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lunedì 17 settembre 2018

Società Autostrade dovrebbe pagare (al momento) per il crollo del ponte Morandi?


È passato poco più di un mese dalla tragedia del Ponte Morandi di Genova. Tragedia, sembrerebbe ampiamente annunciata dalle Cassandre, dai gufi che quotidianamente appestano il becero populismo disfattista italiano.

 Tragedia che poi puntualmente, perché la morte, per tutti e anche le disgrazie, più o meno annunciate, non arrivano mai in ritardo, non perdono mai il treno, non saltano le coincidenze, ma le tragedie, invece, cavalcano le coincidenze, gli incroci del destino bieco e famelico di vite umane, tirandosi dietro quel carico casuale di morte, sofferenza e strascichi inevitabilmente polemici, dove alla fine quanti erano caricati dell’onere del controllo sapevano, ma pregavano che non avvenisse mai.

Ora però e qui mi attirerò addosso una camionata di insulti e contumelie, in linea prettamente teorica, Società Autostrade, che fa capo al gruppo Altlantia, con la maggioranza relativa in mano alla famiglia Benetton, non dovrebbe essere investita dell’onere di pagare la ricostruzione del Ponte Morandi e dei danni materiali, morali e umani che questa “roulette russa” caricata a cemento armato, ha causato.

Certo, Società Autostrade era de è responsabile del Ponte che gli era stato dato, assieme ad una buona parte della rete autostradale italiana, in concessione e che era, come del resto lo è tutt’ora, responsabile delle strutture che gli sono state affidate, però e qui casca l’asino, e le inchieste della Magistratura che si è attivata un secondo dopo il crollo, sta facendo emergere una serie di corresponsabilità circa il controllo della struttura, dove coloro che dovevano non solo vigilare, ma mettere anche nell’avviso che la struttura  ormai era logora, da quanto sembra emergere, nelle loro relazioni, hanno sempre evitato di scrivere chiaramente che gli stralli del ponte erano usurati e che l’intera struttura necessitava non solo di manutenzione ordinaria, ma di lavori straordinari di riqualificazione e messa in sicurezza.

Perché purtroppo, in Italia, accade sempre così, chi è responsabile di qualcosa, soprattutto quando si tratta di opere pubbliche, quando deve relazionare, relaziona in modo “untuoso”, sfumato,relaziona in modo da dire e soprattutto non dire, in quanto anche il dire troppo,  potrebbe portare ad un procurato allarme, nel caso che certe relazioni tecniche  di ingegneri incaricati o periti, finiscano nelle mani della stampa. 

Ma siamo sicuri che le responsabilità siano solo di Società Autostrade e quanti al Ministero delle Infrastrutture dovevano vigilare sulla sicurezza del Ponte Morandi?
Voglio fare un’ipotesi, lasciando fuori le perdite per i mancati pedaggi non riscossi nella tratta del Ponte, da parte di Società Autostrade e i costi di messa in sicurezza che si sarebbero dovuti sostenere e non parlo di manutenzione ordinaria, che erano previsti per ottobre di quest’anno, ma i costi straordinari, non solo diretti, in capo a Società Autostrade, con la chiusura a tempo indefinito del medesimo, ma i costi indiretti per il porto di Genova, il sistema di trasporti locali, sia dei cittadini che del movimento marci da e verso il porto di Genova, visto che su quella struttura gravitava il maggior flusso di traffico?

Ammesso e non concesso che Società Autostrade avesse deciso di chiudere il Ponte in entrambi i sensi di marcia per un tempo indefinito, si può escludere a priori che non siano giunte alle orecchie, in modo informale, senza comunicazioni scritte o telefoniche, pressioni a vertici di Società Autostrade, affinché quel tratto, nonostante gli evidenti problemi di instabilità che la struttura mostrava da tempo, non venisse chiuso, onde evitare un danno economico non indifferente a tutta la rete autostradale, stradale, non solo della città di Genova, ma dell’intera regione Liguria e oltre, in quanto il porto di Genova è di rilevanza non solo nazionale, ma internazionale, essendo il primo porto merci italiano?

Non è che Società Autostrade sia stata troppo avventata, sotto l’onda emotiva della tragedia, nello scucire, pochi giorni dopo 25 milioni di Euro, per venire incontro alle prime spese degli sfollati che sono stati costretti ad abbandonare in fretta e furia le loro abitazioni, entro la zona rossa, per il timore che quanto rimane del ponte potesse causare una nuova tragedia?

Tirare fuori quei 25 milioni sull’unghia, non è stata un’ammissione di responsabilità, in assenza di una sentenza definitiva che ne decretasse le effettiva responsabilità della Società Autostrade?

Per quale motivo dovrebbe essere Società Autostrade a dover anticipare i costi di ricostruzione del Ponte crollato, in assenza di una sentenza definitiva?

Secondo l’opinione di molti esperti, chiaramente assai più autorevoli dello scrivente, il ponte  aveva egregiamente svolto la sua vita  operativa, in quanto, secondo le tecniche e tecnologie costruttive dell’epoca di fu progettato, agli inizi degli anni ’60, del secolo scorso, iniziato nel ’64 e inaugurato nel 1967, dove all’epoca, con il carico di traffico stimato in quel periodo, si prospettava una vita non superiore ai cinquant’anni, anche se alcun asseriscono che così non è. Infatti la ridda di opinioni contrapposte e contraddittorie continuano ad infiammare le pagine dei giornali e le trasmissioni televisive dedicate all’evento.

Ma perché lo Stato ora vorrebbe che il ponte venisse ricostruito a spese di Società Autostrade, anche se dalle prime indagini della Magistratura sembrerebbero emergere delle corresponsabilità, circa il mancato controllo della struttura? Certo, il ponte era ed è tutt’ora, seppur sottosequestro in concessione a Società Autostrade, ma l’effettiva proprietà non è di Società Autostrade, nonostante questa abbia l’obbligo di esserne zelante custode, ma la proprietà è dello Stato Italiano, il quale dovrebbe essere questi a farsi carico della ricostruzione del medesimo, salvo poi, dopo sentenza passata i giudicato, non si sa dopo quanti anni, rivalersi su Società Autostrade, obbligandola a risarcire la sua parte di danno, visto che  si presume che alla fine della storia, tra circa una decina d’anni come minimo, sarà accertato che sussistono delle corresponsabilità oggettive tra pubblico e privato e se il Ministero dei Trasporti pretendesse di imporre a Società Autostrade la ricostruzione del Ponte, dando per certa la sua totale colpevolezza, lo Stato, tramite il Ministero dei Trasporti, andrebbe a sostituirsi alla Giustizia Ordinaria e al ruolo non solo degli organi inquirenti, ma anche degli organi giudicanti, non essendoci al momento,  visto che le indagini sono ancora nelle fasi preliminari e i tempi per arrivare al primo grado, saranno assai lunghi, il Ministero dei Trasporti, andrebbe a travalicare le sue prerogative istituzionali o per dirla in modo semplice, “mettendo il carro davanti ai buoi!”

Società Autostrade è responsabile del crollo del Ponte Morandi?

 In base a quanto ascoltato e  letto fino a questo momento, non  me ne vogliano i famigliari delle vittime e gli sfollati della zona rossa, non me la sento di puntare l’indice contro la società concessionaria, additandola come unica responsabile dell’evento. Sono troppe le variabili e rivoli di responsabilità diffusa che si possono essere intersecati nel corso degli anni e che hanno fatto si che si giungesse a tale situazione.

Il punto focale, a mio avviso è un altro: allo stato attuale viviamo in una “società burocratica” che quasi impone come modello comportamentale l’assoluta incapacità di prendersi, innanzi alle professioni che si svolgono, il peso delle proprie responsabilità e il fardello di dover decidere, un po’ come facevano gli imperatori romani nell’Anfiteatro Flavio (Colosseo) quando “pollice su” significava vita e “pollice giù”, equivaleva a morte, mentre la moderna società attuale impone a chi sta negli snodi cardini delle responsabilità e del comando, il pollice orizzontale, ossia in bilico, in precario equilibrio tra sì e no, tra vita e morte, in un eterno processo di stasi, di sospensione, di realtà alterata, aspettando e pregando che il cerino acceso bruci le dita di qualcun altro.

La tragedia del Ponte Morandi si poteva evitare? Con il senno del poi, certamente sì.
Però con il pensiero del prima del poi, no, in quanto tutti, pur di non prendere decisioni, rimanendosene con in pollici in orizzontale, auspicavano che ciò che intimamente e ufficiosamente sapevano potesse accedere da un momento all’altro, ma che non potevano o volevano dire esplicitamente, cambiando il corso della storia, sarebbe accaduto, poiché il destino, che lo si voglia o no, non può e soprattutto non vuole essere cambiato, in quanto perché avvenga un minimo cambiamento in qualcosa è risaputo che la tragedia, la morte, il trauma, lo shock, sono una necessità, un’onda sismica di breve durata, che fa vedere i sui effetti per un periodo relativamente breve, per poi tornare in stato apparente di chete, mentre tutto come un magma di pollici in orizzontale continua a muoversi nel sottosuolo, fino alla prossimo sisma, al prossimo cataclisma, dove neppure il fato, però ci mette il naso, ma solo il destino già scritto degli eventi che inevitabilmente dovranno avvenire.
Foto: dalla rete
Marco Bazzato
17.09.2018

venerdì 9 gennaio 2015

Stampare libri in Bulgaria

Comunicato indirizzato a scrittori e piccole case editrici italiane

In molti nel corso degli anni mi hanno scritto per avere informazioni su come poter vedere la propria opera stampata e spedita in Italia, a seguito di un mio articolo uscito nel lontano 2006.
Come si dice: di acqua ne è passata assai sotto i ponti, molte cose rispetto ad allora sono cambiate in meglio, soprattutto per via dell’ingresso della Bulgaria nell’Unione Europea, e quindi anche i costi sono  diminuiti, per quanto riguarda i trasporti e la facilità di spedizione.
A tutt’oggi però gli autori emergenti italiani, Associazioni culturali, piccoli editori che vogliono risparmiare, aumentando i margini di profitto, nutrono delle resistenze per quanto riguarda lo stampare un libro in piccola tiratura all’estero, preferendo la stamperia sottocasa, o le numerose stamperie che raccolgono gli ordinativi online, con servizio tutto compreso, con l’opera spedita a casa, tramite corriere.
Però chi vuole andare oltre al proprio orizzonte, sappia che è si può risparmiare – e in questi tempi di crisi la parola risparmio dovrebbe far attizzare le orecchie – scartare pregiudizialmente  un Paese come la Bulgaria, che in quanto a tecnica e qualità di stampa, non ha nulla da invidiare alle stamperie italiane, anzi, significa anche venir meno al concetto stesso di Unione Europea e di qualità a  minor costo, sia per i materiali, così come per la mano d’opera, costi che incidono fortemente nel costo finale del prodotto.
Farsi stampare un libro in Bulgaria in piccola tiratura è semplice e conveniente.
Vediamo esempio di costi, tutto, stampa e spedizione, compreso, I.V.A. – da tenere conto che a differenza del Bel Paese, in Bulgaria l’I.V.A. sui libri è del 20%, anziché del 4%  –  e spedizione in Italia libro di 175 pagine, in formato A5, 14 x 21, 80gr, copertina morbida, patinata, stampa in quattro colori:
Il prezzo indicativo, alla data odierna, è di 320 euro x 50 copie,franco destinatario, cifra ben distante dalle  600 che  la maggioranza delle stamperie chiedono in Italia, consegnato al domicilio del cliente, pari a  6,4 euro a copia, contro le  12,00, risparmiando ben 280 euro.
Per essere protagonisti e artefici di se stessi, avendo un risparmio sicuro anche per gli editori, ci sono delle piccole “regole” da seguire:
1 – inviare il testo in formato word e pdf, con l’opera impaginata, o in alternativa l’opera impaginata con InDesing CS5 o superiori, comprensiva di rientro, numero di pagine e le informazioni di terza pagina;
3 – inviare la copertina fronte-dorso-retro estratta dal file Adobe Photoshop e trasformata in pdf, finita, ossia con dorso, comprensiva di tutti gli elementi caratteristici e identificativi di ogni copertina;
4 specificare se l’opera deve contenere il codice ISBN, nel caso si desiderasse l’ISBN bulgaro, va messo tenuto presente che come opera di un autore straniero – per la Bulgaria, tre copie andranno spedite alla Biblioteca Nazionale Bulgara, dall’editore.
5 – tutto  i file possono essere spediti o via mail, tramite jumbo mail, o via skype.
Per  informazioni,  preventivi, e ulteriori delucidazioni contattatemi  a marco.bazzato at liberoit, oppure via Facebook  e/o Skype: Marco Bazzato

Marco Bazzato  


09.01.2015

martedì 27 maggio 2014

Ma il “Made in Italy” italiano è veramente buono?

È da molto tempo che ho iniziato a dubitare della cosiddetta bontà e genuinità del “Made in Italy”. Più passa il tempo e più mi rendo conto, ma non solo io, anzi, la cosa è abbastanza eterogenea tra gli italiani che vivono all’estero, che gli italiani in casa sono sottoposti a un continuo e costante lavaggio del cervello da parte dei media, che se la tirano tanto con il cosiddetto falso “Made in Italy” o perché si usano delle analogie, usando un tricolore che potrebbe richiamare – lentamente – all’Italia, secondo gli italiani, visto che non è detto che fuori dai patri confini, gli stranieri debbano essere obbligati a conoscere i colori della bandiera italiana.

I salumi italiani sono i migliori al mondo! E chi lo dice? Gli italiani. Ah.

Il prosciutto crudo italiano è il migliore al mondo! E chi lo dice? Gli italiani. Ah!

I formaggi italiani sono i migliori al mondo, per via delle diversità italiane. E chi lo dice? Gli italiani. Ah!

L’olio italiano è il migliore al mondo. E chi lo dice? Gli italiani. Ah.

E si potrebbe continuare.

Peccato però che le cose non stiano come ce l’hanno contata.

Ci sono un sacco di prosciutti cotti, crudi e cotti stranieri, che, dispiace dirlo, sono mille volte meglio di quelli italiani e costano assai meno.  Lo stesso dicasi per l’olio di oliva, per i pomodori. Stendo un velo pietoso sulla passata di pomodori italiana, perché se ci penso, mi girano ancora le balle.

A tal proposito vi racconto il primo dei due aneddoti. La settimana scorsa abbiamo acquistato – finalmente- della salsa di pomodoro italiana. Prodotta in Italia, inscatolata in Italia ed esportata. Bene mi sono detto: finalmente il sapore della mia terra. Il sole dei pelati italiani, del sugo fatto secondo la tradizione.

Bene una sega! Bene un cazzo! Bene una fava! Bene una michia! E con le parolacce potrei proseguire ancora a lungo. Sta di fatto che la famosa e mitica salsa italiana, tanto bramata, prima di mangiarla con tagliatelle e ragù, faceva letteralmente, come diceva un mio conoscente di tanti anni fa, “schifo al cazzo!” Il sugo era insipido. Forse ci stava il sole di qualche infima stella dello spazio profondo. I pomodori sapevano quasi da suola di anfibio che ha camminato dentro una stalla piena di vacche. Insomma: una vera cloaca.

Queste parole sono offensive per il “Made in Italy” del Bel Paese? Beh, se quel prodotto e intanto mi riferisco a quel prodotto era una schifezza, certo non è colpa mia della sua pessima qualità. La colpa semmai e la tragedia è che in Italia si produce e gli italiani acquistano tale schifezza, almeno secondo il mio palato!

Lo stesso dicasi per i salumi italiani. Lo scorso anno acquistai in un negozio rinomato di Sofia, Bulgaria, dei salumi italiani. Anche in quel caso, come avvenne poi in seguito per il sugo di pomodoro, mi dissi, prima di mangiarli: “Finalmente, veri salumi italiani”…bleah. Mio zio, pace all’anima sua, che i salumi li faceva in casa, ammazzando il porco, si sarebbe rivoltato nella tomba, se gli avesse assaggiati. Un vero obbrobrio. Si è salvata solo il prodotto più economico: la mortadella. Con lei nulla da eccepire. Ma per tutto il resto, disgusto assoluto. Sicuramente, a mio avviso, il prosciutto crudo bulgaro non ha nulla da invidiare a quello italiano, anzi, per certi aspetti potrei dire che è addirittura di qualità migliore e costa relativamente meno.

La battaglia portata aventi, assurdamente, dall’Italia, anche in sede Europea è, per fortuna una battaglia che spero sia persa in partenza, per un motivo molto semplice. Chi vive fuori dai patri confini italiani, se ne strafotte del “Made in Italy”, anche se sull’etichetta ci sta la bandierina italiana o vaghi accenti al Bel Paese, per un motivo molto semplice: guarda dove è stato prodotto il cibo e non essendo un idiota, capisce benissimo che il prodotto non è italiano e quindi sceglie secondo il suo palato, non secondo il palato italiano, come vorrebbe l’industria agroalimentare italiana, anche se ormai la maggior parte è in mano a società straniere.

Quindi la battaglia per la protezione del “Made in Italy” è una buffonata che fa spendere vagonate di denaro è una battaglia persa in partenza. Una battaglia priva di senso e di logica, giacché avere la supponenza che i prodotti italiani siano migliori rispetto ai prodotti, anche se con nomi simili a quelli italiani, è un atto di superbia e di arroganza senza eguali, perche lo straniero una volta assaggiato il “Made in Italy” originale, quello che l’Italia vorrebbe imporre all’estero con forza e virulente violenza, almeno così la raccontano i media, ne rimarrebbe il più delle volte deluso, perché, piaccia o no, quando un prodotto ha viaggiato per migliaia di chilometri per raggiungere la destinazione finale, ossia i distributori nazionali, prima, quelli regionali poi, quelli provinciali poi, fino alla grande o piccola distribuzione, per giungere al termine sulle tavole dei consumatori, è logico che sia una schifezza, se privo di conservanti, ed è logico che sia una schifezza, se colmo di conservanti, naturali o non. E voler imporre all’estero che gli stranieri acquistino prodotti italiani, quando in Italia gli italiani sono martellati ai coglioni fino alla nausea perché acquistino prodotti locali, a chilometro zero, beh, questo significa voler far passare gli stranieri, ma anche gli italiani che vivono all’estero per dei coglioni.

Agli italiani che vivono in Italia, probabilmente, la cosa non piacerà, ma dovranno farsene una ragione alla fine, quindi sarebbe meglio prima, piuttosto che poi: gli stranieri che vivono a casa loro e gli italiani che vivono all’estero non sono dei coglioni!

Marco Bazzato
27.05.2014

lunedì 7 ottobre 2013

Strage di clandestini sulle coste di Lampedusa

“venghino, venghino, in Italia ci sta sempre posto. Arrivate con le vostre carrette del mare, tanto non siete clandestini, ma migranti, come gli uccelli migratori” tanto quei coglioni degli italiani autoctoni, come idioti, pagano sempre.

È questo bene o male, più o meno il liet motiv che da mesi appesta i giornali italiani, per colpa di giornalisti servi che trasmettono e scrivono certe dichiarazioni, che con toni più o meno sfumati vengono prounciate da alcuni ministri – senza portafoglio, quindi inutili – vedi la congolo-italiana keynge e la post comunista, che detesta l’intestazione della camera “presidente” e si rifà ristampare le carte intestate con la scritta “presidentessa”, Laura Boldrini.

Lampedusa è sotto attacco, anzi l’Italia intera è sottoattacco da parte di orde barbariche di clandesti che hanno scatenato, grazie al denaro pagato ai mercanti di carne umana, una guerra a basso potenziale e non dichiarata alla stabilità e alla sicurezza nazionale del Paese e la piccola isola nel Mediterrano è l’avamposto dove viene scaricata la mercanzia, che poi si riversa nele strade italiane, quando fuggono dai centri di raccolta, secondo quanto chiede la Bossi-Fini, che  alcuni scellerati, utilizzando il pretesto dei morti annegati, vorrebbe cancellare, aprendo le frontiere in modo indiscriminato e facendo diventare l’Italia l’anello debole dei confini di difesa esterni dell’Unione Europea, diventando de facto nazione complice dei mercanti di carne umana.

Ma intanto a questa guerra non dichiarata continunano a sbagliare i lampedusani. I volontari che assistono i clandestini dovrebbero scioperare, a mettersi in ferie,in malattia, marcare visita, lasciando che la situazione venga gestita dall’esercito e non dai civili.

Certo, i clandestini sono persone, ma sono persone che pagano cifre non indiffenti per i loro standard, per attraversare mezzo continente nero e raggiungere le coste italiane, quindi  non sono gli ultimi degli ultimi, ma tutto sommato dei benestanti, perchè chi non può pagare rimane lì a morire in Paesi, dove sovente le rivolte, le guerre civili, le rivoluzioni sono causate proprio dall’Occidente perchè deve depredarne le risorse. E un Africa svutata di africani è un’Africa che diventa preda più facile, come un animale ferito e indebolito a morte, sopratutto se a partire sono le generaizoni giovani e istruite che poi vanno afare gli accattoni in Italia e in Europa.

L’Italia deve iniziare a fare come l’Isola di Malta, ossia respingere le barche cariche di potenziali clandestini  fuori dalle acque territoriali, quando queste vengono violate e attaccate. Le navi della marina militare devono farle invertire la rotta, trainarle  a poche decine di metri dalle acque territoriali dei porti di partenza, lasciandole al loro destino.

Sono persone, certo, sono persone, sono esseri umani, ma l’Italia e l’Europa non può farsi carico, come vorrebbe qualcuno, di un immigrazione incontrollata di 2 milioni di capi umani  all’anno da qui al 2050, per un totale di 72 milioni di capi, escludendo l’eventuale riproduzione di costoro, tanto l’Europa attualmente ha 500 milioni di capi, tra autoctoni e immigrati.

Quei morti innanzi alla costa dell’Isola di Lampedusa non sono morti a cui la respondabilità diretta o indiretta va imputata agli italiani, ma sono morti a qui la responsabilità morale e poltica va imputata apolitici come la Keynge e la Boldrini che stanno pasteggiando sopra i cadaveri, usandoli come propaganda politica per abbattere la legge Bossi-Fini, l’unico baluardo contro l’immigrazione clandesina incontrollata che destabilizzerebbe nell’arco di pochi anni non soolo la penisola, ma anche l’Unione Europea.

E quindi viene da chiedersi per chi effettivamente lavorano il ministro per ‘integrazione e la Presidente della Camera? Non  certo per gli interessi degli italiani e per la sicurezza nazionale del Paese.

Che siano al soldo di qualche potenza traniera o sovranazionale?

Ma il ruolo più ambiguo  in questa turpe vicenda di commercio e contrabbando di carne umana viene svolto dai media cartacei ed elettronici, indistintente. Da settimane hanno sostituito il termine “ clandestini” con il più politicamente corrotto di”migranti”, come se tutti entrassero in Italia legalmente e l’unica legge illegale fosse la Bossi-Fini, perchè alcuni deviati mentali non vogliono separare preventivamente la pula dal grano, ma, come per chi commercia in rifiuti tossici radioattivi, è ben felice di nasondere le scorie nucleari in casa d’altri o sotto lo zerbino, fingendo che tutto vada sempre bene.

La cosa interessante è che questo buonismo strappalacrime, chiamato politicmante corretto dalla sinitra italiana, che sta contaminando per una sorta di servilismo masochista anche alcuni settori reazionari del centro destra, sta producendo  un intolleranza forte negli italiani. Del resto basta aprirsi i social network, dove anche le pagine dei giornali che fanno capo da un sinistro centro sinistra, i commenti dei lettori sono di attacco diretto e frontale contro la  Keynge e la Boldrini, cosa che il Pd non ha ancora voluto capire, forse perchè le “usa” per nascondere altre porcherie che farebbero infuriare aassai gli elettori  e quindi meglio usarle come parafulmine mediatico, per continauare a fare i propri affari.

Grazie alle poliche politicamente corrotte del centro sinistra e dei suoi servi del cento destra, l’Italia si sta spostando a destra,  diventando sempre più radicale ed estremista. Non mancherà molto che anche in Italia nasca, come in Grecia, un partito come Alba Dorata. La sinistra sta gettando i semi dell’odio e le basi nel Paese perchè, come ogni squilibrato che si rispetti,  non riesce a vedere la punta del propriio naso, ma è interessato a compiacere il padrone di turno.

L’Italia chiede l’intervento dell’Europa, ma l’Europa, oltre a fare il gesto dell’ombrello, ci manda anche a fare in culo, affermando che il problema è in primis del Paese, esattamente come il continente fa con Lampedusa, dove nello stivale nessuno vuole accogliere i clandestini i quali da giorni  vivono in condizioni definite disumane, dalle organizzazioni per i diritti umani..

Va ricordato che solo a seguito dell’identificazione certa, questi hanno il diritto di ricevere lo status di profuhi e rifiugiati, non che lo staus, come vorrebbe una certa sinistra, venisse riconosciuto in bianco e a prescindere, in pieno dispergio del Ttrattato di Lisbona che tra l’altro recita, e stabilisce al  Capo 2, articolo 77, ex art. 662 del TCE, - c) instaurare progressivamente un sistema integrato di gestione delle frontiere esterne, Ai fini del paragrafo 1, il Parlamento europeo e il Consiglio, deliberando secondo la procedura legislativa ordinaria, adottano le misure riguardanti:  a) la politica comune dei visti e di altri titoli di soggiorno di breve durata; b) i controlli ai quali sono sottoposte le persone che attraversano le frontiere esterne.
Mentre Articolo 79 (ex articolo 63, punti 3 e 4, del TCE), stabilisce quanto segue: c) immigrazione clandestina e soggiorno irregolare, compresi l'allontanamento e il rimpatrio delle persone in soggiorno irregolare.

Marco Bazzato
07.10.2013



mercoledì 27 marzo 2013

“Donne in Gioco”di Michelle Bovev





Sono le 11 di mattina del 27.03.2013 ora bulgara, quando inizio a scrivere questo pezzo e non dovendo smaltire una sbornia a base di rakia, vodka, birra, vino, batida de coco, limoncello e tequila, perché non bevendo né alcolici né superalcolici – a parte che in pochissime occasioni speciali – manco li detengo in casa. Sto comunque cercando di rimettere in ordine i pezzi della fiction tv, mandata in onda ieri sera da Canale 5, in prima serata, e che terminerà, a Dio e a Mediaset piacendo, questa sera, “Donne in Gioco”.

Lo show, che nelle intenzioni della produttrice-sceneggiatrice-regista-attrice, Michelle Bonev, al secolo Dragomira Boneva. Драгомира Бонева, ove Dragomira non sta per femmina dall’alito di drago, ma per “Cara al Mondo”, nelle intenzioni doveva essere una fitcion drammatica, pregna di “tensione interiore”, per citare un liottismo usato e abusato in un romanzo di un autore napoletano, ma non ha fatto altro che farmi scompisciare dalle risate, costringendomi a un via vai all’urinatioio per smaltire la sbronza di sganasciate strappa mandibole, che abitualmente avvengono durante la visone di b-movie “catastrofici” degli anni ’50-’60 o dopo l’ennesima replica de “La fuga del cavallo morto” o di “Ghiacciaio in fiamme”.

Descrivere la fiction è banale come la fiction stessa. L’unico problema sta nel trovare gli aggettivi e le metafore confacenti all’opera.

Sceneggiatura: assente o non pervenuta! Il canovaccio è così sottile che manco può essere utilizzato nemmeno per togliere la polvere da una vetrata panoramica, priva di vetri, in uno chalet a Borovetz, Боровец!

Regia: per rispetto nei confronti di una sentenza giudiziaria mi rivolgerò alla regista, Michelle Bonev, usando il maschile, avendo come regista, diretto da cani gli attori, cosa che potrebbe offendere le razze di canidi nel pianeta.  Probabilmente la fiction sarà studiata all’Accademia Nazionale di Arti Teatrali e Cinematografiche di Sofia, come esempio di come non deve essere diretto e/o recitato un film o una fiction, perché altrimenti Stanislavskij, al secolo, Konstantin Sergeevič Alekseev. in russo, Константин Сергеевич Станиславский, bestemmierebbe per l’eternità.

Testi e dialoghi: Una persona potrà vivere in Italia anche da più di un decennio, avere il passaporto italiano, ma rimarrà sempre straniera, in quanto i pensieri, formatisi nell’infanzia e nell’adolescenza e nella prima età adulta, permangono per sempre, e i dialoghi di “Donne in Gioco” risentono di questo. Infatti, anche se scritti direttamente in italiano, sono “viziati” del modo di pensare della lingua e della cultura bulgara, avendo significati non retorici in quanto contestualizzati entro un lessico e un idiomatismo strutturato, secondo la lingua e la cultura di origine,  mentre in italiano, se non adattati  da validi professionisti, risultano pensanti e ampollosi, soventemente ripetitivi. È starano che nessuno abbia fatto notare la cosa alla “produttrice-sceneggiatrice-regista-attrice!”. Oppure se ci hanno provato, costei essendo piena di se per dar retta ai consigli altrui, avendo acquisito l’umiltà di alcuni italiani, del “So tutto io”|, li ha ignorati. Forse si credeva Mel Gibson, sceneggiatore, regista e uno dei produttori di The Passion of Christ,, che fece ripetere 48 volte la scena del lancio dei 30 denari a Giuda.

Recitazione di Michelle Bonev: ha recitato? In molti potrebbero obiettare che se ha recitato, lo ha fatto diversamente bene. Si possono contare sulla punta delle dita gli attori-registi che godono dell’oggettività e del senso critico- estetico nel saper riconoscere in se stessi, nelle vesti di regista, quando recitano a livelli superati senza il complesso della telecamera da Cita, l’”antenato” quadrumane ma contemporaneo di Tarzan, ma la Bonev non appartiene a questi pochi eletti, a questi mostri sacri. Da ultimo ma non certo meno importante: l’accento.  Michelle Bonev, è nativa di Burgas, Бургас, nel Sud Est Bulgaria. Per i puristi bulgari gli abitanti di queste zone hanno una cadenza, il “meko” che li fa sembrare quasi come se parlassero con cadenza russa, visto che la “L” e le vocali vengono ammorbidite, con le frasi e/o parole, invece di uscire “secche e dure”, sono come allungate, cantilenanti. Un po’ simili come “musicalità” a quelle dei veneti.

La cosa che salva l’onore bulgaro è che Dragomira Boneva,  Драгомира Бонева, Michelle Bonev, ha passaporto italiano. Per questo Wilkipedia, nelle pagine bulgare così come in quelle italiane, non le dedicano che poche striminzite righe. Un po’ come se fosse figlia di N.N.

Recitazione degli altri attori: mediocre. Ma la colpa non è di costoro ma della regista che non ha saputo dirigerli, in quanto la Bonev ha un background sociale e ambientale, anche e soprattutto nei suoi inizi di “carriera” appena giunta in Italia agli “antipodi inginocchiati,” rispetto  al cinema, regia e recitazione cinematografica o teatrale. In alcuni momenti sembrava d’essere all’interno della parodia in salsa brasiliana da telenovelas dei “Promessi Sposi,” di Anna Marchesini, Massimo Lopez e Tullio solenghi, con i personaggi che assomigliavano a tanti Pedro Ghilberto Imenez Perito per Aria, o a quello di un palazzinaro laziale, eternamente rosso come un gambero lampadato,  “Che non vende sogni, ma solide realtà”.

Questa produzione bulgaro-italiana della Romantica Entertainment – la casa di produzione di Michelle Bonev, che per scrivere – male – la sceneggiatura ci ha impiegato quasi due anni – e RTI, non rappresenta la cinematografia e le fiction bulgare, passate e contemporanee, avendo abbassato all’inverosimile la recitazione degli attori bulgari che vi hanno preso parte,  alcuni veri mostri sacri in patria –  ove  la Bonev non viene, per dirla con un termine gergale tutto italiano, “cagata manco di striscio” –  degradando la recitazione anche degli attori italiani che apparivano come burattini smarriti e guardavano verso la macchina da presa senza sapere in che direzione sarebbero stati gettati. Primi tra tutti Lando Buzzanca e Martina Colombari: due statue di gesso.

Location e fotografia: campi stretti, primi piani malfatti e fotografia da B movie degli anni ’80, fatta, in totale economia. Niente a che vedere con le produzioni di Pietro Valescchi della Taodue o le regie di Alexis Swet. Le immagini il più delle volte sembravano smorte, sgranate, e una definizione così’ bassa che non si è vista nemmeno ai tempi di Kojak, 1973-1978.

A tirar le somme ci si trova innanzi ad uno show  quattro ore,diviso in due parti, di pessima qualità. Ieri mattina anche se Federica Panicucci a Mattino Cinque cercando di non dimostrarlo, sembrava nutrire dubbi abissali sulle qualità artistiche dell’italiana Michelle Bonev – produttrice,sceneggiatrice, regista e attrice e  di tale egocentrismo sparagnino fa sembrare “Donne in Gioco”  come ne “La famiglia del professore matto”con Eddy Murphy –  presente in studio per promuovere, al pari  di uno scrittorino sconosciuto, la sua autoproduzione cinematografica, in quanto  nessuno le offrirebbe un lavoro né come sceneggiatrice, né come regista e né tantomeno come attrice.

I mostri sacri del cinema bulgaro, primi tra tutti gli attori Stefan Danailov, Hristo Shopov, o registi come  Binka Zeliaskova ,Anri Kulev, Ivan Nichev, Metodi Andonov o sceneggiatori come Boris  Hristov,, Kiran Koralov, solo per citare tra i più noti in Bulgaria, alcuni totalmente sconosciuti in Italia probabilmente diranno tra di loro, non ammettendolo mai pubblicamente, che con “Donne in Gioco”non ha vinto per fortuna la cinematografia bulgara, ma l’arrivismo della mediocrità della naturalizzazione italiana, come proseguo  del deludente esordio di Michelle Bonev alla regia nel film – fisco –  “Goodbye Mama,”  e le meritatissime polemiche mediatiche in seguito al premio – politico –  ricevuto alla Mostra del Cinema di Venezia, si ripete in uno show che si muove nella direzione d opposta rispetto all’eccellenza,. A detta  di tanti addetti ai lavori non fa altro che rafforzare l’idea che “Donne in Gioco” non sia altro che un Голямо гюбре, essendo  “l’opera” la nemesi della fiction televisiva, e i 3.311.000 telespettatori italiani lo stanno a dimostrare.  E Mediaset, per non gettare troppo denaro al vento, facendo infuriare gli inserzionisti pubblicitari, presupponendo uno share quasi da seconda serata, ha preferito metterlo in programmazione in concomitanza con la partita Malta-Italia, per nascondere, sotto il tappeto della scusante della nazionale di calcio, la genesi di un progetto fallimentare, concepito peggio di due neonati morti a causa di un aborto a nascita parziale.

Marco Bazzato
27.03.2013

martedì 19 febbraio 2013

Voto degli italiani all’estero: a Sofia, in Bulgaria, solo se….


Abito a Sofia, capitale della Bulgaria, e non ho ricevuto, come la legge italiana impone il plico elettorale per votare per corrispondenza.

 Doveva essermi inviato dall’Ambasciata di Italia a Sofia, in Bulgaria entro il 6 febbraio 2013, ma quando telefonai alla rappresentanza diplomatica italiana, parlando con un’addetta dell’Ufficio Consolare, mi disse che tutto era stato spedito entro la data di legge  e il mancato ricevimento era imputarsi alle poste bulgare e potevo andare a ritirarmi il plico, anche sabato e domenica 17 e 18.02.2013, dalle 09.00 alle 13.00.

Devo credere che il disguido sia colpa delle poste bulgare?

Se un cittadino italiano iscritto all’Aire abitasse nella provincia, distante decine e decine di chilometri dal Consolato più vicino cosa dovrebbe fare? Prendersi il treno o la macchina, andare a ritirarsi il plico che doveva essere spedito, rimettendoci tempo, denaro tra carburante, parcheggio e via discorrendo, senza contare il tempo?  E chi gli avrebbe restituito  i costi, per esercitare un diritto sancito dalla Costituzione italiana?  Perché se il plico fosse giunto in provincia, ma non nella capitale, la cosa sarebbe ancora più paradossale, in quanto discriminatoria nei confronti di tutti gli italiani iscritti all’Aire, residenti a Sofia.

 Da una parte le Ambasciate e i Consolati devono spedire entro i tempi utili, dall’altra se il materiale non arriva entro i quattordici giorni dalla data del voto via posta, in questo caso il 22, si dovrebbe andare al Consolato per ritirare quello che qualche dipendente, si è rifiutato di fare e/o ha ricevuto l’ordine di non fare… Chiaramente possono sembrare supposizioni complottistiche, ma non dobbiamo dimenticare il detto, “Pensare male non si sbaglia mai…”

 Ho letto su Facebook, nella pagina di un candidato che in Svezia e in Lituania tutto è arrivato, a casa degli elettori iscritti all’Aire, secondo i tempi e le modalità stabiliti dalla legge, mentre a Sofia, al mio indirizzo, no e presumo, che ad altri italiani residenti nelle capitale bulgara sia accaduta la stessa cosa. Da voci non confermate sembra che questa sia una prassi consolidata da anni, almeno da parte dell’Ambasciata d’Italia in Bulgaria.

 Quando telefonai giovedì 14.02.2013 all’Ambasciata, mi venne passato l’ufficio Consolare, dove un’addetta mi disse che il disguido non era da imputare a loro ma alle poste bulgare..

…..

La corrispondenza arriva eccome, tant’è che ho ricevuto, in mezzo a tutto il resto, anche vari depliant elettorali dall’Italia, a tariffa internazionale agevolata. È tutto qui, tra la mia corrispondenza cartacea.

Le poste bulgare hanno svolto il loro compito al meglio, come fanno sempre nel recapitare puntualmente bollette di luce, acqua, telefono e varie ed eventuali, quindi, visto che la matematica non è un’opinione, 2 + 2 fa…4 e non 3 o 5….
.
Anche se andassi a votare, il mio voto non servirebbe per far allontanare da quel posto di lavoro pubblico dei dipendenti di un’Ambasciata che, per quanto ne posso sapere, hanno e/o non hanno svolto le mansioni per cui sono incaricati e stipendiati, in base agli ordini ricevuti dall’alto.

Va ricordato che le Ambasciate sono a tutti gli effetti facenti parte della Repubblica italiana e che l’intera aerea, secondo il diritto internazionale,  è territorio italiano e non, come in questo caso, della Repubblica di Bulgaria e quindi non si capisce perché un italiano debba “rientrare in Italia” per ritirarsi il certificato elettorale..

Quindi…chi lavora contro gli italiani all’estero?

Non voglio fare il complottista: ma chi garantisce la regolarità del voto quando un cittadino italiano iscritto all’Aire, quando nella capitale bulgara, è costretto ad andare a ritirasi il tutto di persona, come se rientrasse nel Paese e che non lo sputino il nome in una qualche black list, di buoni e cattivi, come faceva la maestra quando tirava una riga sulla lavagna, segnando da una parte le pecore nere e dall’altra i  lecchini? Dove continuando a leggere i commenti su questa pagina di Facebook. Molti altri uffici Consolari hanno fatto il loro dovere, a favore degli italiani residenti all’estero e inscritti all’Aire, senza causare disagi, come è accaduto qui a Sofia.

E cosa si dovrebbe pensare dell’Istituzione italiana che rappresenta il Paese all’estero, in questo specifico caso, mentre in altri nulla da eccepire, anzi?

 E in fatti la stessa Ambasciata italiana poco tempo fa mi recapitò il messaggio del Ministro Giulio Terzi. Sulla busta ci stanno due timbri: 18 e 21.01.2013, ossia venerdì 18 e lunedì 21. Visto che di domenica le poste non consegnano… E quel mattino il postino, perché ha letto “Ambasciata d’Italia a Sofia” ha strimpellato a lungo il campanello. Anche in quel caso non posso dire che le Poste bulgare e i postini non siano stati solerti nella consegna, anzi..

Ma sappiamo come è fatto a volte l’uomo, gli italiani e non solo: la colpa è sempre degli altri se le cose non vanno, per la serie, lanciare sempre il gatto morto e putrefatto nel giardino de vicino, accusa dolo di puzzare.

Mi dispiace, ma se un Paese in questo semplice caso non riesce a fornire il minimo, cosa resta per il resto e che valore ha un mio voto, se per l’Italia, il cittadino italiano che vive all’estero, non è manco preso in considerazione? Alla faccia della demagogia della demagogia dei media?

Ma un candidato alla Camera o al Senato della Repubblica italiana come rappresentate nella Circoscrizione Estero, alzerebbe il telefono, per chiamare l’Ambasciatore? No, nessun candidato, soprattutto di primo pelo, non essendo ancora eletto non muove o si prende la briga di interessarsi del problema, mentre quelli che stanno per decadere se ne fregano, visto che potrebbero essere out….gli altri candidati di Camera e Senato, pensano giustamente alle loro circoscrizioni e quindi noi cittadini italiani, residenti a Sofia, in Bulgaria, per l’Aire dell’Ambasciata italiana a Sofia, cosa siamo?

Ed è per questo motivo che sarò costretto a non dire la mia alle prossime elezioni politiche…

Quindi per chi o per cosa andare a votare dall’estero che senso ha, quando un servizio minimo nemmeno viene garantito ai cittadini italiani iscritti all’Aire, porta a pensare che ciò che disse Kennedy:
 “Non chiedetevi cosa può fare il vostro Paese per voi. Chiedetevi cosa potete fare voi per il vostro Paese”.

Penso che alla fine fosse il mondo educato per dire che il Paese non può darvi mai niente, ma può solo prendervi anche quel poco che dovrebbe spettarvi come diritto.

Marco Bazzato
19.02.2013

mercoledì 2 gennaio 2013

Bibliografia dei libri tradotti dall’italiano al Bulgaro da Vessela Lulova Tzalova


Nella presente bibliografia sono assenti le decine di traduzioni di testi letterari, sceneggiature cinematografiche, poesie, poemi e racconti tradotti dal bulgaro all’italiano, assieme a Marco Bazzato.

Cave Canem di Danila Comistra Montanari, casa editrice Trud, Sofia 2012

Lontananze sfuggenti di Francesco Capaldo, Ed. Scrittore bulgaro, Sofia, 2010

I violini della via Nerudova di Domenico Liotto, Ergo edizioni Sofia, 2010

Kamasutra di Vatsyayana, Trud Editore, Sofia 2008

La veritа di Ali Agca di Anna Maria Turi, Mak Edizioni, Sofia, 2008, pubblicistica
La Casta, di Rizzo e Stella, Ciela Editore, Sofia. 2008, saggistica politica
Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi, Trud Editore, Sofia, 2007, romanzo classico

L’Impero dei draghi, di Valerio Massimo Manfredi, Era Edizioni Sofia,2006, romanzo storico
Qualcosa di Buono, di Sveva Casati Modignani, Era Edizioni, Sofia, romanzo contemporaneo. Sofia, 2006

Eros Lo giuro di Luca Bianchini, Ciela Editore, Sofia, 2006, biografia.
Progetto Emmaus, di Marco Bazzato, Slaviani editore, Sofia (romanzo) 2006, romanzo fanta teologico.

Il Tiranno, di Valerio Massimo Manfredi, Era Edizioni, Sofia. 2005, romanzo storico

Il Campo del Vasaio, di Marco Bazzato, Slaviani editore, 2004, poemi

Libero Arbitrio, di Marco Bazzato, Slaviani Editore, Sofia, 2003, poesia

30.12.2012

martedì 23 ottobre 2012

Prodotti alimentari italiani tarocchi? Quanta disinformazione…


Nella puntata di venerdì 19 ottobre 2012 è andato in onda su Striscia La Notizia un servizio da Cernobbio di disinformazione di Jimmy Ghione (1), sui presunti falsi prodotti alimentari italiani che si vendono all’estero e somma delle castronerie, la chiusura fatta dall’inviato, quando ha denominato la Palenta, nome sloveno, definendola “una schifezza”, perché  nella confezione ci sta scritto:  palenta, žganci o pura,, insultando la lingua, il popolo sloveno e la loro cultura alimentare. Sarebbe bastato aprirsi wilkipedia (2), alla voce “Polenta” per rendersi conto del bestialismo proferito nei confronti della “palenta, žganci o pura” definita da Ghione una “Schifezza” (3), e si auspica che il produttore solveno, Franck  e l’Ambasciata slovena in Italia si attivino per tutelare i loro prodotti e marchi all’estero dal grave e grave insulto proferito.

Ci si chiede cosa cazzo vogliano i produttori italiani?

Che i Paesi stranieri importino prodotti dall’Italia, con il conseguente aggravio dei costi, quando possono prodotti e commercializzati a costi inferiori in quei Paesi lì, quando l’Italia, per gli hamburger di una  multinazionale dei cosiddetti Junk Food – cibi spazzatura –  stipula convenzioni, per risparmiare sui costi e sulla qualità della carne – spazzatura –  mettendoci quella italiana e trasformandoli de facto in tarocchi, secondo la stessa definizione, non essendo vera carne americana?

Si mostrate mozzarelle di olio di Oliva di salumi, di pomodori, senza poterne vedere i marchi e i luoghi di produzione. .In primis il pomodoro (4) che manco è un prodotto di origine italiana, ma dell’America Centrale e del Sudamerica, a cui l’Italia a questo punto dovrebbe pagarne i diritti. Per l’Olio, di Oliva (5) , la sua storia è antica di 8.000 anni, quando ancora nella penisola italica gli uomini quasi saltavano tra i rami degli alberi,  e storicamente è ben lungi dall’essere un prodotto storicamente italaino, come vorrebbero far credere, tanto è che l’Olio extravergine di Oliva greco o israeliano non hanno nulla da invidiare, anzi, a quello tanto pomposamente blasonato italiano,  dove il Bel Paese ha la supponenza  d’essere l’unico depositario e detentore del “copyright.”

Ma il Ghione dimentica che n moltissimi locali, ristoranti, pasticcerie, fastfood spacciano prodotti con nomi stranieri, ma preparati con ingredienti italiani, quindi porcherie tarocche, e che questi postriboli dovrebbero essere chiusi con la stessa forza bruta che si reclama per i nei confronti degli altri produttori, in casa loro, , perché smerciano falsi: vedi hamburger, ketciup, Würstel, Crêpe Suzette, Strudel le stesse patatine fritte, il cui nome internazionale sarebbe French fries, per quelle a bastoncino, senza dimenticare che la patata non è un prodotto europeo ma sudamericano,  importato dagli spagnoli in Europa(6) nel XVI secolo, e via via tutti gli altri piatti stranieri ove l’Italia ne ha italianizzato il nome, rubando posti di lavoro intascando milioni di euro che potevano andare nelle tasche dei rispettivi produttori agroalimentari di origine. Ma questo l’inviato, il nutrizionista e il rappresentate degli coltivatori hanno omesso di dirlo , spacciandoli per prodotti tipici della cucina italiana e della cultura italiana, tanto per essere storicamente precisi.

E a questo punto sarebbe giusto che proprio l’Unione Europea intervenisse nei confronti dell’Italia, visto che Ghione ne invoca l’intervento, sanzionando il Paese brutalmente, visto che molti dei cosiddetti piatti tipici della cucina dello stivale, hanno ben altre provenienze.

Che vorrebbe il Ghione? Che chiudessero tutte le pizzerie del mondo, perché invece di farle con prodotti italiani, utilizzano quelli locali? Stesso dicasi per la pasta, che tra l’altro esistono paste – spaghetti, rigatoni, bigoli, fusilli e chi più ne ha più ne metta – prodotti fuori dai confini italiani, che a mio modesto avviso non hanno nulla da invidiare, anzi, ai cosiddetti marchi blasonati del Bel Paese e a pari, se non migliore qualità e bontà, costano molto meno, perché non caricati dai costi extra della pubblicità a discapito della qualità, come la pasta greca o quella rumena o turca, acquistati nei negozi all’estero.

Il punto è che ci sono parole che hanno perso la nomea di nazionalità, come pasta, spaghetti, mozzarella, lasagne, gnocchi olio extravergine di oliva, diventando, come pizza e caffè espresso, utilizzate a livello internazionale e immediatamente riconoscibili, al pari di hamburger , fastfood, ketciup, Würstel, Crêpe Suzette, Strudel diventando un patrimonio linguistico internazionale, dove il presunto nazionalismo originario non ha più ragione di esistere, perché patrimonio sovranazionale.

Poi non si capisce dove stia il cosiddetto falso Made  in Italy di questi presunti prodotti tarocchi, quando nelle confezioni, se l’inviato di Striscia la Notizia, avesse fatto vedere il retro delle confezioni ci sta scritto, perché obbligatorio per legge, il Paese e la ditta di produzione, che paga le tasse nel suo territorio e che certo, per far piacere all’Italia, non va a licenziare i suoi dipendenti, distruggendo la filiera agroalimentare, per far felice una banda di nazionalisti incazzati perché all’estero, giustamente, come fa l’Italia in casa propria, preferiscono prodotti alimentare di produzione locale e se possibile a chilometri zero o quasi?

Dove vivo, qui all’estero, se andassi a dire «Ti piace la polenta?» mi guarderebbero di sghimbescio, rispondendomi: «Ma che cazzo mi chiedi?» mentre se invece chiedo «Ti piace il качамак/Kachamak ?» la risposta potrebbe essere o un sì o un no a seconda dei gusti personali e questo la dice lunga sull’ignoranza linguistica spacciata per falso “Made in Italy” e definita una “schifezza”, che aleggia nella testa dell’inviato.

Nel servizio di sparla di 50 miliardi di euro sottratti ai produttori italiani e di riflesso anche alle Casse dello Stato, tramite i mancanti introiti fiscali, come se fossero stati rubati…se così fosse avrebbero l’obbligo, non come giornalisti, nutrizionisti, rappresentati dei coltivatori ma come semplici cittadini, di sporgere regolare denuncia al primo comando dei Carabinieri e/o della Polizia, in modo che si apra un fascicolo e che la magistratura indaghi, anche tramite rogatorie internazionali, sia sui prodotti definiti tarocchi, sia su questi fantomatici 50 miliardi di euro, in modo che la Giustizia non solo nazionale, ma internazionale faccia il suo corso, perché se come semplici cittadini sono a conoscenza di un presunto reato e non lo denunciano ne diventano automaticamente complici,  mentre così si fa solo demagogia da bettola.

Ho sempre apprezzato i servizi di Striscia quando hanno la loro ragione e la loro logica di essere, ma non è l’unico programma televisivo che fa disinformazione alimentare, lo stesso TG2 Eat Sapori spesso batte su questi tasti propagandistici, falsamente altisonanti, simboli di un’informazione non al servizio dei cittadini, ma delle industrie agroalimentari e dell’agricoltura. Vale lo stesso per la carta stampata e internet, che invece. invece di aprire gli orizzonti culturali e culinari fuori dai confini dello Stivale, fanno vedere gli altri Paesi, sotto l’aspetto culinario come una specie di malfattori, farabutti, di approfittatori che vogliono mettere alla fame e/o alla carità l’industria agroalimentare italiana, mentre i primi approfittatori, se vogliamo essere oggettivi sono proprio gli italiani, quando per risparmiare qualche euro, acquistano prodotti stranieri perché costano meno e magari sono anche migliori di quelli italiani. Ergo i primi nemici dell’Italia, a questo punto sono gli italiani stessi, che praticamente foraggiano i produttori stranieri, perché i produttori italiani non sanno produrre a parità di qualità a prezzi inferiori e concorrenziali e questo fa strizzare er culo…come direbbero a Roma, perché il Bel Paese sta perdendo quote di mercato, anche interno.

 Senza dimenticare che negli altri Paesi i cittadini che non sono una masnada di barbari ignoranti, come spesso pensano gli italiani – perché si prendono il cappuccino dopo pranzo o la cena – credendosi i depositari delle presunte regole del mangiar sano a tutte le latitudini e a tutti i fusi orari, si sono svegliati e hanno capito che – giustamente – possono farsi un’ottima cucina all’italiana, secondo i gusti dei loro palati e della cultura di appartenenza, a prezzi alla portata dei loro standard economici, senza svenarsi e inquinando meno l’ambiente per avere in tavola il cosiddetto e sopravvalutato, sul piano culinario e nutrizionale ed enogastronomico, Made in Italy, utilizzando, come le leggi permettono, i prodotti e la loro industria alimentare e agricoltura locale, che non ha nulla da invidiare al tanto sbandierato “Made in Italy!”

Se gli italiani vogliono farsi apprezzare all’estero, dovrebbero smettere di fare, come si dice in Emilia Romagna, gli sboroni ,avendo l’umiltà di riconoscere che esiste un mondo culinario diverso, ma non per questo meno buono, fuori dai confini italici e togliendosi dalla testa la presunzione d’essere i migliori…se gli italiani non lo sanno…all’estero, per questa superbia italica ci pigliano per il culo e hanno ragione, in quanto siamo abituati a sputare addosso ala cucina e alla cultura culinaria altrui come fossimo dei lama tibetani..

Marco Bazzato
23.10.2012

giovedì 5 aprile 2012

Vigonovo: cittadino italiano si suicida o kamikaze fallito?


Sono giorni che seguo la vicenda del cittadino di origine “ignota”, visto che in alcuni siti viene dato per serbo, in altri per croato, in altri ancora come montenegrino. Insomma, quando si tratta di paesi dell’Est Europa la confusione italiana o la mancanza di voglia di chiarezza, crea un commistione e un caos, che potrebbe far scattare nei Paesi interessati un nuovo “Assedio di Sarajevo”.

 Per fortuna oggi ci pensa il cronista locale, Vittorino Compagno, a dipanare un po’ le lacune con un suo articolo – vedi nota 10 – dove in seguito ho scoperto che  Igor Milic è di origine Slovena, natio di  Senožeče, in italiano Senosecchia.

 Rimorchiarne l’origine omettendo la nazionalità italiana potrebbe essere letto come una pregiudiziale, in virtù dell’accaduto.

 Igor Milic era cittadino italiano a tutti gli effetti, avendo lo stesso passaporto e gli stessi diritti degli italiani. Esattamente come accade con gli sportivi che prendono la cittadinanza italiana per giocare con i colori azzurri.

Sta di fatto che lunedì, poco dopo mezzogiorno, stanco delle angherie dei dispetti, delle lacune, delle mancanze – a suo dire, stando a quanto pubblicato nel Corriere della Sera – che era costretto a sopportare per anni, ha deciso di farla finita, facendo pagare un conto salato ai condomini, scaraventando il paese per alcuni giorni sotto i riflettori della cronaca nazionale.

Ma dalle ricostruzioni giornalistiche si possono notare delle storture e dei dati che oggettivamente non quadrerebbero.

. Leggendo, vedendo i video in rete le interviste fatte ai vicini, sembrerebbe che costui fosse un “fuori di testa” maniacale, che minacciava tutto o tutti e che prendesse nota di ogni minima infrazione condominale che altri commettevano.

In una nazione e un paese di provincia dove tante cose sono fatte con approssimazione, un “razionale” e certosino pensiero “tedesco” poteva dare fastidio e apparire seccante ai condomini abituati al “tutto va bene” o come si dice anche, al “fare il tutto alla carlona” e questo alimentava gli attriti tra il “neoitalaino” e gli autoctoni, esasperando gli animi.

In molti piccoli paesi, c’è da dire, anche per colpa di taluni soggetti, non è facile per gli “importati”, vuoi dove alcuni hanno la mentalità ferma al tempo della servitù della gleba, vuoi anche l’influenza di un certo pensiero celodurista che non ha fatto bene all’apertura mentale dei nativi nei confronti degli “stranieri”, siano essi provenienti dalle grandi città o provenienti dall’estero, peggio ancora se da un Paese dell’Europa dell’Est.

È chiaro l’italiano Igor Milic, nel suo presunto desiderio omicida, ha fallito. Ha fallito come un kamikaze alle prime armi, professione che raramente ammette una seconda possibilità.

 Stando anche a quanto hanno dichiarato i vigili del fuoco, l’italiano ha operato con diabolica precisione (1). Se fosse stato un vero assassino e non un “boccalone verbale” come ne esistono molti, l’italiano d’adozione, non avrebbe toppato così clamorosamente nel suo pseudo intento stragista, in quanto risiedendo da tempo nel paese conosceva le abitudini locali e probabilmente il suo desiderio maggiore era quello di un gesto eclatante, che lasciasse un segno da ricordare, dove le eventuali vittime non sarebbero state altro che dei “danni collaterali”, termine militare usato in tempo di guerra.

Se fosse stato un vero criminale, avrebbe messo in pratica il suo intento “kamikaze” in orari più consoni, ossia a metà mattinata, oppure la notte, quando le probabilità che i suoi “nemici” fossero a letto, erano sicuramente più elevate. Come accadde aMoncalieri nel gennaio del 2010 (2) e in quel caso non era un ex straniero naturalizzato italiano, ma un autoctono doc.

Ci si pone anche un'altra domanda: ma chi ha dato a Igor Milic tutte le bombole che deteneva in garage? Ed erano bombole che, secondo la legge, era autorizzato a detenere, oppure qualcuno l’ha bypassata, per guadagnarci sopra qualche euro? E se è vero quanto scrive la Nuova Venezia (3)  “ Anche i carabinieri del posto avrebbero cercato, per quanto possibile, di indurlo alla ragione, richiamandolo al dovere di rispettare quelle regole di sicurezza che proprio lui avrebbe dovuto conoscere particolarmente bene”,  se sera risaputo che “trafficava” con bombole di gas, possibile che a nessuno sia venuto il dubbio di controllare se la quantità che deteneva in casa o nel garage fosse conforme alle quantità ammesse dalla legge per uso domestico?

Sono molte le domande che con il teorico senno del poi lasciano nella mente molti dubbi..

Così come non va dimenticato, e qualsiasi persona che ha sofferto di depressione grave, l’istinto suicida e il desiderio di vendetta ha le sue gradualità all’interno di questo tunnel di luce oscura La prima potrebbe essere il suicida solitario. Nel caso di Igor Milic, costui si potrebbe dire impropriamente che era nella fase intermedia, ossia quella di voler fare un ingresso in un'altra vita, con un’uscita a effetto che lasciasse tracce materiali del suo passaggio, cercando di non causare danni irreparabili a persone, ma solo a cose. L’ultimo stadio sarebbe stato l’atto” kamikaze” vero e proprio, ossia portare con se il maggior numero di persone possibili, facendo una strage, pensandola e organizzandola effettivamente nei minimi dettagli. Cosa che per pianificazione, si può desumere a questo punto, sia riuscita alla perfezione.

In base alle informazioni presenti nei vari quotidiani online sorge un ulteriore interrogativo. Igor Milic, essendo naturalizzato italiano risiedeva in Itala da almeno vent’anni, in quanto se non si è spostati con una cittadina italiana, la nazionalità la si riceve dopo dieci anni, quindi  costui potrebbe essere fuggito dal suo Paese natale a seguito della  dissoluzione dell’ex Jugoslavia (4).

Chi può dire, non essendo disponibili informazioni più dettagliate sulla sua storia che negli anni antecedenti alla sua venuta in Italia, a causa della dissoluzione della sua nazione d’origine (5) non possa aver perso qualche familiare e che potesse soffrire del “disturbo da stress post traumatico” (6) e che i suoi frequenti scatti d’ira incontrollata non fossero il sintomo di un disagio ben più grave che nessuno ha saputo o voluto intercettare e/o interpretare, in virtù anche delle numerose segnalazioni che si erano succedute nel corso del tempo?

Il sindaco stesso, Damiano Zecchianato, ha definito il suo comportamento “strano” (7), così’ come ha dichiarato a Vittorino Compagno, cronista locale del Gazzettino –     «In verità era solo un pazzo», dice Letizia Scanferla,   e nel medesimo si possono trovare anche alcune note circa la sua terra natia, Senožeče, in italiano Senosecchia (8), in Slovenia (9),  e in seguito in Italia.(10).

Non si tratta di giustificare il gesto che ha fatto, ma il . suicidio è una libera scelta dell’individuo, anche se non accettato dalla società contemporanea, è “ il desiderio reale in questa interpretazione sarebbe quello di affermare l'ideale di una vita liberata” (11).

Insomma, come spesso accade nei piccoli paesi, tutti sapevano, ma invece di capire, comprendere, ognuno secondo le proprie possibilità intellettuali e ruoli ufficiali, nel pieno rispetto della legge, ha è preferito attendere, anziché cercare di capire e comprendere che probabilmente gli indicatori di un forte disagio esistenziale erano ben presenti e manifesti.

Ma….

Marco Bazzato
05.04.2012


giovedì 1 ottobre 2009

La D'Addario ad Annozero


In molti nel centrodestra hanno gli slip e i calzoni inzaccherati di una sostanza che non profuma di acqua di colonia, che cola sulle gambe, raggiungendo attaccandosi sui gambaletti, terminando la corsa sul pavimento, rischiando d’affondarci dentro. Credo che la strizza che prova il PDL, che stringe in una morsa gli intestini, possa esser metaforicamente descritta così: se la fanno letteralmente addosso.

Domanda: perché hanno paura che una puttana parli in tv? È strano, tutti si sono sbracciati a raccontare che gli incontri tra il premier e la battona d’alto bordo, Patrizia D’Addario erano incontri galanti, dove non c’è stato nulla di penalmente illecito commesso dal premier. Ottimo, se è così, ogni persona, sia essa puttana o attore consumato hanno il diritto di raccontare pubblicamente, se invitati in una trasmissione le proprie vicende private, visto che sono di dominio pubblico. Il ridicolo è che il PDL garantista fino al midollo quando fa comodo, ma nel caso della D’Addario in molti la vorrebbero veder penzolare da un pennone di una nave, senza i tre gradi di giudizio, solo per il fatto d’aver reso pubbliche le sue conversazioni con il premier, prima e dopo l’abbuffata sessuale. D’altronde chi ha voluto si è sorbito il pistolotto berlusconiano, a Porta a Porta, dove il primo ministro ribadiva – senza contradditorio – l’assoluta liceità del suo comportamento privato. E ora, visto che la D’Addario ha preso i soldi da Tarantini, e quindi la prestazione sessuale ricevuta dal premier era stata quitenziata da altri, perché costei non potrebbe confermare le parole del premier, aggiungendo per la delizia degli amanti dei particolari scabrosi e del gossip, qualcos’altro? Non va dimenticato che sebbene la D’Addario sia stata denunciata, secondo il nostro sistema giudiziario, questa deve essere considerata innocente fin tanto quanto non sarà emessa una sentenza definitiva, e in attesa di questo il PDL si appella al segreto istruttorio, per far si che la lucciola non parli in tv, almeno in quella italiana, visto che all’estero è stata sommersa da interviste e comparsate televisive, ma gli italiani, quelli che guardano la televisione e non leggono i giornali, non lo devono sapere. Forse il PDL ha paura della libertà d’espressione di una puttana?

Siamo alla farsa mediatica. Quello che è più ridicolo è una certa senilità di pensiero, un certo machismo che non vuole lasciare il passo allo scorrere e all’incartapecorisi del tempo, schiavo della presunzione d’essere affascinante per una donna che gli potrebbe quasi essere figlia, visti i 31 anni di differenza.

Quando il bubbone mignotta è scoppiato, come galline starnazzanti, il centrodestra ha gridato al complotto comunista, al nemico rosso che si è intrufolato nelle intimità di quel Deux ex Machina di Berlusconi. Allora sono proprio ignoranti oltre che ingenui come falsi impuberi. Ma possibile che a nessuno sia venuto il dubbio, anche il più piccolo, che se una te la cala, in due e due quattro, specie quando si è primo ministro, qualcosa deve esserci sotto?

Possibile che nessuno abbia poi detto al loro signore di Arcore: “Ma che parte fisiologica utilizza per formulare ragionamenti complessi? Forse non la testa, superiore, almeno.

Piaccia o no, la D’Addario ha il diritto di dire la sua verità ad Annozero, ha il diritto di togliersi non solo qualche sassolino, ma addirittura le zolle, scagliandole con più forza bruta contro chi osa dire che le registrazioni da lei fatte siano il frutto di una manipolazione.

Alcuni affermano che la meretrice non dovrebbe apparire in tv, in quanto sarebbe un utilizzo improprio della tv pubblica. Mentre mandare un premier in una tv pubblica perché si difenda per i suoi privati comportamenti lascivi e goderecci, non è un’offesa al servizio pubblico stesso?

Non occorre essere dei geni per rendersi conto che qualcuno dopo esseri rotto addosso le uova, sta cercando di addossare ad altri la colpa del danno, il che è una sporca abitudine della politica d’ogni latitudine incolpare altri d’essere la causa scatenante delle loro malefatte.

Ora che la signora della notte, la lucciola, la prostituta, la mignotta, la baldracca, la prestatrice d’utero dietro compenso, o come si usa dire oggi per le battone d’altro bordo, la escort sia presente ad Annozero, Michele Santoro, ha saggiamente gestito l’evento mediatico, in quanto se questa signora dell’onorata società non sarà presente la colpa sarà del centrodestra illiberale, mentre se l’intervista ci sarà, ma senza il contradditorio, Michele Santoro potrà accusare il centrodestra di codardia mediatica, portando però ancora acqua al mulino del Cavaliere che proclamerà a rete unificate d’essere stato indegnamente attaccato, e i citrulli, come sempre ci cascheranno come pere cotte.

Marco Bazzato
01.10.2009
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