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mercoledì 18 novembre 2015
Eugenetica, omofobia e stupro mediatico: ovvero, era meglio morire da feti
Cosa fareste voi aspiranti genitori se un medico,
esami alla mano, vi dicesse che il figlio che state aspettando ha una buona
probabilità di essere omosessuale?
Il romanzo di Marco
Bazzato, "Aborto d'amore", parte da questa premessa che ad alcuni
potrà apparire inquietante ma pone una questione ancora più vasta, già a lungo
dibattuta, che continua a fomentare aspre diatribe tra sostenitori e
oppositori: la liceità dell'aborto. È giusto che un figlio
nasca contro
la volontà dei genitori? È giusto per i genitori? Per il bambino? Per la
società?
La storia che Bazzato narra, con un linguaggio crudo e violento che ben si
adatta alla vicenda ambientata in Veneto ai giorni nostri, è una di quelle storie
che non possono lasciare indifferenti, che non possono non far riflettere. Non
è certo un romanzo rilassante, anzi direi che è come un pugno nello stomaco, e
non è neanche un libro per tutti ma solo per coloro che non temono di
confrontarsi con tematiche difficili quanto attuali. Sconsigliata dunque la
lettura alle persone che si turbano facilmente e non sanno gestire
l'inquietudine, l'indignazione che inevitabilmente farà sorgere questa lettura,
sia che ci si schieri con coniugi Rampin - a cui è stata profetizzata la
nascita di un figlio gay - sia che ci si schieri con i sostenitori dei diritti
degli omosessuali o in generale con gli antiabortisti.
Che esista veramente il gene responsabile dell'omosessualità è tema dibattuto
in ambito scientifico e mai provato, ma il fulcro del suo romanzo è altro: ci
si interroga se i genitori hanno diritto a scegliere della vita e della morte
di un feto che sta crescendo ignaro nel ventre di Arianna Rampin, tipica madre
veneta con un bambino e due aborti naturali alle spalle. Un' altra interruzione
di gravidanza comporta dei pericoli medici, così la decisione è ancora più
sofferta. La privatissima questione familiare balza ad un certo punto alla
ribalta della cronaca e finisce sotto i riflettori dei giornalisti che, come
avvoltoi, calano per sbattere la questione in prima serata e fare audience. Tra
questioni religiose, etiche e giudiziarie si dipana la vicenda fino al suo
epilogo che ovviamente non spoilerò.
Il romanzo è ben scritto ed avvincente, costruito con perizia da un grande
narratore qual è Marco Bazzato (già autore di "Progetto Emmaus",
altra opera dai contenuti forti), ed è capace di tenere il lettore incollato
fino all'ultima riga. A me ha suscitato molte riflessioni personali che vorrei
qui esporre, prendendo come spunto proprio questa vicenda inventata ma che
potrebbe benissimo essere reale e precisando che si tratta di un mio personale
punto di vista.
Premetto che io sono un sostenitore della libertà, in campo sessuale come in
altri campi: tra adulti consenzienti per me tutto e permesso, in accordo col
diritto (una conquista peraltro recente; fino a non molti decenni fa avere
rapporti omosessuali in Inghilterra era reato penale, e lo è ancora in molti
luoghi del Terzo Mondo, un reato punito addirittura con la morte). Per me omo
ed etero hanno e devono avere gli stessi diritti. Tuttavia sono anche a favore
dell'aborto, che ritengo un diritto inalienabile della donna, e penso che per
un figlio o una figlia omosessuale non sarebbe un bell'affare nascere in una
famiglia omofoba, come non sarebbe, più in generale, una cosa positiva per un
figlio o figlia etero nascere in una famiglia che non lo/la desidera. Il
discorso si potrebbe allargare a quei bambini portatori di handicap che, se
potessero scegliere, forse sarebbero i primi a chiedere alla madre di abortire.
Mi rendo conto di dire delle cose forti ed anche in certa misura arbitrarie: in
fondo non si può per ovvi motivi chiedere il parere del diretto interessato,
ossia il feto. Ma il feto si può considerare una persona a tutti gli effetti?
Quando comincia effettivamente la vita? All'atto del concepimento? Al momento
della produzione dell'ovulo o dello spermatozoo che lo penetrerà? O forse è
ancora più antica ed affonda in vite precedenti, come insegna la dottrina della
reincarnazione?
Forse la vita fluisce eternamente dall'infinito
passato all'infinito futuro, come insegna il buddismo, e non ha un vero inizio
e una vera fine… ma il discorso ci porterebbe lontano ed è bene non divagare
troppo.
Il diritto, dicevo, di decidere della vita di un feto è un diritto della donna
che lo porta in grembo. Ma può essere anche un diritto della società dove
quella donna vive? Mi spiego meglio. Immaginiamo che così come fosse possibile
isolare il gene dell'omosessualità fosse possibile individuare anche quello
della criminalità. Se si sapesse che il tale feto ha buone probabilità di
essere un futuro serial killer, o uno stupratore o un violento, ecc… sarebbe
giusto interrompere la gravidanza? Io ritengo che non sia solo giusto, ma anche
doveroso. Auspico un futuro in cui il potenziale criminale venga fermato
addirittura prima di nascere: penso che ci arriveremo, magari tra uno o due
secoli o più, ma ritengo che sarebbe un fatto inevitabile se la premessa che la
propensione alla delinquenza sia genetica si dimostrasse fondata (tra l'altro è
una tematica che sto affrontando in un mio romanzo breve di fantascienza che
sto scrivendo in questo periodo).
E il gene dell'ateismo o del fanatismo religioso? In una società di fanatici
religiosi o di atei un elemento così diverso sarebbe sicuramente sgradito
(forse più tollerato dagli atei, ma fino ad un certo punto) e non avrebbe vita
facile. O il gene dell'omofobia? Una coppia di donne porterebbe a termine la
gravidanza se il loro figlio fosse un potenziale omofobo, oppure lo
accetterebbero comunque come un dono anche se crescendo odiasse le due madri?
Come si vede lo spunto di riflessione che mi ha dato Marco Bazzato mi porta
lontano. Ma Bazzato non parla solo di eugenetica e di omofobia; dipinge un
ritratto desolante anche del mondo del giornalismo televisivo, dell'assenza di
scrupoli, dell'invadenza dei media nella vita di privati cittadini che può
configurarsi come un vero e proprio "stupro mediatico". Anche su
questo dovremo riflettere; in particolare mi torna alla mente il mio lavoro di
ricerca mentre preparavo la mia tesi di laurea su "Comunicazione e
fantascienza". D'altronde ciò che era solo fantascienza quando scrivevo la
tesi, una quindicina di anni fa, oggi già non lo è più: quello dei media e
delle notizie è un mondo in rapidissima e continua trasformazione.
Tornando però al tema dell'aborto, vorrei concludere questa breve e, mi rendo
conto, incompleta panoramica su un argomento difficilissimo, citando il
pessimista Giacomo Leopardi che si dichiarava d'accordo con i saggi greci sul
fatto che è comunque meglio non essere mai nati, e preferibile morire presto (e
qui concedetemi un gesto scaramantico, visto che io non la vedo nello stesso
modo sul morire presto dal momento che abbiamo avuto la fortuna o disgrazia di
venire al mondo…).
Firenze, 16 novembre 2015
Da Segreti di Pulcinella,
rivista di letteratura e cultura varia, direttore Massimo Acciai
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venerdì 13 novembre 2015
Presentazione di Aborto d’amore - Аборт от любов, a Montana - Монтана, Bulgaria - България
Montana - Монтана,
Bulgaria – България, 09-10 novembre 2015
Per chi non l’avesse
mai visto, l’autunno bulgaro ha dei colori particolari. Colori che diventano
speciali, non lo scrivo per lisciare il pelo a nessuno, quando si raggiunge il
nord Bulgaria.
È ciò che hanno visto i
miei occhi una volta giunto nella zona pedemontana della Stara Planina, o
Balcani (penisola Balcanica, così denominata per l’omonima catena montuosa che attraversa
la Bulgaria) nella città di Montana -
Монтана , città di origine antichissime, tant’è che tra le altre cose, esistono
ampie vestigia romane. La città è situata a poche decine di chilometri dal
confine con la Serbia. Un autunno che mi ha fatto ricordare i colori del film
del 2000, “Autunno a New York”, con Richard Gere, con i mulinelli di dorate
foglie morte che, in certi punti vorticavano furiosamente, per poi depositarsi,
come a voler dormire per sempre, lungo i margini delle strade.
Già all’ingresso della
città quello che mi ha colpito è stata l’estrema pulizia delle strade, l’erba
tagliata nei vialetti e lungo i bordi delle strade. Questo ottimo biglietto da
visita dimostra come il Paese abbia finalmente perso quella triste patina di
trascuratezza che purtroppo in passato lo aveva caratterizzato, trascuratezza
avvenuta negli anni immediatamente successivi alla caduta del Muro di Berlino,
alla faccia di chi dice che in Bulgaria le cose non cambiano mai. Cambiano,
eccome, ma con i loro tempi.
La città regionale di
Montana – Монтана mi ha fin da subito mostrato il suo volto migliore, ampie
strade, traffico scorrevole e fluido e soprattutto la città, a nord un panorama
montano che non ha nulla da invidiare ad altre rinomate località
dell’Occidente, dove si possono fare lunghe passeggiate, a diretto contatto con
una natura che benevolmente osservante, ti accoglie.
Arrivati in centro
della città – dove domina l’architettura del tempo del socialismo, che però a
modo suo, per quanto mi riguarda, tendo a rivalutarla, in quanto nelle sue
forme squadrate e apparentemente incolori e grigie, uguali l’una all’altra, ci
sta un armonia che oggi andrebbe reinterpretata
riconsiderata e sopratutto non letta in chiave ideologica – ci siamo recati alla biblioteca regionale Geo
Milev - Гео Милев, dove la direttrice, la dottoressa Kety Kostadinova - Кети
Костадинова, ci ha calorosamente accolti nel suo ufficio.
Ma il tempo stringeva. Eravamo attesi al liceo
linguistico Peter Bogdan- Петър Богдан per un incontro con degli studenti selezionati
e partecipanti a un corso di scrittura creativa, tenuto dalla professoressa Elka
Babaceva - Елка Бабачева.
Incontrare nella veste
di scrittore una classe, in un primo momento ogni volta ti crea un nodo allo
stomaco. Entri in classe. Sei osservato.
Osservi loro. Solo che i miei due occhi
sono poca cosa rispetto alla moltitudine di occhi che ti osservano, dove ognuno
ti vede da una prospettiva differente dalla tua, la sua, e quindi non sai mai
come andrà a finire. Comunque dopo la presentazione della direttrice della
biblioteca regionale, ho cercato di instaurare un dialogo con i ragazzi. Non mi
sono mai piaciuti i discorsi preparati, io stesso mi annoio quando tocca a me
ascoltare e so quanto tedio possono creare, per questo, in queste circostanze,
preferisco parlare a braccio. Pensieri e parole che si formano ed escono anche
osservando i volti, le espressioni dell’auditorio, in modo da veicolare la
comunicazione verso un terreno comune.
E le aspettative non sono state deluse.
Ho parlato del valore
della scrittura, di cosa significa essere scrittori e soprattutto del senso di
libertà che, innanzi al foglio bianco, ogni persona ha nell’addentrarsi dentro se
stesso, scoprendosi. Scoprendosi, specie
quando si è all’inizio, in modo diverso da ciò che credeva di essere. Ho
raccontato che ho iniziato a scrivere a un’età considerata tarda, ma questo ha
permesso di fare uscire le mie emozioni, anche se quando ero alle prime armi,
io stesso avevo paura di ciò che usciva.
I ragazzi hanno
ascoltato con attenzione, certo, come è normale, non si può essere interessanti
per tutto l’auditorio, ma alla fine l’importante è l’essenza e in quell’aula
l’essenza ci stava tutta, e questo spingeva la maggioranza dei presenti alla
curiosità e all’ascolto.
Quindi ho cercato di
rendere partecipi gli studenti, spingendoli a fare domande, perché è dal
dialogo e dal confronto che nascono le idee. È dalla conoscenza degli strumenti
dello scrittore che poi si forgiano i pensieri. E anche in questo caso le
attese non sono andate tradite. Prima timidamente una mano sollevata a porre la
prima domanda, poi al termine della risposta, la successiva e via discorrendo. Infatti
la maggior parte delle domande vertevano sui meccanismi del processo creativo, la molla o le molle che mi fanno partorire le idee. Ai giovani ho
detto che, nel mio caso, parto dal titolo, ossia metto un titolo provvisorio e
poi, da questo, la storia inizia a svolgersi, i personaggi prendono forma, ma
costoro, non fanno ciò che io voglio, ma ciò che loro sentono di dover fare e lo
scrittore è semplicemente un veicolo delle volontà dei personaggi, siano essi i
protagonisti o dei comprimari. Infatti, novantanove volte su cento, l’opera termina in modo differente da come era stata inizialmente
partorita, prima dell’inizio della scrittura.
Ho parlato agli
studenti del valore della rabbia, di come questa, tramite la scrittura possa
essere veicolata e di come questa, attraverso le parole, possa trovare sfogo,
muovendosi attraverso percorsi creativi e non distruttivi. Così come ho
evidenziato il valore della lettura, di qualsiasi tipo di lettura. Non solo i
cosiddetti libri imposti dai docenti, ma lettura intesa con il piacere di
scegliersi un libro, una storia, un saggio, secondo le proprie attitudini e interessi,
perché la lettura espande gli orizzonti, espande i pensieri e soprattutto
permette di interpretare la realtà circostante, vedendola attraverso processi cognitivi diversi e diversificati.
Terminato l’incontro
con gli studenti, dopo una breve pausa, è giunto il momento della presentazione
di “Aborto d’Amore” - “Аборт от любов”, tradotto dall’italiano al bulgaro da
Teodora Ivanova - Теодора Иванова , e pubblicato da MBIL Agency Editore di Sofia – Bulgaria -
presso la biblioteca regionale Geo Milev - Гео Милев della città di Montana - Монтана.
La serata è stata condotta dalla direttrice, la dottoressa Kety Kostadinova - Кети
Костадинова. Il pubblico era variegato ed eterogeneo. Subito dopo la
presentazione dell’autore e dell’opera, mi è stata data la parola. A differenza
di una classe di studenti gli spettatori presenti all’evento erano incuriositi a
riguardo l’opera e sul fatto che toccasse una tematica femminile, scritta da un
maschio. Alla luce di questo ho spiegato che il mio era un omaggio alla donna e
che come uomo e come scrittore, ho provato a comprendere le difficoltà di una
gravidanza problematica e i relativi pensieri che potevano passare nella mente
della protagonista, i riflessi sulla sua vita, così in quella dei suoi cari.
Successivamente mi è
stato chiesto come mai la storia è stata ambientata in una provincia italiana.
Chiaramente narro l’Italia e la provincia italiana, perché oggi come allora,
credo che “Aborto d’amore” - “Аборт от любов” sia una storia universale. Ossia
innanzi agli eventi che sconvolgono la vita della famiglia Rampin,
difficilmente le reazioni a catena che poi sono avvenute, potevano essere
differenti se la famiglia fosse stata di Milano, di Roma, di Sofia o di
Montana, perché, ho ribadito, probabilmente i processi mentali ed emotivi potevano
essere gli stessi, indipendentemente dal luogo di residenza o nazionalità e
grado di istruzione.
Durante lo scambio di
domande e risposte con il pubblico, mi è stato chiesto come mai al momento non
abbia ancora scritto un romanzo ambientato in Bulgaria. Ho risposto che in
testa mi girano svariate idee, però nessuna di queste è ancora l’idea
giusta. Anche perché il rischio
conclamato è che eventualmente l’opera potrebbe essere vista come un’opera
piena di stereotipi e luoghi comuni, e non voglio incorrere in quell’errore,
per questo al momento tutte le idee rimangono confinate entro il mio limbo
mentale, in attesa di quella che sentirò essere la storia giusta che merita di
essere scritta.
Una domanda che
raramente è assente in queste presentazioni con un autore straniero è come
l’ospite vede il Paese e i cittadini. Vivendo in Bulgaria da molti anni e
avendo potuto toccare con mano nel corso del tempo alcune caratteristiche
peculiari, ho cercato di porre l’accento non tanto su come io vedo loro, ma su
come loro vedono se stessi e su come il loro vedersi, vuoi anche per il fatto
che la Bulgaria è un Paese piccolo, sussiste purtroppo una specie di senso di inferiorità nei
confronti dei cosiddetti grandi Paesi. Certo, non ho negato che i problemi
esistano, non hanno bisogno di uno
straniero per vederli, ma è l’approccio, ho cercato di spiegare che dovrebbe essere
cambiato. Ossia il pessimismo a volte cosmico che colpisce il bulgaro,
rammentando però come si dice in Italia, che “nelle botti piccole ci sta il
vino buono”. È sta al singolo scegliere se essere vino buono oppure aceto di
pessima qualità, senza nazionalismi e senza vittimismi.
In generale posso dire
che “Aborto d’amore” - “Аборт от любов” è stato accolto bene anche se con delle
resistenze in quanto non è stato mai nominato il tema cardine dell’opera, il
“romanzato gene dell’omosessualità”. Le medesime resistenze con cui il romanzo è
stato accolto dai lettori in Italia, i quali hanno espresso riserve a causa del
connubio tra l’eventuale diritto di aborto e il gene dell’omosessualità, dove,
con motivazioni culturali da parte bulgara (la cultura può evolversi) e ideologiche,
da parte italiana, (l’ideologia, viceversa, incancrenisce cultura e conoscenza)
diametralmente opposte.
La serata alla fine si
è terminata con l’autografare i libri dei lettori e la possibilità di scambiare
qualche parola con ognuno di loro.
Il giorno seguente ho
avuto l’onore di essere accompagnato a visitare la città da un cicerone di
eccezione: la direttrice del Museo Regionale di Storia, dottoressa, Svetlana
Stoilova - Светлана Стоилова, la quale ha spiegato la storia della città sin dal
tempo dei romani, con tanto di visita del lapidario, che rappresenta solo una
piccola parte, lapidi ritrovate nella città nel corso del tempo e le relative
iscrizioni in latino. La visita è proseguita ai resti del castello della città
che sovrasta il panorama, proprio sotto la diga di uno dei più grandi laghi
artificiali del Paese.
Desidero ringraziare
per la straordinaria accoglienza e ospitalità il sindaco della città di Montana
– Монтана, il dott. Zlatko Zhivkov - Златко
Живков, la direttrice della biblioteca regionale, la dott.ssa Kety
Kostadinova - Кети Костадинова, la prof.ssa Elka Babaceva -
Елка Бабачева, docente di lettere del
liceo linguistico “Peter Bogdan” e la p.r. della biblioteca regionale, la dott.ssa
Veselina Maldenova - Веселина Младенова e naturalmente ultima, ma non ultima,
mia moglie, in questo evento nelle vesti di interprete, dott.ssa Vessela Lulova
Tzalova - Весела Лулова Цалова.
Marco Bazzato
13.05.2015
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sabato 28 marzo 2015
Presentazione a Sofia di “Aborto d’amore”
Il 16 aprile 2015, alle ore 17.30, presso la
Galleria Libreria Sofia Press, ubicata in via Slavianska, 29, si terrà la
presentazione del mio quarto libro e secondo romanzo, “Aborto d’amore”, pubblicato
da MBIL Agency Editore di Sofia.
La serata sarà condotta dalla poetessa e scrittrice
Romagnola Miroslalova.
Interverranno tra gli altri, e la traduttrice,
Teodora Ivanova e Tania Popova, che ha curato la recensione bulgara dell’opera.
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mercoledì 14 gennaio 2015
Aborto d’amore – romanzo: quando la letteratura contro l’omofobia fa paura
Lo sapevo fin dall’inizio,
ossia quando nel lontano 2006 iniziai a scrivere il mio secondo romanzo, Aborto
d’amore – Lacrime eugenetiche, opera pubblicata in e-book – che la tematica
avrebbe spaventato tutti. Ma è compito dello scrittore mettere, grazie alla
finzione letteraria, in evidenza le ipocrisie della nostra società
contemporanea, e i fatti mi stanno dando ampiamente ragione. A parte pochi casi
isolati e in forma privata, pochi hanno avuto il coraggio di scriverne una
recensione, in quanto mettere a nudo il falso perbenismo imperante e veder riflesse le proprie paure –
leggesi omofobia – vedendosele spiattellate in faccia, non fa piacere a
nessuno. Ma la realtà, a meno che noi non desideriamo intimamente cambiare il
nostro punto di vista è approccio, non
cambia da sola e fare gli struzzi mettendo la testa sotto la
sabbia, per paura che le fobie sopite
escano allo scoperto, non si cambia mai da sola.
In molti privatamente
mi hanno scritto che il romanzo è crudo, a tratti brutale, privo di fronzoli,
orpelli e “leccaculismo”, in quanto non fa sconti a nessuno, perché la vita non
fa mai sconti e se si prova ad
attraversala attraverso vie traverse, alla fine volente o nolente ti presenta
il conto.
Ho proposto la lettura
dell’opera al gruppo le Sentinelle in Piedi, a vari gruppi che pubblicamente
sono contro gli omosessuali, anche in modo feroce e linguisticamente parlando
offensivo…la risposta? O il romanzo non è stato letto, come loro diritto, o se
letto, hanno preferito tacere. Forse, giustamente dal loro punto di vista per
non offrire spazio mediatico a me, oppure, ma questa è una supposizione, perché
timorosi che un’eventuale vetrina potesse metterli sotto una luce diversamente
positiva. Lo stesso per l’Associazione Provita, a parole contro l’aborto, ma
poi quando nei fatti ci sta un’opera letteraria e di fantasia che ipotizza una
realtà che potrebbe avvenire nei prossimi anni, ossia l’indagine genetica
prenatale sui feti per stabilire se questi abbiano o non abbiano il gene dell’omosessualità
e che potrebbe attivarsi in determinati contesti sociali e o ambientali, ecco
che allora…silenzio.
Come se la vita di un
eventuale feto che potrebbe essere
omosessuale o lesbica, fosse meno importante di un feto etero. Ricordiamoci
che oggi ciò che è fantasia, un domani potrebbe essere il pane quotidiano della
scienza e di riflesso delle gestanti e quindi del loro diritto di scelta,
individuale e terreno di riflessione politica su cambiamenti della società e
dei diritti del nascituro,senza mai mettere in discussione il diritto d’aborto
della donna.
Mi hanno stupito poi
alcuni che privatamente si sono attaccati alla forma del romanzo, probabilmente
senza comprenderlo nella sostanza, probabilmente perché, anche per via della
loro professione, si sono sentiti tirati in ballo e quindi, come se avessero
toccato una cosa particolarmente ripugnante, sono scappati quasi a gambe
levate, usando scuse pretestuose, non tipiche del loro carattere.
Debbo
confessarlo, questo romanzo mi ha fatto cambiare, perché, non che rinneghi le
mie posizioni passate, “l’abiura” non fa parte della mia cultura, però sposo in toto il proverbio arabo che recita:
“Onesto
è colui che cambia il proprio pensiero
per accordarlo alla verità disonesto è colui che cambia la verità per
accordarla al proprio pensiero”.
È risaputo che l’essere umano non è detentore della Verità Assoluta, questa
appartiene, per chi è credente alla divinità alla quale egli si rivolge, però
essere volutamente ciechi e ottusi innanzi ai cambiamenti, rifiutandoli a
priori, per motivi ideologici o religiosi, perché credono che questa divinità
indichi la retta via, significa abdicare il diritto di pensare e osservare il
mondo che circonda tutti con gli occhi scevri dal pregiudizio. Non importa se questo
pregiudizio è rivolto alla realtà LGBT o qualsiasi altra realtà nella quale
aprioristicamente sbarriamo le porte. Poi, naturalmente deve rimanere il diritto di
dissentire, ma negare aprioristicamente i diritti altrui, potrebbe essere in
alcuni casi un boomerang, che prima o poi potrebbe ritorcesi contro, attraverso
vie al momento ignote e imperscrutabili.
Limitare il proprio discernimento
per ragioni che nulla hanno a che fare con la Fede, perché legati a una visione
fanatica e letterale della religione, equivale a negarsi la possibilità di
essere diversi, equivale a chiudersi entro un fortino fatto di paure e di
pensieri chiusi, soprattutto quando si ha paura di guardare, attraverso un’opera
letteraria, ciò che è il proprio io e le proprie visioni ideologiche che
sovente però potrebbero nascondere anche dei disagi psicologici profondi.
Il romanzo “Aborto
d’amore” è, a mi avviso, un romanzo che potrebbe piacere alle Associazioni
LGBT, perché snuda l’ipocrisia perbenista e ipocrita non solo della profonda
provincia italiana, perché probabilmente tutti, davanti agli eventi che vedono
coinvolti i coniugi Rampin, potrebbero all’inizio comportarsi da provinciali,
così come è vero che non tutti coloro che vivono nella provincia profonda
debbano giocoforza avere una visione provincialista e ottusa del mondo che li
circonda, che cambia, che evolve che li mette innanzi a nuove sfide personali, culturali, sociali, cambiando
radicalmente il loro pensiero e la loro prospettiva, nei confronti del diritti
dell’uomo e della loro accettazione sociale.
Marco Bazzato
14.01.2015
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mercoledì 29 ottobre 2014
Aborto e omosessualità, un binomio letterario nel romanzo “Aborto d’amore”
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Aborto e
omosessualità un binomio che fa paura a molti, specie se legato ai continui
progressi della genetica prenatale. I coniugi Rampin sprofondano in un abisso
emotivo e sociale quando scoprono
che il loro figlio, a seguito di un esame genetico illegale, potrebbe avere il
gene dell’omosessualità. Accettare la nuova vita che giunge, oppure prendere
una decisione drastica, causata dalla pressione mediatica a cui sono stati
involontariamente sottoposti.
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venerdì 24 ottobre 2014
«Aborto d’amore», recensione di Carlo Di Pietro *
«Lacrime eugenetiche», romanzo firmato
dall’attento autore italiano Marco Bazzato, attualmente residente in Bulgaria,
racconta, a mio avviso, il dramma dell’essere disilluso dalla contemporaneità.
Tragedia umana che adesso assume il volto del conflitto a sfondo sessuale, «mantra»
dei media, talvolta con dipinte accentuazioni di farsa, che certamente nasce dalla
«pneumatica contraddizione» insita nell’animo «alterato» dell’uomo moderno. Mi
stupì, anni fa, il titolo alternativo, oggi divenuto quello definitivo, all’opera,
«Aborto d’amore», sicché mi interrogai su come fosse possibile associare,
certamente non manco di vena polemica, la parola «amore», massima espressione
della vita, con la parola «aborto», che della morte indegna fa vanto.
Nulla di più contraddittorio quindi,
sicché anche l’assunto di partenza, utilizzato dall’amico Bazzato per estendere
la sua narrazione - ovverosia gli articoli inerenti alla sussistenza del presunto
«gene dell’omosessualità», poi seguiti dalle dichiarazioni rilasciate dal
cantante, ex Wham, George Michael nel 2007 -
appare evidentemente «pretesto» di una certa «illogicità alla moda».
La grottesca ma avvincente
circostanza della famiglia Rampin - protagonisti sono il padre Francesco, la
madre Arianna ed il figlio Mattia - è ambientata nel Veneto ed in parte nel
Lazio, in un Comune del veneziano, ma a ridosso della provincia di Padova e a
Roma. Il linguaggio e le espressioni gergali, scritte in italiano, sono per lo
più tipiche della realtà identitaria veneta, spesso proposizioni attinte dal
folklore locale.
Arianna, donna riflessiva perciò
combattuta, ha già avuto un primo figlio, Mattia, poi due gravidanze purtroppo
interrottesi a causa di due aborti spontanei, ed ora, alla quarta attesa -
ottima occasione per superare le normali problematiche coniugali (accentuate
dal «passionalismo» dei soggetti coinvolti) - la donna decide di consultare la
sua ginecologa per accertarsi sullo stato di salute del feto. Su consiglio
della dottoressa «di fiducia», si rivolge pertanto ad un centro privato di
Padova, non convenzionato con il Servizio Sanitario Nazionale, dove potrà fare anche
degli accertamenti prenatali genetici più approfonditi.
A questo punto, non prima, la mano
dell’autore si tuffa totalmente nella conflittuale modernità - con tutte le sue
conquiste, nel bene ma purtroppo anche nel male - quando, oltre alle
rassicurazioni che il feto non soffre di malattie genetiche, i due coniugi,
Francesco ed Arianna, ricevono la notizia che l’indifesa creatura, custodita in
grembo dalla donna, porta il «gene dell’omosessualità», che, in base a diversi fattori ambientali e sociali,
potrebbe, una volta cresciuta, diventare omosessuale.
Marco Bazzato così facendo, dunque prendendo
spunto da un assunto che può apparire anche «diversamente scientifico»,
descrive il dramma interiore della donna e dell’uomo, futuri genitori di un
probabile «gay», ponendo l’accento sui rapporti interpersonali dei due soggetti
con i loro amici, buoni o cattivi consiglieri, con la società, vilipesa
nell’intelletto o meno, e finalmente con i media. Il caso diviene così,
dapprima, d’interesse regionale e, successivamente, nazionale, prestandosi alle
più spietate strumentalizzazioni, coinvolgendo anche il marito di una nota
giornalista TV che, durante un servizio in loco, sembra manifestare
privatamente particolari attenzioni per un uomo. È scandalo negli stessi
ambienti dove non lo è. Quale risibile incoerenza!
In un turbinio di «sentimenti» e nell’alternanza
di vicende, fra rimorsi di coscienza e timori di essere etichettati come
«omofobi», non già come probabili assassini, si accende così il dilemma dei
protagonisti all’insegna del conflitto fra l’uso della retta ragione, che ha
origine nella Natura e ad essa porta, e la visione «esasperatamente romantica»,
che il mondo vuol dare oggigiorno alla «diversa sessualità vissuta».
Una serie di interrogativi turba
fortemente i già fragili coniugi: tenere il bambino o ucciderlo, in ragione
della sua presunta futura omosessualità? E cosa c’è di difficile nell’avere
tendenze oggettivamente disordinate? E cosa di sbagliato c’è in un aborto? È
forse peggio correggere un disordine (morale) o uccidere una creatura? Queste
le principali domande, difficili da risolvere per chi è intellettualmente
confuso. Ecco che l’autore riesce a cogliere acutamente, sebbene forse
inconsciamente, la somma dei pensieri veramente turpi di quei soggetti (che
appaiono, a tratti, anche in «buona fede»), che sono da una parte abbandonati
nel discernimento, dall’altra totalmente soggiogati alle loro disordinate
passioni, vittime dei «consiglieri della porta accanto», eppure la loro
coscienza «borbotta».
La triste vicenda, che poteva
concludersi in un attimo, prosegue, come conviene al miglior dramma, fino
all’esasperazione, con due lutti e addirittura con una scelta inaspettata del
figlio Mattia e, lo si leggerà, con la conclusiva assurda decisione del signor
Francesco.
Di lettura piacevole ed
appassionante, il testo deve per forza far riflettere su come l’uomo contemporaneo
ami complicarsi l’esistenza vivendo di attenzioni per l’effimero - dalle facili
critiche, alle inutili paure di risultare invisi ad un mondo logoro e corrotto
- e di quanto possa essere abbandonato a se stesso, in un ambiente che ha fatto
della morte e della sovversione un messaggio quasi normale, buono, sussistente
al bene. Niente di più illogico e contraddittorio, come dimostrano la scienza e
la storia!
Se anche l’innocente creatura fosse
stata «affetta» da questo presunto «gene dell’omosessualità», ed io non lo
credo affatto, è forse la morte (ovvero l’aborto) la giusta soluzione? Perché
pensare ad un gesto così disumano e condannato dalla storia, invece di capire
che il giusto esempio coniugale e che il vero amore insegnato, correggendo il
disordine, producono vita e bene in ogni dove? Ecco che l’intelletto, quando
sposa la Causa Superiore del Bene metafisico - per me che sono cattolico: Dio -
è in grado di portare l’uomo alla comprensione del vero senso della vita, realtà
che si ottiene e si trasmette, ascoltando così il messaggio interiore della
Legge Naturale che, di certo, non vuole né l’aborto né tantomeno la pansessualizzazione; tutti disordini
indotti da fattori esterni e sovversivi, questi, che inequivocabilmente si
presentano come un ostacolo allo sviluppo della società civile che intende a
tal fine riprodursi, essere ordinata alla Natura e durare fin quando sarà
necessario.
Marco Bazzato coglie e dipinge
esattamente le tante sfumature dell’illogica esistenza di chi vive - alla mercé
del mondo - di contraddizioni. Questo ho percepito e tanto scrivo, comunque
ignaro delle intenzioni dell’autore.
*Carlo
Di Pietro, Giornalista e scrittore, autore di numerosi libri e saggi a sfondo
religioso e teologico. La sua ultima pubblicazione è “Apologia del Papato”, ed
Effedieffe, 2014, molti suoi articoli si trovano su RadioSpada.
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Aborto d'amore,
Letteratura
sabato 11 ottobre 2014
Incipit di “Aborto d’amore” romanzo e-book
Capitolo I
“Ancora queste maledette nausee…” imprecò
con la mente la donna.
Succedeva così da quasi una settimana “Devo
prendere appuntamento dal medico…” continuò a riflettere, mentre sceglieva cosa
indossare per uscire.
Ogni giorno la stessa storia. Il marito si
alzava a orari impossibili in quanto faceva i turni in una fabbrica di
calzature che produceva a ciclo continuo, rincasava esausto, si accomodava
sulla poltrona, e fingendo di guardare la tv, cambiava i canali con l’indice
premuto sul telecomando, dandole sui nervi.
Finalmente si era decisa: avrebbe indossato
la camicetta gialla abbinata ad un paio di jeans neri, e ai piedi le
immancabili scarpe da tennis. Se solo fosse stata qualche centimetro meno alta
avrebbe portato i tacchi, ma il marito era due centimetri più basso di lei, e
quando li indossava, non faceva che lamentarsi che si sentiva un pigmeo al suo
confronto. Ma non aveva tempo per pensare a discorsi idioti, aveva
l’appuntamento con la parrucchiera. Diede un ultimo sguardo al trucco, e
aggiunse altre gocce di profumo dietro i lobi delle orecchie. «Sono pronta!» si
disse ammirandosi allo specchio.
Aveva una bella figura, era alta un metro e
settanta centimetri, portava una terza abbondante di seno, e le tette, ancora
non mostravano segni di stirature o abbassamenti, e, nonostante la gelosia del
marito, sfoderava spesso un decolté di tutto rispetto. Aveva da poco compiuto
trentacinque anni, e le sembrava ieri quando aveva detto “Sì” a Francesco
davanti al sacerdote del paese ubicato ai confini tra Padova e Venezia. A volte
si interrogava se aveva scelto giusto per se, e per il suo futuro. Ma piangere
lacrime sul passato, era un esercizio abbandonato da tempo, perché le costavano
delle interminabili emicranie e un numero infinito di kleenex.
«Francesco, io esco…arrivo verso le sette
per prepararti la cena» strillò la donna.
«Va bene, fa che cazzo vuoi. Tanto lo fai
sempre!» imprecò senza alzare lo sguardo dalla tv.
Arianna Marini in Rampin uscì
dall’appartamento, chiuse la porta, e si appoggiò con le spalle rivolte al muro
traendo un sospiro di sollievo.
«Finalmente fuori da quella prigione» si
disse sottovoce, ripensando al marito che fissava bestemmiando inebetito lo
schermo tv.
Dove erano andati a finire i sogni sul
principe azzurro? Se mai c’erano stati, quel bastardo a cavallo aveva scelto
un’altra principessa, e lei si era dovuta accontentare di un mozzo di stalla,
che passava le giornate a montare scarpe in mezzo a neri, cinesi, cingalesi,
arabi e marocchini, lasciandosi sottomettere dal caporeparto, che non vedeva
l’ora di far volare nella fabbrica qualche scarpa mal fatta, colpendo il
disgraziato di turno, e guarda caso, spesso beccava Francesco, che di
attenzione e precisione, a volte non voleva sentirne parlare.
Scese velocemente le scale, l’esercizio
faceva bene al fisico e rassodava i glutei. Non voleva trovarsi a quarant’anni
come le sue amiche, che erano un ammasso informe di brufoli adolescenziali, e
cellulite dovute alla mancanza di esercizio, e a una dieta fatta di
cioccolatini, frappé, gelati e hamburger, ingurgitati in scala industriale.
La fresca aria pomeridiana le accarezzava i
capelli che scendevano liberi fino a quasi le natiche. In effetti sapeva che la
cascata nera, unita agli strani occhi azzurri e ai seni che fissavano davanti a
se, con la durezza di un sergente maggiore, facevano girare la testa ai maschi.
Ma lei, nonostante la rabbia che nutriva nei confronti del marito, non riusciva
a tradirlo.
Tante volte durante le serate del venerdì
sera con le vecchie compagne del liceo, era stata accusata perché non aveva la
forza d’essere vacca come la maggior parte di loro. Spesso gli attacchi
partivano da Vanessa, la sua ex compagna di banco, che annoverava, tra tutte,
un nutrito carnet di amanti veri o inventati, ma non riusciva a essere come
lei. Le regole religiose inculcatele fin da bambina, avevano costruito un muro
di pudore e sensi di colpa che non riusciva a scrollarsi. Vanessa invece, da
quando la conosceva era sempre stata piena i grilli per la testa. Da sempre in
prima fila alle manifestazioni studentesche, pronta a sventolare la bandiera di
Che Guevara, Comunista, o Anarchica, a seconda dall’umore del momento, in
difesa di qualsiasi cappellone drogato, o
finocchio che reclamava parità dei diritti sociali davanti alla legge bigotta e
genuflessa alle gerarchie Vaticane dello Stato Italiano. Negli ultimi anni si
era unita ai gruppi radicali che predicavano l’aborto libero, la pillola del
giorno dopo, unioni Gay, i Di.Co, cadendo come una preda nella sua foga da
affabulatrice politica, portando a tracolla la sgualcita sacca da perenne
studentessa fuoricorso di Filosofia all’Università di Padova.
Scese nel garage, prese lo scooter, attenta a
non ammaccare l’Alfa 146, comperata a rate dal marito. Si maledisse l’ennesima
volta per aver acconsentito all’acquisto, avallando il finanziamento presso la
concessionaria il giorno della firma del contratto. Mise il casco in testa, e
avviò il piccolo mezzo a due ruote.
Lina, la vecchia parrucchiera aveva il
negozio a un chilometro dal suo appartamento, e Arianna non vedeva l’ora di
accomodarsi sulla poltrona e sfogliare le riviste di moda e pettegolezzi per
sapere vita morte e miracoli dei Vip della Costa Smeralda, e altre amenità,
sperando che quelle letture non compromettessero oltre il necessario la sanità
mentale.
Varcò la soglia, e trovò la solita fila di
vecchiotte ultra settantenni sedute, che desideravano mostrarsi come
adolescenti infatuate e rivoluzionate dai presunti ormoni della crescita, che
nel loro caso, erano ormoni della gotta e della senilità galoppante. Le
conosceva quasi tutte. Alcune erano le madri delle sue amiche, che da quando,
erano rimaste vedove, si erano abbonate a ogni genere di divertimento,
diventando esperte nell’arte amatoria verso aitanti giovani, e con la loro
esperienza facevano da mamme, nonne e navi scuola sessuale.
L’e-book
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