Èchiaro che il Comune, essendo legato a doppia mandata con la legalità, deve aver sicuramente trasmesso, a tempo debito, , il tutto agli uffici di Giustizia Competenti per territorio, in modo che, se di lorocompetenza, accertassero eventuali reati penali o amministrativi.
mercoledì 15 gennaio 2014
Vigonovo: “ssalasso sulla Tia. Aziende in rivolta”. Ma l’85% dichiara metrature inferiori!
Èchiaro che il Comune, essendo legato a doppia mandata con la legalità, deve aver sicuramente trasmesso, a tempo debito, , il tutto agli uffici di Giustizia Competenti per territorio, in modo che, se di lorocompetenza, accertassero eventuali reati penali o amministrativi.
sabato 29 ottobre 2011
Codice della Strada, l'obbligo di soccorso agli animali feriti è Legge
martedì 11 ottobre 2011
Don Paolo Spoladore è padre, lo ha sentenziato il tribunale
11.10.2011
(1) http://it.wikipedia.org/wiki/Sospensione_a_divinis
(2) http://www.ilgiornale.it/interni/il_bimbo_e_prete_lo_incastra_test_ora_deve_mantenerlo/11-10-2011/articolo-id=551014-page=0-comments=1
(3) http://it.wikipedia.org/wiki/Clergyman
(4) http://mattinopadova.gelocal.it/cronaca/2010/03/10/news/padre-rock-sui-corsi-di-formazione-indagine-dell-ordine-dei-medici-1884605
(5). http://www.metododibella.org/cms-web/upl/doc/Don%20Paolo%20Spoladore.pdf
(6) http://www.ilgiardinodeilibri.it/autori/_rudiger_dahlke.php
(7) http://www.disinformazione.it/hamer7.htm
lunedì 6 dicembre 2010
Commercio illegale di animali provenienti dall’est Europa

Sta giungendo a grandi passi il Natale, festa che a parte pochi casi di religioso ha ben poco, e da settimane si moltiplicano i sequestri di animali provenienti dall’est Europa, prelevati dalla cucciolata in tenera età, privi di vaccini e spesso costretti a viaggiare in condizioni poco salutari per la loro fragile salute. I servizi giornalistici televisivi però puntano principalmente l’indice contro coloro che sono considerati dei trafficanti senza cuore, ma vanno sfatati alcuni luoghi comuni tipicamente italici. In primo luogo la sensibilità nei confronti degli animali nei paesi dell’est, per fortuna, deve ancora raggiungere i livelli patologici italiani. Lì infatti un cane o un gatto sono ancora solo dei cani e/o gatti, e non caricati dell’umanizzazione tipica dei cosiddetti paesi industrializzati. E nei paesi dell’est quando risultano delle eccedenze di produzione si preferisce, a ragione, addossarli a dei grulli micragnosi, che ben sanno che il prezzo che andranno a pagare sarà più basso di quello di mercato,ma se ne fottono. In fin dei conti potrebbero tranquillamente ammazzarli, gettarli in qualche cassonetto dei rifiuti dopo averi dato qualche mazzata ben assestata in testa. Invece a modo loro tengono, come gli italiani, il cuore a destra e il portafoglio a sinistra, e vendendo gli animali a soli 30 Euro a pezzo è come se garantissero loro la vittoria al terno al lotto della vita, scaricando la patata bollente agli animalisti dell’Europa Occidentale.
Le leggi basilari dell’economia, anche quella clandestina, dicono che per esserci offerta ci deve essere domanda. E infatti la domanda nasce dai cosiddetti “animalisti con le pezze al culo”, che a parole si getterebbero in un canale per salvare il pulcioso, ma nei fatti per risparmiare qualche centinaio di euro non si fanno scrupoli ad acquistare animali di dubbia provenienza, privi dei certificati veterinari legali che ne attestino il buon stato di salute. Ma si sa, devono accontentare i pargoli che vogliono, per i mesi invernali e primaverili, il cucciolo nuovo, salvo poi prima di partire per le ferie, abbandonarlo per strada, visto che alla fine il costo d’acquisto è stato irrisorio.
I sentimenti di questi animalisti accattoni sono ballerini come quelli di un ubriacone che si mette a sbraitare davanti ad un bordello, chiedendo che venga chiuso, perché visto il tanfo che emana, il buttafuori nemmeno si sognano di farli entrare. E il bello di questi loschi figuri è che nascondendo le origini dell’est europeo dell’animale, poi hanno anche la sfrontatezza d’andare a puntare l’indice contro coloro che li maltrattano, fingendosi indignati, mentre questi “San Francesco” dei coatti hanno dimenticato o fingono di non ricordare che l’animale che ora dicono di amare, è stato acquistato a sottocosto, come se fossero andati ad una svendita di rigattiere imbroglione.
Non è il caso di indignarsi, ma esistono degli animalisti più pulciosi del loro protetti se comprano animali al mercato nero, per spilorceria, ma esistono amanti degli animali e sonno la maggioranza , che sono persone degne di ogni rispetto e considerazione perché sanno dare il giusto valore – non patologico – all’animale d’affezione. Quest’ultimi dovrebbero essere i primi che vanno a denunciare i comportamenti bestiali degli animalisti della domenica, di coloro che sfoggiano il loro bell’amico a quattro zampe, avendo magari la faccia tosta d’andare a dire in giro che è stato un affare.
Prendersi un animale da compagnia non è una moda, un capriccio da bifolchi, ma è una responsabilità che solo le persone intelligenti e dotate di un intelletto equilibrato dovrebbero prendersi. Mentre per sfortuna si assiste a un mercimonio animalistico che odora peggio della Simonia, solo per il gusto di sfoggiare con le amiche o i compagni di merende l’ultimo modello di cane di razza pregiata, fregandosene se è stato portato a casa più morto che vivo e soprattutto privo, o con documenti veterinari falsi, e questi sono moralmente più colpevoli degli stessi criminali che effettuano i trasporti illegali, o di coloro, che pur sapendo dal triste destino che potrebbe accadere durante il viaggio verso occidente, vendono a prezzi da fame, i loro animali.
Certi pseudo animalisti sono la feccia di coloro che amano gli animali, una razza indegna che nel caso acquistasse animali al mercato nero dovrebbero essere costretti a viaggiare per almeno un migliaio di chilometri nelle stesse condizioni dei loro “amati”.. Forse così ci penserebbero un'altra volta prima di non imparare d’accertarsi della vera provenienza degli animali che dicono d’amare.
Un invito a tutti i taccagni che acquisteranno animali sottocosto: si spera che vi attacchino il cimurro e la rabbia. Se proprio volete risparmiare andate in un canile e accontentatevi di quello che passa il convento, perché l’animale, se proprio lo si vuole, dovrebbe essere un animale d’affezione e non da sfoggio come una pelliccia pregiata, acquistata per far si che le amiche della moglie siano invidiose.
L’animale per certi animalisti bifochi non è un essere da affezione, ma un modellino griffato da sfoggiare, da mostrare, da portare a passeggio al parco, possibilmente senza museruola e sacchetto raccogli escrementi, tanto se gli altri li calpesteranno, dice il proverbio, “La merda porta denaro”.
Puntare l’indice da parte degli italiani orbi solo contro i Paesi dell’est che esportano illegalmente le eccedenze canine e feline è un insulto alla ragione, perché gli italiani non si rendono conto che vendere unna cucciolata per 150 Euro è una miseria, ma i veri miseri sono gli italiani che avendo uno standard economico più elevato dei Paesi dell’est si comportano da morti di fame, peggio dei venditori, perché per una famiglia dell’est la vendita potrebbe significare la sopravvivenza mensile, mentre per gli italiani, spendere 100 euro per un cucciolo al mercato nero equivale a mangiare e ingrassarsi sopra, risparmiando, rispetto al reale valore di mercato, sulle povertà altrui.
I veri banditi e criminali di questo truce commercio non sono i poveri dell’est Europa, ma i ricchi dell’Ovest Europa, Italia compresa, che con le loro richieste fanno muovere questo commercio clandestino e criminale, giocato sulla pelle degli animali e sulla pelle di poveri cittadini dell’Est, anch’essi l vittime della diffusa illegalità transnazionale.
Marco Bazzato
06.12.2010
http://marco-bazzato.blogspot.com/
mercoledì 29 luglio 2009
Non abbandonate i cani prima delle ferie, sistemali prima!
Il nonno mise un altro ceppo e la fiamma si ravvivò. Fece un sospiro, fissò il ragazzino avvolto nelle pelli d’animale. Nonostante il calore della fiamma, la piccola capanna non riusciva a riscaldarsi. Quell’inverno era uno dei più freddi che il vecchio ricordasse. E di primavere ne aveva viste più di sessanta, ormai.
«Non è una storia ambientata nel passato, ma sono le previsioni degli anziani del villaggio, quelli con molti più anni di me, che riescono a vedere oltre le nebbie del futuro. E sarà un futuro, secondo loro terribile per gli uomini.
«Perché nonno?»
«Perché diranno che quelle bestiacce che abbaiano, quelle bestiacce che si aggirano attorno alle nostre capanne in cerca di cibo diventeranno i nostri amici…»
«Nostri amici?»
«Sì. Dicono nostri amici, ma io spero che ciò non avvenga mai, sarebbe la fine del mondo che noi conosciamo…la fine…»
E il vecchio iniziò a raccontare…
In un futuro lontano lontano il mondo sarà diverso. Gli uomini non vivranno i capanne fatte di canne, ma in case fatte di sabbia acqua ,mescolata ad una cosa che nessuno sa cosa sia, chiamata cementum. Avranno il calore in casa, ma senza usare fuco e legna. Cuoceranno i cibi sopra piastre di metallo dove gli spiriti maligni creeranno il calore. Gli anziani dicono che saranno gli spiriti dei defunti, dei figli bastardi, dei codardi, dei guerrieri senza onore e delle donne che si sono concesse ai piaceri della carne, donandosi come prostitute non all’uomo scelto per loro dagli anziani, dai genitori, ma scegliendo secondo le loro volontà. Un mondo così non sarà destinato ad esistere. Un modo così sarà condannato alla dissoluzione nella perversione. Un mondo dove la donna può decidere il proprio destino sarà un mondo condannato all’estinzione.
Ma il mondo potrebbe anche, pur pagandone un prezzo altissimo tollerare certe empie scelte, certe scelte che mettono il desiderio carnale di una donna al primo posto rispetto al diritto del maschio d’essere signore e padrone del destino della riproduttrice. Ma gli uomini e le donne del futuro andranno oltre a questa follia suicida. Andranno oltre a questa dissoluzione dei costumi millenari da quando il grande spirito ha creato il tutto.
Gli uomini si abbasseranno ad essere bestie ed eleveranno gli animali ad umani. Con risultati catastrofici. Lo dicono le stelle, lo dice la fiamma del fuoco, lo dicono le ossa degli infanti bolliti di cui ci siamo cibati. Basta guardare i loro crani così fragili, per rendersi conto di quanto fragile e vuoto sarà il destino che attende l’umanità. Un’umanità che si porta l’animale in casa, un mondo dove il latrato della bestia assassina diventa moina, diventa guaito di presunto affetto, dove la bestia sarà il condottiero del non vedente, dove il pulcioso vorrà salvare l’umano dall’annegamento, dalle fiamme, dalle catastrofi che gli spiriti celesti mandano all’uomo per punirlo e mondarlo dalle sue iniquità. Nel futuro sarà la bestia a che condurrà la casa dell’uomo, perché costui si sarà instupidito e rammollito, perché penserà più al cibo del quadrupede che non al cibo del bipede che è figlio dei proprio lombi…
Fuori si udii una bestia ringhiare. Era il ringhio furioso di una creatura affamata di carne, di una creatura demonica che voleva infilare i denti aguzzi nella carne d’un infante.
Il vecchio si alzò con la lentezze che il fragile corpo gli permetteva. «Prendi quell’infante» ordinò con voce rassicurante.
Il ragazzo si alzò e tolse dal recinto il neonato di pochi mesi frutto della vittoria del giorno precedente su una tribù nemica. Questi si mise a piangere, ma il nipote eseguì. Il nonno nel frattempo aveva raccolto l’ascia di pietra. Il manico era fatto con la tibia di un guerriero del villaggio morto anni prima.
«Mettilo sull’altare sacrificale».
Il ragazzo eseguì. Il vecchio alzò l’ascia al cielo, proferì una preghiera sommessa dal Dio del Sacrificio e fissando per un ultimo attimo gli occhi del neonato che sentendo per istinto avvicinarsi l’ora della morte pianse disperatamente ancora più forte. Il vecchio calò, con tutta la forza che gli permettevano le sue vecchie ossa, la pietra dell’ascia sul cranio del piccolo, frantumandogli la scatola cranica, facendolo morire all’istante.
Il nipote, che aveva assistito alla scena, fissava il nonno incantato. Ammirava il suo coraggio, la sua mano ferma, il respiro che non era mai diventato affannoso, e sorrideva. Non vedeva l’ora d’essere come lui per abbattere i nemici, anche quelli inermi, usando la medesima determinazione. Ma a tutto ciò mancavano ancora due anni. La sua iniziazione sarebbe avvenuta al compimento del dodicesimo anno. Sarebbe diventato adulto solo dopo aver superato la prova della decapitazione di una donna anziana della sua tribù. Questo era il volere della legge e lui adorava quella legge scritta nelle stelle dal Dio del passaggio del rito del sangue.
«Prendilo, smembralo e lancia i resti fuori dalla tenda» ordinò il vecchio dopo aver sollevato il cadavere dell’infante al cielo, bevendo il sangue che usciva dalla ferita sulla testa.
Il ragazzo eseguì. Era il suo primo smembramento, il padre glielo aveva sempre promesso ma mai glielo aveva fatto fare, ora il nonno gli offriva questa opportunità e lui voleva coglierla in segno di rispetto.
«Bevi il suo sangue. Anche se sangue del nemico questo è sangue puro» disse mentre gli porgeva il cadavere. Il ragazzo non si fece pregare. Prese il corpo dell’infante, lo adagiò prima a terra e poi con le piccole mani entrò nella scatola cranica e trovò la massa gelatinosa dove gli stregoni dicevano si celasse lo spirito. La toccò con le dita e poi provò ad estrarne alcuni pezzi. Dopo vari tentativi, mentre il nonno lo osservava compiaciuto ci riuscì .L’assaggiò. Era buona.
«Bravo, ora appoggia la bocca sulla testa e bevine il sangue. Ti sentirai rinvigorito». Gli disse sorridendo compiaciuto. Il nipote eseguì. Era divino. Sembrava veramente di toccare il Dio del passaggio.
«Posso smembrarlo ora?» chiese timidamente mentre rivoli di sangue e materia celebrale gli uscivano dalla bocca.
«Certo, se vuoi ti aiuto. Io lo tengo e tu tiri…»
Il ragazzino annuì. Il nonno si avvicinò al corpicino e gli prese la testa, mentre il nipote gli afferrava le gambine inerti. «Tira forte, senza paura.». Lo incitò. Il ragazzo non se lo fece ripetere due volte. Contò mentalmente fino a tre poi diede uno strattone. Si sentì un “crac”. L’osso del collo si era rotto, ma anche le ossa delle gambe. Ora restava da vedere quali dei tessuti avrebbero ceduto per primi, se quelli del collo o quelli delle gambe. Il ragazzo sperò in quelli della testa. E così avvenne. La testa rimase in mano al nonno, mentre il resto del corpo si inclinò verso il basso, ma Saruk, non lo fece cadere a terra.
«Bravissimo, ora fai la stessa cosa prima con le gambe e poi con le braccia. Puoi farlo da solo, senza bisogno del mio aiuto» lo incitò Ferrus,il nonno.
Saruk rinvigorito dal gesto di coraggio annuì contento. Prese con una mano una gamba e con l’altra, l’altra gamba e sollevando il cadavere verso l’alto, le allargò fino a quando non sentì che entrambe le ossa avevano ceduto.
«Tira, forza, non avere paura. Tira».
Aveva la fronte imperlata di sudore per lo sforzo, ma sapeva che ci sarebbe riuscito. Doveva farcela se voleva diventare un guerriero forte e valoroso. E ce la fece. Dopo che le ossa si furono spezzate, vide anche la friabile carne ed i muscoli lacerarsi. Vide le ossa, i nervi, il sangue che sprizzava fuori copioso. Sorrise compiaciuto di se stesso.
Era come togliere la cosce ad uno dei volatili che scorazzavano nel piccolo recinto costruito dalla madre. Ora doveva toglierli le ali. No anzi, si corresse mentalmente, le braccia.
Ripetè subito dopo lo stesso con le braccia del cadavere del neonato.
«Fatto, ora cosa devo fare?»
«Raccogli tutto e gettali fuori. Quando la bestia si avvicinerà per cibarsene, noi la prenderemo. Sei d’accordo?»
«Si, ma prima voglio sapere come va a finire la storia» lo esortò Saruk, gustandosi il sapore di materia celebrale e sangue in bocca e deglutendo il tutto lentamente.
«Bene…» disse il nonno, ravvivando nuovamente il fuoco e gettando uno sguardo sugli arti, il tronco e la testa del neonato smembrato.
… Le ossa parlano chiaro. Quelle bestie domineranno il mondo. Non sarà più concesso cibarsene come facciamo noi. Non sarà più concesso scuoiarli per ricavarne pelli per proteggersi dai rigori dell’inverno. Quelle bestie riceveranno il cibo migliore del nostro, la carne migliore, il pesce migliore, sarà vestito come un uomo per non sembrare più una bestia.
In molti dicono che fra migliaia di lune tutto quello che vediamo oggi non esisterà più. Non si potranno bollire i nemici, non ci si potrà cibare dei gli infanti nati morti o uccisi per necessità di sostentamento o uccisi per divertimento o riti sacrificali. Nulla. E la donna sarà la migliore alleata della bestia, soprattutto se non avrà discendenza, considererà la bestia la sua discendenza, circondandola d’attenzioni animalesche che di umano non hanno nulla…
«Non può essere» lo interruppe il nipote. «Il mondo, l’uomo del futuro non potrà essere così stupido da cedere a tutti i ricatti della donna e dell’animale. Sarà la fine per tutti loro. Possibile che non sapranno fermarsi in tempo?» Terminò quasi bisbigliando dallo spavento.
«Ti ricordi cosa abbiamo fatto due giorni fa? Gli domandò il nonno cercando di distogliergli i pensieri cupi su un futuro che grazie agli spiriti non potrà mai conoscere.
«Certo» Rispose Saruk, indicando nel frattempo con un dito i resti del neonato.
«Hai fame?»
«Sì»
«Mangia pure, ma lasciane per la bestiaccia qua fuori»
Saruk si avventò sull’addome del cadavere. Aveva i denti aguzzi e affilati e gli fu facile laceragli il ventre e tuffarsi, come un ingordo, nello stomaco, nel fegato e nei reni del neonato, dando dei rapidissimi morsi e strappando ampie porzioni.
Saruk era abituato alla carne dell’animale che abbaiava. La sua tribù non poteva permettersi spesso carne dei nemici. Anche se erano guerrieri valorosi, in quelle terre desolate le tribù con cui combattere e vincere erano poche, dovevano accontentarsi di altri tipi di carne e quella che prediligeva di più, dopo quella umana, era quella degli animali che abbaiavano, e in quelle terre non mancavano.
Saruk, dopo aver gettato i resti del neonato fuori dalla tenda, lasciandoli abbastanza vicini per poter prendere la bestia abbaiante, uccidendola mentre se ne cibava rimase con la mano destra sulla pelle della tenda tenendola socchiusa, pensando…
….Era stata una giornata di caccia bellissima. Le bestie abbaianti in quella zona erano moltissime e di specie diverse. Alcune avevano gli occhi di due colori, altri il folto pelo marrone o nero, con le zampe grosse, o con il pelo bianco e a riccioli, altre ancora abbaiavano sempre e sembravano quasi senza pelo e si attaccavano alle gambe facendo gesti che a Saruk sembravano strani, ma non a suo padre e a suo nonno che non dicevano nulla, ma sorridevano.
Ne avevano trovati quasi una decina di quelli che anche da grandi sembravano senza pelo. La madre in quel momento non c’era. Forse era andata in cerca di cibo. Quando il padre di Saruk gli aveva visti, rannicchiati in un piccolo pertugio sottoterra, aveva gridato con tutto il fiato che aveva in gola. Saruk era stato il primo ad arrivare, seguito dal nonno e da altri tre uomini della tribù.
Il ragazzo sorrise. I cuccioli non avevano più di qualche settimana. Dovevano essere buonissimi, si disse tra se pensando a quanto sarebbe avvenuto dopo poco.
Il nonno prese quello che sembrava il più grasso e lo alzò al cielo in segno di ringraziamento. Poi prese un oggetto accuminato dalla bisaccia in pelle e glielo infilò nell’occhio. L’animale guaì per il dolore ed il gruppo sorrise. Ferus gli cavò prima l’occhio destro e poi il sinistro e li diede al più giovane del gruppo, a Saruk, affinchè una volta adulto avesse lo stesso sguardo dell’animale durante la caccia.
La piccola bestia accecata continuava a guaire per il dolore, ma nessuno se ne curava. Il Dio del cibo richiedeva ben altri sacrifici.
«Posso farlo io?» domandò Saruk al padre.
Il genitore annuì.
Saruk prese la bestia che guaiva e la getto sopra una grossa pietra con tutte le forze che il suo giovane braccio gli permetteva. Poi a turno tutti i membri del gruppo saltarono sopra il corpo ormai morto del cucciolo, danzando. Facendo poi lo stesso agli altri della cucciolata.
A,l termine il nonno prese una grossa pietra tagliente e tolse la pelle ai cuccioli gettandole nella bisaccia, per farne in seguito copri capi ed ornamenti per le tende e la carne in un'altra bisaccia per dividerla con il resto della tribù. Non restava che attendere la madre dei cuccioli. Lei sua carne era destinata alle donne della tribù…
Ritornò in se, strappato dai ricordi, quando udii una bestia avvicinarsi con passo furtivo. Gli occhi di Saruk si erano abituati all’oscurità e scorse l’animale abbaiante che ormai era a pochi passi dal cadavere fatto a pezzi del neonato.
Saruk ne rimase stranamente affascinato. Era la prima volta che lo vedeva sotto quella luce e….
…e Ferus vide che il nipote, dopo aver lasciato chiudersi alle spalle la tenda di pelliccia, si era portato all’esterno, e si stava avvicinando alla bestia, non come un guerriero, ma quasi in segno di resa. L’animale si avvide del suo gesto e dopo aver ignorato i resti del neonato si avvicinò a Saruk senza né ringhiare, nè abbaiare, ma guaendo in modo che a Ferus parve quasi umano, quasi come il suono affettuoso di un neonato che cerca dal seno il latte materno. E il latte materno, per la bestia abaiante sembrava impersonata dal nipote.
«Vieni qui…» bisbigliò il ragazzo all’animale.
Questi gli si avvicinò annusandoli con circospezione la mano che odorava del sangue del neonato.
Tutto avvenne in pochi istanti.
Saruk cadde a terra con il nonno ansimante che lo fissava inorridito.
Gli anziani del villaggio avevano ragione, anche se non avrebbe voluto ammetterlo. Gli spiriti erano stati chiari. Suo nipote poteva diventare un corruttore dei costumi della tribù e andava fermato. E il compito era toccato, dopo che gli anziani si erano consultati tra loro, proprio a lui.
Ferus rimase ammutolito davanti al corpo morto, col cranio fracassato del nipote. Ma lui era lo strumento della giustizia degli spiriti del cielo.
Il cane dopo aver assistito alla scena, prima fissò il cadavere di Saruk e poi guardò dritto negli occhi Ferus,. Entrambi abbassarono lo sguardo. Ferus trattenne una lacrima, mentre il cane dopo essersi messo a latrare si voltò, fuggendo nel buio della foresta abbaiando di dolore per la morte del primo essere umano che l’aveva accolto.
Questo racconto è frutto della fantasia dell’autore. Qualsiasi riferimento a fatti, persone, circostanze, passate e/o presenti, uomini o donne vivi o morti è puramente casuale.
Marco Bazzato
29.07.2009
giovedì 15 gennaio 2009
Autobus atei a Genova
È partita da Genova la campagna pubblicitaria dell’U.A.A.R., partita poche settimane prima anche in Inghilterra e in Spagna e Stati Uniti, scatenando nel Bel Paese il solito corollario di dibatti sulla liceità di questi messaggi pubblicitari.
Lo spot, ai credenti, potrebbe apparire in teoria forte, estremo e radicale, questi infatti dice: «La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona, è che non ne hai bisogno ».
Ma indipendentemente dagli slogan tipici di ogni campagna pubblicitaria che si rispetti, bisogna osservare oltre la semplice immediatezza della frase, visto che l’attaco, se di attacco si può parlare, non è tanto rivolto ad un ipotetica divinità, che non si è mai manifestata compiutamente all’uomo, ma che è sempre stata annuciata, ma mai storicamente provata con prove documentali, a parte i vangeli che sono un’opinione realtà faziosa di parte, che hanno contribuito a plasmare, in positivo e/o in negativo, il pensiero umano, sociale e politico degli ultimi 2000 anni della storia occidentale, con tutti gli usi strumentali ed abusi di cui la storia è stata testimone passiva e neutrale. Bisogna invece soffermasi su quello che già ai più appare come un attacco politico all’istituzione bimillenaria vaticana, prima con lo Stato Pontificio, e poi con lo Stato città del Vaticano, unico Stato teocratico all’interno dell’Unione Europea, che non si mantiene grazie al sostegno dei fedeli, ma abbondantemente foraggiato sia dallo Stato Italiano, grazie prima ai patti lateranensi, firmati col regime fascista, e poi col concordato ringoziato l’allora Presidente del Consiglio italiano, morto da latitante in Tunisia, che volle sottrarsi alla giustiza del Paese che ha guidato, perchè voleva far intendere al mondo d’essere un perseguitato politico, con l’istituzione dell’8 per mille alla Chiesa Cattolica, che ogni anno, in temi di dichiarazione dei redditi, invade l’etere e i media nazionali con pressanti appelli alla firma, sebbene sia appurato che l’80% di quanto ricevuto viene speso per il sostentamento del clerno e non per le opere di carità, come gli spot ingannatori affermano. Naturalmente sorge la domanda, forse banale: Ma quanti milioni di Euuro spende lo Stato Vaticano per questa martellante campagna propagandisticae populistica, a quasi beneficio assoluto degli ecclesiastici?
Il fulcro essenziale della questone, oltre al fatto del diritto dei cittadini italiani di vivere in uno stato laico, privo d’influenze teocratiche, è che la battaglia per il controllo dei cuori e delle menti, come si usava dire durante la guerra del Vietnam, persa ignomignosamente dagli Stati Uniti, continua a combattersi, complice un sistema politico italiano che preferisce la sudditanza psicologica di una “Potenza Economica Straniera” che non lascia spazio mediatico a chi la pensa e/o vede la realtà dei fatti in modo diamettralmente opposto.
D’altronde,, riferendosi sempre al Cristianesimo, va ricordato che solamente il 33% della popolazione del Pianeta crede in questa tipolotigia religiosa, che la fa diventare – se fosse un partito – la prima relgione di maggioranza relativa della Terra, il che non da assoluta garanzia e certezza dell’esistenza di questa divinità.
Va tenuto presente che mella realtà provinciale e provincialistica italiana, questa campagna pubblicitaria suona ai “ben pensanti” come una provocazione o un attacco, se possibile da fermare, censurare, bloccare quanto prima, in quanto potrebbe essere lesiva sulle oro “teoriche certezze teologiche” basate sul sentito dire e sulla rimasticatura di concetti triti e ritriti che si sono calcificate nelle menti degli italiani, creando quasi un pensiero unico e unificato di maoistica memora religiosa. Il vero credente, se esiste – visto che nella maggioranza dei casi si tratta di religiosità trasmessa per tradizione familare, o per non sfugurare pubblicamente quando ci si sposa o si battezza un figlio, salvo poi saltare tutte le feste comandate, a parte Natale e Pasqua, ottime per fare bella figura in chiesa, trasformando la cerimonia religiosa in una compassata di moda, per sfoggiare abiti firmati, possibilmente in prima fila – certo ne si spaventa, nè tantomeno si dovrebbe indignare per gli autobus- atei genovesi, in quanto è retto da una fede incrollabile nei confronti dei propri gerarchi religiosi e sopratutto nei confronti della divinità a cui quasi quotidianamente si prostra e/o prega, perchè in se ha la saldezza del proprio credo, la certezza d’avere una qualche forma di vita eterna, di risurrezzione della carne, si spera non dopo un autopsia, o dopo un trapianto d’organi, che vedrebbe il corpo risorto come una rappresentazione splatter dell’umano rinato, senza naturalmente mettere in conto la “ressurrezione della carne” di coloro che sono stati macinati da qualche pirata della strada, o vittime delle morti bianche, cadendo da trenta metri d’altezza. Visto l’andazzo italiano sui morti nel luogo e incidenti stradali, in Paradiso, se esiste, dovrebbe esserci una sezione come nel caso “Della Casa della Divina Provvidenza di Sarmeola di Rubano” detto comunemente Cottolengo, dove secondo le leggende metropolitane degli autoctoni del luogo, che circolavano negli anni’80 in Veneto, gli ospiti avevano tre teste, o il corpo di ragno o quant’altro.
Si dice che il vero ateo sia colui che cerca Dio, non colui che lo nega. Anche questo è un modo come un altro per tirare acqua verso un mulino della religiosità, tant’è che fino a prova contraria sono decenni che si cerca la prova definitiva dell’esistenza degli extraterrestri, e qualsiasi divinità, essendo abitualmente creatrice dell’Universo stesso è chiaramente extraterrestre, quindi aliena, non è mai stata trovata. Anche se rimane il fatto che trovare forme di vita extraterrestri, non significa automaticamente aver provato l’esistenza di un dio, ma l’esatto contrario. Sarebbe infatti la dimostrazione certa e palese, senza ombra di dubbio, che tutte le favole della creazione appartengono ai miti e leggende dei popoli che per paura del vuoto, del nulla, della morte, della putrefazione eterna della carne, sino al suo disfacimento in povere, hanno avuto la necessità umana, ma illogica, di crearsi a loro immagine e somiglianza, un Dio che li soddifacesse appieno, usandolo poi, nel corso della storia del genere umano, come pretesto o scusa, affermando che “Dio lo vuole”, nascondendosi dietro l’inesistente per scaricare al divino la colpa delle proprie malvagiità umane.
Marco Bazzato
15.01.2009
http://marco-bazzato.blogspot.com/
lunedì 15 dicembre 2008
Pirati della strada: Terroristi sociali
A nulla evidentemente servono le campagne di sensibilizzazione, i consigli – anche di personaggi famosi – che invitano gli idioti a non mettersi alla guida se ubriachi marci, drogati come scimmie, o peggio entrambe le cose.
Spesso gli assassini, che invece si beccano – anche patteggiando – un misero omicidio colposo, uscendo dal gabbio pochi anni dopo, mentre invece dovrebbero rimanere in cella vita natural durante, o come si dice “Fine pena: mai”. Ma il becero perdonismo, trova in ogni frangente delle scuse patetiche che permettono ai loschi criminali di farla quasi franca, di permettersi anche atteggiamenti straffottenti da vittime della società, vittime dell’alcol, vittime di qualche sventura familiare vera o inventata ad hoc.
Come è ributtante vedere come anche questi fighetti bifolchi, sovente proveninenti da famiglie rispettabili, senza ombre dal passato, arrivino in tribunale nelle auto degli avvocati, o accompagnati dai familiari, senza manette ceppi ai piedi e catene. Se c’è una cosa che è divina del sistema giudiziario americano – oltre all’arrostimento dei condannati in alcuni Stati – è il fatto che i delinquenti vabbo davanti alla giuria ammanettati, anche dietro la schiena, coi ceppi ai piedi e catene, come si faceva ai tempi della schiavitù.
Non è umano per un Paese civile come l’Italia che tossici e ubriaconi siano trattati in guanti bianchi, senza esser obbligati a provare anche il senso di vergogna mediatica per i loro delitti, accompagnati quasi con delicatezza, come fossero persone fragili, innanzi alla giuria.
Senza voler essere colpevolisti o giustizionalisti a tutti i costi, i cosidetti pirati della strada, omicidi, dovrebbero essere trattati come “terroristi sociali” e come tali puniti, senza sconti di pena o attenutanti generiche.
Non è logico che un tossico, un ubriaco, sia quasi giustificato perchè guidava impasticcato, fatto di coca, o bevuto da non reggesi in piedi, e che questa alterazione sia quasi un attenuante, non un’aggravante da condannare alla pena eterna.
In un Paese civile, chi sa d’aver il vizio d’alzare il gomito, dovrebbe – se l’intelligenza funzionasse a dovere – premunirsi di trovarsi una persona sobria, possibilmente astemia, che poi lo riconduca a casa, oppure come fanno anche in Olanda, si tira a sorte chi quella sera non beve, tra le bestemmie dello sfigato prescelto, e i boccali di birra che poi inizano copiosi a girare tra i fortunati che possono finalmente tramortirsi d’alcol e droghe in assoluta tranquillità. Ma l’italiano no, l’italiano piange e impreca quando è beccato col fiato che puzza peggio di una distilleria clandestina al tempo del proibizionismo, si arrabbia rotolandosi a terra come un maiale, pronto ad ingozzarsi nella porcilaia, maledicendo le madri - vive o morte che siano non importa – delle forze dell’ordine che fanno il loro lavoro.
Lo Stato, se fosse intelligente, potrebbe guadagnare moltissimo con ubriaconi e drogati, risparmiando una montanga di denaro confiscando, non sequestrando i mezzi guidati da queste fulgide figure, abbattendo in modo sostanziale gli stanziamenti per le flotte aziendali di ospedali, ministeri, municipalità e quant’altro, costringendo così i poveri diavoli a ricomprarsi sl’auto, magari di papà con ancora qualche anno di mutuo sul groppone, rilanciando la vendita degli autoveicoli, che nell’ultimo mese è risultata alquanto stitica.
Ma la “tolleranza zero” sempre mediaticamente sbraitata ad ogni nuovo Carmageddon rimane quasi parzialmente lettera morta, scritta sul ghiaccio estivo, per l’nsana paura italiana d’usare il pugno di ferro contro i malfattori.
Sarebbe relativamente semplice risolvere il problema, basterebbero poche leggi efficaci, come ad esempio:
- tasso alcolemico sora i limiti di legge: confisca del veicolo e sospensione della patente per un anno,
- Tossico al volante: confisca e sospensione della patente per un anno;
- Lesioni causate da guidatore ubriaco e/o drogato: confisca del mezzo, dieci anni di carcere senza condizionale, senza attenuanti e confisca della patente;
- Omicidio al volante causato da guida perchè ubriaco e/o drogato: distruzione del mezzo e carcere a vita.
Le soluzioni ci sarebbero, rapide, prive di compromessi, severe e brutalmente giuste, tenenti conto in primo luogo della sicurezza dei cittadini, evitando inutili tutele legali, e non – come erroneamente s fa ora – garantendo fino all’eccesso la dignità di “assassini” trattati come signori, solo perchè come rifiuti umani post sbornia o post droghe, devono essere capiti, compresi e aiutati.
Facciamola finita con questa commedia dei buoni sentimenti. Siamo a Natale!
Marco Bazzato
15.12.2008
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venerdì 18 luglio 2008
Arriva l’estate: cani abbandonati
C’è un rito a cui l’italiano medio, con l’arrivo dell’estate, non sa rinunciare: l’abbandono del cane. Infatti la barbara usanza di portarsi in appartamento, in casa una bestia, in questo caso un cane, un cagnaccio, non importa se di razza, o bastardo come i padroni, va a farsi benedire con l’arrivo delle agognate ferie.
Abbandonare il portatore estivo di pulci, per la legge dello Stato italaino è considerato, non si capisce perché, reato. Ma, la colpa di questa moda autunno-inverno, è da imputare ancora una volta, agli “umani” che per un assurdo ed immotivato bisogno di compagnia, si fanno traviare dagli occhioni tristi del bastardino di turno, del randagio abbandonato, dell’altezzosa bestiaccia di razza, che scruta osservando l’uomo, come se questi fosse la bestia, e lui l’umano.
Ma, l’animale parlante a due zampe: l’uomo, ha anche un'altra colpa atroce, un'altra colpa infame, che svilisce proprio la sua natura superiore. La colpa è quella di umanizzare la bestia a quattro zampe, elevandola quasi al rango di protoumano, abbassando l’uomo a protobestia. D’altronde basta vedere, come la massa informe degli umani, gettano fiumi di denaro per coccolare cani e cagne. Cucce riscaldate, abiti firmati, cibi sfarzosi perché il povero sacco di pelo pulcioso non si becchi la diarrea, veterinari felici, quando vedono “persone” affette da animalite cronica così scemi che piangono per una bestia, che soffrono inutilmente, quando questa prende il volo verso il paradiso canino, o quant’altro di più ameno l’uomo possa concepire per ridursi allo stato animalesco, mettendo sotto stronzio la ragione.
È evidente, alla fine, che dopo quasi otto o nove mesi passati ad occuparsi della bestia, l’uomo riprenda contatto con se stesso, sentendo il bisogno, almeno per un breve periodo dell’anno, per almeno due settimane, di non pensare più a merda di cane da tirare su con secchiello e paletta, cibo specifico ad alto contenuto proteico, bocconcini di carne o pesce selezionati, per il miglior benessere psicofisico della bestia a quattro zampe,e che l’uomo riprenda contatto con il mondo vero, quello reale, il mondo che non abbaia, che non ringhia, che no morsica, ma col mondo che comunica con la parola, con i pensieri, con la ragione, riprendendosi quello spazio che giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, ha lasciato – stupidamente – alla bestia, lasciando che questi lo soffocasse con le proprie esigenze, non naturali, ma apprese dalle bestie umane a due zampe.
Ma l’aspetto più rivoltante sono gli animalisti. Quei gruppi di invasati, di persone più simili al cane, piuttosto che all’uomo, che per salvare la pelle ad una bestia, ammazzerebbero, senza scrupolo di coscienza, un proprio simile, in quanto portavoci umani delle istanze canine o altro. Uomini-cane senza arte e né parte, persone prive del minimo cuore umano,dotate di una sensibilità così primitiva e poco evoluta, in cui spesso, proprio anche il loro parlare, assomiglia ad un latrato, ad un guaito spaventato di una bestia a cui sono appena state ridotte in ragù al pomodoro, odorante di sangue e carne tritata andata a male, le zampe.
C’è un aneddoto personale, che mi sovviene in mente. Circa vent’anni fa, anno più o anno meno, morì il bastardino di famiglia. Un cagnaccio rompiballe, infimo, che abbaiava anche ai topi morti. Insomma, un perfetto rifiuto del mondo animale, tant’è che questo sacco di pulci ambulante, finalmente è finito sotto un’auto, ridotto ad una massa informe, che respirava come un mantice bucato. Si sentiva il sibilo dei polmoni bucati, dalle costole, che usciva come il fischio di un treno a vapore dell’ottocento. E puzzava. Puttana cagna se puzzava. L’odore, il tanfo premorte è nauseante. Ti colpisce la bocca dello stomaco, peggio di un calcio sulle palle, facendoti espettorare contemporaneamente vomito e catarro.
La cosa peggiore, però non era il bastardo agonizzante. No, quello poteva essere considerato interessante. La cosa peggiore era il pianto di mio fratello. Io avevo circa diciassette anni e lui undici. A quell’età, gli impuberi sono soggetti a sbalzi di umore, peggio delle donne a cui salta il marchese. E piangeva, piangeva, piangeva a dirotto, urlando un dolore inutile e senza senso, lacrimando come una candela accesa. Facendomi ridere. Era una sensazione bellissima. Il cane rantolava, per poi, troppo brevemente, crepare, e il fratellino, in quel momento più simile alla bestia, piangeva, quasi come se con i suoi singhiozzi volesse seguire gli ultimi respiri del sacco di pelo morente.
Per terminare. Abbandonare Fido, per la legge non è giusto, ma bisogna anche capire la rottura di palle che dura per quasi dieci mesi all’anno. Meglio – non tanto se si amano gli animali, visto che amare o affezionarsi alle bestie, non importa di che specie, è da perfetti deficenti – o non acquistarli, non farseli regalare, non raccoglierli per strada, cadendo nell’illusione d’essere dei novelli San Francesco, ma portarli in un canile, possibilmente municipale, con tutti i crismi di legalità, per il benessere – secondo la legge assurda – del rispetto dei “diritti(?)” degli animali, non tanto, per amore nei loro confronti, ma per non incorrere, se si viene beccati ad abbandonare il cagnaccio per strada, in autostrada, alle dissanguati multe che manderebbero a puttane, non solo le vacanze, ma anche il rientro, facendovi passare – per fortuna – la voglia di perdere tempo con cani, cagne e bestie varie tenute in casa.
Marco Bazzato
18.07.2008
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sabato 26 aprile 2008
Il 25 aprile, giorno della liberazione, serve ancora?
Come sempre, non si sa mai se ridere o piangere, se scrollare le spalle, o sorridere per le litanie stantie, i monologhi al limite del delirio che i vari oratori sono costretti a fare ad ogni anno, cercando dentro una memoria – per fortuna sempre più sbiadita – le motivazioni per riattizzare il fuoco tra fascisti e antifascisti.
Ancor’oggi si straparla di “pacificazione”nazionale, come se il Paese avesse una reale ferita aperta, come se gli italiani d’oggi, i giovani, gli adulti che hanno passato la mezza età, i nati dopo il 1960, avessero l’obbligo di conservare, non un ricordo di un esperenziale vissuto nella carne, ma una “memoria” tramandata, a volte volutamente distorta, per continuare a dividere il Paese, tra Guelfi Ghibellini, tra Montecchi e Capulteti.
Ma gli attacchi peggiori, eticamente più infami, non arrivano da chi è stato sconfitto, sia con le armi, tramite la liberazione, sia dalla politica, ma da alcune frange dei vincitori, che esattamente come avvenne a Piazza Loreto, oggi, continuano a prendere a calci – per fortuna metaforici – gli sconfitti, defraudando i perdenti dell’onore delle armi.
Oggi, 2008, 63 anni dal termine della seconda guerra mondiale, sono passate quasi tre generazioni, e all’opposizione sta una classe politica, non sconfitta dalla partigianeria, ma col voto popolare, con i comunisti ridotti ad un’entità extraparlamentare, e i nuovi vinti dovrebbero imparare l’arte oratoria del silenzio, hanno l’ardire ignobile d’attaccare, non esistendo più gli eredi diritti di tale disfatta, i presunti eredi indiretti di un’ideologia morta, allo stesso modo com’è morto e sepolto il comunismo.
La pacificazione che dovrebbe essere offerta dai vincitori – di allora – non deve essere il pretesto ,dei perdenti odierni, per continuare ad attaccare una realtà storicamente esistita, ma attualmente defunta, usandola pretestuosamente per tenere alta una tensione nazionale, fatta solo per i giochetti di palazzo e di potere, continuando ad aizzare il Paese, l’uno contro l’altro, salvo poi avere la pretesa di presentare un ramoscello d’ulivo avvelenato.
Ancora pochi anni, e forse anche questa ricorrenza, come molte altre passerà finalmente alla storia, riponendo nei musei, a futura vera memoria stendardi, bandiere e medaglie conferite nel corso dei decenni alle associazioni partigiane, che hanno fatto il loro tempo, e questo, piaccia o no ad una certa parte della politica italiana, dovrà cedere il passo al futuro.
Oggi a molti sembrerà strano, ma fra pochi anni, il 25 Aprile, l’anniversario della liberazione, diverrà un ricordo del passato, come molte altre ricorrenze, divenute dopo un secolo, tempo medio affinché i protagonisti passino a miglior vita, solo date scritte nei libri di storia, trasformando la ricorrenza odierna, in normale giorno lavorativo, senza parate, inutili retoriche, discorsi monotoni e ripetitivi, svilenti la storia e il sacrificio stesso. Non va dimenticato, che quei partigiani, quei morti che hanno affrontato sofferenze e privazioni, ma anche altri, meno nobili, che hanno attaccato vigliaccamente un esercito in ritirata a Via Rassella, causando la rappresaglia e l’eccidio delle Fosse Ardeatine, avevano un ideale nel cuore: un Paese unito.
Oggi, gli ultimi rimasti, preferiscono un dignitoso silenzio, quando odono coloro che si sono appropriati dei valori della Resistenza, contindo a seminare discordia, quando odono politici che non hanno mai combattuto, non importa se dalla parte giusta o sbagliata, per un ideale, riempirsi la bocca, accaparrandosi indegnamente di valori non propri, strumentalizzando senza rispetto i morti stessi, gli ultimi sopravissuti, scelgono il silenzio, l’estraniazione dignitosa da una realtà che gli è stata derubata, dove come accade sovente in Italia, ma non solo, la corsa al camaleontismo e al trasformismo, saltando sui carri dei nuovi vincitori, è un arte in cui il vile, in ogni tempo, eccede.
Il 25 Aprile, la Liberazione era ed è un valore, ma domani, tra un anno o tra trenta sarà un libro ingiallito, un monumento decaduto, un cimitero di guerra cancellato, per lasciare spazio alla nuova storia, che giustamente macina e distrugge il tempo che fu, trasformando, nel corso dei tempi gli eventi in ricordi, libri, romanzi, miti e leggende, che con col passare dei decenni e dei secoli, diverrà polvere gettata via tra i rifiuti del tempo.
Marco Bazzato
26.04.2008
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venerdì 28 marzo 2008
Contro il narconismo e l'alcolismo
Si dice che in Italia, si fa troppo poco, contro l’esercito dilagante di tossici, narcomani, alcolisti più o meno cronici, che gettano al vento la propria vita, sballandosi, ubriacandosi, perdendo – a volte – la vita in serate senza fine, o rientrare a casa, guidando fumati, impasticcati e non riuscendo a distinguere un dito indice, travolgendo ignari passanti, o studenti fermi alla fermata del tram, scontando poi, solo pochi mesi di galera, se gli va male, oppure rispediti a casa, accusati di omicidio colposo, scatenando – giustamente – la rabbia dei familiari delle vittime, che rivendo circolare, dopo pochi giorni questi spiantati, si sentono oltre che derubati della vita dei propri cari, uccisi due volte da una legislazione carente, che favorisce i criminali, lasciandoli spesso liberi di reiterare le loro scelleratezze.
Il problema, è ormai una piaga sociale, un carcinoma che mina le basi del vivere civile, che allontana paradossalmente le vittime dallo Stato e dalle Istituzioni, perché oltre che non essere tutelati, restano abbandonati a se stessi.
Il problema del narconismo, è che i fruitori del servizio di morte, godono – non si sa per quale assurdo cavillo giuridico – della quasi impunità, forti anche del consenso di una certa parte politica, che fa della liberalizzazione delle droghe, anche pesanti, un suo cavallo di battaglia, solo per fini prettamente elettorali, ma quando i drammi accadono – negli ultimi anni sempre con maggior frequenza – molto raramente, anzi quasi mai, questi fautori della libertà del narconismo, hanno parole di cordoglio per le vittime di questi assassini o stragisti.
L’omicida della strada, l’impasticcato, il fatto di fumo, alcol, che quando è solo, alla guida di un mezzo, ha tutto il diritto d’andare addosso ad un albero, uscire di strada, schiantarsi, carambolando conto qualche decina di auto in sosta e morire carbonizzato, decidendo così liberamente il modo di porre fine alla sua vita. Ma quando questi, che per sfortuna degli altri, e fortuna loro, il più delle volte, escono indenni dagli sfaceli che provocano, ammazzando persone, subisce condanne così miti, trasformando a volte i carnefici in pubblici personaggi, dove spesso, anche a distanza di pochi mesi, dagli omicidi commessi alla guida, hanno nuovamente la possibilità di tornare ad essere dei pericoli pubblici per gli altri – per se stessi non importa – rimettendo in circolo, peggio di un sangue infetto dall’Aids il virus mortale della morte alcol-narcomane.
La soluzione al problema sarebbe semplice, efficace e drastica. Quando una persona è fermata in stato d’ebbrezza e/o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, confisca immediata del veicolo e della patente del conducente. Mentre, se oltre all’ubriaco e/o al tossico, sono presenti altre persone, queste se patentati, la medesima viene soppesa per un anno, si privi , sono sanzionati, pari al 50%, per un anno, del reddito dell’anno precedente, o se privi di lavoro, studenti, o in attesa di lavoro, obbligo di un anno di servizi socialmente utili, possibilmente come in ospedali, case di cura, obitori o sale autopsia.
Con questi semplici ma efficaci sistemi di prevenzione, oltre che togliere dalla strada individui socialmente pericolosi per gli altri, si otterrebbe una riduzione dell’inquinamento atmosferico, del parco auto circolante, ma soprattutto dei morti a seguito della follia generalizzata da parte di cittadini, che nel pieno diritto di disprezzare la propria vita, sono un costo sociale esorbitante per le casse, non solo dello stato, ma anche per le assicurazioni stesse, che avrebbero così la possibilità di ridurre i premi, dovuto al calo degli indennizzi.
In un clima di campagna elettorale, dove tutti gli schieramenti, sono impegnati a vendere sogni, a spacciare promesse impossibili da mantenere, sarebbe utile prendere in considerazione la necessità di una “garrota” sul collo di quanti, coscienti della quasi impunità, continuano a mietere vittime, disinteressandosene poi dei destini altrui, perché – forse – il loro unico interesse è lo sballo, l’alcol, la droga, perché per loro è l’unica ragione di vita e/o di morte.
Marco Bazzato
28.03.2008
venerdì 14 marzo 2008
Ginecologo del Gaslini si suicida
La selezione della specie, non sempre arriva quando si vuole, a volte arriva, non come un fulmine a ciel sereno, ma come un fulmine scagliato da un Giove Pluvio particolarmente incazzato, seccato, che nonostante ci sia una legge che permette l’interruzione volontaria della gravidanza, in strutture specializzate, ci siano a tutt’oggi, figlie di buona donna, della Genova bene, che stando alle notizie di stampa, cornificavano beatamente i loro legittimi consorti o compagni, ma che poi rimanevano riempite dell’agrodolce frutto del peccato, erano costrette a cercare uno svuota uteri clandestino, per salvaguardare la pubblica immagine, e tremano impaurite, se per caso i pudici nomi dovessero divenire di dominio pubblico.
Stando a quanto riporta Repubblica, una di queste, si sarebbe fatta sturare l’utero per partecipare al Grande Fratello, almeno questo è quanto si evince dai primi risultati di un’operazione dei Nas, partita già prima del suicidio di Ermanno Rossi, stimato medico del Gaslini di Genova, ma che da quanto risulta dagli atti, a tempo perso, nei due suoi studi privati, avrebbe praticato aborti clandestini, alle signore di buona società della Genova bene, ora così impaurite che passano le giornate sul water, terrorizzate se i loro nomi uscissero dai muri dei Palazzi di Giustizia, divenendo di dominio pubblico.
È un brutto colpo mediatico, per i fautori dell’aborto indiscriminato. Queste sante donne, queste Marie Maddalene, anteconversione, non sono povere extracomunitarie, straniere, donne di colore provenienti da paesi africani, malsccolarizzate, ignoranti, che non conoscono le leggi italiane. Sono donne d’alta estrazione sociale, – prive di senso morale – cornificatici irreprensibili, magari anche madri di famiglia, che però avevano oil vezzo di solazzarsi con arnesi, non forniti dall’ufficiale talamo di coppia o matrimoniale e ora – goduria, goduria! – tremano come pulcini intirizziti dal freddo.
Fanno, però imbufalire i media, che tacciono sull’identità di queste “Marie Goretti” per difendere la loro privacy, ma se fossero state delle povere diavole, delle sfigate straniere, delle povere e/o ignoranti, i nomi, visto che non dicono nulla a nessuno sarebbero stati sbattuti in prima pagina e gli abortisti ci sarebbero andati a nozze, montandoci una bella polemica politica, sulle condizioni delle sventurate che abortiscono per ignoranza, proponendo di gettare altri denari pubblici per campagne informative mirate. Solo che lo spot dovrebbe essere dedicato “Alle donne italiane, belle ricche, cornificatici e ignoranti - dove vogliono però – lche sanno trovare un abortista clandestino, senza problemi!!”, ma uno spot del genere non verrà mai alla luce, perché ritenuto offensivo. Non si può dire “Italiana, ricca e ignorante. L’ignoranza secondo gli italiani, appartiene mediaticamente solo alle straniere, provenienti dai cosiddetti paesi poveri, che non necessariamente significa meno istruiti, o con un numero inferiore – rispetto a quello italiano che è omeopatico – di laureati.
La Genova bene trema. Bello che tremi, che abbia paura, che imbratti d’intestinali evacuazioni i tanga firmati, gli abiti griffati, aromatizzando l’aria di costosissime berline col “Parfumes du Escrementes”, perché mai come in questo caso, sebbene sia visceralmente antipatico, Giuliano Ferrara ha ragione, quando dice “'Abort macht frei'” (L’aborto rende libere), queste saccenti ipssudostruite, queste starlette da quattro soldi, brave opinioniste, perché leggono testi altrui,ma nella vita privata, sono delle enormi zucche vuote, che sfortunatamente se la caveranno con una miserevole multa di 51 Euro.
Quello che fa più riflettere in questa torbida situazione è che il suicida, un ginecologo esperto in parti difficili, avesse una doppia vita, una doppia personalità , dove quella privata, quella oscura, della promorte illegale, eseguita per compiacere le nobildonne arricchite, ha preso alla fine il sopravvento, quanto un inchiesta della magistratura, stava mettendo a nudo i suoi atti facendo cadere solo a lui il gli schizzi di questi suo interventi fuorilegge, mentre il pubblico ludibrio dovrebbe essere esteso in parti eguali a quelle “signore” che ora tremano e scongiurano affinché tutto passi sotto silenzio. In questa tragica situazione le vittime, a parte i feti abortiti non esistono, sono tutti colpevoli in egual misura, ,ma uno solo ha già pagato per tutte.
Si può avere umana comprensione per i famigli dell’uomo che ha compiuto il sano, o insano gesto, dipende dai punti di vista, ma si può anche trarre una crudele ed amara conclusione e cioè “Chi di morte violenta ferisce, di morte violenta perisce” Forse questa morte servirà a ridurre in modo più considerevole il numero dei medici abortisti, risvegliando le coscienze, porterebbe alla loro estinzione professionale.
La liceità dell’aborto, non va messa in discussione, perché questa rappresenta un diritto della donna,- ma non un obbligo per il medico, che dovrebbe rispondere in primis alla propria coscienza – a patto che questo diritto sia compiuto nei modi e nei luoghi stabiliti dalla legge 194, che a quanto pare, in questa triste circostanza, è stata totalmente disattesa e violata, non solo da parte del medico, ma soprattutto da donne, che non potevano, non volevano essere a conoscenza della legge, sapendo però trovare senza problemi un medico che praticasse aborti clandestini – questa si chiama ignoranza parziale, o di comodo – dove colui che oggi ne ha fatto le spese, della stupidità femminile, è stato l’uomo, in quanto questi per il rimorsi o per l’avvio dell’indagine ha preferito togliersi la vita, per evitare l’infamia pubblica, mentre queste “signore” invocano il loro diritto alla privacy, che nel caso del medico suicida, è stata violata completamente. Se questa si chiama giustizia…
L’ultima beffa però è che costa di più una multa per divieto di sosta, che non fa fuori un futuro bambino, solo per salvaguardare l’onorabilità pubblica. Solo cinquanta euro. Complimenti ai legislatori.
Marco Bazzato
14.03.2008
lunedì 18 febbraio 2008
Campania: normalità senza fine
L’inverno col suo freddo e ghiacciato tepore, lentamente lascerà spazio alla primavera e alle imminenti festività della Pasqua, che per molti albergatori, già fin da ora, si preannuncia in magro, peggio di una quaresima, con una carestia di prenotazioni cancellate, ma – se continuerà di questo passo – con una vera e propria emorragia, causa licenziamenti di massa, nel settore alberghiero e della ristorazione.
Già da ora, gli alberghi sono desolatamente vuoti, silenziosi, dove con un po’ di fantasia si potrebbe sentir riecheggiare le invocazioni di un San Gennaro – fuggito per il tanfo nauseabondo – unite alle imprecazioni, maledizioni ed ogni genere di fattura nei confronti di un’amministrazione locale assente e di una politica nazionale, che come da prassi, ha fatto per lustri, le orecchie da mercante, fingendo, peggio delle talpe, di non vedere quanto profondo stava, giorno per giorno, settimana per settimana, diventando l’abisso. Ma quello che fa sorridere, che come sempre accade, quando si tocca il fondo, molti invece di darsi da fare per risollevarsi, corrono ad acquistare pala e piccone, per scavare ancora più in profondità, nella vana speranza di poter trovare, qualche granello d’oro o addirittura il petrolio.
Ma se già da mesi, in molti non hanno più la forza per riderci sopra, tra qualche settimana, si inizierà a piangere sul serio. Infatti, con l’arrivo della bella stagione, il pericolo epidemia, potrebbe diventare, non un astrazione per virologi, magari contenti d’un ritorno dei qualche epidemia, così potranno abbandonare i freddi laboratori testando qualche nuovo farmaco sperimentale, senza dover necessariamente passare per i topi.
»Vista l’emergenza, qualche piccolo sacrificio nel nome della scienza, dovrà pur essere sopportato dalla popolazione infetta, no?» Si staranno forse dicendo così, tra di loro, sfregandosi le mani, rinchiusi nei loro laboratori?
Anche l’Unione Europea ha segato le gambe all’Italia, ma non importa, ci abbiamo fatto il callo, visto che i media, non riportano mai quanto il Bel Paese paga ogni anno di multe. I politici di certo, specie ora in campagna elettorale, sono impegnati a rimpinguare i bilanci dei partiti, e non hanno tempo per queste inezie, tant’è che nessuno apre bocca su questa normo-emergenza.
Come si evolvere in futuro la situazione? Nessuno ha il coraggio di far previsioni. Certo è che i tedeschi, sebbene adeguatamente pagati, non ne vogliono sapere delle Balle Ecologiche italiane, ed i treni non partono e le altre regioni italiche, giustamente, come dei novelli Ponzio Pilato,s ne lavano le mani.
Gli unici contenti, sembrerebbero essere, per paradosso, proprio i cittadini Campani, che oltre a subire i danni, ricevono, quando hanno la disgraziata idea di ribellarsi, qualche bella manganellata in testa, se si azzardano ad attuare i blocchi stradali.
C’era uno, nel ventennio del secolo o millennio passato, che risolveva i problemi col manganello e l’olio di ricino, ora quest’ultimo, non sembrerebbe più necessario, tanto col tanfo nauseabondo le scariche evacuative intestinali sono all’ordine del giorno.
Meglio così, almeno si risparmia su questo fronte.
Insomma, tra poco torneranno le rondini, mentre come già scritto, San Gennaro è emigrato, forse sotto il sole Brasiliano, facendo visita, quando vuol sentire l’aria di casa, a qualche favelas puzzolente nei sobborghi di Brasilia. Forse gli mancherà la musicalità del dialetto napoletano, gli schiamazzi degli scugnizzi, le sparatorie camorristiche per il controllo del territorio che colorano di rosso sangue marciapiedi ei rioni, il taglieggiamento degli esercenti.
Sicuramente gli mancheranno i campani, della Napoli e della vera, vittime di una politica cresciuta allattata a latte cagliato, che se ne infischia, vedendoli come servitori con le pezze al culo, buoni solo per essere sbeffeggiati e fottuti.
Meglio a questo punto emigrare. Chi non può s’arrangi, comprandosi santini del San Gennaro brasilero, mascherine, cornetti antisfiga, attendendo che arrivi la Sanitaria Quarantena Regionale, quando la caluria opprimente, colpirà mortalmente e cristiani e non indistintamente e senza colpe penali per nessuno, creperanno in scala industriale. Per la scala artigianale elocale ci pensano già tumori e malattie polmonari che secondo la scienza ufficiale, non sono imputabili alla normo-emergenza rifiuti campana. È colpa dei campani, che hanno scelto di nascere, vivere lì e hanno il diritto e dovere di prendersela solo con loro stessi. Almeno così, non ufficialmente, dichiarerà, ora e sempre, la politica campana.
Marco Bazzato
18.02.2008





