Visualizzazione post con etichetta Letteratura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Letteratura. Mostra tutti i post
domenica 22 ottobre 2017
It
2017
Debbo dirlo, non mi è
piaciuto. Non mi è piaciuto per niente. Mi riferisco allo stupro l del
capolavoro letterario del Re del
brivido, Stephen King,
nella trasposizione cinematografica uscita lo scorso settembre in quasi tutto
il mondo e il 19 ottobre, come se fossimo un paese di ritardati, in Italia, It.
Ho visto il film due
volte, la prima a Sofia, in inglese, sottotitolato in bulgaro e la seconda,
proprio in questi giorni. Se prima ero titubante con la versione originale,
adducendo al mio inglese non perfetto, la seconda visione, invece di confutare
i miei dubbi, lì ha ulteriormente rafforzati.
Il film s’intitola It,
ma dell’omonimo romanzo
ci sta poco o nulla, a parte il simpaticissimo pagliaccio e i nomi dei
personaggi secondari e gli appartenenti al Club dei Perdenti, per il resto,
buio totale.
Certo, il film preso a
se stante è un film di livello medio, considerato anche il budget per delle
produzioni americane, 35 milioni di noccioline, ma è un horror come tanti, né
più e ne meno.
Sicuramente ha degli
spunti interessanti, la trama è strutturata abbastanza bene, ribadisco, se una
persona non ha letto il tomo del Re.
Ma se una persona,
metti una persona come me, che nel mio caso il libro se l’è pappato più di una
volta, anzi credo d’averlo letto nel corso degli anni, almeno quasi una
dozzina, allora no. Il film, a confronto del romanzo, toppa alla grande.
Sicuramente il regista ha fatto il possibile
per trasferire nella sceneggiatura almeno parzialmente l’atmosfera di crescita
e di amicizia dei protagonisti, ma poi tutto lì, riuscendo ad abbozzare solo la
cosa. A sua discolpa si potrebbe dire che trasferire le quasi cinquecento
pagine della prima parte, sarebbe un’impresa titanica per chiunque, soprattutto
se lo si vuole concentrare il tutto in due ore e dieci minuti, ma…
La Timeline è stata
stravolta, portando la prima parte nel 1988, anziché in quella letteraria del
1957-58, già qui, alla prima visione, ho dovuto andarmi a cercare l’apparato
riproduttivo dentro i calzoni. In quanto una era nel calzone destro e l’altra
nel sinistro, il butto, invece, mi è rimasto attaccato. E forse, scrivo forse,
questo potrebbe fin dall’inizio avermi innalzato le legittime barriere dei
pregiudizi, nei confronti del film, ma nutro dei seri dubbi al riguardo.
La psicologia dei
personaggi quasi secondari, ad esempio Richie Tozier e Mike Halon, totalmente
difformi rispetto al romanzo, tanto è che il povero Mike, fa quasi la parte
dello stereotipo afroamericano, figlio adottivo di un macellatore di pecore,
mentre invece nel romanzo è lui l’anima storica dei perdenti e non certo Ben
Hansom, che nel film passa per un vero sorcio – obeso – di biblioteca. Certo,
era un sorcio obeso da biblioteca, ma i suoi interessi non vertevano vesto la
storia di Derry, ma verso i romanzi, perché il vero storico del gruppo, che
aveva preso dal padre la passione, era Mike Halon.
È inutile dire che, a
mio avviso, già il solo spostamento temporale degli eventi, toglie molto
fascino al film, lo svuota, in quanto l’approfondimento che fece l’autore nella
società semirurale di Derry, portandola avanti di quasi trent’anni, toglie
magia, in quanto il tocco di quasi contemporaneità risulta artefatto e forzato,
mancando, per colpa di quel fottuto politicamente corretto che appesta il mondo
anche della finzione cinematografica, dell’antisemitismo narrato nei confronti
di Stan Huris, le battute scherzose nei suoi confronti da parte degli altri
perdenti e il razzismo nei confronti dei “negri”, “naturale” e legale nell’America
della fine degli anni ’50, così come il linguaggio omofobico, profuso a piene
mani dall’autore e messo in bocca agli antagonisti dei perdenti.
Una cosa che mi ha
lasciato interdetto è stato il linguaggio volgare dei Perdenti, per carità,
nulla contro i volgarismi, anzi,ma nell’opera originale, visto il bigottismo
americano dell’epoca, i bambini e non certo adolescenti come nel film, si
esprimevano quasi come educande dell’epoca vittoriana, mentre nell’adattamento
cinematografico sembravano tanti piccoli scaricatori di porto, sempre il “cazzo
in bocca”, metaforicamente parlando, chiaramente.
La scena di Beverly
sospesa nell’aria, beh, quella sospensione doveva appartenere ad Audra, la
moglie di Ben, nel romanzo. E via discorrendo. Senza contare che la scena dei
perdenti che saltano dalla cascata, mi ha fatto ricordare Stand
by me – ricordo di un’estate.
Tutti sputano addosso
alla miniserie del 1900 con un magistrale Pennywise, interpretato da Tim Curry,
ma sebbene la miniserie fosse un classico prodotto anni ’90, con una recitazione
indegna perfino per un cane abbandonato per strada, aveva il merito di essere
abbastanza fedele al romanzo, certo, con tutti i limiti di budget imposti per
le miniserie, ma almeno in linea di massima il romanzo è stato oggetto solo di
un tentativo, maldestro, di sodomia, mentre nel film di Muschietti, dal mio
modesto punto di vista, non solo la sodomia dell’opera è stata perpetrata più e
più volte, ma presumo come per molti amanti del romanzo, è stata dolorosa,
essendo stata commessa senza prendere alcun tipo di precauzione, a riguardo le
eventuali malattie a diffusione sessuale e peggio ancora, a “secco!”
In mezzo a questo
bailamme si possono salvare solo tre personaggi: Pennywise, Bill Skarsgård,
Henry Bowers – Nicholas Hamilton, e Beverly Marsh – Sophia Lillis e in minima
parte Ben Hanscom – Jeremy Ray. Gli altri, partendo da Bill, per giungere fino
a Rickie, Stan ed Eddy, voglio stendere un velo pietoso, banali caricature
malfatte e brutte fotocopie dei personaggi del romanzo, completamente senza
spessore.
Il Pennywise odierno
non può essere paragonato a quello del 1990, scenograficamente quello del 2017,
grazie all’aiuto degli effetti speciali, è più orrorifico ma quello di Curry è
entrato, proprio per la sua “naturalezza” e a modo suo, “umanità”, nell’immaginario
collettivo di più di una generazione, mentre il Pennywise del 2017, sebbene più
forte visivamente, difficilmente rimarrà a lungo nell’immaginario collettivo,
come il suo predecessore, in quanto avente sì una sua teatralità, ma questa è
una teatralità spinta e priva della “semplicità”
che aveva il Pennywise di Curry, passando come una meteora nell’immaginario collettivo, nel
volgere di qualche anno, proprio perché essendo dotato di eccessiva carica orrorifica,
ne risulta svuotato r poco incisivo nel
lungo periodo.
Ho trovato stupendo l’Henry
Bowers – Nicholas Hamilton di Muschietti, cattivo e bastardo dentro come deve
essere cattivo e bastardo. Il personaggio è stato caratterizzato molto bene,
senza sfumature od orpelli aggiunti, perché già la presenza stava a dimostrare
che era uno dei veri protagonisti in
secondo piano della storia. Il suo essere semplicemente malvagio, lo ha reso
umanamente adorabile e anche le se efferate le sue azioni, sotto alcuni punti
di vista, potevano non essere condivisibili, in quanto, pur non essendo un
appartenente al Club dei perdenti, il vero perdente era lui. E questo lo ha
reso amabile.
Beverly Marsh – Sophia
Lillis; un solo aggettivo: gnocca!
E vada a farsi fottere il sessismo e tutto il
resto.
La giovane Sophia ha
recitato con forte intensità, dimostrando una carica erotica, sensuale e
sessuale non indifferente.
Beverly Marsh infatti
rappresenta il prototipo di femmina ai primi pruriti sessuali e alle prime
mestruazioni. Una vera zoccoletta a cui sta sbocciando l’adolescenza, infoiata
per Bill, ma attratta da quel lardoso ciccione di Ben, e l’attrice ha saputo
dar vita a tutte le sfaccettature di quel periodo di transizione dall’essere
bambine al diventare biologicamente donne, ma ancora psicologicamente immature
e per questo prive di un timone e di una direzione definita, ma in continuo
divenire.
In conclusione, l’It di
Muschietti poteva oggettivamente essere fatto meglio?
Con il senno del poi, siamo tutti bravi a
giudicare il lavoro altrui, ma ad essere oggettivi, vista la complessità del
romanzo di King, non poteva fare molto di più, anzi, quello che ha fatto,
almeno nel rimaneggiare il testo, è stato anche troppo, visto che ha quasi totalmente disarticolato e
destrutturato l’opera, rimodellandola in una malaforma cinematografica,
trasformandola in un cibo in alcune sequenze commestibili e digeribili e
moderatamente gustabili, in altri punti, vomitando una sbobba di vomito e bolo,
rigurgitando un film che si è allontanato troppo e male, dal magnifico ordito
originale.
E questo, in tutta
onestà, dispiace!
Marco Bazzato
22.10.2017
Etichette:
cinema,
Letteratura,
Opinioni,
recensioni
lunedì 11 gennaio 2016
Stupri di Capodanno
Ti prendo,
donna!
Vittima debole
del mio piacere
carnale oggetto
delle mie brame
che a nulla
servi
se non alla
gioia dei miei lombi.
Grida femmina il
tuo orrore,
urla donna il
tuo disgusto
tra lacrime che
scendono copiose.
Voglio
soddisfare la mia verga
voglio vuotare
in te,
schiava delle
mie passioni
il mio candido
seme nero
che distruggerà
il tuo spirito.
Ti sentirai sporca
e a nulla i
lavacri serviranno,
il tuo guanto di
crine
sarà solo un
imbelle
che non netterà
l’anima tua.
Fuggi con i tuoi
capelli scompigliati,
scappa in questa notte
pagana
del nuovo anno che
giunge.
Corri a farti
abbracciare dagli infedeli
che nono oseranno più toccarti
in quanto lordata dai
miei desideri.
Io sono intoccabile
noi siamo intoccabili
perché la politica
come figliol prodighi
a braccia aperte sempre
ci perdonerà.
Taceranno le donne
e vi incolperanno di non esservi volutamente concesse,
taceranno i signori dei
media
perché noi siamo l’armata
che salverà il vostro
futuro
e voi, femmine
inferiori,
siete solo inutili pezzi
di carne che la società deve pagare
per non soccombere alle
proprie mollezze
e ai propri agi
perché ormai nelle
condizioni
di non potere e/o volere più discendenza.
Marco Bazzato
11.01.2015
http://marco-bazzato.blogspot.com/
Etichette:
Letteratura,
Poesia
mercoledì 18 novembre 2015
Intervista a Vessela Lulova Tzalova
a
cura di Massimo Acciai
Vessela Lulova Tzalova, scrittrice, traduttrice,
moglie di Marco
Bazzato, vive col marito scrittore, con cui collabora a livello artistico e
lavorativo, in Bulgaria. Ho avuto il piacere di scrivere la prefazione ad un
suo libro ed incontrarla insieme a Marco durante un mio recente viaggio a
Plovdiv. L'intervista è avvenuta però tramite mail dall'Italia alla Bulgaria.
Cara Vessela, sei una scrittrice e poetessa
con all'attivo alcune pubblicazioni, e sei anche giornalista e direttrice di
un'agenzia letteraria: in questa sede però ci occuperemo della tua attività di
traduttrice. La traduzione è un tema che mi ha sempre affascinato: ho tradotto
anch'io un libro dall'esperanto all'italiano (edito da Edistudio) ed ho
sperimentato di persona che si tratta di un lavoro tutt'altro che semplice.
Cominciamo dall'inizio, dai tuoi studi di italiano. Come e quando ti sei
approcciata a questa lingua così distante dalla tua lingua madre, il bulgaro?
Studiandolo, in quanto per me lo studio è sempre stato un amore. Perché prima
degli studi legati alla lingua italiana mi sono laureata all'Università di San
Clemente a Sofia in pedagogia e successivamente in giornalismo, e per entrambi
le lauree ho conseguito i relativi master. Quindi, l'unico modo per apprendere
una lingua è studiarla in modo approfondito - dizionari, testi universitari,
opere lette in lingua originale, ore e ore passate a imparare verbi,
trascrivere frasi, crearne di nuove e tutto il corollario che ne consegue in
quanto ho sempre amato la lingua e la cultura italiana, fin da quando, da
giornalista, mi occupavo di cultura e letteratura, perciò il mio legame con
l'Italia e la lingua di Dante è sempre stato un po' particolare. Alla fine,
come nuovo punto di partenza c'è stata la Certificazione Plida livello C2, del
Comitato Dante Alighieri, dell'Università La Sapienza di Roma e Ministero degli
Affari Esteri d'Italia.
Quando
e come è iniziato il tuo lavoro di traduttrice?
È iniziato quasi quindici anni fa, traducendo all'inizio una poesia piccola.
Poi sono giunti gli articoli di pubblicistica e in seguito un libro di poesie,
seguito da una raccolta di poemi e successivamente un romanzo. Da lì in poi
sono giunte proposte, all'inizio da editori minori, fino ai grandi nomi
dell'editoria bulgara, e modestamente posso dire che al mio attivo ho più di
trentacinque volumi, tra poesia, prosa d'arte, pubblicistica e saggistica.
Hai
tradotto dal bulgaro all'italiano e viceversa dall'italiano al bulgaro: facendo
un confronto tra queste due traduzioni, quali difficoltà o vantaggi comportano
l'una rispetto all'altra?
Chiaramente da bulgara mi è più facile tradurre dall'italiano alla mia madre
lingua. È sempre difficile fare dei raffronti, è un lavoro assai complesso, ma
per sintetizzare, è vero che in alcuni punti le lingue, con tutte le differenze
del caso, si toccano, ma è anche vero che, il bulgaro essendo una lingua non
romanza, in molti altri è in diretta antitesi con la lingua italiana. La vera
traduzione di prosa d'arte sta nel saper fare, come dicono i francesi, il trait
d'union dalla lingua di partenza a quella di arrivo.
Hai
tradotto molti classici moderni italiani in bulgaro: hai conosciuto di persona
i rispettivi autori? Che tipo di rapporto hai avuto con loro?
Sì, alcuni ho avuto l'onore di conoscerli di persona, anche se a volte è più
interessante toccare l'arte che non l'artista. Altri invece sono stati dei
grandi signori, nobili di cuore, e persino alcuni mi hanno inviato una loro
opera con dedica e autografo.
Chiaramente uno tra tutti, tra i classici moderni che non posso non menzionare
è il Maestro Andrea Camilleri, che da poco ha festeggiato i novant'anni. Ho
avuto l'onore, grazie a Gheorghi Alexandrov della casa editrice Knigopis, di
tradurre otto romanzi del Commissario Montalbano, ove, tramite la segretaria
del Maestro, Valentina Alfierj, ho ricevuto tutto il sostegno che una
traduttrice può ricevere.
Con altri scrittori ci sono stati scambi di mail, per avere la certezza in
alcuni punti controversi, non esistendo libri perfetti o esenti da errori o che
possono dare adito a male interpretazioni, i quali hanno fatto si che tutto
scorresse fluidamente.
Parliamo degli autori bulgari: purtroppo non è
stato tradotto molto in Italia della letteratura bulgara…
Vero, rispetto ad autori di altri Paesi, il confronto è impari. La letteratura
bulgara è confinata entro una nicchia di mercato, soprattutto se non si hanno
gli agganci giusti. In ogni caso, se guardiamo le uscite principali di questi
ultimi anni non possiamo non menzionare Zdravka Evtimova, con Sinfonia, uscito
quest'anno; Guergana Radeva con Rosa Canina. Essenze e spine dell'eros; Alek
Popov, con I cani volano basso e Gheorghi Gospodinov, attualmente lo scrittore
bulgaro più in voga sia in patria che all'estero, con La fisica della
malinconia. Ma voglio certamente aggiungere che alcuni dei nostri classici sono
stati tradotti in italiano, come il Patriarca della letteratura bulgara, Ivan
Vazov, gli straordinari poeti Dimcio Debelianov, Pencho Slaveikov, Damian
Damianov, Hristo Smirnenski, Atanas Dalcev, e gli scrittori: Jordan Radichkov,
Emilian Stanev, Aleko Konstantinov, Victor Baruch, Assen Marcevski e altri.
Come possiamo notare gli autori bulgari pubblicati sono da considerarsi
inferiori persino alle percentuali omeopatiche. Questo non per la mancanza di
ottimi scrittori in Bulgaria, ma perché il mondo dell'editoria, a parte casi
rarissimi, guarda con occhio pregiudizievole al mio Paese.
Mediamente quanto tempo ti occupa tradurre un
libro?
Dipende dall'autore e dal genere e soprattutto dal numero di pagine. In ogni
caso, come liberi professionisti, siamo vincolati a contratti con dei tempi da
rispettare. Mediamente un editore concede novanta giorni, quando si è
fortunati. Questo significa lavorare con "ritmi militari", in quanto,
sovente per rispettare i tempi, non esistono né sabati e né domeniche.
C'è un libro, tra quelli che hai tradotto, a cui sei particolarmente legata?
I Montalbano di Andrea Camilleri, perché è uno scrittore che amavo già prima di
tradurre i suoi romanzi e la Casta di Rizzo e Stella, in quanto essendo anche
giornalista, mi ha permesso di conoscere in profondità le contraddizioni di una
parte dell'Italia, assai differente rispetto a quella comunemente conosciuta
all'estero.
Che consigli ti sentiresti di dare ad un
aspirante traduttore agli esordi?
Sapere che nella lingua di partenza, così come in quella di arrivo, non si è
mai finito di imparare. Amare la letteratura, leggere senza pregiudizi di
sorta. Poi, quando si traduce, ricercare, ricercare e ancora ricercare,
partendo dal presupposto che è meglio avere il dubbio di non sapere e quindi
approfondire, piuttosto che avere la supponenza di credere di sapere, peccando
di superbia. Il lavoro di traduzione è soprattutto un lavoro di umiltà e
pazienza.
A cosa stai lavorando attualmente?
Poco tempo fa è uscito "La figlia del Papa" di Dario Fo. E da poco ho
consegnato ad un editore la traduzione di un romanzo noir, ora sto traducendo
un romanzo, ambientato nella Venezia del 1300.
Da Segreti di Pulcinella,
rivista di letteratura e cultura varia, direttore Massimo Acciai
Etichette:
Bulgaria,
interviste,
Letteratura,
Massimo Acciai,
Segreti di Pulcinella
Intervista a Marco Bazzato
di
Masssimo Acciai
Ho in passato intervistato Marco Bazzato in qualità
di consulente letterario(nel 2006), ma Marco è principalmente
uno scrittore e un poeta. Stavolta l'intervista verterà sulla sua attività
narrativa, ed in particolare sul suo ultimo romanzo "Aborto d'amore",
tradotto in bulgaro e presentato recentemente a Montana, in Bulgaria.
Quali
sono stati i tuoi modelli letterari, gli autori che hai amato di più, che hanno
contribuito a formare il tuo stile?
Amo un numero ristretto di autori classici. Non posso a tal proposito non
citare Bram Stoker, Mary Shelly, H.P Lovercraft, Arthur Conan Doyle, Stendhal,
Goethe, Victor Hugo. E tra i poeti sicuramente Baudelaire e Dimcio Debelianov.
Mentre per i contemporanei, anche se molti storceranno il naso, metto Stephen
King, Tom Clancy, Wes Craven, George Marget, Ken Follet, Massimo Carlotto,
Paolo Roversi e Fabrizio Berlincioni. Come storici Renzo de Felice, Mario Cervi
e Indro Montanelli e tra i filosofi Noham Chomsky e Toni Negri.
Come modello in assoluto Stephen King. Autore considerato di cassa e di massa,
ma analizzando con attenzione la sua scrittura, la sua tecnica, i contenuti e
le tematiche possono piacere oppure no, credo che abbia una limpida crudezza,
in moltissime sue opere, soprattutto le prime, partendo da Carrie lo sguardo di
Satana, La lunga marcia, passando per la Zona morta, L'ombra dello scorpione,
It, Dolores Claiborne e 22.11.63, una pulizia e una scorrevolezza difficile da
eguagliare. Per quanto riguarda i classici, adoro la letteratura inglese
dell'epoca vittoriana e la letteratura gotica in generale.
Quanto
conta per te l'ispirazione, quanto la tecnica? Sottoponi spesso i tuoi lavori
ad un lungo labor limae oppure ha maggior peso la spontaneità del momento
creativo?
Senza ispirazione la tecnica è inutile, ma senza tecnica l'ispirazione rimane
solo un'idea in testa. Perciò come due separati in casa, volenti o nolenti
entrambi sono costretti ad accettarsi, non tollerarsi, reciprocamente. Di
solito sono istintivo, forse anche troppo. Diciamo che per me il più delle
volte è buona la prima. Non amo riscrivere la stessa pagina decine di volte,
rischierei di snaturare la creatività di quanto è stato concepito la prima
volta. Certo però che al termine di un'opera apporto delle correzioni, magari
riscrivendo un periodo, cambiando un aggettivo con il sinonimo migliore. Ma
tutto deve essere istintivo. Altrimenti io stesso sentirei il mio lavoro come
plastico e ampolloso.
Cosa
pensi dei concorsi letterari?
Dipende da che concorsi. Esistono concorsi buoni e altri meno buoni. Quello che
posso dire e che alcuni concorsi di caratura nazionale il più delle volte, a
mio avviso, i vincitori sono tali per apparentamenti politici, che nulla hanno
a che fare con la vera letteratura. È un business. Questa è la verità. Vende il
nome, anche se la qualità è mediocre. Credo che, anche tra gli scrittori
contemporanei, ci siano un sacco di capolavori che vivono la loro esistenza
letteraria underground, dove o gli autori vengono rivalutati da morti, ma
questo è un classico, oppure, peggio distrutti e dimenticati nell'indifferenza.
E trovo ipocrita e quasi blasfema la rivalutazione postuma di uno scrittore,
come se da morto a costui potesse importare il divenir immortale. Che senso ha
applaudire le opere di un cadavere se costui è stato bistrattato e deriso da
vivo?
Quale peso ha il retroterra culturale nella creazione letteraria?
Sono figlio della mia terra, il Veneto. Terra ricca di bellezza e
contraddizioni culturali e storiche non indifferenti e naturalmente l'essere
figlio di questa regione, in alcune opere mi ha influenzato nello stile e nella
formazione psicologica di alcuni personaggi. Ma in altri no, perché è stato uno
stimolo per uscire dal "provincialismo", accostandomi, grazie anche
al fatto di risiedere all'estero, a una visione più cosmopolita ed eterogenea
all'interno delle mie opere, ma non solo.
Le
parole chiave dell'èra attuale, battezzata "èra digitale" sono:
multimedialità, mass media, integrazione, virtualità. Cosa hanno cambiato le
nuove tecnologie digitali nella creazione artistica, se hanno cambiato
qualcosa?
Mi sento figlio di questa rivoluzione digitale, anche se oggi, le tecnologie
informatiche corrono a velocità impossibili. Oggi mi rendo conto che da figlio
sono diventato "nonno." Ho iniziato a scrivere in
"analogico" alla fine del millennio scorso, grazie ad una macchina da
scrivere "Lettera 22" come quella utilizzata da Indro Montanelli, per
poi passare al computer. Onestamente non sarei in grado di scrivere un romanzo
a mano, utilizzando la penna, come fanno tutt'ora molti scrittori. Il mio
processo creativo ne uscirebbe rallentato e non lineare, senza dimenticare che
ho una calligrafia illeggibile persino a me stesso. Sicuramente l'era digitale,
per quanto mi riguarda, mi ha dato una marcia in più. Mi ha dato la possibilità
di muovermi in tutto il mondo, standomene a casa e questo mi ha permesso di
saper costruire il mio mondo letterario con la fantasia in modo dettagliato,
più velocemente, ma non per questo in modo meno incisivo, rispetto a quanto
avveniva solo una trentina di anni fa.
Manterrà il proprio ruolo il testo cartaceo di fronte al dilagare di internet e
degli ipertesti?
No, credo che nel volgere di una ventina d'anni il testo cartaceo sarà
consegnato alla storia. In America le vendite del digitale hanno superato
quelle dei libri materiali, quindi a noi "dinosauri" non resterà
altro che adattarci o estinguerci.
Quando
e come hai iniziato a scrivere?
Ho iniziato tardi si può dire. Ho preso in mano proprio per rispondere
correttamente il mio primo raccoglitore. Era il 29 settembre 1993. Avevo
compiuto da quattro giorni ventiquattro anni. La prima fu una poesia, infantile
direi oggi, senza titolo.
Ho sempre reputato e lo reputo tutt'ora la poesia come il test d'ingresso nel
mondo della letteratura, per poi passare ai poemi e infine ai romanzi. Insomma
un viaggio iniziato quando ancora ci stava la Lira, e quando per usare internet
pagavo in un Internet Point a Padova, a poche centinaia di metri dalla Basilica
del Santo, diecimila lire all'ora e già tutto sembrava fantascienza.
Ho
avuto il piacere di leggere in anteprima due tuoi romanzi: il thriller
"Progetto Emmaus" e "Aborto d'amore", il tuo ultimo lavoro.
Prendiamo il primo: com'è nata l'idea? Che dire del lavoro di ricerca che sta
dietro il romanzo? Quanto tempo ha richiesto la stesura?
La genesi di Progetto Emmaus nasce grazie ad un amico bulgaro. Il figlio del
grande poeta Ivan Dinkov, Stoyan, il quale mi ha raccontato della
corrispondenza epistolare tra lui e Karol Woytila. Corrispondenza che al
momento, per volere degli eredi, non è ancora stata resa pubblica. Prima di
iniziare a scrivere il romanzo ci sono state intere notti passate tra sigarette
e birra profuse in grande quantità, a parlare con Stoyan Dinkov, anche lui
poeta e scrittore, dell'attività di poeta del padre e della Massoneria.
Contemporaneamente libri e libri della mia biblioteca personale. Libri di
massoneria, Bibbia, Vangeli Apocrifi, libri di archeologia, testi esoterici,
Cabala e via discorrendo, sparsi per lo studio, per documentarmi su tutti i
passaggi e le ambientazioni dell'opera, i linguaggi, le gestualità e i passi
logici necessari allo svolgimento del romanzo. Quando alla fine ho messo tutte
le informazioni dentro la testa, mi sono sentito pronto per iniziare a
scriverlo. Insomma tra ricerche, bevute, sigarette e scrittura, se ne sono
andati via in totale circa sei mesi.
L'altro
tuo romanzo, "Aborto d'amore", è anch'esso un'opera che suscita molte
riflessioni. Ti rivolgo le stesse domande che ti ho fatto per "Progetto
Emmaus" ed in più ti chiedo chi ha fatto la traduzione in bulgaro e
l'accoglienza che questo romanzo ha ricevuto in Bulgaria, tua terra d'adozione.
Sono due opere in totale antitesi, con tematiche completamente differenti. Il
primo è un thriller fanta-teologico, il secondo un romanzo sociologico. E, come
è accaduto in Italia, per motivazioni contrapposte, ideologiche in Italia,
culturali in Bulgaria, "Aborto d'amore" è stato accolto con un misto
di entusiasmo e timore, a causa del connubio legato al "romanzato"
gene dell'omosessualità e aborto.
Così come è stato per Progetto Emmaus, ma ancora di più per Aborto d'amore,
credo che lo scrittore abbia il diritto e il dovere di proporre temi scomodi,
spinosi. Temi che si preferirebbe ignorare, ma che potrebbero divenire un
domani, ciò che oggi è fantasia, una realtà di tutti i giorni. Solo che il
lettore sovente ha paura di mettersi innanzi alle proprie paure, preferendo
cullarsi nelle sue ideologiche e teoriche certezze.
La genesi di "Aborto d'amore" è stata una genesi strana. Il romanzo è
nato a seguito di mesi e mesi di osservazioni e letture in rete a riguardo il
tema dell'omosessualità. Ho provocato discussioni, ho cercato di vedere le
reazioni più disparate innanzi alla tematica, passando anche per un omofobo
incallito. Ma tutto questo era necessario per inserire ogni tassello del puzzle
che avevo in testa nel modo adeguato. Da lì l'ambientare la storia in Italia,
nella mia regione, in paese a cavallo tra la provincia padovana e quella
veneziana, è venuto da se. Anche per questo romanzo la stesura, poi, quando
tutto era ben delineato in testa, non ha occorso più di tre mesi. Salvo una
breve pausa di qualche settimana, per lasciare che il finale prendesse corpo,
dando alla storia la svolta che meritava e la sua naturale conclusone.
La traduzione di Aborto d'amore, a differenza delle altre mie opere, tutte
tradotte da Vessela
Lulova Tzalova, è stata affidata a Teodora Ivanova, una giovane laureata in
filologia italiana presso Università di San Clemente di Ocrida di Sofia.
Hai
mai pensato ad una trasposizione cinematografica dei tuoi romanzi? In caso
affermativo, quali attori e attrici vedresti bene nei vari ruoli principali?
Sì, sarei un mendace se dicessi che non ho mai fantasticato sul fatto di veder
trasformato un mio romanzo in un film, ma non al punto da immaginarmi questo o
quell'attore o attrice in questo o quel ruolo. So per certo che è già difficile
essere scrittore e quindi la visione che può avere uno scrittore della sua
opera, sarà differente da quella che potrebbe avere un regista o uno
sceneggiatore. Per questo è giusto, secondo me, tenere i ruoli separati e
lasciare ad ognuno il proprio mestiere.
Una
domanda anche sulla tua attività poetica. Ricordiamo ai lettori la tua silloge
"Il campo del vasaio. Mt. 27,7" (Slaviani editore, 2004) e il fatto
che hai scritto moltissime poesie inedite. Ti chiedo la genesi di questo primo
libro poetico e cosa rappresenta per te la poesia, qual è secondo te il ruolo
del poeta nella società contemporanea?
Il Campo del Vasaio ha raccolto alcuni dei miei poemi, non tutti. Molte delle
opere presenti sono state scritte proprio per questo libro, ma non tutte. È una
raccolta a cui sono particolarmente legato non solo perché in Bulgaria è stata
accolta in modo fantastico, ma soprattutto perché mi ha permesso di fare un
salto evolutivo ed esistenziale. Per fare un paragone improprio, come essere
passato da primate ad homo erectus.
Le opere inedite, poesie e poemi è vero, sono moltissime. Forse rimarranno tali
per ancora molti anni. Al momento non so il perché. Forse perché credo che
debbano maturare ancora, o forse perché penso che siano troppo acerbe e che non
matureranno mai.
In ogni caso il ruolo del poeta nella società ha perso di valore, siamo
inflazionati come la vecchia lira, probabilmente perché non sappiamo essere più
corrosivi come in passato. Rimango dell'idea che un poeta debba innanzitutto
essere un soggetto di rottura, la poesia deve essere una spina nel fianco,
pronta a pungere come un bisturi affilatissimo l'animo umano e la società, ma
purtroppo spesso leggo poesie di poeti sdentati, privi di mordente,
incapacitati ad "aggredire" la parola e piegarla al proprio volere.
In occasione della mia presentazione in Bulgaria della mia prima raccolta,
"Libero arbitrio" dissi che "Il poeta era morto". Oggi come
allora ne sono sempre più convinto, a meno che non si ritrovi quel coraggio di
denuncia che la poesia e i poeti hanno sempre avuto nel corso della storia.
Progetti
per il futuro?
Al momento sono impegnato nella revisione di due romanzi. Il primo è un
thriller liberamente ispirato a una storia vera accaduta in Italia dieci anni
fa, il secondo è il proseguo di Aborto d'amore, in quanto credo che l'opera
abbia ancora molto da dire. In ogni caso il
romanzo finale lo revisionerò nelle prossime settimane, poi, quando sarà il
momento, metterò in cantiere anche il secondo libro della trilogia. Le idee ci
sono già tutte, basta che dia il giusto ordine mentale e che metta le dita
sopra la tastiera, lasciandole scorrere liberamente.
Da Segreti di
Pulcinella, rivista di letteratura e cultura varia, direttore Massimo Acciai
Etichette:
interviste,
Letteratura,
Massimo Acciai,
Segreti di Pulcinella
venerdì 13 novembre 2015
Presentazione di Aborto d’amore - Аборт от любов, a Montana - Монтана, Bulgaria - България
Montana - Монтана,
Bulgaria – България, 09-10 novembre 2015
Per chi non l’avesse
mai visto, l’autunno bulgaro ha dei colori particolari. Colori che diventano
speciali, non lo scrivo per lisciare il pelo a nessuno, quando si raggiunge il
nord Bulgaria.
È ciò che hanno visto i
miei occhi una volta giunto nella zona pedemontana della Stara Planina, o
Balcani (penisola Balcanica, così denominata per l’omonima catena montuosa che attraversa
la Bulgaria) nella città di Montana -
Монтана , città di origine antichissime, tant’è che tra le altre cose, esistono
ampie vestigia romane. La città è situata a poche decine di chilometri dal
confine con la Serbia. Un autunno che mi ha fatto ricordare i colori del film
del 2000, “Autunno a New York”, con Richard Gere, con i mulinelli di dorate
foglie morte che, in certi punti vorticavano furiosamente, per poi depositarsi,
come a voler dormire per sempre, lungo i margini delle strade.
Già all’ingresso della
città quello che mi ha colpito è stata l’estrema pulizia delle strade, l’erba
tagliata nei vialetti e lungo i bordi delle strade. Questo ottimo biglietto da
visita dimostra come il Paese abbia finalmente perso quella triste patina di
trascuratezza che purtroppo in passato lo aveva caratterizzato, trascuratezza
avvenuta negli anni immediatamente successivi alla caduta del Muro di Berlino,
alla faccia di chi dice che in Bulgaria le cose non cambiano mai. Cambiano,
eccome, ma con i loro tempi.
La città regionale di
Montana – Монтана mi ha fin da subito mostrato il suo volto migliore, ampie
strade, traffico scorrevole e fluido e soprattutto la città, a nord un panorama
montano che non ha nulla da invidiare ad altre rinomate località
dell’Occidente, dove si possono fare lunghe passeggiate, a diretto contatto con
una natura che benevolmente osservante, ti accoglie.
Arrivati in centro
della città – dove domina l’architettura del tempo del socialismo, che però a
modo suo, per quanto mi riguarda, tendo a rivalutarla, in quanto nelle sue
forme squadrate e apparentemente incolori e grigie, uguali l’una all’altra, ci
sta un armonia che oggi andrebbe reinterpretata
riconsiderata e sopratutto non letta in chiave ideologica – ci siamo recati alla biblioteca regionale Geo
Milev - Гео Милев, dove la direttrice, la dottoressa Kety Kostadinova - Кети
Костадинова, ci ha calorosamente accolti nel suo ufficio.
Ma il tempo stringeva. Eravamo attesi al liceo
linguistico Peter Bogdan- Петър Богдан per un incontro con degli studenti selezionati
e partecipanti a un corso di scrittura creativa, tenuto dalla professoressa Elka
Babaceva - Елка Бабачева.
Incontrare nella veste
di scrittore una classe, in un primo momento ogni volta ti crea un nodo allo
stomaco. Entri in classe. Sei osservato.
Osservi loro. Solo che i miei due occhi
sono poca cosa rispetto alla moltitudine di occhi che ti osservano, dove ognuno
ti vede da una prospettiva differente dalla tua, la sua, e quindi non sai mai
come andrà a finire. Comunque dopo la presentazione della direttrice della
biblioteca regionale, ho cercato di instaurare un dialogo con i ragazzi. Non mi
sono mai piaciuti i discorsi preparati, io stesso mi annoio quando tocca a me
ascoltare e so quanto tedio possono creare, per questo, in queste circostanze,
preferisco parlare a braccio. Pensieri e parole che si formano ed escono anche
osservando i volti, le espressioni dell’auditorio, in modo da veicolare la
comunicazione verso un terreno comune.
E le aspettative non sono state deluse.
Ho parlato del valore
della scrittura, di cosa significa essere scrittori e soprattutto del senso di
libertà che, innanzi al foglio bianco, ogni persona ha nell’addentrarsi dentro se
stesso, scoprendosi. Scoprendosi, specie
quando si è all’inizio, in modo diverso da ciò che credeva di essere. Ho
raccontato che ho iniziato a scrivere a un’età considerata tarda, ma questo ha
permesso di fare uscire le mie emozioni, anche se quando ero alle prime armi,
io stesso avevo paura di ciò che usciva.
I ragazzi hanno
ascoltato con attenzione, certo, come è normale, non si può essere interessanti
per tutto l’auditorio, ma alla fine l’importante è l’essenza e in quell’aula
l’essenza ci stava tutta, e questo spingeva la maggioranza dei presenti alla
curiosità e all’ascolto.
Quindi ho cercato di
rendere partecipi gli studenti, spingendoli a fare domande, perché è dal
dialogo e dal confronto che nascono le idee. È dalla conoscenza degli strumenti
dello scrittore che poi si forgiano i pensieri. E anche in questo caso le
attese non sono andate tradite. Prima timidamente una mano sollevata a porre la
prima domanda, poi al termine della risposta, la successiva e via discorrendo. Infatti
la maggior parte delle domande vertevano sui meccanismi del processo creativo, la molla o le molle che mi fanno partorire le idee. Ai giovani ho
detto che, nel mio caso, parto dal titolo, ossia metto un titolo provvisorio e
poi, da questo, la storia inizia a svolgersi, i personaggi prendono forma, ma
costoro, non fanno ciò che io voglio, ma ciò che loro sentono di dover fare e lo
scrittore è semplicemente un veicolo delle volontà dei personaggi, siano essi i
protagonisti o dei comprimari. Infatti, novantanove volte su cento, l’opera termina in modo differente da come era stata inizialmente
partorita, prima dell’inizio della scrittura.
Ho parlato agli
studenti del valore della rabbia, di come questa, tramite la scrittura possa
essere veicolata e di come questa, attraverso le parole, possa trovare sfogo,
muovendosi attraverso percorsi creativi e non distruttivi. Così come ho
evidenziato il valore della lettura, di qualsiasi tipo di lettura. Non solo i
cosiddetti libri imposti dai docenti, ma lettura intesa con il piacere di
scegliersi un libro, una storia, un saggio, secondo le proprie attitudini e interessi,
perché la lettura espande gli orizzonti, espande i pensieri e soprattutto
permette di interpretare la realtà circostante, vedendola attraverso processi cognitivi diversi e diversificati.
Terminato l’incontro
con gli studenti, dopo una breve pausa, è giunto il momento della presentazione
di “Aborto d’Amore” - “Аборт от любов”, tradotto dall’italiano al bulgaro da
Teodora Ivanova - Теодора Иванова , e pubblicato da MBIL Agency Editore di Sofia – Bulgaria -
presso la biblioteca regionale Geo Milev - Гео Милев della città di Montana - Монтана.
La serata è stata condotta dalla direttrice, la dottoressa Kety Kostadinova - Кети
Костадинова. Il pubblico era variegato ed eterogeneo. Subito dopo la
presentazione dell’autore e dell’opera, mi è stata data la parola. A differenza
di una classe di studenti gli spettatori presenti all’evento erano incuriositi a
riguardo l’opera e sul fatto che toccasse una tematica femminile, scritta da un
maschio. Alla luce di questo ho spiegato che il mio era un omaggio alla donna e
che come uomo e come scrittore, ho provato a comprendere le difficoltà di una
gravidanza problematica e i relativi pensieri che potevano passare nella mente
della protagonista, i riflessi sulla sua vita, così in quella dei suoi cari.
Successivamente mi è
stato chiesto come mai la storia è stata ambientata in una provincia italiana.
Chiaramente narro l’Italia e la provincia italiana, perché oggi come allora,
credo che “Aborto d’amore” - “Аборт от любов” sia una storia universale. Ossia
innanzi agli eventi che sconvolgono la vita della famiglia Rampin,
difficilmente le reazioni a catena che poi sono avvenute, potevano essere
differenti se la famiglia fosse stata di Milano, di Roma, di Sofia o di
Montana, perché, ho ribadito, probabilmente i processi mentali ed emotivi potevano
essere gli stessi, indipendentemente dal luogo di residenza o nazionalità e
grado di istruzione.
Durante lo scambio di
domande e risposte con il pubblico, mi è stato chiesto come mai al momento non
abbia ancora scritto un romanzo ambientato in Bulgaria. Ho risposto che in
testa mi girano svariate idee, però nessuna di queste è ancora l’idea
giusta. Anche perché il rischio
conclamato è che eventualmente l’opera potrebbe essere vista come un’opera
piena di stereotipi e luoghi comuni, e non voglio incorrere in quell’errore,
per questo al momento tutte le idee rimangono confinate entro il mio limbo
mentale, in attesa di quella che sentirò essere la storia giusta che merita di
essere scritta.
Una domanda che
raramente è assente in queste presentazioni con un autore straniero è come
l’ospite vede il Paese e i cittadini. Vivendo in Bulgaria da molti anni e
avendo potuto toccare con mano nel corso del tempo alcune caratteristiche
peculiari, ho cercato di porre l’accento non tanto su come io vedo loro, ma su
come loro vedono se stessi e su come il loro vedersi, vuoi anche per il fatto
che la Bulgaria è un Paese piccolo, sussiste purtroppo una specie di senso di inferiorità nei
confronti dei cosiddetti grandi Paesi. Certo, non ho negato che i problemi
esistano, non hanno bisogno di uno
straniero per vederli, ma è l’approccio, ho cercato di spiegare che dovrebbe essere
cambiato. Ossia il pessimismo a volte cosmico che colpisce il bulgaro,
rammentando però come si dice in Italia, che “nelle botti piccole ci sta il
vino buono”. È sta al singolo scegliere se essere vino buono oppure aceto di
pessima qualità, senza nazionalismi e senza vittimismi.
In generale posso dire
che “Aborto d’amore” - “Аборт от любов” è stato accolto bene anche se con delle
resistenze in quanto non è stato mai nominato il tema cardine dell’opera, il
“romanzato gene dell’omosessualità”. Le medesime resistenze con cui il romanzo è
stato accolto dai lettori in Italia, i quali hanno espresso riserve a causa del
connubio tra l’eventuale diritto di aborto e il gene dell’omosessualità, dove,
con motivazioni culturali da parte bulgara (la cultura può evolversi) e ideologiche,
da parte italiana, (l’ideologia, viceversa, incancrenisce cultura e conoscenza)
diametralmente opposte.
La serata alla fine si
è terminata con l’autografare i libri dei lettori e la possibilità di scambiare
qualche parola con ognuno di loro.
Il giorno seguente ho
avuto l’onore di essere accompagnato a visitare la città da un cicerone di
eccezione: la direttrice del Museo Regionale di Storia, dottoressa, Svetlana
Stoilova - Светлана Стоилова, la quale ha spiegato la storia della città sin dal
tempo dei romani, con tanto di visita del lapidario, che rappresenta solo una
piccola parte, lapidi ritrovate nella città nel corso del tempo e le relative
iscrizioni in latino. La visita è proseguita ai resti del castello della città
che sovrasta il panorama, proprio sotto la diga di uno dei più grandi laghi
artificiali del Paese.
Desidero ringraziare
per la straordinaria accoglienza e ospitalità il sindaco della città di Montana
– Монтана, il dott. Zlatko Zhivkov - Златко
Живков, la direttrice della biblioteca regionale, la dott.ssa Kety
Kostadinova - Кети Костадинова, la prof.ssa Elka Babaceva -
Елка Бабачева, docente di lettere del
liceo linguistico “Peter Bogdan” e la p.r. della biblioteca regionale, la dott.ssa
Veselina Maldenova - Веселина Младенова e naturalmente ultima, ma non ultima,
mia moglie, in questo evento nelle vesti di interprete, dott.ssa Vessela Lulova
Tzalova - Весела Лулова Цалова.
Marco Bazzato
13.05.2015
Etichette:
Aborto d'amore,
Bulgaria,
Letteratura,
Marco Bazzato,
romanzo
Iscriviti a:
Post (Atom)























