiste le hanno fare un po’ un passo indietro?”, Cecilie Kyenge, “Ma la risposta io ho sempre detto, non la devo fare io, la risposta la deve dare la società civile. La mia posizione è sempre stata chiara. Quindi la risposta è quello che deve dimostrare il Paese e la società civile”. (3). Il che porta molti a pensare: ma cosa ha veramente detto o cosa voleva, visto il lessico deboluccio, dire?

Nelle 89 parole pronunciate, la Cecilie Kyenge, senza dire quasi nulla, ha utilizzato due volte “dobbiamo tutti affrontare”, due volte “aldilà”, due volte “tema”, due volte “Paese”, due volte “Società Civile”, tre volte “Risposta”, dimostrando un lessico misero, da studente straniero, livello B1, del Quadro comune europeo di riferimento di conoscenza delle lingue (4).

Che non sia la persona più preparata a livello linguistico e di conoscenza della lingua e della cultura italiana, quella lingua e quella cultura italiana, presente nel sangue degli autoctoni, lo dimostra anche il video (5), dove in un brano del discorso dice: “Un’iniziativa come questa è una di quelle buone pratiche che bisogna sostenere con forza nel Paese. Bisogna sostenere un’intesa che faccia capire che siamo tutti cittadini. Questo segnale non lo deve dare soltanto il Comune di Milano, ma la mia presenza è quella di dire che come istituzione, a livello nazionale bisogna cercare di fare passare questo messaggio, quello di una nuova convivenza, di una cittadinanza forte, una cittadinanza dove ognuno di noi possa ritrovarsi, dove ognuna di noi dove essere sicura lì, dove scegliere di abitare, lì è casa sua. Il meticciato, come ho detto anche prima, è già una realtà nelle nostre scuole. Se voi guardate questa sala, ve ne potrete accorgere. Se voi uscite, andate nella stazione, andate negli ospedali, andate ovunque, vi rendete conto che non sono parole mie, ma sono quelli che, è la fotografia del Paese….”, e nella sua pagina Facebook, si trova anche scritto: “Non si può non dare una risposta ai 200 bambini qui oggi, ai 34 mila a Milano, al milione in tutta Italia che ancora oggi aspettano. Il meticciato è già una realtà, è una fotografia del Paese. Questo impone un cambiamento di una visione generale, è la base per costruire un Paese moderno e un’Italia migliore” (6).

Se il Ministro per l’Integrazione fosse veramente integrata e calata nella cultura italiana, saprebbe che l’aggettivo “meticcio” oltre che essere politicamente scorretto, lo si utilizza nel linguaggio comune per gli animali di razza bastarda, è anche antropologicamente errato, almeno nel contesto italiano. Infatti, se prima di lasciarsi andare a simili parole, avesse controllato in un qualsiasi dizionario, avrebbe imparato che “meticcio” significa: “Che ha il sangue misto in quanto nato da genitori di due popolazioni antropologicamente differenti, in particolare da un genitore bianco e da un altro ameridio. Sin: mezzosangue, le popolazioni M dell’America Latina.
In zootecnia, animale fecondo, nato dall’incrocio di due razze diverse della stessa specie Sin. Ibrido.  (7).

È strano perché il ministro, che appartiene al Pd, quindi di sinistra che più di sinistra non si può, dopo il SEL di Vendola, dovrebbe sapere che qualsiasi genitore, amante del politically correct (8) e costei prima di essere Ministra è madre di due figli, usando l’aggettivo “meticcio”, va contro “una linea di opinione e un atteggiamento che  sociale di estrema attenzione , soprattutto rifugge l’offesa verso determinate categorie di persone. Qualsiasi linea di condotta in deroga, più o meno aperta a tale utilizzo, appare per contro come politically scorrect” –fonte Wilipedia, rendendola non diversa, per l’uso di questo aggettivo politicamente scorretto ad un Erminio Boso, a Gentilini, solo che dalla pelle, per dirla come nei romanzi di Mark Twin, “negra”, portando a pensare che gli opposti alla fine siano identici, almeno nel linguaggi dispregiativo utilizzato.

Il che porta a pensare un’altra cosa, ossia quanto ci sia di congolese in Cecilie Kyenge, che la porta a utilizzare l’aggettivo meticcio in un modo così politicamente scorretto, oppure che secondo la cultura africana di provenienza, l’aggettivo meticcio, rientri nella normalità della loro cultura, facendomi tornare in mente le parole che anni fa mi disse un missionario comboniano che operava in Mozambico e che mi disse: «Sai, Marco. Per gli africani, gli uomini biancchi, per il colore  l’odore della pell, per loro noi assomigliamo e puzziamo come cadaveri…» e riflettei tra me: “Paese che vai, usanze e detti che trovi…”.

 Chiaramente si auspica che nel lessico italiano, seguendo l’esempio del Ministro per l’Integrazione, Cecilie Kyenge, l’aggettivo meticcio (9) torni ad essere comunemente utilizzato nel lessico di tutti i giorni, in tutte le sue declinazioni, soprattutto dalle giovani generazioni, essendo assurto al rango di aggettivo ministeriale.

Marco Bazzato
22.05.2013



giovedì 14 febbraio 2013

Berlusconi aveva ragione: Sanremo 2013 come la Festa dell’Unità?


Si è giunti alla seconda serata del Festival di Sanremo e ancora non si riesce a comprendere se si svolge nell’ex città dei fiori, visto che di questi manco l’ombra, o alla festa della piadina, dentro uno stand della Festa dell’Unità, in quanto il convitato di pietra, Presidente del Gran Consiglio dei Dieci Assenti, è la Bandiera Rossa del Partito Comunista.

Iniziamo questa dissezione, che a onor del vero andrebbe fatta o con lanciafiamme o  la sega elettrica, direttamente sui diretti interessati, con i presentatori: hanno la professionalità della provola andata a male:

la Littizzetto che non riesce a uscire dal suo cliché stantio e stitico, si toglie le scarpe, fa le mosssette come una ventenne quasi ottuagenaria, perennemente infoiata, non riesce a leggere il gobbo e si deve aiutare, come al tempo della Rivoluzione di Ottobre del 1917,con il blocco con i testi. Quasi lo stesso per il suo compagno di merende, Fabio Fazio, che non riesce a smettere di arrossire, come se fosse in menopausa, balbetta, finge di incazzarsi e cammina avanti e indietro come se avesse innanzi il plotone di esecuzione, comandato dal colonnello Champignon  della Legione Straniera del famoso spot della Telecom, restando eternamente imprigionato al ruolo di “Che tempo che fa”.

La scenografia: è una chiavica, un mix tra un bordello di periferia per gli spettacoli di burlesque e un salone delle festicciole adolescenziali dove si svolge il Bunga Bunga, patrocinato dall’Arcigay. Le luci e i giochi di luce sono così tetri da far pensare ad una casa delle streghe che manco conoscono uno straccio di incantesimo per trasformarsi in principesse, visto che gli addetti alle luci sembrano una massa di falsi ipovedenti che percepiscono la pensione senza averne diritto.

Il Clan dei Piemontesi  e dei Liguri. Si dubita che esista a memoria d’uomo, anche partendo dal mesozoico, una tale infornata di corregionali .Luciana Littizzetto, Fabio Fazio, Maurizio Crozza, Neri Marcorè, Carla Bruni, tutti provenenti dalle due regione sopraindicate. Per fortuna si è in Europa e nel pieno del 2013! Manco durante le premiazioni dei concorsi di Poesia interpaesani si assiste a una tale povertà di ospiti stracittadini.

La presunta figona: Bar Refeli. Ma per cosa è stata chiamata? Per strimpellare, male, sui tamburi della batteria e per fare la presunta bella statuina, visto che manco è, secondo me, tutta sta gran bellezza, solo perché era l’ex fidanzata di Leonardo Di Caprio? Senza contare che la povera tapina, era costretta alla traduzione simultanea, perché i due presentatori, pagati quasi un milione di euro, nessuno parlava o voleva parlare in inglese. Bella figura di merda, in Eurovisione,  di un Italietta provincialotta e ignorante che in passato creava ed esportava arte, cultura e sapienza in tutto il mondo.

Crozza: Maurizio Crozza va preso a piccole dosi, alla lunga, come ogni cosa stanca e da assuefazione. Il suo interevento di quasi quaranta minuti era scontato e ripetitivo. I personaggi erano triti e ritriti, già fatti in Ballarò, Italialand e nei suoi spettacoli, senza contare che le battute di “Bersani” anch’esse erano riciclate, sono ormai stancati. L’unica nota positiva: il contestatore, che ha risvegliato gli spettatori in sala, che sembravano amorfi come tante marionette durante i comizi di Stalin. Ci si sarebbe aspettato più coraggio da Crozza, non solo nel monologo, ma anche durante la contestazione dei dissidenti. Infatti, visto il giramento di palle che aveva avuto molti si aspettavano che interrompesse completamente l’intervento, andandosene e sbattendo la porta. Ma poi, avendo forse prevalso il lato economico, avrà pensato alla penale e quindi ha ingoiato il boccone amaro e ha sopportato l’odiato dissidente di centro destra. Mentre quando la contestazione è dell’estrema sinistra, verso il centro destra, quella per gli ex e post comunisti, è sempre cosa buona e giusta.

Boh…facciaculaggine della politica di ogni schieramento.

L’Armata Rossa non è riuscita a frenare completamente la deriva omosessuale in Italia, nonostante in passato avesse sconfitto  i nazisti nella Battaglia di Stalingrado, riuscendo solo a rallentare la deriva controrivoluzionaria degli anarchici comunisti italiani, nemici dell’ortodossia sovietica e post sovietica, dei due uomini che volevano mostrare in video  una loro  “limonata” . Per fortuna l’Eurovisione e la Santa Madre Russia è venuta in aiuto della famiglia naturale, impedendo che il video andasse in onda, visto che l’Italia e la Rai avrebbero violato la legge Russa, voluta dall’ex capo del KGB, quindi comunista, e ora amico di Berlusconi, Vladimir Putin, che proibisce in ogni forma la propaganda omosessuale. E si sa, oggi i rubli russi pesano assai anche nell’economia e nella finanza italiana, Rai compresa.

 E i media italiani, specie quelli di centrosinistra? Silenzio osservanza, mutismo e rassegnazione, nel rispetto della tradizione che nell’ex Unione Sovietica, che ha inviato il Coro dell’Armata Rossa dove, fino al momento della caduta del Muro di Berlino, si favoleggiava che i membri fossero ufficiali e spie attive del KGB.

Ma il Coro dell’Armata Rossa non è riuscito a fermare completamente i due amici che vorrebbero sposarsi. Infatti sono saliti sul palco senza dire una parola, ma mostrando cartelli che declamavano i loro fatti privati, ma nell’ex  Unione Sovietica  non capiscono un cazzo della lingua italiana, come in Italia non si capisce un cazzo di russo. Ma non sono riusciti a fermare la canzone degna di un club per scambisti dell’Arcigay, di Enzo Rubino, “Amami uomo”, ma anche in quel caso gli ex sovietici non capiscono un cazzo della lingua italiana e non diventerà mai famosa come l’Italiano di Toto Cutugno, che ha ammesso pubblicamente di rimpiangere i bei tempi dell’ex CCCP, dove regnava l’ordine e la giustizia sociale.

Carla Bruni? Chi ha detto che sa cantare? Ne sento così tanti di quelli che chiamo “Poeti drin drin”, perché strimpellano quattro giri di note sulla chitarra, e a orecchio riesco a riconoscere le chiaviche. che non avendo una casa discografica alle spalle, essendo degli aborti di natura musicale, si stampano i CD clandestinamente in cantina. Ossequiosamente i due conduttori si sono ben guardati dal chiedere all’ex moglie del presidente francese, come mai, secondo voci, avesse favorito la fuga di un assassino che si nascondeva dietro la nomea vigliacca di terrorista. Il mio sogno di quel momento? L’irruzione sul palco dei Carabinieri, arrestandola per aver agevolato la fuga del condannato in contumacia, Cesare Battisti, nel nome del Popolo italiano.

Il pubblico e i dati d’ascolto. Ho la sensazione di trovarmi sia riferito al pubblico in sala sia con i dati d’ascolto nella Corea del Nord, con il pubblico che applaude perché alle spalle ci sta la milizia comunista con il mitra spianato, pronta a sparare ad ogni accenno di sedizione controrivoluzionaria, così come i dati che fino ad oggi vengono diffusi dai giornali che parlano di uno share, nelle due serate, quasi superiore a quello dello sbarco del primo uomo sulla Luna.

Le canzoni? Dove cazzo è andata a finire la melodia e la sonorità della musica italiana?  A puttane? Non sono un nostalgico delle canzonette stile Toto Cutugno, Ricchi e Poveri e Claudio Villa, ,ma questo festival progressista ha solo fatto ascoltare canzoni di borgata, di periferia,con testi e musiche così sciatti, da far rimpiangere “I bambini fanno ohh…”, “Luca era gay” di Povia e “Minchia signor tenetente” dell’ex Vito Catozzo, Giorgio Faletti. Se i quattro broccoli delle nuove proposte, forse pescati dentro qualche centro sociale, appestato dai fumi illegali della cannabis, rappresentano l’Italia,  la musica leggera è veramente fottuta, perché non si può far altro che dire che sono stati rapiti, per usi musicali impropri, delle braccia sane, destinate all’agricoltura.

Le ultime righe prima di concludere: Voglio annunciare a tutti i lettori, che mi sono messo le palle a “bagno Maria”, avendomele grattugiate durante le due serate del Festival, ora sono spellate e arrossate come il culo di una scimmia che soffre di emorroidi!

In ogni caso è sempre meglio una vera Festa dell’Unità che non questa sagra paesana che sembra la Festa di quartiere della verza bollita.. che puzza di carogna morta!.

Marco Bazzato
14.02.2013

mercoledì 25 gennaio 2012

Costa Concordia: Dominika Cemortan, l’eroina moldava che salva i passeggeri


È stata vituperata e massacrata dai media italiani.  Dominika Cemortan, 25 anni, la giovane donna moldava dal passaporto rumeno, che parla quattro lingue, descritta come se fosse stata la grande prostituta di Babilonia, Messalina, o Salomè che chiede la testa di Giovanni Battista. Dove invece di farle un monumento viene attaccata.

 Ma quale sarebbe stata la sua colpa? Quella di essere ospite del capitano, non iscritta nelle liste passeggeri? Qui le versioni divergono, c’è chi dice no, c’è chi dice sì, ma se questa presenza a bordo avesse una rilevanza penale sarà la magistratura che dovrà appurarlo, compresa la responsabilità di chi l’ha presa a bordo, se fosse vero.

 Dominika Cemortan, è stata dipendete di Costa Crociere, e come tutti i dipendenti, era stata istruita su come comportarsi in caso “abbandono nave”, cosa che sembra aver svolto egregiamente. Ma questo non le viene riconosciuto, anzi? Tutti a guardare la pagliuzza nel suo occhio, quando tante travi sono negli occhi altrui, e visto quanto sta emergendo sembra trovarsi innanzi ad una foresta pluviale disboscata.

Le sue presunte colpe? Quella d’essere ospite del capitano, di sedere alla sua tavola alle 22.30, quando la frittata era fatta e la nave iniziava a inclinarsi, ma che responsabilità dirette o indirette aveva costei innanzi agli eventi accaduti?

 E poi, cosa peggiore: aver salvato degli ex sovietici, de cittadini della Federazione russa. Si è al paradosso. Una persona salva dei cittadini che parlano la sua lingua, e chi può dire se questi conoscessero l’inglese, l’italiano o le altre lingue internazionali usate per l’emergenza, e invece d’essere trattata come meriterebbe una donna che responsabilmente ha svolto una mansione, di cui non era obbligata, essendo il quel mentre una semplice passeggera, viene additata come colpevole non si capisce di cosa?

Se invece d’essere stata una moldava, descritta come lasciva dissoluta cosa che anche una minoranza di italiane potrebbero esserlo, ma se fosse stata un abitante del Bel Paese, si sarebbero sperticate lodi fino a trasformare il pianeta terra in una scatola quadrata, sventrando foreste per fare carta da giornale, sarebbero state riversate tonnellate di inchiostro – tossico – per descriver il coraggio e lo sprezzo del pericolo della prode italiana.  Se si fosse ancora nella Guerra Fredda si potrebbe parlare di propaganda ideologica, ante caduta del Muro di Berlino.

La ragazza moldava, piaccia o no, non era obbligata a salvare nessuno, tranne se stessa, visto che non sembra che su quasi 4.200 persone ci siano stati 4.200 eroi, anzi. Ognuno, e i video parlano chiaro, pensavano a salvare, come è giusto che sia, la propria vita e quella dei loro cari, mentre questa donna, che ha  salvato dei cittadini dell’ex Unione Sovietica, oggi Federazione Russa, viene vista dai media italiani di sghimbescio.

Si è detto che i russi sono stati i primi a scendere a terra, perchè salvati da questa donna. Dove sta il dramma? Dominika Cemortan non era obbligata a mettere in salvo prima vecchi, diversamente abili, donne e bambini, quell’onere spetta ai componenti dell’equipaggio, non a una passeggera. E la colpa dei russi salvati da una cittadina moldava che aveva due anni quando si è dissolta l’Unione Sovietica, sarebbe, a detta di tanti special giornalistici d’aver subito intentato causa alla compagnia armatrice, appena rientrati in patria. È colpa degli italiani se sono lenti a muoversi contro l’armatore o sono stati intelligenti i cittadini russi, rapidi nel depositarla? Cche tra l’altro stanno facendo anche gli americani, intentando una class action, affilando le armi legali.

È spiacevole dirlo, ma in questa tragica situazione sono usciti fuori – indirettamente – tutti i luoghi comuni italiani nei confronti delle donne dell’Est Europa, segno di un relativismo e un provincialismo culturale, difficile da cancellare, dove anche giornalisti e commentatori navigati hanno le loro colpe, spinti dall’emozione del narrare i fatti, lasciandosi andare a opinioni che non tengono conto dei molteplici fattori in gioco, e alimentano il pregiudizio, non corroborato sull’esatta interpretazione oggettiva degli eventi in questione.

Ai cittadini dell’Isola del Giglio è stata proposta una medaglia al valor civile per l’aiuto e il soccorso prestato ai naufraghi, mentre a una donna moldava che ha aiutato dei russi, si è commesso quasi un atto di sciacallaggio mediatico. Poi l’Italia non può lamentarsi se all’estero cresce lo stesso pregiudizio anti italiano, quando i media italiani fanno del loro meglio per alimentare quelli nei confronti di una cittadina di un Paese dell’Est, dimenticando quel passo dei Talmud che dice: chi salva una vita umana salva il mondo intero, basta che non sia una moldava, ospite del capitano, che salva dei cittadini russi.

Se ha commesso dei reati, dovrà risponderne alla giustizia, ma se all’interno di una situazione di emergenza ha salvato delle vite umane, indipendentemente dalla nazionalità, gliene deve essere dato merito, al pari di tutti gli altri, altrimenti anche questa potrebbe essere considerata una discriminazione e in un’Italia che ha la pretesa di dirsi civile davanti al mondo, questo non dovrebbe accadere.

Marco Bazzato
25.01.2012

giovedì 29 dicembre 2011

“Caro Leader”:Gigantesca adunata militare in Nordcorea per Kim Jong-II

C’è poco da sfottere, ma ieri con i funerali del “Caro Leader” Kim Jong-II, il mondo dell’imperialismo occidentale rosicava amaro, per invidia.

Nella capitale dell’ultimo baluardo del comunismo dinastico, ieri si sono svolti i funerali del loro ultimo “amato” leader, morto sembrerebbe per un infarto, con le esequie che si sono svolte all’interno dei 12 giorni di lutto nazionale proclamato nel Paese (1).

Le scene apparse ieri in tutti i Tg del mondo, hanno mostrato l’idea di un Paese unito, con i cittadini intenti a piangere – senza lacrime – davanti alle telecamere, e forse con i  fucili puntati alle spalle, o con qualche altro stratagemma della propaganda.

A guardare bene i servizi, per la verità tutti uguali, visto che in Corea non esiste, tra le altre cose, un sistema di televisioni libere e il dissenso non sembrerebbe molto amato dai “Cari leader” che via via si succedono, dove il tutto sembrava la ricostruzione della Corazzata   Potëmkin, dopo che Fantozzi disse «Per me la corazzata  Potëmkin è una cagata pazzesca» con il professor Guidobalo Maria Ricardelli che costrinse “gli inferiori” a ripetere la scena della scalinata e il pianto della madre. (2).

Ma è bello pensare che le grandi democrazie occidentali abbiano masticato amaro, perché per i loro leader sarebbe impossibile un funerale del genere, con i cittadini che si strappano i capelli per il dolore, che piangono per la perdita dell’amato leader e condottiero, e sono costretti a subire, in caso di morte, un misero funerale di Stato, con scarsa partecipazione di pubblico, sebbene le dirette televisive facciano il possibile per dare risalto all’evento doloroso, e quindi costretti a subire, dopo la morte, celebrazioni, rispetto a quelle coreane, in tono dimesso, svuotato dalla partecipazione popolare.

L’unico leader politico che ambisce a contanti funerali, è il Papa, capo della monarchia assoluta dello Stato Città del Vaticano,dove spesso, come è accaduto all’ultimo defunto, Giovanni Paolo II, (3) come per i Coreani, è stato esposto al pubblico per la “venerazione popolare,  come era accaduto a Владимир Ильич Ленин,  Vladimir Ilyich Lenin. Motivazioni politiche e ideologiche diverse, ma uguali nella sostanza a quello che accade dopo la morte ai “Cari Leader” coreani, ossia: idolatria, figlia di un archetipo pagano.

Infatti, solo con la morte dei papi – in tempi recenti, in quanto alcuni nel corso della storia, essendo dei veri farabutti furono assai odiati dal popolo (4) – e con l’assassino d John Fitzgerald Kennedy a Dallas, nel 1963 (5), si sono viste scene di isteria collettiva, pallide e sbiadite fotocopie di quelle coreane, con gran dispiacere per i regimi democratici, che basano sull’illusoria idea del consenso popolare, il loro potere. Vedere scene di isteria collettiva, pianti esagitati, capelli strappati, urla e grida, ascelle pezzate di sudore piangente, non diverse da quelle che accompagnavano i Beatles (6) durante i loro concerti, fa un certo che, in quanto porta a riflettere sulla suggestionabilità emotiva che i media e la propaganda, sia che scaturisca dall’ideologia politica, così come da quella religiosa, ingenera nei caratteri e negli spiriti annebbiati dal martello propagandistico e mediatico che fanno assurgere certi personaggi pubblici a pseudo divinità pagane – anche se di matrice religiosa, sconfinando in quella che il cattolicesimo chiama venerazione, ma che altro non è che volgare idolatria –  ma che alla fine non sono altro che dei perfetti sconosciuti, per quanto riguarda i loro reali pensieri , il loro agire, il comportarsi, solitamente di matrice diametralmente opposta rispetto a quanto propagandato nei discorsi pubblici, scritti da abili gost writter, supportati da professionisti della comunicazione, che poi vengono letti e trattati come se fossero pensieri e farina del sacco dell’oratore politico e/o religioso di turno.

Nella sostanza i funerali di politici, religiosi, o i concerti di “Grandi” cantanti, pur con motivazioni personali, sociali, politiche, ideologiche o musicali, si assomigliano tutte nella sostanza, ma è a la percezione individuale e soggettiva che una persona da ad un evento che ne stabilisce la positività o la negatività dell’evento in se. Ma sta di fatto che analizzando i cosiddetti “grandi funerali” le dinamiche di partecipazione isterica e idolatrica si accumunano tutte, pur nelle rispettive diversità storico-situazionali, ma il comportamento umano rimane una costante facilmente manipolabile dalla potenza dei media e dall’indottrinamento subito, sia esso politico, religioso o musicale, e così è chiaro che un pizzico di invidia probabilmente rode assai, anche se non verrà mai mostrato pubblicamente dai grandi statisti dei “regimi democratici” – definizione data da Giuliano Ferrara a “Radio Londra, Rai 1” – perché funerali come quelli coreani, lasciamo stare le condizioni di schiavitù che il popolo subisce, sono il sogno di tutti i potenti, e certo dopo la maestosità di queste esequie, forse è probabile che molti statisti vogliano importare il “modello coreano” di coesione popolare, con un percorso molto più lento, ma che nella sostanza potrebbe portare l’Italia e l’Unione Europea verso la medesima direttrice a Nord del 38° parallelo, come la storia già insegna, ma da cui sembra che nessuno abbia imparato nulla.

Marco Bazzato
29.12.2011

martedì 6 dicembre 2011

Chiudere Green Hill, il canile a Montichiari?


La polemica – sterile – imperversa da anni nei media, facendo da cassa risonanza a un presunto problema snobbato dagli abitanti e autoctoni, residenti a Montichiari, in provincia di Brescia e dintorni, ossia la volontà pervicace e verbalmente violenta che vorrebbe la chiusura  di Green Hill (1), il canile, ove vengono allevati cani da laboratorio di marca e/o modello, di razza Beagle.

È il tam tam mediatico che spinge a ingigantire una polemica al limite del paradosso, dove coloro che vorrebbero far chiudere un’attività legale, in quanto una legge della Regione Lombardia la permette, mentre è vietata in Emilia Romagna, invece d’appellarsi ai tempi della giustizia, lo si vorrebbe far chiudere sotto la spinta della – scarsa – indignazione popolare.

Quello che non si fa, è distinguere le responsabilità di natura penale da quelle amministrative, dove fino a prova contraria fin ora sono stare riscontrate solo le seconde, essendo la struttura in ordine sotto gli aspetti formali e dell’attività svolta. Se poi gli animali, una volta giunti all’estero sono sottoposti a sperimentazione, esula dalle competenze delle amministrazioni locali; semmai il problema dovrebbe essere trattato a livello internazionale, una volta conosciuti i passaggi della filiera che gli animali fanno, le singole destinazioni finali e l’utilizzo che ne viene fatto, entrando all’interno delle responsabilità penali di pertinenza degli organi competenti per territorio in quei Paesi, ma non è un dovere della politica italiana interferire nelle attività di ricerca biomedica che si svolge all’estero.

Vanno, in ogni caso, se verranno accertati, presi in esame i comportamenti individuali di maltrattamenti nei confronti dei Beagle perché non si può con accuse generiche far chiudere un’azienda – che produce utili, paga le tasse locali, nazionali – lasciando a casa i dipendenti e l’indotto che crea, come trasporti, acquisto di mangimi e quant’altro, necessari per il sostentamento..

I detrattori della vivisezione, pratica che se non utile alla ricerca medica finalizzata al miglioramento della vita degli esseri umani, se commessa solo con lo scopo sadico di infierire sofferenze inutili è da condannare, ma non vanno dimenticate le ricadute benefiche nei confronti della collettività che la sperimentazione animale, applicando i protocolli imposti dalla comunità scientifica internazionale, ha nel benessere dei cittadini, per la ricerca di nuove molecole, atte a creare nuovi farmaci e la bellezza di tante donne, che senza i “Kit da restauro” sarebbero delle racchie nei confronti di coloro che sono più belle, più giovani, dotate da madre natura di una pelle migliore e di un corredo genetico clemente con lo scorrere degli anni.

Mettere in discussione Green Hill equivale a mettere in discussione la ricerca biomedica, la bellezza, e la salute dei cittadini, in quanto i farmaci sono – purtroppo – un elemento necessario alla società. E questo pur se ideologicamente negato quando fa comodo, è un fatto assodato.

Viene da chiedere, senza mezze misure, ai detrattori del canile di Montichiari, dove andrebbero a finire i principi animalisti se fossero costretti a scegliere tra salvarsi la vita o quella di un loro caro a cui tengono, oppure rinunciarvi, lasciandosi morire o condannando a morte la persona amata, se gli venisse prospettato un farmaco salva vita dove nel “bugiardino” fosse scritto: “questo farmaco è stato prodotto grazie agli esperimenti di laboratorio e all’allevamento di cani Green Hill di Montichiari (Brescia)”

Nell’Unione Europea sono in vigore normative che impongono la tracciabilità della filiera produttiva degli alimenti destinati al consumo umano e animale. Per rispetto nei confronti dei malati, obbligati dalle circostanze ad assumere prodotti creati dalla farmacopea internazionale, sarebbe giusto che nel “bugiardino” vi fosse lo stesso tipo di tracciabilità, mettendo al corrente di quanti animali sono stati sacrificati per la ricerca, la provenienza, gli allevamenti e dove si sono effettuati gli esperimenti, in modo che gli amanti degli animali possano scegliere se assumerli, fregandosene dei principi, oppure lasciarsi morire nel nome dei loro ideali.

Se ci fossero queste informazioni gli animalisti, come tutti, scrollerebbero le spalle, anche dopo aver visto il numero delle cavie e le razze usate, perché la vita umana è più importante, soprattutto quando une vento clinico coinvolge personalmente.

Fa una certa impressione vedere l’animalismo relativista, dove basta recarsi in qualsiasi pescheria per vedere animali – pesci in questo caso – morire soffocati fuori dal loro ambiente , sgozzati ancora vivi, perché freschi sono più buoni, o messi in pentola ancora agonizzanti nell’acqua bollente, come con i polipi, senza che nessuno si indigni o vada a fare manifestazioni contro i pescatori. Eppure la crudeltà verso gli animali acquatici non è diversa da quella che si denuncia nei confronti dei quadrupedi da compagnia. Ma dei primi ce se ne sbatte, a patto che non siano balene cacciate dai giapponesi per scopi scientifici, salvo poi indignarsi se finiscono sulle tavole dei ristoranti di lusso.

Se un infame annega un cane va punito giustamente dalla legge, se si pesca un pesce, lo si depone in una cesta e ci mette delle ore a morire, questo è tollerato, accettato, tanto è che esistono laghi per la pesca sportiva, ma se si facesse una tenuta per la caccia ai cani e ai gatti, si leverebbero le barricate degli animalisti. Eppure anche i pesci andrebbero tutelati con la stessa enfasi con cui si tutelano cani, gatti e altri animali da compagnia e non, promuovendo battaglie animaliste contro la caccia, cosa che però, visto gli interessi miliardari che muove, anche per il numero di addetti impegnati in tutta la filiera, nessuno va a protestare davanti alle pescherie, davanti ai porti quando rientrano i pescatori con il pescato e agonizzante.

Se si limitasse veramente la pesca e il consumo di pesce, così come si vuole mettere in una riserva con gli spari contingentati ai cacciatori, si potrebbe essere concordi con le battaglie animaliste nei confronti degli animali da affezione, ma quando l’animalismo è ideologico e strumentale e mira ad attaccare i piccoli interessi locali, senza guardare al problema della difesa degli animali, indipendentemente se terrestri o acquatici, soprattutto con la pesca e con la relativa tortura sadica dei pesci nelle pescherie, cresce l’indignazione, perché è come se si volesse osservare, per comodo, la realtà, solo sulla base di quello che personalmente piace, usando un pensiero soggettivo e non oggettivo che legge il problema nel suo insieme.

Per questo si ribadisce un no fermo alla chiusura del canile di Montichiari della Green Hill, in quanto come attività legale in Italia, deve continuare a lavorare in sicurezza, perché la ricerca che sta alle spalle della sperimentazione è un diritto/dovere per il benessere dell’uomo, con però gli eventuali reati amministrativi debbono essere sanzionati, così per quelli di natura penale, se venissero accertati, dopo il terzo grado di giudizio, come la legge impone.

Marco Bazzato
06.12.2011



(1) http://animalinliberostato.blogspot.com/2010/04/green-hill-2001-srl.html

martedì 1 novembre 2011

La Palestina membro dell’Unesco

È un primo passo verso il riconoscimento dello Stato Palestinese, come entità territoriale autonoma. Ieri l’evanescente Palestina, è stato accettata in un’Agenzia ONU, l’Unesco (1), con voto favorevole di quasi  i 2/3 degli aventi diritto.

A favore107, contrari 52 e 14 astenuti, e tra qui l’Italia pilatesca democristiana, preferendo una posizione attendista, pur non scontentare nessuno.

La decisione democratica, perché, piaccia o no agli uccelli di sventura, di ha fatto venire i sorci verdi alla cosiddetta democrazia più grande del mondo, gli Stati Uniti d’America e all’unica “democrazia” presente in medio oriente: Israele, e non si comprende il motivo di tali reazioni esagitate, degne di un bambino a cui hanno preso la macchina con cui giocare, dove gli U.S.A. per democratica ritorsione hanno deciso di sospendere i finanziamenti all’Unesco, pari a quasi, alcuni quotidiani online dicono 60, altri 70, Il Sole 24 Ore, addirittura 80 (2).

Israele ha parlato di una tragedia. Bisogna vedere se la tragedia è sotto il profilo politico o se sotto i vantaggi anche economici e culturali che l’essere membro dell’Unesco potrebbe comportare ai territori palestinesi. La tragedia potrebbe essere che essendoci un riconoscimento formale di un’entità territoriale sulla carta inesistente, molte operazioni militari potrebbero diventare meno semplici, anche se legittime sotto il profilo della sicurezza di Israele.

Il dilemma è un altro: come si modificheranno gli equilibri nello scacchiere mediorientale? C’è poco da dire che con questa scelta dei quasi i 2/3 degli aventi diritto, il processo di pace si allontana, anzi, potrebbe essere l’occasione per sedersi attorno ad un tavolo, quasi da pari, iniziando a mettere sul piatto proposte concrete per superare i decennali veti reciproci da parte di entrambi.

È chiaro che la “riconosciuta” Palestina e la Striscia di Gaza, in mano ad Hammas oggi hanno delle responsabilità in più nei riguardi della comunità internazionale: ossa fermare i lanci di missili verso Israele, perché la teoria della “guerra perenne” ha  causato nel corso dei decenni di centinaia di migliaia d morti innocenti, per colpa da ambo le parti, che preferiscono lasciar ammazzare i civili dalla parte avversa, piuttosto che sistemare una questione richiesta da tutto il mondo, in termini e in modo diversi, ma che per la “teoria” della non ingerenza degli affari interni di Israele, ha causato solo uno stallo e un muoversi da gamberi: un passo avanti e due indietro.

Marco Bazzato
01.11.2011



lunedì 13 dicembre 2010

Sakineh, il nuovo appello delle star



È strumentale l’uso che si fa della vicenda di Sakineh, la donna iraniana condannata a morte prima per lapidazione, successivamente commutata in impiccagione, con la pena sospesa, per aver partecipato all’omicidio del marito e adulterio.

Ora che la lapidazione possa essere considerata un’esecuzione atroce si può anche convenire, ma l’impiccagione no, è una tecnica usata spesso nelle condanne a morte nei paesi islamici, e l’ultimo fra i politici condannati fu proprio Saddam Hussein nel 2006.

Quello che è riprovevole non è tanto la condanna a morte ma il rimandarla continuamente perché i media internazionali hanno dato vita ad una campagna mediatica contro l’Iran e il suo sistema giudiziario.

A volte bisogna essere cinici, perché certe campagne di “solidarietà contro la pena di morte” sono mosse da intenti politici sovranazionali, non dall’interesse di salvare la vittima a una singola persona, o perché il mondo ne ha veramente a cuore la sua sorte. L’obbiettivo è destabilizzare in questo caso il sistema giuridico iraniano e il suo governo, e il mondo si sta rendendo complice di un utilizzo strumentale di una vicenda giudiziaria d’omicidio per fare pressioni internazionali a uno stato sovrano.

Sakineh non viene vista come una persona da salvare, ma come un simbolo da usare come ariete per fare pressioni contro un paese. Il simbolo potrebbe chiamarsi Sakineh, oppure invece d’esser una persona potrebbe essere un vegetale o un oggetto, e simboli, oggetti e persone sono sempre sostituibili.

"Liberatela, ha sofferto abbastanza" è il grido che alza dallo star sistem hollywoodiano, come se di “uomini o donne morte che camminano” gli americani non ne avessero a sufficienza di condannati nel braccio della morte, ma di quei condannati nemmeno si preoccupano, anzi il mondo nemmeno si preoccupa, al pari di quelli cinesi, per non fare ingerenza politica nei confronti della prima superpotenza del mondo.

No si sa come reagirebbe l’opinion pubblica italiana se partisse una campagna internazionale a favore di Sabrina e Michele Misseri, dove ottanta attori americani ne chiedessero la liberazione. Sicuramente si assisterebbe a un via vai continuo di politici nelle varie trasmissioni televisive italiane che condannano l’indebita ingerenza nei fatti giudiziari italiani, come sta accadendo in Iran, ma se i paesi manipolando l’opinion pubblica interna, si “coalizzano” contro una nazione oggi politicamente nel mirino,per problematiche che nulla hanno a che fare con i diritti umani. Sarebbe interessante vedere cosa accadrebbe in Italia se un domani mattina un gruppo di iraniani e statunitensi assieme, si mettessero a manifestare davanti alle ambasciate italiane nei rispettivi paesi per chiedere la liberazione dei Misseri, perché “hanno già sofferto abbastanza”. Purtroppo anche l’opinione pubblica internazionale quando si vuole colpire a livello d’immagine un paese all’estero, mettendolo sotto una luce negativa di comodo, reagisce con emozioni di pancia, senza prima pensare alle rogne di casa propria.

Infatti per fare un paragone di come il comportamento dell’opinione pubblica si muova a corrente alternata, le dichiarazioni a favore del neo Premio Nobel per la pace sono state assai risicate anche in Italia, d’altronde gli interessi economici con la Cina sono certamente più importanti di un dissidente in galera che si batte per la democrazia nel suo Paese. Non ci sono stati italiani, anche di sinistra, da sempre a favore della cultura e di diritti umani, che si siano dati appuntamento davanti all’ambasciata cinese per manifestare contro la mancata possibilità di ritiro del premio da parte del vincitore. La ragion di Stato anche di sinistra ha avuto il sopravvento rispetto alla logica e al buon senso.

I diritti umani non dovrebbero essere dei valori negoziabili, soprattutto per quei paesi, Italia compresa, che hanno l’arroganza, quando fa comodo, di dirsi civili, salvo chiudere gli occhi, specie se c’è di mezzo il dio dollaro, il dio Ren Min, che ha come unità di misura lo Yuan o il dio rublo, quando si tratta di fare affari con la Russia. Ma politica e diritti umani non sono mai andati d’accordo, anzi, in ogni paese che si “rispetti” in un modo o in un altro vengono calpestati, solo che raramente assurgono alla prima pagina o nei servizi d’apertura dei paesi interessati, si preferisce omettere.

Gli italiani spesso si arrabbiano contro il sistema giudiziario, eccessivamente garantista, per capirlo basterebbe leggere anche molti commenti su Facebook di quanti sono coloro che invocano la pena di morte anche per “delitti contro gli animali”, contro la vivisezione, o contro i crimini efferrati commessi contro la persona, salvo poi mettersi in mostra, perché fa tanto di moda, quando si tratta di salvare un illustre sconosciuta, solo perché tutti si accodano alle notizie senza prima rifletterci sopra. Se la ragione non è un opinione, la certezza della pena, a seconda di ogni sistema giudiziario, dovrebbe valere come per l’Italia anche per l’Iran, ma così per i ciechi e sordi non è, preferiscono accodarsi alla massa, perché è più comodo


Marco Bazzato
13.12.2010
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