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venerdì 22 febbraio 2019

È morta la mia maestra delle elementari, Lidia Giantin Pietrogrande

Ho appreso giusto poche ore fa della morte della mia maestra delle elementari, Lidia Giantin Pietrogrande.

Per tutti noi, almeno per i miei compagni della scuola elementare Leonardo da Vinci di Vigonovo, sezione B, era semplicemente la “Signora maestra” o al massimo “Signora Pietrogrande” – così si usava negli anni ’70 della fine del millennio scorso.

È quasi passato mezzo secolo e i ricordi di quegli anni, come un geyser, emergono alla mente e con essi il primo giorno della seconda elementare, quando ci fu cambiata sia aula, sia insegnante.

Si entrava dall’ingresso della scuola, si prendeva la rampa di scale alla sinistra, si salivano due rampe e poi a sinistra ci si immergeva in un lungo corridoio  con tre aule,  la nostra, eravamo in ventiquattro, era la prima: soffitto alto, pareti grigie fino ad un metro  e mezzo e poi il resto bianco immacolato, tre ampie finestre che davano sul cortile, da cui si intravvedevano due vecchi platani.

 I nomi li ricordo ancora tutti, ognuno banco per banco. Eravamo disposti in quattro file composte da tre banchi, in ognuno ci si stava in due, scomodissimi, con ancora i buchi per i calamai. Al mio fianco R.E – citerò per motivi di privacy solo le iniziali. Dietro P.T e C.L. Io e la mia compagna di banco ci trovavamo nella fila centrale, quasi innanzi alla cattedra.

In quel primo giorno entra in classe questa donna, ai miei occhi bambino sembrava altissima, portava un lungo camicie nero . Si presentò dicendo: «Io sono la vostra nuova mastra, il mio nome è Lidia Pietrogrande e fece un ampio sorriso. Dovrete chiamami “Signora maestra”, poi prese il registro e fece l’appello.

 Il primo insegnamento che ci diede fu che dovevamo alzarci sempre dai nostri banchi, fare un passo di lato, quando entrava un adulto, mettere le mani dietro la schiena, salutare e attendere un cenno della mano, o un «Seduti.» prima di tornare nuovamente ai nostri posti e sederci. All’inizio e al termine della lezione, quando entrava e quando usciva, in coro: «Buon giorno, signora maestra.» e cosa più importante, noi maschietti dovevamo cedere il passo alle bambine,in segno di rispetto nei loro confronti. Così  si insegnava in quegli anni.

Le lezioni iniziavano con il segno della croce,una preghiera. La maestra ci faceva chiudere i libri cinque minuti prima del termine del suono della campanella, sempre con il segno della croce e una preghiera, poi, in fila indiana, con lei davanti, ci scortava verso l’uscita e ci guardava uscire dal dall’edificio e scendere i quattro gradini. Fatto ciò, con i testi scolastici al tenuti all’altezza del seno con una mano, con l’altra teneva la sua borsa, si incamminava verso casa. Abitava in una casa con un minuscolo giardino, un cancello bianco e all’interno, quando ci andai per la prima volta, ebbi la sensazione di entrare in salotto che in seguito avrei associato ai salotti inglesi della fine ottocento.

La “Signora maestra”, voglio nominarla così anche oggi, perché così ho continuato a nominarla in seguito, anche dopo più di trent’anni, era una donna d’altri tempi, un’insegnante di vecchio stampo, proveniente da un’epoca che oggi appartiene ai ricordi di quasi mezzo secolo fa.

Era una strana “madre”: austera, severa ma tremendamente innamorata del suo lavoro. A modo suo credo che abbia sentito sempre come figli suoi tutti gli allievi che ha avuto nel corso dei suoi anni di insegnamento. Sapeva insegnare, spiegare con semplicità e rigore, anche le materie che allora erano complesse per le nostri piccole teste in perenne agitazione e formazione.

 Tra i tanti ricordi che emergono in questo momento, due sono predominanti. Il primo riguarda una lezione sulle nuvole, su come riconoscere a prima vista le nubi temporalesche, il colore che queste avevano prima dell’arrivo di un temporale – da queste parti i temporali che giungono dal Garda sovente ancor oggi causano danni – e le differenti colorazioni legate al fatto che potessero portare grandine. Ci disse che si poteva capirlo sia conoscendo da che parte giungeva il vento, sia dal leggero grigiore della medesime, indice di una differente temperatura al suo interno.

L’altro invece è legato a due poesie: “La spigolatrice di Sapri” di Luigi Mercantini e “I Pastori – Settembre” di Gabriele D’Annunzio. In entrambi i casi dovevo impararle a memoria per il giorno seguente, ma casa non le studiai, troppo impegnato a guardare i cartoni animati giapponesi. Fui però fortunato in quanto, prima di giungere a me, aveva fatto il giro con gli altri compagni, così quando venne il mio turno, riuscii a recitarle fino alla fine.

 Era una donna moderna per la sua epoca, ma di una modernità possiamo dire quasi aristocratica, austera. Una delle poche concessioni che lasciava intravvedere sotto il nero grembiule, in pieno inverno, erano i classici maglioni di lana che andavano di moda in quegli anni. Sui lobi delle orecchie portava sempre un paio di orecchini, non vistosi, ma anch’essi esprimevano un lato della sua personalità. Solo una volta ricordo d’averla vista con i pantaloni lunghi, perché la sera precedente c’era stata una furibonda nevicata e si presentò in classe – tutti ne rimanemmo stupiti – indossando un paio di pantaloni scozzesi e scarponcini da montagna. Quella fu l’unica concessione che fece in quattro anni, altrimenti indossava sempre lunghe gonne di colori scuri o tinta pastello.

 Era debole di gola. In quei quattro anni non deve aver fatto più di una settimana di assenze. Spesso, infatti, arrivava a lezione con qualche linea di febbre. Ciò non la scoraggiava e nonostante avesse gi occhi lucidi, riusciva, credo anche grazie al suo carisma, a far danzare l’intera classe a suo comando, dome un navigato direttore d’orchestra.

Aveva le dita magre e affusolate, con la parte interna del pollice e il polpastrello dell’indice perennemente imbiancato, così come parte della manica e del gomito del braccio destro, dalla polvere di gesso che le rimaneva tra le dita. Aveva una bella calligrafia, non solamente quando doveva scrivere sulla lavagna per noi bambini, ma anche da “civile”, fuori dal ruolo di mastra, probabilmente perché sentiva di essere “maestra” in ogni momento.

A mio avviso non era una donna facile alla confidenza, però era una donna che sapeva far aprire le persone, sapeva ascoltare, imponendosi con una dolcezza ruvida, ma mai cattiva, una ruvidezza apparente, perché forse così è che per quattro anni la videro i miei occhi e presumo anche gli occhi degli altri miei compagni della sezione B di quegli anni.

Era una “Signora maestra “ che badava al sodo. Come sapeva premiare, sapeva anche punire. Perché in quegli anni il concetto di punizione della maestra era visto dalle famiglie come un’estensione delle punizioni genitoriali, soprattutto se non ci si comportava bene o se non si faceva il proprio dovere, come i genitori si attendevano da noi, senza proteggerci, a differenza di ciò che troppo spesso accade oggi, dove i figli sono innocenti a prescindere.

Un’ultima nota prima di terminare queste righe in sua memoria: a casa conservo ancora il piccolo Vangelo, con la copertina rossa, che regalò a tutta la classe, al termine della nostra Quinta B.
Grazie, signora maestra, ora sei con il tuo Giuseppe.
Marco Bazzato
22.02.2019

lunedì 23 ottobre 2017

Pull a pig

Pull a pig, letteralmente tradotto dall’inglese, “Inganna il maiale”, ma visto che il “gioco” se di tal cosa si può parlare, andrebbe tradotto, volgendolo al femminile, con “Inganna la scrofa”.

Ormai è noto che questo non è certo un nuovo gioco, ma una semplice rivisitazione in chiave tecnologica delle scommesse che si facevano da ragazzi, da teenager, da adolescenti, e perché no, anche da adulti, quando tra amici, anche vincendo una certa forma di repulso, si scommetteva nel “farsi” non solo la più cessa della scuola, ma in quei casi, anche la più grassa, dicesi cicciona o altri aggettivi oggi considerati “fuori moda”, soprattutto nel mondo virtuale dei social network, soffocati dalla dittatura espressiva dei censori occulti, che ti bloccano l’accesso se provi, come si diceva in passato, “a farla fuori dal vaso”, detta in termini più attuali, se non usi un linguaggio non consono, dove il sessismo, anche in termini generali, risulta offensivo per la suscettibilità delle donne e/o femmine, le quali dovrebbero, sebbene siano in numero superiore rispetto ai maschi, essere trattate, in rete, come dei Panda e protette, come si adopera il WWF con le specie diversamente umanoidi, che popolano il pianeta Terra.

Il vecchio, ma presunto nuovo gioco, antico come il mondo, Pull a Pig sembra facile, ma la cosa va letta non solo in chiave femminile e/o femminista, ma dovrebbe anche andar letta dal punto di vista maschile.

In quanto, mettiamoci nei panni anche del ragazzo, il quale, come una prova di iniziazione per essere accettato dal gruppo, deve avere lo stomaco e il fegato di interagire in un modo o in un altro con una persona di sesso opposto, esteticamente attraente come un boiler e non è detto che l’impresa titanica vada sempre a buon fine, perché il maschio è “costretto” a mettere in atto, controvoglia, una serie di artifizi psicologici, innanzitutto verso se stesso, per vincere sia le sue resistenze interiori e poi quelle di lei. Dove spesso queste donne, avendo una bassa stima di se stesse, a causa dell’aspetto fisico, essendo forse più diffidenti di quelle fighe, di quelle ghocche che se la tirano, sono anche le più difficili da conquistare, in quanto prima di “mordere l’osso”, ci sta una quantità mostruosa di carne, di adipe, da superare e quindi a costoro, per assurdo, dovrebbe essere data una medaglia, non essendo affetti da una parafilia sessuale che va sotto il nome di “Adipofilia!”

Ma può essere anche vero l’esatto opposto, ossia, costoro, avendo una bassa autostima, cadono ai piedi del fighetto di turno che le annebbia con quattro complimenti dolci in croce, due sorrisetti, tre emoticon, come va tanto di moda oggi, un uscita per un caffè o una pizza e poi, come sovente da prassi, senza manco conoscere in profondità la persona, perse e fatte come i cachi, gliela danno, illudendosi d’aver trovato il grande amore della loro vita.
Grulle.

Attenzione però, il problema vero non è il Pull a Pig. 

Il problema vero è soprattutto l’attuale società contemporanea che, a differenza del passato, offre infinite possibilità in infinite combinazioni per avere delle interazioni sociali, dove però, a differenza del tempo che fu, visto che ormai molto passa attraverso il filtro della rete, non avendo fin da subito un contatto diretto con la persona, si costruiscono più castelli in aria di come si faceva nel passato, cadendo facili prede di soggetti che per un motivo o  per un altro, alla fine cercano , maschi e femmine, questo infoi mento generalizzato non fa distinzione di genere,  trovano sesso “low cost”,  perché anche il sesso stesso è un prodotto in che viene svenduto a prezzi di saldo di fine stagione, in quanto consumato non in modo diverso da come si consuma lo street food, il cibo di strada, chattando con la controparte, creandosi così un mondo di seghe mentali e amori illusori, frutto del mondo informatico, e poi queste illusioni, queste seghe mentali, come avviene da sempre, si trasferiscono in ogni caso nel mondo reale.


Il problema, lo si ribadisce, non è il Pull a Pig in se, quello fa parte della naturalità del genere umano, ma  va condannato è che questi disgraziati e mi riferisco ai maschi senza onore, invece di vantarsi come si faceva in passato con gli amici in piazza, al bar, raccontando i loro sforzi per raggiungere l’obbiettivo, vadano a pubblicare tutto ciò in rete o che si scambino commenti nei vari gruppi di discussione, dove purtroppo, il delatore o la delatrice, l’infame, l’infiltrato o l’infiltrata, come una pettegola dal parrucchiere, va a far uscire dal gruppo ristretto le conversazioni, creando l’immagine falsata di maschi mostri che  se ne approfittano di donne, maggiorenni, che, volendo passare per indifese, si professano vittime, a comunque affamate e saziatesi di carne maschile, esteticamente attraente, altrimenti si dubita che gliela avrebbero data, no?

È vero che vale sempre “l’arcaico” detto femminista de: “L’utero è mio e lo gestisco io”, nulla da eccepire su questo loro sacrosanto diritto di proprietà privata, donata da madre natura alle donne bio, ma va ricordato a queste donne che la danno via con estrema facilità, senza le necessarie accortezze,  poi il rischio che si corre, in primis è quello di essere etichettate come donne dai facili costumi, in quanto perché, piaccia o no, la nostra società è ancora, nel bene o nel male, intessuta da un forte maschilismo, ma se anche così non fosse, una donna che ha rispetto di se stessa, non va a darla al primo gonzo che passa, dopo qualche chattata sullo smarphone, arrabbiandosi poi se in un modo o in un altro, viene fottuta.

Rimarco una cosa però, riferita al genere maschile, genere del quale immodestamente sento d’appartenere: i maschi di oggi non hanno onore, non hanno dignità, non hanno rispetto, lasciamo stare per quella che ti sei portata a letto, brutta e grassa come la morte, nessuno ti ha puntato la pistola addosso e ti ha costretto a farlo. I maschi di oggi non hanno rispetto per se stessi: ti sei fatto la scopata? Bene. Hai aggiunto un’altra tacca incisa sull’uccello? Hai fatto bene. Ma almeno abbi l’onore di tacere e di non fartene vanto, soprattutto lasciando tracce nei messenger. Quindi, se devi reclamare, legittimamente, la tua vittoria: datti appuntamento al bar, davanti ad una birra, attorniato solo da amici fidati e racconta, se vuoi, le tue prodezze amatorie. Poi, se qualcun altro le mette in rete, orbene, ha tradito la tua fiducia  e questo, per dimostrare che si ha senso dell’onore, andrebbe escluso dal gruppo e bloccato nei social network, in quanto “bocca da puttana!”, come si diceva anni fa dalle mie parti.

Poi, visto che la scommessa con gli amici l’hai vinta, sarebbe da persone intelligenti uscirne con signorilità, scaricandola non spiattellandole in faccia la verità, ma raccontando le solite balle diplomatiche che si usano per scaricare una persona. Tanto il maschio, in quei casi lì, davanti a se stesso e davanti agli amici ha già vinto e non ha senso distruggere, umiliare e destrutturare la sconfitta, quella è già stata punita a sufficienza da madre natura, no?

Nota dell’autore: il rispetto va dato alle persone, sempre, soprattutto quando si è faccia a faccia, alle loro spalle, in privato, quando queste non ci sono, ci sta ancora per ora la libertà di dire ciò che si vuole e con il linguatggio che si vuole, indipendentemente dal sesso biologico di appartenenza, se non si vuole beccarsi come minimo uno sputo in faccia o una denuncia!

Foto dalla rete

Marco Bazzato
23.10.2017


mercoledì 22 marzo 2017

Ciao Fernando!



Due giorni fa ho appreso della morte improvvisa, stroncato da un infarto, all’età di 77 anni, di Fernando Bettin.

A molti questo nome non dirà assolutamente nulla,soprattutto quando le notizie viaggiano nel mare dei social network, ma per i miei compaesani in Italia, in Veneto, tra Padova e Venezia, Fernando ha rappresentato la quint’essenza di un lavoratore instancabile. Svolgeva, come prosegue oggi l’attività il figlio, il mestiere di idraulico, ma smessi gli abiti da lavoro, ci stava una persona amante della famiglia, della moglie  e del figlio, Enrico, mio fraterno amico fin dall’infanzia. Ci stava l’amante dello sport.  Seguiva il calcio dilettantistico come dirigente sportivo, nella squadra del paese.

Ieri sera, parlando via WhatsApp, con una persona di cui non rivelerò il nome, ma solo il soprannome. Soprannome dato non so o non ricordo manco per quale motivo, CiQu, costui mi ha ricordato i suoi anni come giocatore di calco amatoriale, le “sgridate” bonarie e amichevoli di Fernando, l’essere una presenza fissa e costante, vicino a giovani, per farli crescere nell’amore dello sport e della sana competizione e nel rispetto reciproco, dentro e fuori il campo di calcio, nel campo della vita.

Ma Fernando non era solo questo. Era un donatore di sangue, impegnato nel sociale, medaglia d’oro per il numero di donazioni svolte nell’arco di quasi mezzo secolo. Ma era anche un amante della pesca, della sua piccola barca caricata sul tetto dell’auto, negli anni ’80 e ’90, prima di partire per le ferie, o in quell’altra, quella trainata sopra il carrello, attaccato alla macchina.
Sono molti i ricordi che mi legano a questa persona, padre di questo mio amico, che ha lasciato improvvisamente la moglie e il figlio.

Ero a casa sua, il giorno dell’attentato a Giovanni Paolo II, il 13 maggio 1981. Sì, mi ero recato per fare due chiacchere, come nostra abitudine quasi quotidiana, con Enrico e mentre guadavamo la Tv, apparve in sovraimpressione la notizia dell’attentato al Papa Polacco, con Fernando che rientrava proprio in quel momento, rimando per ore poi a commentare quanto avvenuto, in quanto erano iniziate le edizioni straordinarie dei telegiornali.

Ed ero sempre a casa sua, nel 1982, in occasione dei Mondiali spagnoli, vinti dall’Italia contro la Germania, dove guadammo la partita Brasile – Italia e, non ricordo con che ordine, anche quella Italia – Polonia. I suoi improperi contro i calciatori italiani quando sbagliavano, le “maledizioni bonarie” quegli “anatemi sportivi” legati al calcio che  possono uscire solo da un veneto d.o.c. erano musica per le orecchie degli astanti, essendo impegnati con l’udito ad ascoltare le parole del telecronista, Nando Martellini e le “sfuriate” di Fernando, con le prodezze degli  Azzurri che poi riuscirono a portarsi a casa la terza Coppa del Mondo. 

Fu in fatti in occasione della vittoria dell’Italia sul Brasile, ai Mondiali del 1982 che al termine del match, aprì la credenza, che si prese un sigaro cubano, accendendoselo,  fumandoselo, mezzo in salotto e l’altro mezzo sulla terrazza di casa, ebbro di gioia per la sconfitta dei brasiliani,: aveva gli occhi che gli brillavano di felicità, come quelli di un bambino, la notte di Natale, quando scarta i regali.

 E ricordando questa cosa, mi è venuto in mente un aneddoto, un racconto che mi fece al tempo, ossia di aver conosciuto in un bar, Gregorz Lato, un giocatore di calcio polacco, nome che a me francamente non diceva assolutamente nulla, ma per Fernando, appassionato, Milanista incallito e purosangue, tifoso ma non fanatico, sì.

 Era un piacere sentirlo “incazzato”, come solo lui sapeva esserlo, con il suo famoso e riconoscibilissimo “Boia can!”, esclamazione tipica dell’epoca, ormai in disuso, quando la sua squadra del cuore, non importa che fosse il Milan o quella dove faceva il dirigente, non girava come avrebbe desiderato.

Così com’era suo il sigaro che fumai la notte prima del mio intervento del dicembre 1994, sigaro che mi diede il figlio Enrico, sgraffignandolo dalla custodia – eravamo  praticamente dei “putei” entrambi, pochi giorni prima, in occasione di una visita che mi fece all’ospedale. Era il sigaro, uno dei sigari speciali di Fernando, quelli che teneva nella scatola di legno, dentro la credenza del salotto, appartenenti alla famosa scatola del Mundial 1982,  Quell’aroma, che mi ha impregnato le dita per ore quella notte, non l’ho dimenticato per anni.

Fernando non era il tipo di tante parole. Alle parole preferiva il fare, rispetto che al dire, ma erano sempre parole assestate nel modo giusto e lanciate, anche quando doveva darti una lavata di capo. Parole ben assetate. Parole che non facevano mai male, ma che sapevano colpirti nel segno.
Ormai sono anni che non lo vedevo, ma certi ricordi, così moltissimi altri che non starò qui a narrare, a scrivere e a descrivere, rimarranno dentro di me.

Il mio cordoglio e la mia vicinanza  va alla moglie, alla Zita, come si dice dalle mie parti, ad Enrico, quell’amico fraterno, come e più di un fratello, in moltissime occasioni della mia vita e gli sono vicino, pur nella distanza fisica. Così come mi sento vicino a sua moglie e a tutte quelle persone della famiglia Bettin che in questo momento piangono per la perdita di una persona amata, o di un amico stimato e apprezzato, per quello che ha saputo sempre essere: una persona semplice, dove la semplicità dell’essere, spesso alla fine rappresenta ed è il tutto.
Buon viaggio, Fernando!
Marco Bazzato
22.03.2017

mercoledì 25 marzo 2015

In memoria del Prof. Compagno



La vita a volte è proprio strana e bizzarra. Giusto ieri pomeriggio mentre fumavamo una sigaretta con mia moglie, fuori in terrazza, improvvisamente il mio discorso cadde sul Professor Compagno e poi…


Ieri, 25 marzo 2015, ho appreso da una pagina di Facebook, Se sei di Vigonovo della morte di Lorenzo Compagno, da tutti conosciuto in paese come il Prof. Compagno, mio professore di matematica e scienze nella Scuola Media Alcide .De Gasperi di Vigonovo. 

Lo debbo dire in tutta onestà, ho sofferto, perché a me, come a molti altri compagni di classe, non solo degli anni scolastici in cui ho frequentato le medie, Compagno era una specie di leggenda. Non si può descriverlo in altro modo. 

Ricordo, anche se sono passati ormai più di trent’anni, come veniva descritto da chi aveva avuto l’onore di averlo come insegnante: un essere quasi mitologico che incuteva timore e rispetto, visto che al tempo quando la scuola era vera fonte di rispetto nei confronti dei docenti. E in fatti le aspettative/paure non andarono deluse. Ma il Prof. Compagno era l’apoteosi del docente non docente. Era burbero? Sì, ma di un burbero straordinariamente umano che con un semplice sguardo sapeva zittire la classe. Con lui anche le mosche smettevano di ronzare, forse anche per via delle quattro Pack al Mentolo che si fumava, con le finestre regolarmente chiuse, in un’ora scolastica. Quattro, rigorosamente quattro. Alla cadenza di una ogni 12 minuti, spente nel suo portacenere personale a forma di conchiglia, che si portava sempre appresso e che poi posava, al termine delle lezioni, sul tavolo del bidello, in corridoio. 

Credo che lo si possa definire una specie di John Keating, l’insegnate di lettere, de “L’attimo Fuggente”, USA – 1989 [1], reale, anche se va detto che forse l’accostamento non gli sarebbe piaciuto nemmeno un po’, in quanto amava classificare i laureati in lettere come “laureati in ciacoe”, ossia laureati in chiacchere. In quanto era una specie di Sheldon Lee Copper[2], il protagonista di The Big Bang Theory[3], in versione Beta Tester. Eppure il Professor Compagno andava oltre la matematica, la scienza, la fisica, perché come il migliore dei filosofi, sapeva dare in un modo totalmente unico e anticonformista l’esempio. Sì, perché non sapeva solo insegnare le sue materie in modo professionale, ma sapeva insegnare in modo umano, avendo come dono quell’umanità quasi paterna, fatta di rimproveri, anche di epiteti coloriti, mai pronunciati con cattiveria, ma con bonaria ruvidezza.

Proverbiale era il modo di interrogarti: dava una scorta al registro di classe e… « Chi interoghemo uncò?», scorrendo la pagina con i nomi degli studenti con sguardo sornione, come quello di un gatto che cerca la preda e noi tutti ci facevamo piccoli,pregando dentro “Fa che non tocchi a me! Fa che non tocchi a me…” . «Basato aea lavagna…». Sì, perché alternava l’italiano al dialetto. E infatti sovente le domande dell’interrogazione erano rivolte in dialetto, anche se poi balbettando gli studenti rispondevano anch’essi in modo alternato. Alla fine arrivava il voto e quando questo era sotto la sufficienza, alzava la mano e mostrava le quattro dita..e la frittata era fatta!

Lo ammetto senza vergogna, anche con una punta di vanto d’essermi beccato più di qualche volta un “semo” o “mona”,o “te si un musso!” perché in alcuni momenti i concetti per lui semplici e per me ostici, non ne volevano sapere di entrare in testa.

Su di lui sono circolate per anni miti e leggende sulle sue manie. Una tra tutte era certamente quella di volere i banchi disposti a file anziché a ferro di cavallo. Cosa che generava sempre un putiferio bestiale di movimenti, rumori, frastuoni, zaini, cartelle, libri, quaderni e banchi caduti, quando squillava la campanella al termine dell’ora di lettere e iniziava quella di matematica.

Ma era il suo look, oggi si direbbe così, che era particolare, un misto tra un Professore uscito da Oxford, con il suo Parka verde, quasi da pescatore, le sue giacche di lana o di velluto marroni con le toppe sulle maniche, i suoi maglioni, quasi sempre con il collo alto e i pantaloni di lana in inverno o di cotone in primavera, sovente con abbinamenti di colori che dire impropri sarebbe un eufemismo e le sue scarpe, di solito a suola molto grossa, o tronchetti con la zip di lato marroni, come quelli che ancora oggi porta Adriano Celentano. Una volta solo, a mia memoria, si è presentato a scuola “tirato a lustro”, ossia, camicia, giacca e cravatta e la classe è scoppiata in un “Oh!” di stupore e meraviglia, messo subito tacere dal suo tipico gesto con il braccio alzato a mezz’aria e la mano che faceva cenno di silenzio.

Il Professor Compagno era fatto così, o lo si accettava in toto, in blocco, oppure lo si rifiutava. Ma non poteva essere rifiutato perché sapeva farsi amare, anche grazie alla sua rudezza, grazie alla sua voce che non si alzava mai oltre il necessario, anzi. Sovente era l’esatto opposto. Sapeva riprenderti a bassa voce, con uno sguardo di sbieco attraverso gli occhiali da lettura a mezzaluna, che quando non li usava o a volte erano dentro un astuccio verde _ messa sulla cattedra, vicino al portapenne nero – o con la classica cordicella. Riusciva a sentire chi disturbava in classe, anche se parlava sottovoce, ma senza voltarsi indicava il “colpevole”, che immediatamente si zittiva.

Sono moltissimi i ricordi che ho di lui. Da una parte vorrei narrarli, ma dall’altra preferisco serbarli nel cuore e nella mente, come un dono che ogni suo studente ha ricevuto da lui.

Ma a proposito di alcuni aneddoti o ricordi, non posso non menzionare la sua mitica Ford Escort grigia o i suo improbabili motorini auto costruiti, di cui era addirittura riuscito ad ottenerne la targa, quindi l’omologazione. Sì, perché essere fuori dalle regole non significava per lui negarle e fingere che non esistessero, ma significava rispettale, non prima d’averne dato una chiave di lettura diversa e più articolata, non dogmatica e conformistica.

Il Professor Compagno era anarchico. Lo si potrebbe definire un contadino, con le scarpe grosse, nel senso più nobile del termine – inzaccherate di merda, come usavano fare i nostri nonni quando uscivano dalla stalla,dopo “aver governato le bestie” e il cervello fino. Sì, perché il Professor Compagno aveva un imperativo: l’assenza di certezze. E insegnava ai suoi studenti a ragionare con la propria testa, a mettere in discussione tutto e tutti, anche l’autorità costituita, se si sente d’essere nel giusto o se ci si sente attaccati ingiustamente. E riferito a ciò non posso non citare una parte del discorso di Steve Jobs, il fondatore della Apple – a mio avviso calza a pennello e credo che il Prof. Compagno approverebbe – che fece alla Stanford University nel 2007:[4]

“Il nostro tempo è limitato, per cui non lo dobbiamo sprecare vivendo la vita di qualcun altro. Non facciamoci intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciamo che il rumore delle opinioni altrui offuschi la nostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, dobbiamo avere il coraggio di seguire il nostro cuore e la nostra intuizione. In qualche modo, essi sanno che cosa vogliamo realmente diventare. Tutto il resto è secondario”.

Il professor Compagno era un concentrato di contraddizioni, ma sono quelle che noi consideriamo o che consideriamo degli altri come contraddizioni che contraddistinguono la persona ordinaria da quella straordinaria. Infatti le contraddizioni contraddistinguono il soggetto massificato e schiavo delle opinioni altrui, viziato dal pensiero comune dominante, dal fine pensatore che non da importanza all’apparenza, ma che scava, scava nella sostanza delle cose e delle persone e delle cose fino a quando non trova la quadratura del cerchio.

Per terminare vorrei fare le condoglianze alle due figlie e alla moglie, perché io ho perso un ex professore ma loro hanno perso un padre e un marito e a loro va tutta la mia vicinanza, anche se nella distanza. 

Grazie per avermi permesso di condividere un piccolissimo, ma importantissimo tragitto della mia esistenza. Per me oggi come allora significa moltissimo.

Lorenzo, permettetemi che termini così, rimarrai nei miei ricordi.

Marco Bazzato

25.03.2015



Foto presa da un commentatore della pagina di Facebook “Se sei di Vigonvo”


[1] http://it.wikipedia.org/wiki/L'attimo_fuggente
[2] http://it.wikipedia.org/wiki/Sheldon_Cooper
[3] http://it.wikipedia.org/wiki/Big_Bang_Theory
[4] http://espresso.repubblica.it/palazzo/2006/12/27/news/siate-curiosi-siate-folli-1.2256

giovedì 9 gennaio 2014

Il messaggio di di minacce private di un “animalista", ristoratore del Lazio

Innanzitutto buon anno a tutti, cari i miei lettori. Spero che abbiate passato un buon Natale e un buo Capodanno e che il 2014 vi sia iniziato alla grande e che possa continuare.

Non avrei mai immaginato di dover iniziare il nuovo anno con un articolo incentrato ancora sugli animalisti o in questo caso su un  pseudo animalista.

Ma quando si aprono i “messaggi altri” di Facebook,e ci si trova una missiva delirante e ricca di minacce, scritta il 29.12.2013, alle ore 02.18, accorgendosi di essere difronte al classico sociopatico, appartenente ad una sottospecie dell’ Uomo di Neanderthal, è difficile non mettersi a riflettere su come questo signore, forse prezzolato dalle industrie dei cibi e dall’abbiglimanento pet, che mi scrive un  messaggio dalle pregno di toni foschi e minacciosi, manco fosse un terrorista di Al Quaeda, o uno sfigato  nemmeno degno di allacciare i calzari  degli ultimi rimasugli di quella putrida feccia umana di matrice comunista delle Brigate Rosse., In questi momenti si ringrazia la divinità di appartenere alla specie umana amante degli animali, che li cura, li apprezza usandoli senza essere ipocriti e falsi,  non un membro combattente delle inesistenti brigate dei bestialisei zoofile..

Se fossi come uno dei membri delle inesistenti brigate bestialiste-zoofile passerei la notte a fantasticare a come ficcare la testa dei suoi pet  dentro un forno a microonde,  visto che questo    tipo di animalista ha forse amplessi quasi  sessuali,  basati sul petting leggero, in qunato si fanno slinguazzare quasi in bocca e non solo, dalle loro bestie. Passerei la notte a sognare come infilare spilloni incandescenti nelle pupille dei loro amati, sentendoli abbaiare e guaire, latrare di dolore per ore e ore. Ma le mie fantasie sono fantasie di una persona che ha una una spiccata creatività, anche per l’orrido e per far nascere un forte senso di disgusto, repulso e indignazione nei suoi lettori. Ma questo fa parte del gioco di essere scrittori, divertirsi con le parole, incasellandole l’una dietro l’altra, scendendo sempre più nel profondo dell’aberrazione e dellla depravazione umana, usando  la fantasia.

 Mentre altri, come questo ristoratore animalista  della povincia  di Frosinone –  che ha come comuni confinati Arce, Castro dei Volsci, Ceprano, Pastena, San Giovanni Incarico, in un  villaggio arroccato in sperone roccioso che domina la vallata, dove confluiscono i fiumi Lari e Sacco, che conta non più di settecento abitanti –  somministra  ai suoi avventori carne o tranci di carne di cadaveri di animali cucinati, non importa se mammifera o ittica, consciamente, tutti i santi giorni. E l’assurdo, visto che, se si reputa animalista, dovrebbero sapere che gli animali sentono l’oodore della morte  prima di venire soppressi nel mattatio. Un vero animalista non fa il ristoratore, vendendo carne di cadavere di mammiferi o pesci, dovrebbe sapere che quell’odore di morte si attacca e rimane impregnato dentro ogni singola cellula e fibra, grasso e nervo dell’animle. Ma a questo signore, che ha il coraggio di venirmi a fare la morale “privata” a suon di minacce, questo non interessa, ci passa bellamente sopra, perchè è interessato solo  ed esclusivamente al profitto, rendendolo non è dissimile, da chi in primis per profitto, e per distribuire dividenti agli azionisti, è nel ramo della sperimentazione animale, per scopi farmacologici e non. Varia solo il termine di ricchezza generata, ma il principio è il medesimo, in quanto volente o nolente, anche se in modo apparentemente differente, si trova all’interno della filiera di chi lucra sulla morte degli animali, per arricchirsi!

Ma alcuni animalisti ristoratori in questo caso, , no! Questi andrebbero fermati, in qunato non  dovrebbero servire il loro dio animale e mammoma, somministrando ai loro clienti carni di cadaveri di agnellini per l’abbacchio, usandoli per i sacrifici pasquali, nel pieno rispetto della tradizione e tutte le altre specie di mammiferi, voltatili o prodotti ittici, cadaveri freschi o a lunga conservazione che somministrano. Sarebbero soggetti da mettere in carcerazione preventiva, fino a quando non assimilino e fanno propria la ragione, in quanto  non sono altro che sfuttatori della ricerca scientifica, visto che si presume che questo bravo signore mi ha minacciato per aver difeso pubblicamente la ricerca scientifica, usando anche la sperimentazione animale –  prendendo spunto dal caso di Caterina Simonsen in molte pagine di Facebook e anche nel mio blog con l’articolo dal titolo: “Caterina Simonsen e la “civilità” di alcuni animmalisti” (1) –  avesse almeno la compiacenza di non usare alcun tipo di droga legale uscita dai laboratori farmaceutici, che prima di passare alla sperimentazione umana,  usa cavie animali da laboratorio,  di non andare mai dal medico, visto che droghe farmacologice legali  e scienza medica si basano anche sulla sperimentazione animale. Ma solo lui questo ristoratore della provincia di Frosinone  si deve  e vuole  alle spalle arricchirsi e curarsi alle degli animali, ma tutti gli altri no. Gli altri che fanno le sue stesse identiche cose, ai suoi occhi sono dei criminali... Meglio che prima di andare a guardare la pagliuzza negli occhi altrui,  e prendendo coscienza di dovei si è infilato di sua spontanea volontà  nel posteriore la trave, forse provando anche un intenso piacere sessuale. Ma sono cose che riguardano lasua sfera privata.

Ma veniamo al testo di questo animalista, dove visto che mi ha inviato un messaggio privato, per non ledere la sua privacy lo citerò solo con le iniziali:  L.G.

L.G.  secondo le sue info del suo profilo iFacebook è “commericante presso commerciante in proprio”  mentre  facendo una ricerca più  più approfondita, scopro  essere ristoratore, nel Lazio, della provincia di Frosinone, secondo le Pagine Gialle e altri siti, o come il come da sito internet del suo ristorante, dove almeno dalle foto l’aspetto dei cibi appare conforme alle normative igenico sanitarie e rispettoso delle leggi vigenti in tema di conservazione degli alimenti, ma tutti noi leggiamo i giornali di gossip e sappiamo come anche la più cessa dello showbiz, grazie al Photoshop, può apparire come una fna figa imperiale.

 Il suo ristorante è specializzato nello squartamento, sventramento, eviscerazione di specie ittiche, ossia, fa mangiare  carne magra di cadaveri di pesci ai suoi clienti – compiendo tutte queste operazioni lontano dagli occhi indiscerti dei clienti, quasi in modo carbonaro, secondo quanto prescrivono le normative igienico-sanitarie in materia –  ma si reputa animalista. Ricordatevi, avventori laziali, quando andate in un ristorante di pesce e carne dal nome che evoca gli altifusti della foresta di Sherwood, le querce di Utophia Plantia su Marte o le sequoie giganti nel Mare della Tranquillità, sul nostro satellite,  che il padrone che fa servire carne di cadavere ittica o brandelli di cadaveri di porco, agnello e affini, sottoforma di costate, costicine, oppure salami, potrebbe essere quell’animalista che mi ha scritto queste illuminate e illuminati parole, che mi hanno costretto a dare avvio alla mia ricerca e allo scrivere questo articolo:

allora sentimi lurido cesso immondo che nn sei altro...la testa bacata e malato di mente lo sarai tu e nn ti permettere mai più di offendere persone che nn come te hanno cuore e tengono a cuore creature sicuramente migliori di te e del cesso che sei...tu arrivi in questa pagina e pam spari a destra e a sinistra su persone che nemmeno conosci e che nn sei nemmeno la suola delle loro scarpe...poi hai già avuto a che fare con questa gentaccia????...gentaccia lo sei te e chi ti sta vicino brutto cessu chinu de merda!!...stai ancora bene perchè nn hai avuto a che fare con tipi come me e vedevi come ti chinavi a raccogliere tutti i tuoi dentini x terra e dovevi vedere come te le davi a gambe a furia di zampate in culo e nfaccia!!!ma mi auguro di incontrarti un giorno poi vedremo chi se ne va con la coda tra le gambe A SCEMO!!!!!!!!!!!!faccia di merda!!!!!marco stai a sentire a me abbassa la cresta e vedi di farti i cazzacci tuoi...ti sai nascondere solo dietro un pc ed è quello che ti salva...CREDIMI...!!se ti incontro ti cambio i connotati!!!!lo giuro sul mio stesso sangue!!!nn è una minaccia ma è un consiglio....nn ti permettere mai più!!!taci stai muto che n n fai una lira di danno!


Ecco chi  potrebbe essere un animalista: un ristoratore che con gli indumenti e la cerata da macellaio, del tagliacadaveri, non si fa problemi ad mutilare piovre, ad squartare pesci ancora vivi, non si pone problemi a tagliare l’agnello per l’abbacchio al forno. N si pone problemi a fare a fette, con la sega da quercia la carne, inzaccherandosi le mani di sangue, ma ha  il coraggio e la sfrontatezza di andare nella piazza telematica ma non solo a fare  il difensore degli animali? Ma siamo sicuri che gli animali vogliano farsi difendere da un tipo come questo? Praticamente  quasi un maccellaio di bestie, escluse le sue bestie, i suoi cani, naturalmente!

 Ecco l’ipocrisia all’italiana al lavoro. La falsità di questo signore che con una mano accarezza il cane e con l’altra taglia la gola all’agnello belante per il sacrificio pasqule cristiano.Naturalmente non glielo auguro, ma sarebbe giusto che da oggi in poi, ogni volta che taglia un pezzo di carne, nella sua mente si fomi l’immagine dei suoi amati cani, che ogni volta che cuoce un cuore, un fegato, dei rognoni, nella sua mente da “animalista”,  veda il cuore il fegato, i rognoni dei suoi amati cani, dando continamente di stomaco.

Se volevo la dimostrazione pratica che dietro ai veri amanti degli animali ci stanno dei soggetti affetti da falso amore, come in questo caso, un ristoratore ipocrita, ho avuto anzi voi,cari lettori, avete avuto la conferma.

Quando mi sono messo a scrivere questo articolo poche ore fa, mettendomi a fare ricerche in rete, mi sarei aspettato di tutto, ma non di trovarmi innanzi a questa fossa asettica, sfortunatamente non a enuta stagna colma di scarti di cadaveri di animali macellati e laida ipocrisia. Ttutto mi sarei aspettato tranne che dietro a quella missiva minaccisa ci fosse un ristoratore  che serve piatti a base di cadaveri di animali, non importa se mammiferi o ittici.  Almeno avesse avuto un ristorante di cibi vegetariani, vegani o un radicale fruttarista, ma non un tizio che somministra abitualmetmente pezzi cadaveri di animali cucinati e non, lavorati o insaccati, si permette di farmi la sua morale? Mi sono cadute le braccia a terra e anche qualcos’altro.

Chiaramente ho risposto al ristoratore de villaggio della provincia di Frosinone  che va sotto le iniziali di L.G.. in modo educato, secondo mio costume. Gli ho risposto il 7 di gennaio, alle ore 13.51, in questo modo, non sapendo ancora che fosse un ristoratore:

Ciao gentile e nuovo amico. Ti ringrazio per le tue belle parole. Se l’ennesima dimostrazione che io ho ragione su certi argomenti e tu, con il tuo linguaggio da trivio e pieno di minacce, ti metti automaticamente dalla parte del torto. Io posso avare anche un linguaggio colorito, che ad alcuni fanatici può anche non piacere (non si può piacere a tutti) ma dai, comportarti così è da bambini, oltre che svilente per la tua persona, ma forse non sai andare oltre a ciò che hai scritto. Se ti senti offeso per le mie parole, mi dispiace eti chiedo scusa, ma non sposto di una virgola i miei raginamenti. Di fanatici ne ho conosciuti molti e tu sei solo uno in più. Sei un animalista, vero? Sei anche contro la sperimentazione animale, immagino? Se è si, è probbabile che tu sia uno di quei tipi che da una parte non vogliono la sperimentazione animale, ma dall’altra non esitano a prendere qualsiasi tipo di farmaco, sperimentato sugli animali, per salvarsi la pelle...a me la cosa sembra un pò paradossale, non trovi? Le persone coerenti con i propri principi, in primis non vanno dal medico – la medicina moderna e antica nasce e si evolve anche grazie alla sperimentazione animale, lo stesso dicasi per la farmacologia e altre scienze che anche tu, volente o nolente utilizzi. Quindi non venirmi a fare la morale, quando tu non sei diverso da me, anzi lo sei, perchè neghi una realtà evidente e acclarata dalla storia. In ogni caso, fammi un piacere, se vorrai contiuanre la conversazione con me, inviami i link dove ti sei sentito tu personalmente chiamato in causa, te ne sarei grato. In attesa di una tua cordiale risposta, mi scusco per il ritardo con il quale ti ho risposto e ti auguro, se gli accetti, i miei migliori auguri per un buon 2014. Cordialmente, Marco Bazzato

Al momento della stesura di questo aricolo questo gentile ed educato signore non mi ha risposto e  nella mente sto pensando se agire oppure nò per vie legali, visto quanto mi ha proferito in forma privata, codice penale alla mano, dovrebbe essere attenzionato a rigor di Legge. In ogni caso il suo gentile messaggio è a dispsizone delle Autorità nel caso ravvisassero gli estremi di un qualsivoglia reato, legato al messaggio privato inviatomo da da L.G.

La cosa assurda è che questo signore ha anche l’ardire di indignarsi con me e con il mio essere favorevole alla sperimentazione animale, per salvare delle vite umane, ma costui per arricchirsi quotidianamente, vive grazie anche ai cadaveri di animali e alle loro parti lavorate che ogni giorno serve sulla tavola dei clienti del suo ristornate, ma ha nel suo profilo, per dimostrare l’amore che nutre, solo per alcune specie di animali, ci sono foto di cani felici e gaudenti. mentre con quelle che deve farci la grana, la pecunia, gli euri, alza le spalle, passando sopra ai suoi principi animalisti e alle sofferenze degli animali di cui indirettamente, tramite la sua professione è artefice.

Se fossi in lui proverei vergonga non solo per quanto mi ha scritto, ma sopratutto vergona legata in merito alla professione di  servo degli ammazzaanimali , na memesi mascherata da ristoratore di Ace Ventura, e somminstratore diretto o tramite collanboratori di carni di cadaveri di  animali, cotte o crude ai clienti del suo ristorante.

In ogni caso non, in virtù di quanto l’animalista e signore L.G.mi ha scritto in forma privata,  non gli auguro, visto che poi ho scoperto essere un ristoratore che campa sulla somministrazione di carni di cadaveri di animali e affini, cucinati o insaccati, vento in popppa, ma a prua, non gli auguro vele spiegate, ma ammainate, non auspico per la sua professione una dolce brezza che sospinge in avanti la sua nave, ma al massimo un vento di bonaccia, che mandandolo alla deriva lo spinga tra le braccia amorose e calde di Equitalia, mentre a voi, miei fedeli lettori, amanti degli animali e non, auguro un felice 2014, ricco di salute, successi personali e professionali, perchè, anche se avolte mi odiate con educazione, lo meritate, così come tutti coloro che amate.

Marco Bazzato
09.01.2014

(1)  http://marco-bazzato.blogspot.com/2013/12/caterina-simonsen-e-la-civilta-di.html

lunedì 28 ottobre 2013

Miss Italia 2013

Avrei voluto intitolare l’articolo: “Miss Italia 2013 – l’agonia di un cadavare”, ma avendo rispetto relativo per i morti – dipende chi sono – mi sono astenuto.

Morale della favola, ieri sera ho assistito al programma, guardandolo sul pc, visto che questi figlio di una fellatzio di La7, trasmettono solo sulla piattaforma Tvsat, ma criptano i programmi per l’estero e quindi, non avendola, nisba.

 Pazienza.

Da dove inizare? Innanzitutto non ci ono aggettivi diversamente positivi per commentare il programm. Ho cercato anche sul dizionario dei sinonimi, alla ricerca dei più cinici e spietati e tutti, in questo particolare caso, sapevano da frutti canditi, zucchero a velo, oppure trasmettevano l’aroma delle castagne di autunno della “Sagra del Folpo” di Noventa Padovana, visto che la “Sagra della folpa rancida” impazzava su quel canale innominabile, che si sta già masticando i coglioni, visto che sarà costretto a trasmettere lo show per altri tre anni, tanto per perdere quei quattro spettatori che ha, visto che continua, come nella “Terra dei fuochi” continuare a disseppellire rifiuti tossici di Mediset e Rai.

Ma, giustamente, se si vuole fare una critica oggettiva non si può non dire che lo  spettacolo era  pietoso, mediocre, il meccanismo di selezione fatto con i piedi,pregno di miseria ad ogni angolo, tanto che sembrava di essere all’inesistente “Fiera del finocchio” di Agna, vicino a Cavarzare, in provincia Padova.

I due presentatori non si trovavano. Il comico, l’Alessandro Siani ha buttato alla fine il suo intervento in politica, gli sponsor erano assenti, le aspiranti e quasi respiranti miss, erano scialbe, alcune normali, altre cicciottelle, mentre altre ancora, rispetto alla taglia 32 – 34 – 36 e 38, erano addirittura obese.

Meglio dei chiodi anoressichi che non delle bulimiche!

Che dire dell’ex miss Italia, quella che si è fatta sb...re da da una Noce? Analfabeta e inconcludente. Uno stuzzicadenti sporco di tartaro e sangue, anche mestruale, avrebbe fatto una figura migliore e avrebbe saputo leggere meglio.

I testi erano uno schifo, forse sono stati scritti dal padre della Keynge, il re della sua tribù

. Il finale poi, un vero inno alla divinità dei barboni,  e all’accattonaggio mediatico: le due finaliste come due stoccafisse, inespressive, senza anima e phatos, mentre la Mirigliani, dopo la proclamazione, le  ha schiaffato la corna in testa e poi via col bottiglione di vino, cacciato quqsi in gola, giù per il gargarozzo della vincitrice, in modo che bevesse quasi di forza e a Gargamella,  manco fossero in osteria. E ciliegia sulla torta, nemmeno stelle filanti e  coriandoli – ah, il personale delle pulizie costa! –   uno straccio di musichetta. Per la serie, i fratelli Lo Tumulo almeno sanno renderti allegro l’ultimo viaggio verso il camposanto.

La Rai ha fatto bene a lavarsene le mani, visto che il programma ormai giaceva sul tavolo autoptico delpatologo forense, con il cervello messo sotto formaldede, gli intestini puzzolenti messi da un’altra parte, e con il colon, pieno di materia fecale, scagliato addosso, a pieni mani, a quei quattro gatti di spettatori che tapezzavano il palaport, come un corpo pezzato dalla vitiligine, o come le chiazze sulla pelle, causate da un fegato malridotto di un vecchio settantacinquenne che bussa alle porte del Paradiso, ma con San Pietro che irritato gli fa il gesto dell’ombrello, alzandogli , davanti agli occhi velati dalla catarratta, il dito medio.

E infatti lo share omeopatico è stato confermato dagli indici di ascolto, che come  gli imperatori romani, decretando la morte degli infami, delle piattole, degli schiavi inutili, faceva il pollice verso il basso, ha dimostrato l’abisso putrescente in qui il concorso arranca da almeno cinque anni, nuotando nei miasmi liquamosi del nulla, ossia 937 mila spettatori, + 2,  io e mia moglie, dalla Bulgaria.

E la cosa interessante è che la legge italiana punisce il villipedio di cadavere, lasciando però indenni dagli strali della giustizia show televisivi che sembravano trasmessi da una tv dell’Abissinia, dell’Albania o del Congo.

Nelle tv satellitari dei Paesi asiatici si possono vedere programmi migliori e vallette veramente fighe,  preparate, scosciate e anche mezze smammellate, che  non che si impappinano e sbagliano riga – forse perchè pensano ad altre righe...

Morale finale della storia,  quei “quattro” telespettari che sono rimasti incollati fino al termine del supplizio, hanno assistito ad un atto di necrofilia televiva, con lo stupratore mentale che aveva assunto dosi assassine di viagra, per farsi avere una specie di pseudo erezione, per provare a penetrare il cadavere nei tre orifizi, ma all fine non è riuscito a raggiungere nemmeno l’orgasmo, trovandosi così  la fava dura e dolorante, che lo ha portato – per fortuna – verso una lenta e dolorosissima morte,schiumando bava dalla bocca e rilasciando il contenuto degli intestini e della vescica sul pavimento, mentre con gli occhi vitrei e vuoti fissavano la luce eterna della morte.

Marco Bazzato
28.10.2013

martedì 30 luglio 2013

Consigli utili pe chi vuole farsi svaligiare l’appartamento in vacanza


Consigli utili per chi vuole farsi svaligiare l’appartamento in vacanza:  comunicare la data di partenza e di arrivo sulla pagina di Facebook, in bella evidenza, mettendo in risalto aspettative, gioie sopratutto distanza dal luogo di residenza, es: ah, Carnarie, Lova, Sanpiero, Lughetto, Campagna Lupia, Bojon, Cona, Agna, Londra, Edimburgo, Parigi, etc.. in modo che i ladri possano regolarsi e fare il loro sporco lavoro, che qualcuno lo deve pur fare, in santa pace.

Se si vuole invece fare una sorpresa agli amici, se si va in compagnia, mettere anche i nomi e congnomi dei compagni di viaggio, in modo che i ladri possano avere un ventalgio più ampio circa gli appartamenti da svaligiare.

Cosa importante: avvisare se le chiavi vengono lasciate ad un partente, va assolutamente comunicato sulla bacheca di Facebook, con tanto di nome, cognome e indirizzo o se vengono lasciate sotto lo zerbino o dentro un vaso di fiori, onde avitare che i ladri siano costretti a rompervi delle imposte, facendo rumore e correndo il rischio di venire scoperti da quei soliti quattro morti di fame, che per mancanza di denaro non vanno in vacanza. Pezzenti. Oltretutto costringendovi a fare ingenti spese di riparazione al vostro rientro.

Se il vostro antifurto di casa è dotatodi password, rendetela pubblica, la potrete cambiare al vostro rientro, ma tanto non avrete più nulla da farvi rubare,i n compenso non avrete danni.
Prevenire è sempre meglio che curare!

Le ferie vannno annuciate, sbandierate, con le foto immesse direttamente nei social network, in tempo reale, in modo che i ladri e sicuramente nei profili di ogni uno ci sta qualcuno che volente o nolente ha qualche amico ladro, come può avere qualche amica puttana che fa la spia, e da palo per tenere aggiornanati online i complici, con i quali forse poi le verrà riservato una parte, piccola del bottino.

Nell’era digitale, dei social network, il compito essenziale del vacanziero è quello di aggevolare il lavoro di chi è costretto ad operare negli appartamenti, nelle abitazioni private, solo durante l’assenza dei proprietari e quindi è giusto tutelare, al pari delle mignotte che lavorano in nero, questi lavoratori che si fanno la pagnotta tra mille rischi e difficoltà, che però sentono la crisi in modo opposto rispetto alle persone normali. Infatti, più aumenta la disoccupazione ufficale e più aumenta l’occupazione ufficiosa di questi lavoratori “clandestini”, costretti ad operare in situazioni mpervie, ostacolati da cani, allarmi, vicini spioni che non si fanno i cazzi loro.

Quindi, amici dei social network in questa calda estate 2013 fate un opera di carità: adottate un ladro in casa vostrra, dandogli la possibilità di lavorare.

Oggi è senza  un lavoro ufficiale lui, domani potreste essere proprio voi, costretti ad andare a rubare in casa d’altri.
Mettetevi nei suoi panni e lasciatelo lavorare!

Marco Bazzato

30.07.2013


domenica 14 aprile 2013

Vuoi il lavoro? Togliti il Hijab! Discriminazione o laica ragione?


Di questa presunta discriminazione che avrebbe subito una donna di 21 (1) anni, nata in Italia ma figlia di egiziani, che, stando alle cronache giornalistiche, si sarebbe sentita discriminata in quanto, invece di portare i capelli scoperti indossa il Hijab  - derivante dalla radice ḥ-j-b, "nascondere allo sguardo, celare") indica qualsiasi barriera di separazione, posta davanti a un essere umano o a un oggetto, per sottrarlo alla vista o isolarlo (2) - il velo che copre interamente il capo, lasciando scoperto il volto, tanto da scomodare anche il  TG1.  Velo non indossato da tutte le donne di religione islamica. Infatti, le più laiche ed emancipate ne fanno a meno, rimanendo comunque legate alla loro religione, essendoci nell’islam, una visone progressista e non radicale o estremistica, che libera il meglio delle risorse intellettuali ed estetiche delle donne che professano questa religione.

Questa signora, a suo dire, si sarebbe sentita discriminata per motivi religiosi, in quanto innanzi a esplicita richiesta, fattale via mail, se sarebbe disposta a toglierselo, ha scelto la sua visione dell’islam, rispetto a una realtà del mondo del lavoro che richiedeva il contatto con il pubblico, rivolgendosi a un avvocato, forse perché vittima della presunzione di voler imporre la sua ragione, costi quel che costi.

Ora non è dato da sapere se questa donna nata in Italia, sia anche naturalizzata italiana, o se abbia solo il passaporto egiziano, il che la renderebbe un’extracomunitaria. Resta comunque il fatto che se sceglie di isolarsi, mettendo una barriera culturale tra se e il mondo e ha la presunzione di pretendere, specie in un lavoro a contatto con il pubblico, che questi debba essere costretto a sorbirsi un isolazionista, una qualsiasi, l’azienda dovrebbe avere il diritto/dovere di tutelare i propri interessi, rifiutando un’assunzione, perché non rispetta i canoni estetici e laici della realtà sociale. Mentre la donna pretenderebbe “a forza” di imporre a soggetti terzi argomentazioni che dovrebbero rispecchiare la sua sfera privata, costringendo un azienda a subirle solo perché questa donna musulmana è intollerante alla visione laica di una realtà lavorativa, pretendendone di farne parte, esclusivamente alle sue condizioni..

Attaccare un’azienda, portandola in tribunale, esponendola a costi legali, costringendola a difendersi per aver ottemperato un suo diritto di scelta, come avviene tutti i giorni – sebbene  “la Corte europea ha sempre sancito che le limitazioni che incidono sulla libertà religiosa possono essere introdotte solo a tutela di diritti personali altrettanto importanti, come la sicurezza o l'incolumità personale - commenta il legale Guariso -  non certo per inseguire un presunto gradimento della clientela” (3) – è assurdo e dimostra come questa donna musulmana abbia una visone radicale solo del suo diritto, e sia pronta a calpestare i diritti altrui,armata dalla volontà pervicace di far perdere denaro e fatturato ad una realtà economica, perchè armata dal desiderio acritico di  voler vedere solo se stessi, facendosi passare per vittima di un sistema, quando alla fine si è ben consci che in questo caso non è il sistema che rema contro la persona, ma che è la persona che si accanisce contro di se.

Certo, se fosse stata più umile andando a chiedere lavoro in una ditta di pulizie di fosse biologiche, come operatrice ecologica, come svuota padelle un sanatorio psichiatrico o in una fabbrica di scarpe, vista la quasi assenza di contatto con il pubblico, il suo isolazionismo simbolico e reale dovuto al Hijab, non sarebbe stato per il titolare un problema, né per il direttore del personale preposto all’assunzione.

Evidentemente questa donna musulmana, non paga di aver sbattuto la testa una, due, tre, quattro o più volte contro il muro dei suoi pregiudizi religiosi contro la società laica, vuole imporre a prescindere di essere accettata, nonostante l’isolazionismo religioso causatole dal Hijab,  in molti ambienti laici,  lavorativi l e non, volendo presuntuosamente  piegare suo credo religioso la laicità ostruttiva del tessuto lavorativo italiano. 

Con questa scelta di “coming out”, visto che il suo nome circola in rete, forse sono in molti ad auspicare che faccia fatica, o che le sia impossibile trovare lavoro, proprio per aver mostrato il suo integralismo, che l’ha isolata dal consesso civile italiano, e anche per via dei danni economici e di immagine che potrebbe causare a questa azienda, dove una dipendente  ha compiuto la l”leggerezza”  di ribadirle una realtà e una verità  che ben conosceva e che non ha mai voluto accettare: ossia che senza  Hijab sarebbe stata assunta senza problemi. Mentre questa dura, vorrebbe l’assunzione alle sue condizioni, non a quelle del datore di lavoro. Con questa sua volontà “violenta” di imporre il suo pensiero, invece che avere la ragione di comprendere le regole del mercato, oggi è il Hijab, domani poteva fare storie perché doveva distribuire volantini dove  in qualche supermercato si effettuano promozioni su carne di porco, animale considerato immondo dall’Islam, costei  nuovamente per motivi religiosi avrebbe forse impiantato nuove grane, correndo a “piangere” dall’avvocato, accusando nuovamente l’azienda di discriminazione su base religiosa.

Non va dimenticato che in Italia esistono centinaia, se non migliaia di donne egiziane che hanno scelto di integrarsi nella società, rimando delle devote ad Allah e all’Islam, scegliendo un percorso neutro, ma non per questo avverso al Corano, sapendosi integrare nei posti di lavoro e nel tessuto culturale, facendosi accettare anche in virtù del proprio credo religioso, non necessariamente esteriorizzato in forma radicale, rimanendo religiosamente legate, nel consesso privato e nei luoghi preposti al culto, all’ultima delle tre religioni Abramitiche.

Se a questa donna musulmana la realtà laica italiana sta stretta non è obbligata a rimanere in Italia, ma può tornare nella nazione da dove anni prima sono partiti i suoi genitori, sentendosi così accettata e trovando lavoro in un ambiente dove il Hijab non solo è tollerato, ma accettato, in modo voluto e/ o imposto.

Alla fine anche se nata in Italia è figlia di una cultura religiosa diversa da quella vorrebbe imporre, oggi. Se per se stessa la cosa sta bene, contenta lei, ma un domani, forse vorrebbe imporre a tutte le italiane –  a cui il passaporto stato rilasciato già al momento della nascita, o quando erano minorenni, –  l’imposizione del Hijab,  memore dei reiterati rifiuti che ha ricevuto nel corso del tempo, solo perché  non ha voluto utilizzare con ragione e discernimento l’intelletto che Allah l’ha dotata, ma in quel caso la colpa non è né di Allah e né tanto meno degli italiani, ma esclusivamente sua., perché come dice un proverbio:
“chi è causa del suo male, pianga se stesso”.

Marco Bazzato
14.04.2013





martedì 26 marzo 2013

Magdi Allam abiura il cattolicesimo romano


Mai fidarsi di un apostata! Nascondono in se il seme del fanatismo.

In molti nutrirono serissimi dubbi nel 2008 in occasione del suo battesimo, comunione e cresima celebrati in pompa manga dall’allora Papa Benedetto XVI, usati a mo di propaganda clericale dalle tv di Stato e non solo, nella speranza di reclutare nuovi adepti (1), con tanto di show televisivi che inneggiavano alla forza del messaggio cristiano, che batte e converte,  conducendo apostasia, i credenti di altre religioni.

Ma ieri la doccia fredda è arrivata ieri con il suo articolo di abiura del cattolicesimo romano, anche se non è chiaro se si senta cristiano e battezzato, oppure se abiuri anche il battesimo stesso, impartitogli dall’oggi Papa emerito, Ratzinger.(2), in questo caso sarebbe giusto che si sbattezzasse, scaricandosi dal sito dell’UAAR, Unione Atei e Razionalisti, l’apposito modulo, cosa che potrebbe essere impossibile in quanto Magdi Allam è stato battezzato in uno Stato straniero e teocratico. Teocratico come le teocrazie islamiche che avverma d’aver sempre combattuto a suon di articoli.

E leggendo alcuni brani della sua lettera si rimane basiti da come questo egiziano con passaporto italiano, rinneghi, abiurandole le proprie origini. Infatti in un punto scrive:
“…Sono contrario al buonismo che porta la Chiesa a erigersi a  massimo protettore degli immigrati, compresi e soprattutto dei clandestini. Io sono per l’accoglienza con regole e la prima regola è che in Italia dobbiamo innanzitutto garantire il bene degli italiani…”

Quello che relativizza è ignorante sulle dinamiche non solo cattoliche, ossia dello Stato Città del Vaticano, ma anche su quelle propriamente cristiane, a dispetto del suo pomposo e superbo nome “Cristiano”, dimostrando un’assenza di conoscenza della spiritualità cristiana fuori dal comune per un “italiano” solo di passaporto, ma non svezzato all’italiana, ma con tutto il rispetto per la cultura egiziana, all’egiziana ,dove leggendo  quanto sopra riportato fa venire in mente una vecchia barzelletta razzista del nord Italia:

Ci sta una famiglia meridionale, dove nono riuscendo a trovare lavoro nella loro regione decidono di trasferirsi al nord, usando mezzi di fortuna. Arrivati sula riva del fiume Po’ e non avendo denaro per pagarsi l’attraversata, decidono di andare sull’altra sponda a nuoto. Si getta prima il padre, poi la madre e via via gli altri tre figli. Il padre, la madre e due figli raggiungono la riva, stremati. Ma l’ultimo, il più piccolo fatica sempre di più e spinto dalla corrente contraria viene quasi ricacciato indietro, finendo sottoacqua quando entra in un mulinello, iniziando a chiedere aiuto. Ma gli altri componenti della famiglia lo guardano con disprezzo fino a quando non smette di gridare stremato annega. E il padre sorridendo: «Meglio così, era solo un terrone!» Divenuti settentrionali partono alla ricerca di fortuna.

Madgi “Cristiano?” Allam, è il prototipo tipo dell’immigrato che ha dimenticato da dove è partito e chi era., essendo nato egiziano, con sangue egiziano, sempre con il massimo rispetto per gli egiziani che hanno sangue e  cuore migliori del suo, e perché ha in mano uno straccio di passaporto italiano ,vive nella superbia di essere diventato migliore di tanti suoi connazionali e immigrati, anche migliori di lui, che non hanno avuto la sua stessa fortuna e appoggi politici.

Va ricordato che Magdi “Cristiano?” Allam ha sempre sfruttato l’Italia e l’ottusità di certi italiani in quanto si è sempre nascosto dietro il paravento d’essere un nemico di qualsiasi forma di integralismo e a favore dell’integrazione mentre scriveva per il Manifesto, giornale comunista, favorevole all’apertura indiscriminata delle frontiere, proprio come lui, per poi passare a Repubblica e poi al Corriere della Sera, salvo adesso sembrare un Erminio Boso o il prosindaco di Treviso, Gentilini, o uno gli esponenti atei di Forza Nuova.

Facendo una breve ricerca in rete si trova che domenica 16/02/2007 rilasciòun’intervista a Stefano Lorenzetto, de Il Giornale (3), dove al termine dichiara quanto segue:

“Una volta ti sei persino accostato all’eucarestia.
«Sì al Cairo, avrò avuto 13-14 anni. Agii di impulso, pur sapendo che era un atto blasfemo, non essendo battezzato. Ho sempre provato attrazione per la religiosità, anche quando mi sono cono professato ateo o agnostico. Oggi sono convinto che l’occidente possa riscattarsi solo riscoprendo Dio.»
Che cosa ti impedisce di convertiti al Cristianesimo?
«Niente e nessuno. Il giorno che decidessi di farlo, sarei orgoglioso di annunciarlo.»”

Mentre il 23 maggio del 2008 scrive il giorno seguente alla sua iniziazione battesimale, a quella eucaristica e alla confermazione cristiana, nel Correre della Sera:

«Indubbiamente l’incontro più straordinario e significativo nella decisone di convertirmi è stato quello con il Papa Benedetto XVI, che ho ammirato e difeso da musulmano per la sua maestria nel proporre un legame indissolubile tra fede e ragione come fondamento dell’unica  civiltà umana, a cui aderisco pienamente da cristiano, ispirandomi di nuova luce nella missione che dio mi ha riservato.» 

Semplicemente leggendo gli stralci di questi due testi si possono mettere in luce le enormi contraddizioni e/o menzogne che emergono. Il 16/02/2007, a domanda risponde: “Ho sempre provato attrazione per la religiosità, anche quando mi sono cono professato ateo o agnostico…” mentre solo 13 mesi dopo , “.., che ho ammirato e difeso da musulmano per la sua maestria nel proporre…”sconfessandosi con le sue stesse mani, in quanto ora come allora non si capisce se e quale religione abbia mai professato.

Ieri con la sua abiura nei confronti del cattolicesimo romano, apparsa nel sito “Io amo l’Italia”, l’ex giornalista, l’ex politico, che evidentemente ha bisogno di farle parlare di se, in quanto già nel 2011 aveva dato prova di quanto disprezzasse l’Italia che gli ha dato un passaporto, che sfortunatamente gli era dovuto per legge, permettendogli di candidarsi ad un seggio al Parlamento Europeo, risultando tra i fanalini di coda in quanto a presenze,  abbia nel corso degli anni sputato addosso al tutti i piatti che l’hanno sfamato,. (3).

Ergo chi o cosa sarebbe Magdi “Cristiano?” Allam? Un egiziano con passaporto italiano, musulmano, ateo, agnostico, cristiano a seconda della convenienza dell’attimo, entrato piano piano entro i gangli del potere italiano, per poi tornare verso l’oblio della periferia, rinchiuso in un dimenticatoio mediatico, tanto più che oggi il pericolo islamista radicale sembra lontano, visto che l’onda lunga dall’11 settembre in poi, senza dimenticare la morte di Bin Laden, sta cercando una rivalsa e un riscatto sociale, dopo essersi bruciato da solo la terra sotto i piedi, per puro calcolo dilettantistico?

Esiste per carità il diritto dell’uomo di evolversi e di cambiare opinione, altrimenti rimarrebbe arroccato all’età della prima infanzia. Ma bisogna capire se il cambiare opinione è frutto di maturazione interiore o se di freddo calcolo cinico, legato a interessi più ampi. In ogni caso è chiaro che il fenomeno Magdi “Cristiano?” Allam è mediaticamente ridotto al lumicino e che la grande notizia di ieri, oggi appartiene alla storia e agli esempi diversamente positivi da ricordare a futura memoria dei posteri.

Nel dizionario della lingua italiana, alla parola Abiura, si legge:

Nel cristianesimo e nell’islamismo, solenne rinuncia ad un'altra religione o dottrina considerata falsa o erronea.  Formula scritta o orale, nella quale si esprime tale rinuncia.

Magdi Allam è figlio di quell’integralismo e culturale relativista, a seconda delle convenienze, della società in cui è nato e cresciuto. Può cambiare casacche , bandiere e religioni  ma rimarrà un integralista sempre.  La sua prima battaglia, persa in partenza, è contro se stesso, anche se ha sempre voluto rimuovere il problema profondo che del malessere che lo assale.

E quindi resta da spere se dopo aver abiurato per la seconda volta, prima l’islam, tramite l’apostasia e poi il cattolicesimo romano, forse per passare alla prima delle tre religioni Abramitiche, attraversando il Mar Rosso e pellegrinando simbolicamente per quarant’anni per giungere in Israele, abbracciando l’ebraismo, sulla scia del suo libro, “Viva Israele” del 2007, così che non potrà più essere criticato, in quanto altrimenti le critiche legittime potrebbero essere lette come critiche antisemite e antisioniste.

Marco Bazzato
26.03.2013