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venerdì 15 febbraio 2013

Cosmogonia della ragione tra fede e religione



Molti mi accusano d’essere un nemico della religione cattolica, un mezzo ateo, un senza Dio perché sovente nei miei articoli mi scaglio contro la parte deviata e deviante della religione Cattolica, e questo mi è costato l’inimicizia di persone dal pensiero diversamente aperto, figli di analfabetismo storico scientifico e culturale e di un settarismo che nemesi della Ragione e dell’intelletto che la Divinità, se mai esiste, perché il dubbio permane, visto che nessuno a  memoria d’uomo, a parte il Cristo della tradizione messianica vetero e neo testamentaria, ma fa discorso a se –  e in altre religioni relegate da duemila anni al ruolo di miti sbiaditi, amati solo dai topi di biblioteca e da scrittori in cerca di ispirazioni, leggesi scopiazzature malfatte, –  non è mai tornato indietro a raccontare come e se, esiste un qualcosa dall’altra parte, che non riesce ad andare oltre al costrutti riduttivo e ridondante degli insegnamenti dottrinali, imposti e imparati in modo acritico, senza avere il coraggio di ampliare i propri orizzonti limitati, per provare ad afferrare una parte più ampia in cui sta racchiuso il tutto.

L’uomo è il qui, adesso. L’uomo vive all’interno di un eternità finita, con un inizio e una fine. Fine e inizio dettati dalla biologia che diventa anima, coscienza e materia e solo all’interno di questo durante finito che egli è presente nella storia. Il resto è illusione, idea salvifica di una promessa o di una cambiale che potrebbe essere onorata, oppure finire in protesto, perché di là, non ci sta nulla pronto a onorarla.

Il Dio dell’uomo, è un qualcosa di intangibile, intoccabile, etero, che vive fuori dal tempo, eppure presente dentro il tempo, assieme e/o presente entro l’uomo stesso tramite la coscienza, il suo essere - anima, il pesare e agire, pro o contro se stesso.

Il mio anticlericalismo nasce dal fatto in quanto mi sento nemico di un’Istituzione umana che nulla a che fare con il pensiero di un Dio, perché troppo spesso all’intero della Chiesa, il nome di Dio è stato usato, violentato, manipolato, stuprato, le sue Parole sono state interpretate contro l’Uomo stesso, in nome di un mercimonio, di un interesse personale, privato, che va a vantaggio dei pochi a discapito di tutti. Lo vediamo quotidianamente aprendo i giornali, guardando la tv, vedendo come le immagini sacre siano usate per annichilire il pensiero e la ragione non dei semplici, ma dei sempliciotti, che ancora oggi, cadono preda di regole religiose e schemi di pensiero che legano l’uomo alla materia stessa e non viceversa, ossia elevandolo verso mete apparentemente irraggiungibili.

La Chiesa è come un drago composto da più di un miliardo di teste, ma le gerarchie ecclesiastiche non sono più di qualche milione, cifra che presumo per eccesso, che alla fine tirano le fila di un complesso economico-finanziario che va a circuire la maggioranza dei fedeli, che anche vedendo, perché condizionati dalla storia e dalla tradizione, mettono la testa sotto la sabbia, sovente affermando: “tanto anche se so le cose, il mondo gira così”.

Sicuramente hanno ragione loro, dal loro punto di vista. Ma i salmoni per deporre le uova risalgono la corrente dei fiumi, andando non verso la foce, dove l’acqua, man mano che ci si avvicina al mare, diventa sempre più torbida e carica di detriti, si muovono verso la fonte, verso dove l’acqua è più limpida, ricca di ossigeno, elemento vitale per la vita, per poter dar vita a nuova vita. E infatti ci sta una frase di Giovanni Paolo II che si dice abbia pronunciato poco prima di morire:”Lasciatemi ritornare alla Casa del Padre”, per risalire, proprio come i salmoni, verso la fonte dell’acqua pura e dell’acqua di vera vita.

Sovente quando leggo qualche notizia clericale in rete o la vedo in tv, lo confesso, non riesco a rimanere indifferente, mi sale il sangue alla testa e iniziano a formarsi domande a mille perché o iniziano a venirmi in mente i testi letti e riletti nella Bibbia, visti ogni volta con luce e coscienza diversa, man mano che la maturità e la conoscenza, sempre un nulla innanzi al Tutto, si evolve di qualche frazione di miliardesimo rispetto all’immensità. Ma è già all’interno di quell’Universo piccolissimo di conoscenza che sento il sangue ribollirmi, perché la parola, anzi la Parola, il Verbo parla, facendomi muovere l’indignazione che non riesco a trattenere e allora, come un vulcano che erutta lava, cenere e lapilli, le parole mi salgono da quella che spero sia la profondità più vera del mio essere. Non posso cambiare il mondo, ma non posso nemmeno rimanere indifferente a ciò che mi ferisce dentro come uomo, scollando le spalle, e dicendomi sottovoce:«Tanto il mondo funziona così, fottetene!» , tornando a rinchiudermi dentro un bozzolo, aspettando che la tempesta di pensieri passi.

Una volta un sacerdote mi disse: «Marco tu pensi troppo!», ma l’uomo che non si pone domande e non cerca risposte, a mio avviso è un cadavere puzzolente che deambula senza meta, aspettando che la vita gli scorra sotto la pelle, nell’attesa che la morte lo colga. Un uomo così non è diverso da un tavolo di marmo o di acciaio, dove si dissezionano carcasse umane, dove i brandelli di intelligenza, materia, cervello e frattaglie autoptiche gli scorrono sopra e vengono lavate a fine giornata, senza intaccarlo minimante. L’uomo, se è persona, non è né un cadavere che cammina, né un blocco di marmo senza vita che non si evolve, ma solo deperisce nell’attesa della morte.

So benissimo e lo dissi anche a una persona che mi cancellò dalla lista amici proprio per le mie idee anticlericali, che andavano a cozzare, non contro la sua Fede, ma contro i suoi valori religiosi, che esistono centinaia di migliaia di ecclesiastici e di laici che si dedicano al prossimo tra mille difficoltà. Io stesso avevo un cugino, non so se sia morto, visto contatti con il  parentando in Italia non ne ho da tempo, a parte qualche ciao via pc, che come missionario ha speso la vita per la sua Fede e non per convertire, ma per dare ciò che ai  suoi parrocchiani necessitavano maggiormente,  perché il suo primo compito, secondo ciò che mi diceva, non era imporre, ma proporre. E fa più rumore un albero che cade rispetto a una foresta che cresce secondo i propri tempi e i propri modi, verso il cielo. Però questa persona non si rende conto che quell’albero che cade con grande fragore uccide anche la terra e l’humus circostante, rendendo arido e secco il terreno per mesi, se non per anni o decenni e fingere che così non sia, equivale negare o rimuovere il problema. Ma non posso esimermi dallo sbeffeggiare e insultare quanti all’interno anche del Corpo Mistico del cattolicesimo romano, perché costoro in primis, come al tempo delle Crociate, hanno mentito a Dio, all’uomo, alla comunità dei fedeli e quindi perché si dovrebbe mostrare indifferenza, porgendo in eterno l’altra guancia, rischiando alla fine danni non solo allo spirito, ma anche fisici. sulle cervicali e sulla faccia?

L’abito non fa il monaco, ma il “monaco” che lorda la propria veste non merita alcun tipo di pietà umana e rispetto da parte del probo. Certo, Dio giudicherà la sua colpa, ma esiste anche il dovere di smascherare, anche a costo di distruggere l’integrità psicofisica del colpevole, sempre dopo l’accertamento oltre ogni ragionevole dubbio, senza avere paura, perché se è anche vero che Dio condanna il peccato e non il peccatore, il peccatore, nel mondo della materia, anche se questa materia è ispirata da Dio, ha l’obbligo di scontare le proprie pene e le proprie colpe, in ragione decuplicata,in virtù del l ruolo che ricopriva in seno alla comunità.

Non credo e non crederò mai nella supremazia di un pensiero di fede rispetto a un altro – lo trovo un ragionamento fraudolentemente orgoglioso e impossibile da dimostrare – o anche nell’assenza di una fede ben precisa o di una cultura religiosa strutturata. Nel corso degli anni ho conosciuto una quantità di persone, a iniziare dalla mia famiglia biologica, ma non solo loro, che si dicevano fedeli in qualcosa, solo perché si comunicavano regolarmente, partecipavano esteticamente alle funzioni durante le feste comandate, ma poi…. Mentre ho conosciuto persone che pur totalmente prive di alcun insegnamento religioso o dottrinale che erano dotate di valori etici e morali molto più elevati dei cosiddetti “credenti”, segno tangibile, che se esiste una Divinità assoluta, non opera nell’uomo attraverso le istituzioni e la “caltura” religiosa , strutturata attraverso libri più  o meno dogmatici o testi riconosciuti come ispirati da Dio, frutto della mediazione culturale dei vari Sinodi che si sono svolti in tempi ormai remoti, ma direttamente attraverso la coscienza dell’essere e dell’esistere, attraverso la coscienza dell’Io sono, in quanto esisto, penso e ragiono.  

La cosa più aberrante del pensiero di derivazione giudico cristiano della dottrina cattolica romana è la cosiddetta supremazia occidentale religiosa, che altro non è che una forma di relativismo assolutista che danneggia l’altra parte del genere umano che crede in modo diverso da quello comunemente conosciuto in occidente e in gran parte delle Ameiche e dell’Oceania.

Ma allargando la percezione del pensiero verso la Cosmogonia, che secondo i modelli più comunemente accettati dalla comunità scientifica internazionale, porta a postulare entro la fisica e la matematica quantistica una serie di multi universi interconnessi tra loro, entrando direttamente anche in quello che abbiamo la percezione di vivere, risulta logicamente impossibile che all’interno di questi multi universi quantistici, Dio abbia deciso di manifestarsi proprio nel nostro, duemila anni fa, ad una promessa sposa di un falegname di Nazareth, facendosi Carne, dopo l’Annunciazione, tramite l’Immacolata Concezione,  partorito da una Vergine priva del Peccato Originale, in seguito morendo e risorgendo sotto Ponzio Pilato, segno che il costrutto religioso è frutto del bisogno dell’uomo di trovare risposte a domande che sin dall’inizio della Storia, lo tormentano e lo turbano, cercando un appiglio entro una trascendenza che sicuramente può essere utile e necessaria nel Qui, Ora, ma che non fornisce risposte certe e assolute, non solo sull’origine dell’Universo e/o dei multi universi,  della vita sul terzo Pianeta del Sistema solare, che si trova nel margine esterno della Via Lattea, per ora l’unico abitato da creature senzienti, non perché non esistano altri pianeti e altre culture fuori dal Sistema solare, ma perché ad oggi, l’uomo, non è diverso da un neonato che ha appena messo fuori la testa dal grembo materno –  la Terra – e che non riesce a muovere alcun passo, che piange, defeca e lorda il suo spazio abitabile, sperando che ci sia un Padre Celeste pronto a perdonargli tutte le malefatte che commette verso se stesso, verso i suoi simili e verso il Sasso speso nel Cosmo che lo ospita, pulendogli eternamente il culo dalle feci che emette in ogni istante, credendo che basti una manciata di borotalco per farlo sentire pulito e lindo, pronto per la prossima deiazione .

La conoscenza è un viaggio senza fine che termina con la morte, mentre la religione, essendo dogma imposto è viaggio giunto al termine, privo di ogni attrattiva, perché si vive nell’illusione d’avere una risposta a tutto.

Marco Bazzato
15.02.2013

mercoledì 9 gennaio 2013

L’evoluzione etico-filosofica è frutto anche di “Mio cugino”


Oggi ho deciso di cambiare un’immagine. Ho tolto la mia foto a lato, lasciando quella che porta alla  mia pagine di Facebook, mettendo quella di “Mio cugino”. Così ho sempre chiamato il teschio di gesso che mi segue da decenni, acquistato quasi più di  venticinque anni fa, nei pressi di una delle tante bancarelle di souvenir, presenti nelle immediate adiacenze della Basilica di Sant’Antonio da Padova, a poche decine di metri dalla statua del Gattamelata. Una volta acquistato, al prezzo di cinquemila lire, gli tolsi la porporina con la mola e lo ridipinsi di nero opaco con una bomboletta spray. Il colore che vedete da oggi è ancora quello di allora.

“Mio cugino” come lo chiamai dall’inizio, non ha nessun rifermento a qualche parente vivo o morto, è un vezzeggiativo che gli diedi, in quanto pur nella diversità e nella miniatura, rappresenta quello che sono e quello che tutti noi siamo, quando si è spogliati del guscio esterno della vita, della pelle e dei muscoli che ricopre il volto umano e l’intero corpo.

 “Mio cugino” rappresenta ora come allora l’essenza, il Principio Primo, l’austero volto apparentemente orrorifico, mitizzato dal cinema e dalla letteratura di quello che è il teschio di un essere umano, consacrato all’immortalità nella tragedia Hamlet, grazie al monologo del Principe Hamlet: «To be, or not to be, that is the question…», «Essere o non essere, questo è il dilemma…» presente nell’opera di William  Shakespeare.

“Mio cugino” non ambisce all’eternità, egli fa già parte da decenni della mia eternità, in quanto presente in me, nella sua forma originaria che si è modificata nel corso degli anni e che sento viva e pulsante, così come lo è dentro, lo è anche fuori.

“Mio cugino” rappresenta la somma di ciò che sono e di quello che a mio avviso l’essere umano è; l’Alfa e l’Omega, l’Eros e il Thanatos, Cloto e Lanchesi e Atropo, le tre figlie di Zeus, ossia il “Filo” del “Destino” “Ineluttabile” .

 “Mio cugino” impersonifica l’alba e il tramonto della vita, l’impasto di acqua e fango del mito o della credenza della Creazione, il transito del disfacimento della materia ossea in polvere, durante l’eternità della morte.

Egli è in Vulcaniano il Kol-Ut-Shan ossia l’IDIC, le “Infinite diversità nelle infinite combinazioni”, concetto nato durante il periodo della preriforma  fattada Surak, fondatore del pensiero moderno del pianeta, che diede la genesi a “La mia freccia nel tuo cuore, la tua nel mio. Io sono te e tu sei me.”

Anche e non solo, tramite “Mio cugino” tutte queste essenze e pensieri mi hanno evoluto portandomi ad abbracciare lo stoicismo e il pensiero epicureo, portante la persona a elevare verso il “senso dell’onore” così come è stato instillato millenni fa su Qo’noS, grazie a Kahless l’indimenticabile, uccisore del tirano Molor ed il proprio fratello anarchico.

“Mio cugino” – spero anch’io e altri, – racchiude la stratificazione millenaria di molteplici culture e pensieri etico-filosofici di illustri pensatori che hanno lasciato traccie nella cultura che plasmato non solo la civiltà occidentale, ma che ha fornito migliaia di anni fa, la possibilità a civiltà extraterrresti di evolversi verso quel senso di distacco, legato all’applicazione della C’hatia, ossia la “Verità vera”, dopo aver effettuato il rito di passaggio del Kolinar, per lasciarsi andare alla logica totale, capace di controllare, e non sopprimere le emozioni, come erroneamente venne tradotto nella prima versione del dizionario vulcaniano-americano, da Amanda Garrison, futura moglie dell’Ambasciatore Sarek  in seguito genitori di Spok. .Amui, in vulcaniano, non significa “soppressione” ma bensì “controllo.”

“Mio cugino” è e rappresenta tutti e nessuno, “Uno, nessuno e centomila”, essendo simbolo dell’incarnazione dell’eterno divenire che si evolve, come se potesse trasformarsi nella Pietra Filosofale, che dalla fredda materia, del gesso in questo caso, trasmuta, rimanendo fedele a se stesso, facendo emergere, come un immenso brandello di terra emerge da una fossa oceanica, un’isola, dove nelle profondità degli abissi dell’inconscio ci sta l’imperscrutato e imprescrutabile vera origine del pensiero umano, che come una doppia piramide le cui due punte toccandosi, convogliano dal basso verso la punta in alto i pensieri che partono dall’inconscio, i quali toccando la punta della piramide rovesciata si innalzano verso l’alto, espandendosi nel cosmo, invertiti ma dimenticati nella loro essenza originaria, all’interno di un processo di interscambio interno-esterno, esterno-interno infinito ma finito, che non termina con la morte, ma come per la “Radiazione cosmica di fondo” ossia la radiazione elettromagnetica che permea l’Universo dal Big Bang, perché in ogni essere umano, dal momento del’espulsione del seme maschile, è figlio di un Big Bang orgasmico, che se giunge all’unisono con la donna, potrebbe generare attraverso la “piccola morte” la continuazione dell’Universo stesso, attraverso una moltitudine quantistica di universi, tanti quanti sono gli esseri umani, e vissuti nel Cosmo,  o nel Pianeta Terra dal momento dopo in cui la scimmia, scesa dagli alberi, ha iniziato il suo processo evolutivo per essere ciò che è dall’inizio del tempo: materia dotata di massa che occupa uno spazio.

Un grazie a “Mio cugino” per avermi preso, pur non avendo costui un corpo, la mano, riscaldandola durante l’attraversamento dello spazio-tempo,seguendomi e guidandomi come un faro che nulla dice e che nulla giudica, ma che dalle cavità dei suoi occhi assenti continua a fissarmi e starmi accanto, lasciandomi la libertà  evolvermi anche sbagliando, , di essere e di esistere, perché alla fine si è anche figli del “ Cogito ergo sum” di Cartesio.

Marco Bazzato
09.01.2013

domenica 13 marzo 2011

Terremoto in Giappone, una catastrofe imprevedibile



Come una donna in una vasca da bagno, immersa nelle abluzioni, prima di dedicarsi a una notte di sesso e lussuria, che emette dall’ano gas intestinali, facendo salire delle bolle d’aria in superficie che provocano onde e si propagano verso le sponde della vasca, così ì accaduto alla “Donna Terra”. Il pianeta ha emesso un peto, una flatulenza, un meteorismo, dagli abissi della crosta terrestre, come se una top model fosse stata investita improvvisamente da coliche addominali durante il lavacro, a causa delle cozze avariate consumate a cena.

Così è accaduto al Giappone. Paese da sempre abituato agli sconvolgimenti “intestinali” e vittima degli strali provenienti dalle profondità del corpo magmatico della crosta terrestre-mantello, dove il rilascio delle energie sono uscite uno degli sfinteri naturali del globo. Il Sol Levante non è caduto per lo scuotimento dettato dallo spasimo intestinale della Donna, Il Pese è stato devastato dall’emissione energetica salita sulla superficie dell’oceano che ha propagato la sua onda d’urto tra le due coste del Pacifico, colpendo con virulenza distruttiva a nord, con onde sino a dieci metri d’altezza, penetrate per quasi cinque chilometri dalla costa.

Il Giappone poteva essere preparato a tutto ma non a questo, poteva essere pronto a veder oscillare i grattacieli come fuscelli, senza spezzarsi. Ma non era pronto alla forza dell’oceano che si è riversata lungo le coste, non era pronto e forse nessuna nazione al mondo lo sarà mai, al naturale movimento interno del pianeta, ai suoi rantoli, alle deiazioni che si depositano sulle superfici terracquee dovute al sommovimento dei “canali rettali” apertesi improvvisamente negli gli abissi dell’oceano.

La “crisi intestinale” della Donna-Terra, per quanto possano essere avanzate le conoscenze sulle dinamiche “psichiche” del pianeta da parte degli esperti di “psicologia della crosta terrestre” rimarranno imperscrutabili, così come nessun psichiatra saprà mai prevedere come e quando un depresso cronico deriderà, una volta esaurite le alternative a disposizione, secondo il suo punto di vista, di lasciarsi andare a un massacro di civili indifesi.

La Terra-psicotica, top model cocainomane in vasca, che rilascia gas intestinali a seguito di un indigestione di cozze , durante l’abluzione, ha causato “effetti collaterali” sulla superficie della parte nord dell’isola di Honshu, che si sono tradotti in danni, anche mortali, contro gli esseri umani e animali nell’entroterra, senza contare i costi sociali e in termini di inquinamento da idrocarburi per le enormi quantità di prodotti petroliferi sversati non solo dalla raffineria esplosa, ma anche dai mezzi di trasporto di terra e di mare, travolti dallo tsunami.

La naturalità dell’evento avvenuto in Giappone, non deve essere letto, come spesso accade, con brodose tesi millenariste, con teorie cabalistiche che incolpano il numero 11, o causate dal’ perigeo lunare, rispetto alla terra del 2011, o con l’ormai quasi onnipresente presunta fine del mondo, secondo il calendario Maia, che dovrebbe avvenire il 20 dicembre 2012.
Quando la Donna rilascia gas intestinali in vasca, e le bolle salgono in superficie, nessuno si affanna a perdersi in elucubrazioni fantasiose, tipiche degli eventi catastrofici secondo il metro umano, ma naturali per la cosmologia che la inserisce in una visione più ampia e meno emotivamente pregnante, degli eventi che accadono al terzo pianeta del sistema solare, nel quadro ristretto della sismologia.

Certo, scendendo sempre di più nel dettaglio e variando il punto d’osservazione circa la prospettiva del rilascio dei “gas intestinali” tanto più si entra nel particolarismo degli effetti a breve e lunga scadenza e dei danni che questo ha causato, ingenerando, soprattutto nei confronti di coloro che ne subiscono gli effetti diretti, un senso di impotenza davanti alla forza delle energie creativamente distruttive rilasciate dalla natura entro dei confini apparentemente circoscritti, ma che provocano ricadute a cascata in ogni settore dell’economia, dei rapporti personali e sociali con conseguenti lutti e distacchi emotivi che ne conseguono.

Osservare l’evento Terreemoto-Tsunami nel paese del天皇 tennō, ossia il Sovrano Celeste, porta a delle considerazioni filosofiche, dove l’essere umano dovrebbe essere portato a ragionare in termine di ospite all’interno di una vasca da bagno, con una Donna – Cosmo – intenta a dirigere gli eventi, secondo leggi che a tutt’oggi, con la presunzione di conoscere e comprendere, ci sono impossibili da dominare e asservire ai voleri dei parassiti che edificano e modificano le strutture superficiali del pianeta, secondo disegni che possono apparire intelligenti, se letti in un’ottica sociale, dove l’Homo sapiens sapiens, nelle sue diverse sfaccettature millenarie, è il primo e il maggior responsabile della morte di altri esseri umani, nel caso che avvenisse un disastro nucleare, dovuto alla fuga di radioattività dalle centrali di Fukushima e Onagawa, avendo la presunzione di poter controllare, nel caso eventi naturali, catastrofici per l’uomo, la reazione all’interno di un reattore i cui parametri di sicurezza sono stati sottostimati perché la Donna-Terra e l’oceano si muovono in modo diverso e più ampio, rispetto a quello che le moderne scienze hanno la presunzione di sapere, conoscere e poter controllare.

Albert Einstein disse: “Dio non gioca a dadi con l’universo”.

L’uomo evidentemente sì, visto che spera che dai dadi escano sempre dei numeri vincenti. Il cosmo, la Terra, la natura è di diverso avviso, alla fine vincono sempre, con l’essere umano che grazie alla morte ne esce inevitabilmente sconfitto.

Marco Bazzato
13.03.2011
http://marco-bazzato.blogspot.com/

martedì 5 ottobre 2010

Chi semina odio si farà odiare


Dannati i seminatori di odio
perché le loro messi saranno maledette
e i loro raccolti dati alle fiamme.

Chi nella vita si cela dietro alla legge
infuriandosi poi se rispondon in egual modo
pagheranno i dolori della solitudine e dell’abbandono.

La prima giustizia dovrebbe essere del cuore
e non solo la “Legge”
in nome di un’arbitraria “verità”.

La storia dell’Uomo è costellata di guerre,
mariti contro mogli, figli contro padri e fratelli,
figlie contro madri e sorelle.

L’avidità è la Grande Prostituta di Babilonia,
meretrice e mietitrice di ogni infamie nefandezze,
Dolce Signora vestita di morte
gravido ventre eterno d’ogni dissapore.

Sta scritto nel Siracide:
“Contro un padre empio imprecano i figli, perché sono disprezzati a causa sua”
“Meglio chi nasconde la sua stoltezza di chi nasconde la sua sapienza.”

Il cielo si infurierà con l’empio
Quando per lucro disattenderanno le Sue leggi
e in Terra si raccoglieranno lacrime, sangue e pene senza fine.

Bruceranno tra le fiamme dell’eternità
coloro che dalla loro casa hanno scacciato i figli
che ne hanno calpestato la dignità.

La Madre celeste vede gli atti delle Sue figlie,
ma senza giudicare, piange e soffre per loro,
affidandole alla misericordia dell’Altissimo.

E il Figlio dell’Uomo disse:
Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto.. Pertanto ciò che avrete detto nelle tenebre, sarà udito in piena luce;..

Marco Bazzato
05.10.2010
http://marco-bazzato.blogspot.com/

giovedì 15 gennaio 2009

Autobus atei a Genova




È partita da Genova la campagna pubblicitaria dell’U.A.A.R., partita poche settimane prima anche in Inghilterra e in Spagna e Stati Uniti, scatenando nel Bel Paese il solito corollario di dibatti sulla liceità di questi messaggi pubblicitari.

Lo spot, ai credenti, potrebbe apparire in teoria forte, estremo e radicale, questi infatti dice: «La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona, è che non ne hai bisogno ».

Ma indipendentemente dagli slogan tipici di ogni campagna pubblicitaria che si rispetti, bisogna osservare oltre la semplice immediatezza della frase, visto che l’attaco, se di attacco si può parlare, non è tanto rivolto ad un ipotetica divinità, che non si è mai manifestata compiutamente all’uomo, ma che è sempre stata annuciata, ma mai storicamente provata con prove documentali, a parte i vangeli che sono un’opinione realtà faziosa di parte, che hanno contribuito a plasmare, in positivo e/o in negativo, il pensiero umano, sociale e politico degli ultimi 2000 anni della storia occidentale, con tutti gli usi strumentali ed abusi di cui la storia è stata testimone passiva e neutrale. Bisogna invece soffermasi su quello che già ai più appare come un attacco politico all’istituzione bimillenaria vaticana, prima con lo Stato Pontificio, e poi con lo Stato città del Vaticano, unico Stato teocratico all’interno dell’Unione Europea, che non si mantiene grazie al sostegno dei fedeli, ma abbondantemente foraggiato sia dallo Stato Italiano, grazie prima ai patti lateranensi, firmati col regime fascista, e poi col concordato ringoziato l’allora Presidente del Consiglio italiano, morto da latitante in Tunisia, che volle sottrarsi alla giustiza del Paese che ha guidato, perchè voleva far intendere al mondo d’essere un perseguitato politico, con l’istituzione dell’8 per mille alla Chiesa Cattolica, che ogni anno, in temi di dichiarazione dei redditi, invade l’etere e i media nazionali con pressanti appelli alla firma, sebbene sia appurato che l’80% di quanto ricevuto viene speso per il sostentamento del clerno e non per le opere di carità, come gli spot ingannatori affermano. Naturalmente sorge la domanda, forse banale: Ma quanti milioni di Euuro spende lo Stato Vaticano per questa martellante campagna propagandisticae populistica, a quasi beneficio assoluto degli ecclesiastici?

Il fulcro essenziale della questone, oltre al fatto del diritto dei cittadini italiani di vivere in uno stato laico, privo d’influenze teocratiche, è che la battaglia per il controllo dei cuori e delle menti, come si usava dire durante la guerra del Vietnam, persa ignomignosamente dagli Stati Uniti, continua a combattersi, complice un sistema politico italiano che preferisce la sudditanza psicologica di una “Potenza Economica Straniera” che non lascia spazio mediatico a chi la pensa e/o vede la realtà dei fatti in modo diamettralmente opposto.

D’altronde,, riferendosi sempre al
Cristianesimo, va ricordato che solamente il 33% della popolazione del Pianeta crede in questa tipolotigia religiosa, che la fa diventare – se fosse un partito – la prima relgione di maggioranza relativa della Terra, il che non da assoluta garanzia e certezza dell’esistenza di questa divinità.

Va tenuto presente che mella realtà provinciale e provincialistica italiana, questa campagna pubblicitaria suona ai “ben pensanti” come una provocazione o un attacco, se possibile da fermare, censurare, bloccare quanto prima, in quanto potrebbe essere lesiva sulle oro “teoriche certezze teologiche” basate sul sentito dire e sulla rimasticatura di concetti triti e ritriti che si sono calcificate nelle menti degli italiani, creando quasi un pensiero unico e unificato di maoistica memora religiosa. Il vero credente, se esiste – visto che nella maggioranza dei casi si tratta di religiosità trasmessa per tradizione familare, o per non sfugurare pubblicamente quando ci si sposa o si battezza un figlio, salvo poi saltare tutte le feste comandate, a parte Natale e Pasqua, ottime per fare bella figura in chiesa, trasformando la cerimonia religiosa in una compassata di moda, per sfoggiare abiti firmati, possibilmente in prima fila – certo ne si spaventa, nè tantomeno si dovrebbe indignare per gli autobus- atei genovesi, in quanto è retto da una fede incrollabile nei confronti dei propri gerarchi religiosi e sopratutto nei confronti della divinità a cui quasi quotidianamente si prostra e/o prega, perchè in se ha la saldezza del proprio credo, la certezza d’avere una qualche forma di vita eterna, di risurrezzione della carne, si spera non dopo un autopsia, o dopo un trapianto d’organi, che vedrebbe il corpo risorto come una rappresentazione splatter dell’umano rinato, senza naturalmente mettere in conto la “ressurrezione della carne” di coloro che sono stati macinati da qualche pirata della strada, o vittime delle morti bianche, cadendo da trenta metri d’altezza. Visto l’andazzo italiano sui morti nel luogo e incidenti stradali, in Paradiso, se esiste, dovrebbe esserci una sezione come nel caso “Della Casa della Divina Provvidenza di Sarmeola di Rubano” detto comunemente Cottolengo, dove secondo le leggende metropolitane degli autoctoni del luogo, che circolavano negli anni’80 in Veneto, gli ospiti avevano tre teste, o il corpo di ragno o quant’altro.

Si dice che il vero ateo sia colui che cerca Dio, non colui che lo nega. Anche questo è un modo come un altro per tirare acqua verso un mulino della religiosità, tant’è che fino a prova contraria sono decenni che si cerca la prova definitiva dell’esistenza degli extraterrestri, e qualsiasi divinità, essendo abitualmente creatrice dell’Universo stesso è chiaramente extraterrestre, quindi aliena, non è mai stata trovata. Anche se rimane il fatto che trovare forme di vita extraterrestri, non significa automaticamente aver provato l’esistenza di un dio, ma l’esatto contrario. Sarebbe infatti la dimostrazione certa e palese, senza ombra di dubbio, che tutte le favole della creazione appartengono ai miti e leggende dei popoli che per paura del vuoto, del nulla, della morte, della putrefazione eterna della carne, sino al suo disfacimento in povere, hanno avuto la necessità umana, ma illogica, di crearsi a loro immagine e somiglianza, un Dio che li soddifacesse appieno, usandolo poi, nel corso della storia del genere umano, come pretesto o scusa, affermando che “Dio lo vuole”, nascondendosi dietro l’inesistente per scaricare al divino la colpa delle proprie malvagiità umane.

Marco Bazzato
15.01.2009
http://marco-bazzato.blogspot.com/

lunedì 22 dicembre 2008

Buon Natale Benedetto



Cosa accadrebbe se oggi Dio sbarcasse in Italia. Forse andrebbe a far visita a colui che, secondo il cattolicesimo, è il vicario di Suo figlio, divertendosi.

Si perchè, forse Dio si domanderebbe dove e quando questo povero Cristo si è manifestato nella forma unmana sul pianeta Terra, in quanto, secondo il Padre, Suo figlio sarebbe nato in tutt’altra galassia, in tutt’altro sistema planetario e in tutt’altro pianeta, ma non qui, sulla Terra.

Ne potrebbe nascere un conflitto su scala Universale, in quanto Dio potrebe imporrre a BXVI di far uscire le prove storiche – indipendenti – non legate a testi biblici, vangeli o quant’altro sul’ipotetica data storica reale della nascita di Gesù – mai avvenuta – sulla Terra.

Si potrebbe sorridere pensando a Dio che si trova innanzi ai suoi occhi – come creaatore dell’Universo – la buffa figura di J.R., il suo abbigliamento e lo strano cappellino – detto Camuro – che porta sulla testa.

Il diaolgo tra i due, potrebbe essere surreale, col tedesco che cerca di affabulare Dio, parlando di Spirito Santo, elezione al soglio pontificio, ma col Padre Eterno, arrabbiato nero, perchè sicuro che il giorno dell’elezione, lo Spirito era impegnato in altre faccende su un altro pianeta, ben più importanti.

«Leggendo i vostri presunti testi sacri» iniziò Dio, «Questo mio figlio avrebbe predicato la povertà, il Regno dei Cieli, e non accumulare ricchezze in Terra...Mi spiega questa cosa?»

Il Papa, preso alla sprovvista cercò di spostare il discorso sulla carità della Chiesa, sulla sua bontà e misericordia, sui valori che propropaga.

«Mi sccusi, allora perchè invece di vedere sobrietà,vedo ricchezza, opulenza e ventri rigonfi da beveraggi e libagioni?»

«Cristo ha mangiato e bevuto alle nozze di Cana» rispose serafico BXIV, felice di dimostrare che conosceva – a memoria – le sacre scritture, o almeno quelle.

Dio apre l’agenda storica e controlla. «Mi dispiace, ma mio figlio quel giorno non era in questo famigerato villaggio di Cana, evidentemente siete mal informati! Ma sopratutto continuate a mentire – sapendo che la verità è diversa – ai vostri sudditi».

«Ma quali sudditi!» si infervorò J.R, «Qui da noi ci sono solo fedeli» ribattè, cercando di nascondere la collera.

«Beh, non mi sembra che i vostri siano proprio fedeli, in quanto se non erro lei ha il titolo di Re, nella legilazione intenazionale di questo pianeta, mi sbaglio?»
«È solo una cosa formale. Capisce…l’immagine. Il Papa deve pur essere qualcosa, non può essere un Pinco Pallino qualsiasi, e andare in giro a dorso d’asino.» cercò di giustificarsi, pentendosi immediatamente della risposta, ripensando all’ingresso a Gerusalemme di Cristo, osannato come Re.

«Non mi sembra molto formale, viste anche le ricchezze economiche, che se non vado errato, sono accumulate nelle vostre banche dei quattro continenti».

«Quelle ricchezze sono necessarie...per l’apostolato».

«Vediamo, palazzi principeschi, scuole, università, alberghi, hotel extralusso per i magnati, ristoranti di prima qualità, case vacanze, per il vostro clero, da nababbi. Se vuole posso continuare. Come dite voi, sono onniscente...» ribattè Dio con un sorriso sornione.

BXVI non sapeva come rispondere. Evidentemente quello straccione, vestito in abiti semplici, forse poteva essere veramente chi diceva di essere. O peggio, poteva essere un impostore, una persona istruita, uno storico che era riuscito a trovare molte informazioni difformi da quelle spacciate da 2000 anni come verità. In fin dei conti, secondo al Chiesa, la verità viene capita nel suo insieme solo dai semplici – i più manipolabili – non dai sapienti, coloro che hanno la Gnosi.

«Non si preoccupi, non sono uno storico» attaccò Dio, quasi scusandosi d’avegli letto nei pensieri. Non ho bisogno di conoscere la storia, in quanto Io sono il Creatore della storia, ma non di quella avariata che smerciate voi qui».

Il J.R. sbiancò. Quello leggeva veramente – non a parole – nei cuori e nelle menti delle persone.

«Lei ha perso la Fede, vero? Anzi, se non mi sbaglio, non l’ha mai avuta veramente. È diventato prete perchè è stato rifiutato da una donna...ricorda? lo incalzò Dio, sicuro della verità.
J.R. arrossì. Il suo volto era diventato più rosso dei paramenti che indossava. «Non è vero...» cercò di difendersi. «...sono stato io a lasciare lei per Dio»

«Per me? E quando mai Le avrei chiesto una cosa del genere? Prove caro amico, prove. Oppure lei mente sapendo di mentire».

«Io...Io...Io non mento mai!»

«Non mi sembra. Mente in modo sistematico ogni volta che parla di me e di mio figlio, mente ogni giorno quando parla dello Spirito Santo, che secondo la vostra opinione avrebbe ispirato la sua elezione. Mentre sa benissimo che i giochi erano già stati decisi due anni prima della morte del suo predecessore...se vuole posso continuare...in eterno, naturalmente».

J.R. sembrava stordito. Non sapeva dove avrebbe potuto nascondersi in quel momento. Avrebbe voluto sparire, sprodondare sotto terra, per sempre. Ma lui, per Dio, era il Papa e non poteva cedere così passivamente davanti al primo dio che bussava alla porta di San Pietro.

Doveva trovare una soluzione ed uscire dall’impasse. Dopo aver riflettuto per alcuni istanti disse: «Prendiamo per buono, col beneficio del dubbio che Lei sia veramente Dio. Cosa dovrei fare?»

«Nulla di particolare. Solo rispettare il vostro ottavo comandamento, che Io non ho dato a quel tale, come si chiamava...ah, si Mosè, visto che come ho detto la Rivelazione è avvenuta in un altro pianeta»

«Cioè» biascicò sapendo d’avere le spalle al muro?»

«Praticamente il 25 dicembre, deve solo dire la semplice verità. Che quel giorno mio figlio non è nato a Betlemme e che vi siete inventati tutto, lo sapete e sono 2000 anni che continuate a mentire...»

«Ma così perderemmo di credibilità, nessuno si fiderà più di noi, di me, di Dio...»
«Tu fai il tuo dovere, poi fidati dell’intelligenza umana. Tu credi di guidare le coscienze, ma questi si modellano a seconda della cultura, della storia, di quanto si racconta – di falso – e della religione. Prima di questa bufala del cristianesimo, si pregavano altri dei, e il mondo non è caduto, e non cadrà nemmeno ora. Forse. Fidati».

«E se non lo facessi?»

«Nulla, ma come dice sempre Lei, esiste il giudizio eterno, ma quello terreno – un domani – potrebbe essere più tremendo del mio».

«Mi sta minacciando?»

«No, semplicemente uso le Sue stesse armi. Non Le và?»

BXVI cercò di scacciare la paura e l’affronto, facendo il suo solito sorriso da buon nonno che ascolta i nipotini discoli, ma non riuscì ad aggiungere nulla.

«Ora vado» disse Dio, guardandosi per l’ultima volta attono. «Comuque mi piace la sua povera e misera stamberga, è uguale a quella dove secondo voi sarebbe nato mio figlio. Bell’esempio di coerenza e religiosità, complimenti!»

Detto questo voltò le spalle al Papa e si allontanò. Aveva appena appoggiato la mano sulla porta, quando girò per un istante il capo, e verso il Papa, e disse: «Vuole sapere pechè ho deciso – dall’inizio del tempo – di non far nascere mio figlio, qui, sulla Terra?»

«Me lo dica, se vuole. Tanto ormai mi ha fatto perdere, oltre che la faccia anche quel po di morale che avevo».

«È presto detto. Subito dopo la creazione mi sono reso conto di che razza di errore avessi commesso col terzo pianeta del sistema solare. Effettivamente – come creature – mi siete riuscite malissimo, ma visto che sono, come dite voi, bontà infinita, decisi di non distuggere il vostro sasso,disperso nello spazio, che vi ospita. Mi ero reso conto che eravate dei gran contaballe, ma dopo aver conosicuto Lei personalmente, ho capito che con un pò di pazienza vi estinguerete da soli. E i fatti lo confermano. Aggiungo anche che mio figlio è nato sì povero, in una casa popolare, su un pianeta distante milioni di anni luce da voi, ma lì almeno non è stato messo a morte, e nessuno ha mai spacciato la sua dipartita dalle vestali terrene in una resurrezione. Per onnipotente sono onnipotente, ma per mia fortuna non sono mai stato idiota!»


Marco Bazzato
22.12.2008
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martedì 18 marzo 2008

Giuda Iscaruita: Traditore Coscienzioso





[21]Mentre mangiavano disse: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà». [22]Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». [23]Ed egli rispose: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. [24]Il Figlio dell'uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!». [25]Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l'hai detto».
Mt 26 21-25

Questo è forse uno dei passi evangelici più profetici per la storia dell’uomo e dell’umanità.

Giuda Iscariota è la quintessenza del politico. L’uomo che col suo gesto, il tradimento, darà una svolta alla vita, conducendo il Cristo, alla Passione, morte e resurrezione – di Fede – della carne del figlio dell’uomo.

Questo controverso personaggio, era il cassiere del gruppo di Gesù, un dotto, un istruito, una persona che forse più di altri, conosceva le sacre scritture e che sentiva – su di se – il peso della predicazione evangelica.

Giuda il traditore, Giuda il mercenario, Giuda l’uomo che consegna dietro il pagamento di trenta denari, l’uomo che poi sarà chiamato il Redentore, il sobillatore del popolo, portante una nuova visione del patto con Abramo, colui che è venuto al mondo per dare adempimento alle profezie dei profeti.

L’immagine nera di questo pseudo losco figuro ha attraversato il tempo e la storia, è stato usato, sbeffeggiato, manipolato, messo sulla croce infernale, come il suo Maestro, perché nell’attimo, credeva, pensava, voleva con tutto il cuore, anche lui, poter cambiare la storia del suo Popolo.

La figura di Giuda, a duemila anni dall’evento è ancora una figura nuova, viva e che si rinnova, Giuda è la quintessenza dell’uomo, che cerca a modo suo la giustizia, la sua giustizia, la verità, la sua verità tattica, ben diversa dalla verità strategica e di fede del Cristo, la verità – secondo la Fede – eterna del Figlio dell’uomo.

Il Cristo però anche secondo lo stesso Vangelo apocrifo di Giuda, deve rendere grazie a quest’ultimo, perché senza il presunto tradimento, descritto nei vangeli canonici, non ci sarebbe stata la passione, la morte e la resurrezione – di Fede – della carne del figlio di Maria e di Dio. In molti propendono a credere, che tra i due ci fosse un accordo, dettato dalla necessità di dar compimento alle scritture, e che il Cristo avesse bisogno – come uomo – della figura antagonista, del pubblico traditore, che avrebbe venduto il Maestro – per trenta denari, alla fine rifiutati – affinché le antiche profezie divenissero realtà in quel tempo.

Il “traditore” per eccellenza, era anche il “primo uomo che si sentiva tradito”, l’Abele che uccide Caino, il figlio minore, che baciandolo nell’orto dei Getsemani, permette la morte del fratello maggiore, del Figlio del Dio vivente, lo spirito divenuto carne, per la salvezza – di Fede – dell’uomo, divenisse realtà – religiosa – eterna.

Eppure Giuda aveva in parte di ragione, una ragione umana, storica, dettata dalla sofferenza nel vedere il suo Paese sotto il giogo di Cesare, e la Sua Gerusalemme, la Gerusalemme Terrestre, umana, la Gerusalemme della Geenna, dei cumuli fumati d’immondizia, fuori dalle mura, assediata, schiavizzata e brutalizzata, deturpata e derubata dai Cesari, offesa, umiliata, ridotta in povertà, sotto il giogo delle gabelle romane, che andavano ad ingrassare i sette Colli Capitolini.

Iscariota, al pari del Maestro, soffriva per quest’orrore, ma imputava a quest’ultimo l’utopia, il sogno eterno, di una Gerusalemme Celeste, di una Nuova Gerusalemme, che andasse oltre l’erosione del tempo, oltre il crollo del Tempio costruito dall’uomo, e riedificato – secondo la Fede – in tre giorni. Una Gerusalemme dell’anima, dello spirito, dell’essenza umana che cerca nella trasfigurazione con volto di Dio, una pace eterna, che proviene da prima del Tempo,fino alla fine dei secoli.

Ma Giuda Iscariota è soprattutto una figura moderna, attuale, una figura che attraversa indenne la storia, che si reincarna, dalla creazione in nuovi volti, in nuovi corpi, rimanendo fedele a se stesso. Giuda Iscariota è un politico, il politico per eccellenza, il servo vile e servile di molti padroni e di nessuno, neppure di se stesso. Giuda rappresenta l’opportunismo, il trasformismo camaleontico presente da sempre anche nella politica italiana, egli rappresenta il cambio di bandiera, il colpo di mano, il tradimento, il tattico cieco che per interesse personale fa cadere un governo, il politico che salta costantemente sul carro del vincitore, l’uomo senza volto, che ad ogni occasione mostra un volto diverso: sorridente, arcigno, benefico, vile, arrogante, servo e padrone nemmeno di se stesso.

Giuda è l’esempio del collaborazionista, dell’intellettuale che offre o svende i suoi servizi al maggior offerente, al più forte, a colui che all’attimo sembra offrirgli la possibilità di dare una svolta economica e sociale alla propria esistenza. Giuda è l’approfittatore, a volte sagace, a volte sfortunato, eliminato, ucciso, quando il suo servizio è ormai inutile e/o sorpassato.

Ma sono in molti i Giuda, anche dell’attualità. Essi non sono solo politici senza arte né parte, senza storia e/o senza dignità. Sono i collaborazionisti, o i collaboratori, dipende da come si li fanno apparire. Sono collaborazionisti, o collaboratori, che servono i portatori di libertà unilaterale e sterminatrice internazionali.

La storia si è sempre servita del Giuda di turno, del traditore, dell’infame, visto dalla parte del tradito, ma la Storia stessa ha sempre innalzato il traditore, se dalla parte del vincitore, dalla parte di colui che – col senno del poi – avrebbe scritto, o riscritto la Storia, modificandola, violentandola, stuprandola o sodomizzandola, secondo la volontà del nuovo dominatore.

Giuda, alla fine è un Giusto tra i Giusti, un eccelso nella Fede che ha saputo servire Dio e Mammona, la Luce e le Tenebre, un dotto sapiente, che i Giuda odierni, i Giuda della politica attuale, i collaborazionisti, non hanno più il coraggio di fare, ciò che i Giuda del XXI secolo non hanno: la coscienza.

Giuda, ha saputo vivere, contrattare, vendere, ma ha avuto l’onestà etica di rifiutare i 30 denari. Giuda indipendentemente dagli errori tattici, era dotato, a differenza dell’uomo attuale di una coscienza strategica, di una coscienza che gli ha permesso di capire che per rendere eterno il Sacrificio del Maestro, doveva sacrificarsi anche lui, con un gesto estremo, inteso non come gesto di un disperato, o come gesto di un uomo sconfitto, ma come gesto del vincitore antagonista, il vincitore e servitore occulto di Dio, che tramite lui, ha permesso l’elevazione del Figlio dell’Uomo, oltre la soglia – di Fede e/o religiosa – della morte.

Giuda, non va letto come servitore fedele del male, come servo maligno di una divinità demoniaca e/o luciferina, ma va riletto come e al pari del Figlio dell’Uomo, che ha sacrificato la propria vita, togliendosela per il Bene della Storia e/o della Fede, venendo a differenza del figlio di Dio, sepolto nel “Campo del vasaio” Mt. 27.7


Marco Bazzato

18.03.2008

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martedì 5 febbraio 2008

I coniugi Romano



Non c’è che dire, ma i coniugi Romano, iniziano a star simpatici a molti. Stanno simpatici, non per la ferocia con qui hanno commesso la strage di Erba., ma per come, con quei grandi occhini porcini, i sorrisi, le naturali carezze tra marito e moglie, i due sanno darsi anche se rinchiusi – come animali feroci – in gabbia.

Mostri senza cuore, bestie, assassini privi di pietà e scrupoli sono tra i tanti aggettivi con cui – a torto o a ragione, lo stabilirà il processo – sono stati pregiudizialmente condannati, ma loro, fin dai primi momenti dell’arresto, hanno mostrato una solidità familiare invidiabile. Lui si preoccupa per leie viceversa, complici reciproci di un universo tutto loro, dove a nessuno è permesso, bambini compresi, di mettervi piede.

Li ho osservati, dalle scarne immagini tv, in questi giorni. Ho guardato i loro occhi, vivi per loro, e spenti per il mondo, ho sentito come – per loro – noi, fuori dalla gabbia siamo gli animali, come – per i Romano – gli altri sono soggetti malati, di cui andava bonificato il territorio.

Nella loro primitiva e lucida normalità, gli altri erano dei pezzi di un puzzle fastidioso, il bambino, non era altro che un tassello impubere, rumorosamente malato, andava eliminato.

La loro – e nostra – normofollia, non è uno dei mali di tutti i tempi, la prassi della normalità esplosiva, la prassi della follia omicida, che sondando come un fiume che rompe gli argini, travolge – con meditata e programmata ferocia – il nemico, travolge sradicando dalla terra quelle radici, piccole e vecchie, che come una goccia costante sul capo che annichiliscono la presunta e teorizzata sanità mentale.

I coniugi Romano, non sono pazzi, ma – a mio avviso – forse sebbene abbiano premeditato il massacro, saranno riconosciuti incapaci di intendere e volere al momento dei fatti e, non importerà con quale ferocia essi hanno ucciso, incendiato e sviato, non importerà con quanta rabbia covata per anni, hanno tolto la vita, distruggendo due famiglie, ma se sono fortunati, secondo quanto la legge italiana, da anni territorio di trincea, amica dei colpevoli e nemica delle vittime, sconteranno qualche anno in una struttura psichiatrica, per poi tornare liberi, potendo riprendere la loro vita normale.

I Romano, oggi rappresentano la parte più rendiconta e bieca della coscienza umana, quell’angolo buio e imperscrutabile dell’arcano demiurgo umano. Un luogo dove dall’alba della civiltà, filosofi, dottori e in anni più recenti, psichiatri, criminologi e quant’altro, hanno cercato – senza riuscirci scientificamente – di sondare e capire, in quanto scientificamente incapacitati a capire e prevenire, ma ottimi a giudicare e pontificare col senno del poi.

I Romano oggi attirano. Attirano come in passato hanno attirato Erika e Omar, come ha attirato prima Cogne, poi Perugia o Garlasco. Attirano perché l’oscurità, il buio, il maleficio della normalità è una piaga inconfessata ed inconfessabile che l’essere umano, come un infame marchio di fabbrica si porta appresso. Attira perché il profumo del sangue, delle urla strazianti, delle martellate, dei coltelli che scavano, triturano, lacerano, fendono in profondità le carni, profumano di quell’aroma sinistro, a cui nessuno vorrebbe rinunciare, ma per convinzioni sociali, strutturate da millenni di civiltà, restano latenti, come un virus da immunodeficienza che uccide lentamente, consumando dall’interno, scavando, come un fiume che erode gli argini, l’il fragile terreno argilloso della mente umana, sempre impastata di rifiuti inconsci, pronti a crollare come una diga mal costruita.

L’odore della morte prende, avvolge, innalzando verso l’abisso della consunzione mentale la fragile sostanza umana, come antibiotico inefficace che, sebbene s’insinui nelle vene, trasportato dal sangue, non sortisce solo alcun effetto, benefico. Anzi. La morbosità per il dolore altrui, fa aumentare il desiderio fantastico e fantasioso di renderlo reale ad altri, fa aumentare – inconfessatamente anche a se stessi – il lucido sogno di follia d’emulare le gesta degli amati e amanti eroi neri degli incubi più foschi e cupi.

L’uomo da centinaia di migliaia d’anni ha ingabbiato la propria animalità, chiudendo in uno scrigno inaccessibile ma latente i propri desideri più perversi, gettando la chiave, timoroso di trovarla, ma sognatore indefesso, quando altri, superato quel sottile confine tra presunta follia e animalità primordiale, riesce a scardinarla, aprendo quell’angolo – nel caso dei Romano, simbiotico – che ci rende puri e liberi davanti a se stessi, ma nemici, come animali feroci da rinchiudere, della società umana e delle sue regole etiche e morali, imposte o proposte, sotto la minaccia di punizioni umane e/o divine.

I Romano non sono altro che i Caino e Abele moderni, gli Erodi eroi neri dei giorni odierni, che dall’inizio della Storia, mostrano inequivocabilmente come la spinta propulsiva della vita alla vita, sia la morte, il dramma, l’olocausto, il sangue, non importa se versato per una guerra tra Stati, o sparso per dissapori condominiali o versato per rigettare un figlio indesiderato, concepito per errore in una notte d’orgasmica follia, o un figlio bramato, ma impossibilitati dall’essere creato. Morte generatrice diretta o indiretta della vita stessa. Morte che è amica, sorella, parente indesiderato che busserà prima o poi alla porta di tutti.

I Romano rappresentano quella morte, quella falce oscura che non può essere rinnegata o negata dall’esistenza umana, perché ci accompagna fin dal concepimento, erode e consuma sin dal primo vagito, perseguitando il genere umano, come stupratore che vuole insinuarsi nella mente dell’uomo, per renderlo succube alla sua volontà, riuscendoci e rimanendo impunita con tutti.


Marco Bazzato

05.02.2008

giovedì 6 settembre 2007

Vita eterna a te, Madre Morte


Gli ultimi due giorni italiani sembrano funestati da strani presagi. La morte dell’imitatore Gigi Sabani, e del tenore Luciano Pavarotti. Il primo stroncato da un infarto a casa della sorella, il secondo, dopo una lunga malattia – un cancro al pancreas – che l’ha condotto, alla alle prime luci dell’alba di oggi, giovedì 6 settembre 2007, tra le braccia dell’oscurità eterna.
Indipendentemente dal cordoglio umano e dal dolore che si può provare innanzi a queste perdite, rimane il fatto, che la morte, dolce rapitrice,che a differenza dell'anonima sequestri sarda, porta via gli affetti più cari, non chiedendo riscatti.
La morte, questa oscura e piacente creatura, con il sorriso suadente quando incontra lo sguardo del predestinato, lo prende, lo coccola, accogliendolo, facendo tornare, indistintamente piante, animali, ed esseri umani, allo stato del nulla, trasformando il tutto, secondo i suoi tempi e modi, in polvere, cenere, ossa consunte e crani ingrigiti.
Tutto con la morte scompare. Trasmigra in altro mondo, un altro universo, per alcuni, realtà di fede, per altri semplice putrefazione di carne e materia inanimata.
L'ultimo viaggio, l’ultimo salto verso l’ignoto, verso la scoperta delle origini stesse dell’uomo, per chi lo compie, deve essere un’esperienza quasi mistica. La realtà sfuma, il mondo conosciuto improvvisamente si allontana, evapora, diventa di colori indistinti, tenui, bordati di bianchi ed oscuri che prendono, abbagliano, giocano con gli ultimi frammenti di respiro, come una piovra che con tentacoli e ventose si attacca alla pelle, succhiando le ultime energie vitali. Finchè il nero avvolge corpo e coscienza completamente. Spegnendolo per sempre.
Ricordi, emozioni, esperienze, sapere, odi e amori. Tutto finisce nel nulla. Tutto scompare in quel grembo immenso partoriente, espellente la vita, verso la morte, facendo tornare il nulla, realtà prima ed essenziale dell’antevita, come realtà estrema e totale dopovita, in morte.
L'ultimo viaggio, è un viaggio a volte strappato, a volte atteso, cercato, bramato, un viaggio dove gli ultimi respiri sono lenti affannosi, dove il muscolo cardiaco strappa a se stesso battiti impossibili, fino ad arrendersi, gettando, come un pugile allo stremo, la spugna, mentre le ultime gocce di sangue si raffermano sul volto, ed il gong, puntuale come una lama conficcata nel cranio, rompe per sempre i sogni di vittoria.
Nostra Signora sorella morte, fedele compagna di vita fin dal primo vagito, ci scruta dall'inizio del tempo, come una carnivora madre affettuosa, pronta a cibarsi dell'uomo, del suo essere, divorando e fagocitando gioie e dolori, digerendo nel ventre, che per anni ha allattato l’uomo con il latte venefico della vita, l'interezza dell’esistenza. Lei non piange lacrime amare di dolore, non versa in pianti disperati dopo il rientro nel suo utero eterno, ma piange, quando l'uomo è lontano a lei cercando di tener testa, rimanendo aggrappato ad uno scorcio microscopico di vita, che nel disegno della creazione, nel disegno dei miliardi di anni dell’universo, equivale al nulla, dove ci si dibatte, come pesci gettati a terra nell’illusione di sopravvivere in eterno, vincendo la grande madre, che come una vedova che smarrito i suoi figli, attende, aggrappata allo stipite della porta, accarezzata da lampi di oscurità che le solleticano glutei, seni, spalle, e sesso, il ritorno di ogni figlio, per stare con loro, per sempre.

Marco Bazzato
06.09.2007
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lunedì 7 maggio 2007

Morire di malasanità? Succede

È difficile dire ad un familiare, che ha appena subito la morte di un parente, che essa è uno evento che accade, e non voglio certo negare la grandezza e l’enormità del dolore e la sofferenza che essa comporta, ma è giusto vedere l’altro risvolto, quella del morto, del paziente deceduto per imperizia, per errore umano,o tragica fatalità dettata dal fato, dalle circostanze, o ad un “banale?” errore umano in fase di montaggio dei tubi dell’ossigeno in una struttura appena aperta al pubblico, dove ora spetta alla magistratura fare luce sulle cause che hanno portato alla morte di otto pazienti a causa dei tubi dell'ossigeno invertiti.
È cinico da dirsi, ma lo scrivo sulla base dell’esperienza personale, dopo aver affrontato fin ora dieci interventi chirurgici nell’arco di trentasette anni di vita, quindi con convinzione di causa, che un ammalato, quando entra in ospedale, in sala operatoria, o in un reparto di terapia intensiva, deve mettere in conto la morte, avendo l'onestà e la lucidità mentale di sapere che potrebbe uscire con le gambe in avanti, dentro una cassa da, e non con passo dopo passo, indipendentemente dall'età del paziente.
Ho sempre visto in una struttura ospedaliera un luogo di vita e morte, un luogo di sofferenza e guarigione, un ambiente ovattato, in teoria sterile, dove la morte - non solo per me - era perennemente in agguato, pronta ad afferrare il malcapitato di turno per cause naturali, errori medici, esplosioni di una bombola d'ossigeno in sala operatoria, drammi scampati a filo di rasoio, o per tragedie dell’imperizia, della faciloneria, dell’errore umano o diagnostico.
Morti che hanno però un unico comune denominatore: la malattia intesa come sofferenza, come piaga personale fisica - ma non solo - che porta a toccare con dito l'aldilà, il nulla, la scomparsa, l'arrestarsi del cuore, all'ineluttabilità della morte, la tomba, la terra, la dissoluzione del corpo, trasmutato in cenere, l'eternità di non esistere più, se non per alcuni decenni, nei ricordi dei propri cari.
Ma la tragedia non è il morire in se – evento naturale, che ha come causa la vita stessa – ma il dolore dei sopravissuti, quel dolore che il morto non può sentire, quel dolore, che nella speranza, nell'illusione, nella presunta certezza di una guarigione, svanisce, evapora, si dissolve, portando con se nella terra, sogni, speranze, illusioni.
Ho visto molti pazienti morire in ospedale, ricordo i loro volti emaciati i giorni prima del decesso, i loro sguardi, il tendere la mano verso una non vita/vita che si avvicinava a grandi passi, dove pur cercando di fuggire, vedevano che l’ineluttabilità della dissoluzione arrivava a grandi passi.
Morire di malasanità, non è altro che uno dei molti modi di morire, non diverso da quello della fatalità d'essere travolto da un'auto in corsa, o mille altri modi diversi d'andarsene, dove però, forse a differenza del "sano?", ha la coscienza e l'autocoscienza, che la vita stessa, nasce, vive, svanisce e trapassa in un attimo, che poi si dissolve per sempre nell'eternità del non esistere più per sempre.

Marco Bazzato
07.05.2007
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lunedì 5 febbraio 2007

Calcio sospeso a tempo indeterminato?

Dopo i tragici fatti di Catania di venerdì scorso, che avevano portato alla clamorosa decisione emotiva di sospendere il calcio a tempo indeterminato, ma non sono passati nemmeno tre giorni, e i funerali del poliziotto non si sono ancora svolti, che già suonano le fanfare dell’esercito in ritirata, dove le belle parole di solidarietà, hanno lasciato spazio a calcoli leggermente più veniali, meno ancorati all’emozione e al dolore, rimuovendo alla velocità della luce i bei propositi di meditazione e astinenza dal calcio anzi, l’esercito dei rianimatori sportivi è piazzato al capezzale del moribondo, pronti a praticare ogni tipo di terapia intensiva, pur di farlo resuscitare dalla tomba colma di marciume e larve dov’era stato sepolto poche sere fa.
Bisogna guardare avanti, andando oltre alla tragedia, trovando le cause del malessere sociale, cercando d’estirpare la cancrena che deturpa in ogni ordine di classe sociale il mondo sportivo. Queste sono alcune delle affermazioni ad effetto più gettonante nelle ultime ore.
Il moribondo è in terapia intensiva, ma i rianimatori anche questa volta useranno le classiche terapie omeopatiche, anziché una robusta dose d’antibiotici, scariche elettriche, manganelli ed idranti per far tornare dal mondo dei morti l’amato sport, discutendo sulle possibili cure, sui rimedi stregoneschi, nascondendo la testa sotto la sabbia, sotto lo sterco putrido del marciume d’interessi che coinvolgono lo squallido mondo dorato in ogni ordine e grado.
Per una domenica intanto il campionato è stato sospeso, e così sarà anche in quella successiva, ma viene da chiedersi è possibile in due settimane risolvere i problemi decennali, le mancanze politiche, delle società calcistiche, dei media, e di quanti da anni si avventano sulla carogna della gallina dalle uova d’oro che dispensa miliardi a brocchi e campioni come caramelle, dove l’aroma avvelenato spesso è divorato avidamente da cocainomani sportivi che come tossici in crisi d’astinenza sfogano le loro pulsioni abiette urlano, inveendo, lanciando lacrimogeni, bombe carta, oggetti in campo e quant’altro, in modo improvviso o premeditato salta nella testa durante il sacro rito calcistico, che come un orgia famelica di corpi avvinghiati si accoppiano virtualmente tramite grida e tamburi tribali, come cannibali usciti dalle foreste pluviali,sono pronti a lanciare le loro frecce avvelenate alla prima svista dell’arbitro, al calcio sugli stinchi del beniamino miliardario che se ne frega, dall’alto del suo mondo dorato del destino dei poveri diavoli ossessionati, che lo innalzano come un dio pagano, pronti a ricacciarlo nell’inferno appena compie un minimo errore o il rendimento calcistico passa dalla sublimità dello stallone di razza al brocco pronto per il mattatio.
È sconvolgente questo silenzio privo di urla e grida, privo delle logorroiche dirette radiofoniche e televisive che infestano le reti di ogni ordine e grado, e quasi un mistero gaudioso questa ritrovata pace, nata però sotto il segno della bestialità omicida, che già in troppi sembrano aver dimenticato.
Lo sport è morto, ma come necrofili si trae piacere anche dal godimento del cadavere in decomposizione, dal godimento dell’osservazione degli stadi finalmente svuotati dal chiasso, dai fumogeni, dai lacrimogeni della polizia, ma il “sacerdote” non vuole dare l’estrema unzione, e i parenti interessati sono alla ricerca dello sciamano, dello stregone, del guaritore mistico, pronto a gridare che il calcio e resuscitato, che il dramma consumato appartiene al passato, e che tali tragedie non si ripeteranno più. Così, via tutti allegramente, pronti a contare il denaro degli introiti dei diritti televisivi, dei biglietti, del merchandising, pronti a gridare al gol inesistente, al rigore mancato, pronti a ripicchiarsi nuovamente come bestie feroci dentro il Col osseo. Peccato che i bei tempi della Roma imperiale siano finiti, che il Gladiatore sia stato solo un magnifico Kolossal hollywoodiano, altrimenti sarebbe stata una gioia la riapertura dell’antico Anfiteatro Flavio, che avrebbe fornito una degna cornice tra leoni, tigri e altri bestie feroci, il veder rinnovarsi l’arte del sangue elevato a sport eccelso, dove i novelli gladiatori: gli ultras avrebbero potuto essere gli interpreti attivi dello spettacolo, e il popolo pacifico, quello che del calcio pulito ne hanno fatto un atto d’amore responsabile, si godrebbe beatamente seduto in poltrona, tramite la Pay Tv il banchetto degli animali che si avventano tra di loro senza pietà, pestandosi a sangue, picchiandosi di santa ragione fino allo sfinimento.
Ma l’antica Roma era la capitale di un impero in decadenza, noi, civili del XXI secolo abbiamo creato nuove forme di divertimento più raffinate, meno truculente, senza spade, ma con spranghe, catene, mazze, sampietrini, e sassi scagliati, perché come dice un detto: Lo spettacolo deve continuare! Quindi, via, sopportiamo la tortura di un'altra settimana d’astinenza senza calcio, poi l’eterna ruota dell’ipocrisia riprenderà a girare nell’unico vero verso che conosce: L’euro.

Marco Bazzato
05.02.2007
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lunedì 15 gennaio 2007

Il diritto alla poligamia?

È il sogno di molti uomini, la fantasia sessuale forse più comune nel maschio, è quella d’avere più di una donna nel proprio letto per condividere non solo le gioie del talamo, ma anche nella vita di tutti i giorni, e forse la poligamia è quel desiderio palesemente inespresso, ma praticamente più attuato da molti uomini Italiani e non solo.
Diciamocelo chiaramente, in un paese dove l’ipocrisia regna sovrana, dove lo sfoggio dell’ultimo modello di Porche Cayenne va di pari passi con la voglia di stupire avendo l’amante a fianco, forse l’idea della poligamia sebbene apparentemente è passata di moda, tale pratica continua a circolare nel sottobosco di ricchi e poveri, senza fare distinzione di classe, e allora perché non superare l’ipocrisia nazionale, culturale e sociale dando alla relazione poligama lo status giuridico, equiparandolo a piccole società di fatto, dove i diritti e i doveri sono legalmente garantiti e tutelati, andando oltre a quell’insana pratica di spennare come un pollo il povero disgraziato beccato a letto con l’amante di turno?
D’altronde il tradimento è diventata una costante sociale, anche se queste accezzioni minoritarie mettono in ombra la maggioranza dei matrimoni monogami o le stabili convivenze.
Forse la volontà comune di tanti maschi sarebbe quella di far coesistere pacificamente, magari sotto lo stesso tetto, o sullo stesso letto due o più donne, che sono costrette a scoprire l’altra metà della passione del marito, da nuovi profumi, rossetti stampati sul collo della camicia, o da sms lasciati per errore sul cellulare.
Certo, lo stato non deve mettere il naso negli affari privati e soprattutto sotto le lenzuola o nelle camere d’alberghi di lusso o d’infima categoria, dove gli amanti sono costretti a rifugiarsi per timore delle ire della legittima consorte.
Il paese ha bisogno di una nuova svolta culturale, di un approccio a vedute con vendute più ampie e meno moraleggianti, fondate su una morale diversa, non libertina, ma limpida e alla luce del sole, non su una morale che abiettamente punisce l’uomo che nella necessità di vivacizzare un rapporto matrimoniale a volte logoro, si vede costretto a cadere tra le braccia di un’altra donna.
Il problema principale, non sarebbe da parte maschile, ma sarebbe quello di far evolvere il pensiero femminile in ragione di un’apertura emotiva e mentale più ampia, meno chiusa dentro dogmi desueti, o etiche ipocrite che sanno da medioevalismo dell’anno mille.
Forse i benpensanti, oppure i pensanti, specie da parte femminile si scandalizzeranno, ma di certo molte donne, al pari di molti maschi, non si scandalizzano nell’avere una relazione clandestina con uomini sposati, e spesso né fanno pure una virtù, usando, esattamente come gli uomini le solite scusanti arcaiche, vecchie, logore e che sanno di polenta ammuffita, o di ragnatele mentali del tipo: mia moglie non mi capisce, io lo capisco meglio di sua moglie, le do quello che lei non le sa dare, e quant’altro di più banale si può utilizzare come scusa.
Non possiamo dimenticare che viviamo dentro un economia di mercato, dentro una società dove la concorrenza spinge sempre di più sull’acceleratore dell’innovazione, della scoperta, dell’evoluzione dei costumi anche dei modi di pensare e d’agire dei singoli individui, e non si vede il perché questa concorrenza benefica non debba essere portata all’interno del focolaio domestico, sotto le lenzuola, nella vita di tutti i giorni.
Due o più donne dividendo in totale accordo lo stesso marito, possono fornire una spinta che può solo migliorare le relazioni sociali non solo all’interno della famiglia, ma anche all’esterno, offrendo all’uomo la possibilità non maschilista, ma dettata dalla liceità d’avere più di una moglie non più in concorrenza con l’amante, ma complice della stessa, dove nessuna delle due o più, è in guerra per prendersi i favori dell’amato, ma sanno che potranno disporre del soggetto del proprio amore senza più il timore di doversi nascondere, gettare soldi in frettolose camere d’albergo, o peggio avere figli non riconosciuti.
Vedere un ritorno all’antico, un ritorno a tradizioni familiari dimenticate, diverse, a tradizioni che nei millenni passati hanno contribuito in maniera sostanziale all’evoluzione della specie stessa, non deve essere visto o vissuto come l’attaccamento a qualche religione particolare, ma solamente a rendere chiaro, a fare outing, come si dice oggi per situazioni diverse di una realtà nascosta, alla fine spesso solamente alla povera moglie cornuta.

Marco Bazzato
15.01.2007
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sabato 13 gennaio 2007

“Liberaci dal male”

È la frase finale del Padre Nostro, ma dopo i recenti fatti degli ultimi giorni dove u una famiglia è stata trucidata assieme ad una vicina di casa e ferito alla gola il marito da una coppia apparentemente normale. Viene da chiedersi dove si annida il male, e cos’è esso veramente sia.
Il marito della donna uccisa, che oltre alla moglie ha perso la figlia ed il nipotino di due anni, ha perdonato i barbari criminali, gli sterminatori della porta a fianco, i vicini litigiosi, che non sopportavano il disordine, e la donna maniaca dell’ordine e della pulizia è stata l’istigatrice feroce della strage. È proprio davanti a queste tragedie che i religiosi parlano del ritorno di Caino, figlio degenere d’Eva che ammazzò, secondo la Bibbia, il fratello. Gli psichiatri si arrovelleranno per dare spiegazioni, studiare, capire le dinamiche che possono spingere una coppia apparentemente normale a macchiarsi del sangue di quattro persone, ma non ci sono spiegazioni, solo giustificazioni, scuse, citazioni, riporti di frasi ed eventi passati o relativamente recenti usati in modo arbitrario per cercare di capire la provenienza, l’origine, il seme nato e cresciuto in un terreno infecondo, in una terra malata, cresciuto all’interno della mente di una coppia che nella loro maniacale perfezione, nascondevano e covavano in seno un germe malefico: Il male.
Il male, quell’entità arcana che la società contemporanea, forse ormai troppo secolarizzata, o laicizzata, dipende dal punto di vista, e dal tipo d’approccio che si vuole usare, tende a rimuovere, a dimenticare, ad omettere, a non voler più né vedere, né accettare come parte integrante e fondante della stessa società.
Non potremmo mai liberarci dal male, perché esso permea con sfumature diverse l’uomo dagli albori. Ci sono troppe definizione di “Male” di “Maligno, ma tutte, nei loro risvolti umani, personali e sociali sono una necessità privilegiata della naturalità umana. Il male è uno stato d’essere, un’essenza che vive nella natura umana. Si forma lentamente come una preziosa perla rara, lentamente si genera, si sedimenta, si crea, per poi schiudersi in tutta la sua ferocia distruttiva, contro se stessi, o contro lo specchio distorto dell’altro, della parte più oscura e non riconosciuta della propria essenza. È una realtà che vive nell’ombra come dio apparentemente immortale e si ciba della mortalità.
Il male, il maligno è una sostanza che va protetta, tutelata e lasciata libera di vivere come un cancro che porta alla distruzione, perché, come un’esplosione deflagra, e come un’onda d’urto si diffonde, ma è in questa deflagrazione che nella reazione, muta, trasmuta, modifica, infonde nuova vita, rigenerando l’uomo stesso.
Il bene ha bisogno di un’antagonista, di una spalla, di un comprimario silenzioso, che cova come il fuoco sotto la cenere, per manifestarsi, per fa nascere il cambiamento, l’evoluzione, la coscienza e la conoscenza, Il bene stesso senza il male, il dolore, senza sofferenza, distruzione, ed esaltazione del lato oscuro, è un orfano, un soggetto solitario e derelitto. Il bene perde la sua forza propulsiva senza il maligno, come il maligno stesso, l’atrocità, la barbarie non può trovare sfogo e virulenza senza l’assenso del bene, che per sua natura lascia libertà di scelta d’agire, di crescere e muoversi entro ogni tipo di sinistra via.
Quindi non si può affermare… “liberaci dal male”, ma bensì “Libera il male” dalla gabbia in cui è recluso, prigioniero sofferente, perché è proprio quella prigione, la prima fonte ispiratrice dei propositi distruttivi, e alla fine sempre autodistruttivi e creativi. Il male, il maligno, nella sua abietta virtù è una delle essenze continuative della creazione stessa, è uno dei motori che dà vita allo stesso universo conosciuto e sconosciuto, quell’universo fatto in massima parte da materia oscura che cerca liberazione, che cerca un naturale sfogo contro l’antagonista benigno e salvifico di sempre: Il bene.
L’uomo non può combattere il male, può solo subirlo, accettarlo, introitarlo come una parte di se, contrastandolo con la fede nella ragione, con la forza dell’intelletto e della volontà di non lasciarsi sopraffare da quanto lo macera, lo attacca, lo consuma, rendendolo ombra di se stesso. Il male è una risorsa distruttiva ma propulsiva, una realtà ineffabile che vive in ogni creatura umana nessuno potrà mai prevedere dove e in chi esploderà di volta in volta e con quali distruttivi effetti creativi, per questo il vincitore lo decide l’uomo, ma egli da solo è impotente innanzi alla sacralità annichilente che il maligno esercita sull’essere umano e sull’umanità tutta.

Marco Bazzato
13.01.2007
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sabato 6 gennaio 2007

Dov’è Dio?

Sovente viene da chiedersi se Dio esiste, se Dio c’è. “Egli è l’essere perfettissimo, creatore del cielo e della terra”, recitava uno degli articoli della professione di fede del catechismo degli anni settanta. Poi si cresce, si perde la fede, la speranza, e la carità diventa quella fatta al barbone che chiede l’elemosina a lato della strada, e trattenendo un moto di rabbia, di dolore, di sofferenza per creature umane lasciate o abbandonate al loro destino dalla famiglia, dalla società, da una cultura che ha perso ogni valore, che ha perso di vista il senso stesso della parola umanità, del senso dell’amore, inteso come forma d’elevazione spirituale più pura verso l’altro, verso la parte più chiaramente oscura e sconosciuta anche di se stessi.
Dov’è Dio in questa società dove i media mostrano solo marciume, sangue, le inefficienze politiche, furti, ladrocini, assassini impuniti, che sogghignati lasciano le patrie galere nonostante abbiamo sulle spalle indicibili scie di sangue e morte.
Dov’è Dio, perché non risponde all’uomo, ai suoi bisogni primari, non solo spirituali, ma anche materiali, perché quest’essenza che permea ogni angolo del creato, nel nome del libero arbitrio del singolo, lascia che tutto si compia, che tutto, attraverso il sangue, il sacrificio, la morte, non solo fisica, ma anche spirituale dell’uomo stesso, diventando motivo salvifico, non in questa vita, ma nell’altra vita.
L’uomo ha bisogno oggi della salvezza, ha necessità ora non solo della preghiera, ma anche di sentire che non è solo, che non è abbandonato ai pesi delle tragedie quotidiane, che non è un essere che vive ai margini del mondo stesso, ma che anche nella povertà, c’è qualcuno che provvede a lui, ai suoi bisogni, sostiene la sua sofferenza, l’agonia sul letto di morte, sulle corsie degli ospedali, negli ospizi.
Questo Dio presente in ogni angolo tace. Tace a volte d’un silenzio forse colpevole, forse protettivo, tace affinché la ricerca dell’uomo, nella sua interiorità lo porti a sentirlo in modo diverso, in modo meno declamato da somme autorità, ma più vivo in ognuno.
In questa società frenetica, questo silenzio assordante, schiacciato dal frastuono quotidiano, scava nella roccia, scava nei pensieri, nelle azioni frenetiche, nelle tensioni a cui l’uomo è sottoposto. Dio forse vede, ma tace, forse vorrebbe intervenire nelle vicende umane, ma l’uomo stesso impossibilitato dal proprio ego, dal proprio interesse venale, dall’istino di sopravvivenza relativo dall’allontanarlo. Ma quel Dio sebbene così distante, sebbene così assente, non lascia sole le creature, quegli esseri perfetti, che viventi nelle quotidiane imperfezioni, vorrebbero elevarsi sopra la soglia di una materialità distruttiva e decadente, quelle creature, che nonostante gli affanni d’ogni giorno, cercano un motivo che va oltre la vita stessa, oltre la banalità del giorno che lascia il posto alla notte, per continuare un esistenza costellata da drammi ed affanni, un esistenza dove il dolore, la malattia è una piaga che suppura pus nauseabondo, una piaga infetta, che porterebbe a maledire il creato stesso, se non si sentisse che oltre l’apparenza della vita finita, esiste un’altra vita, ma quell’altra vita non è sufficiente, nonostante quanto possa essere granitica una fede, la certezza che le promesse siano adempiute.
Dov’è Dio oggi? Forse cammina nelle corsie degli ospedali, assiste gli infermi, i moribondi, assiste coloro, che esalano l’ultimo respiro per abbandonarsi con fede, con paura, e speranza alla nuova vita. Dio non è nel cuore del ricco, non è nel cuore del potente circondato da una corte osannante e prostrata a lui come una divinità pagana, con un gesto della mano ordina distruzione e morte. Dio non è nelle lotte politiche, in chi sbandiera la propria fede, il proprio credo, la propria religione come una clava, un arma impropria per ribadire una superiorità inesistente, una superiorità che deve far servi e schiavi coloro che vivono nei loro cuori la stessa fede, pregando in libri diversi, ma amando l’uomo e il creatore nello stesso modo.
Dio tace, osserva, ascolta, s’indigna, sente le urla, i giochi, il malaffare di chi all’ombra del suo tempio, dentro il tempio dell’uomo stesso, continua a covare l’arte dell’inganno, della menzogna, l’arte di distruggere, nel nome d’un altro. L’arte del mentire sia di chi crede, sia di chi non crede in nome dell’entità in nome dell’Essere Supremo, non disponendo nemmeno della vita propria, consegnatali come dono d’amore, generata come violenza, rubata come un frutto caduto dall’albero, vogliono essere proprietari delle vite altrui desiderano secondo i loro sogni,i bisogni, le fantasie malate e perverse proporre, ordinare e disporre ci ciò che non gli potrà mai appartenere: la libertà interiore d’amare, di essere, di volgere i propri pensieri, lodi, pianti ed i sacrifici a quel Dio salvifico, forse creatura vivente nell’essenza dell’uomo, forse creatore presente non creato nel creato, che guida e illumina, che nel silenzio riesce a dare quelle risposte, quel senso supremo alla vita stessa, quando essa, accecati dalla miseria dello sguardo finito e umano, sentiamo che vive e vegeta forse in un inutilità senza senso.
Dov’è Dio?
Tanti hanno la risposta, vera o fallace, inventata oppure toccata con mano nella trascendenza d’un amore che va oltre le vesta mortali,ed entrando partendo dal cuore, arriva direttamente in quel mistero, che a parole umane nessuno sa spiegare e che si chiama Fede.

Marco Bazzato
06.01.2007
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Ammazziamo con gioia

Che bello sentire il sangue altrui scorrere tra le dita,sentire urla di supplica e paura che lacerano i timpani. Non c’è aroma più sadicamente esaltante dell’altrui sofferenza, dell’altrui dolore, che come un farmaco mortale lenisce gli affanni.
Si vive inconsciamente per quell’aroma, per quel nettare delicato delle paure altrui che s’insinuano sotto la pelle, e muovono accecati d’odio e rabbia per distruggere quanti ci circondano.
Essere ipocriti non serve a nulla, se non ad elevare al rango di verità la bugia. Si gode con istinto malsano, quando si vedono corpi morenti dibattersi sulla forca. Si hanno orgasmi sadici nel vedere la disgrazia che accade ad altri, e non a noi, facendoci sentire forti, liberi, fortunati, sfacciatamente gioiosi e giocondi per quei corpi bruciati o fatti i mille minuscoli pezzi, strappati alla vita dal bisogno mortale di vendicarsi, di rubare, distruggere, depredare, rendere proprio quello che non gli appartiene. L’assurdo è che si usa ogni genere di scusa legale, etica, umana e sociale per perpetrare l’insito bisogno costante di godere delle sofferenze altrui, nel vedere quei bimbi con i ventri ricolmi di fame, gli arti scheletrici che non conoscono il sapore d’una costata, l’aroma dolce d’una bibita gassata, ma costretti come cani randagi, come animali braccati a rovistare nell’immondizia, a vivere nella sporcizia, a bere in fiumi e laghi avvelenati dai nostri liquami industriali, riversati in casa altrui, per non sporcare il nostro piccolo giardino. L’uomo è una massa ipocrita e bastarda, che salva una vita sotto la luce dei riflettori dei media e ne ammazza a migliaia nell’oscurità, distante da sguardi altrui. Li macella come bestie pronte al sacrificio rituale, balla, cospargendosi il capo di oli profumati innanzi alle ceneri, ai resti ancora caldi di quelle che per lui non erano persone, ma animali inferiori da abbattere e depredare.
Dicono, che esiste l’amore. Quale fantastica illusione, che fiaba per bambini idioti, per adulti ritardati che credono ancora nelle favole a lieto fine,e non vogliono vedere il mondo popolato da orchi e draghi famelici che riducono in polvere come le sette piaghe d’Egitto quanto incontrano nel loro cammino.
La storia, questa puttana bastarda, non insegna nulla all’uomo, non insegna a migliorarsi, anzi fornisce scuse e alibi per scendere sempre più in profondità verso l’abisso, per ricreare, credendo di portare nuove verità, nuove forme di sadismo e morte.
La nostra società, nell’opulenza falsa e virogena, si avvia, avvolta in un sacco mortuario, guidato dall’un becchino impazzito, verso il cimitero finale, verso quell’arcana e archetipa tomba, dove riverserà come in un infinito coniato di vomito, tutta se stessa. La via, la strada costellata di cipressi secchi ai lati è spiantata, è lunga, diritta, senza nessuna curva, priva di dossi, e angoli ciechi, ci attende al varco davanti alle lapidi divelte, alle tombe violate, con i resti di chi ci ha preceduto.
Il sacco mortale, il virus maligno, è presente in ognuno in forme apparentemente diverse, ma per tutti eguali: il bisogno di schiacciare, demolire, distruggere, sradicare le vestigia del passato, annichilire con pensieri contorti chi ci h preceduto, vedendo appesi ai rami degli alberi quanti ci superano in furbizia, malizia, e potenza. Godiamo come belve affamate, come animali pervasi dal calore dell’accoppiamento quando i potenti cadono dai troni, quando ubriachi delle malvagità che vorremmo compiere, ma gli eventi contrari l’hanno impedito, decadono nei liquami della pubblica gogna, quando invecchiati e stanchi del sangue sparso, e delle cataste fumanti di cadaveri lasciate marcire lungo le vie, vengono presi ed incatenati, processati come servi di un dio maligno, come signori, prima osannati e adorati, ed ora odiati dal profondo delle viscere.
La feccia ci avvolge, ci sommerge, rendendo l’aria stessa che respiriamo colma degli orrori che ci accerchiano,e noi, fermi, immobili, come vittime sacrificali pronte al patibolo, siamo nudi innanzi a quanto non possiamo fermare, arrestare, rendere inerte.
L’uomo comune, il disgraziato, colui, che deve cercare di sopravvivere nelle insidie quotidiane, non è nulla innanzi a quanti, sulle teste delle masse, conducono i giochi, traffici, loschi affari di Stato, incuranti delle sofferenze, delle difficoltà, delle necessità d’avere una vita decorosa. Questi signori, al pari di boia mascherati, nulla importa del destino dei sottoposti, nulla importa delle sofferenze delle nazioni a cui scelleratamente sono stati chiamati a governare. Questi signori, questi parassiti sociali, vivono scortati protetti, viaggiano in auto blindate, in corsie e spazi aerei preferenziali come piccoli dittatori sanguinari, piccoli Soviet che ebbri della loro mediatica importanza, guardano al volgo come a bestie rantolanti, bestie affamate che nulla vogliono se non decoro e civiltà.
Questa civiltà che non è mai esistita dall’inizio del tempo, dall’inizio della storia, questa civiltà da sempre è fondata sul sangue, sull’annichilimento, distruzione e ricostruzione, per poi distruggere nuovamente, illudendo il mondo e l’uomo idiota che essa è il nuovo che avanza, la nuova società, il nuovo uomo, non importa se ariano, europeo, sovietico o americano. È sempre un nuovo uomo fondato su cataste di cadaveri, su mucchi d’ossa, su ventri affamati e morenti, che nulla chiedono, nulla vogliono se non una libertà e pace che mai verrà.

Marco Bazzato
06.01.2007
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mercoledì 27 dicembre 2006

Amare la vita equivale ad amare la morte

In questi giorni di feste, belle brutte, allegre, o infelici, si fa un gran parlare di vita, di morte, di diritto di scelta, libero arbitrio, che verte in una direzione o nell’altra, dimenticandosi cioè, nessuna esclude l’altra, in quanto senza la vita non ci sarebbe la necessità d’esorcizzare il primo demone dell’uomo e dell’umanità, che indipendentemente dalla latitudini, dalle culture e tradizioni, ha sempre assunto un ruolo essenziale nella vita sociale di ogni popolo: la morte.
Ma è la nostra società postindustriale, post religiosa, laica, vorrebbe protrarre all’infinito la vita stessa, rimuovendo la malattia, la vecchia, il decadimento psicofisico del corpo, creando una quantità di modelli falsi e fasulli, tutti atti a cancellare come fosse un parente sconosciuto, un amico con qui abbiamo litigato in passato e non vogliamo più vederlo.
Accettare la cultura della vita, significa accettare la cultura della morte, amarla, sentirla come una parte vivente in noi stessi, in quanto la vita stessa appartiene alla morte costante che vive e si rinnova nell’uomo. La morte è invisibile, ma presente, morte di cellule, morte che emettiamo dai rifiuti corporei che tornano nei ciclo stesso della natura.
A voler andare oltre anche i ricordi sono una specie di morte, sono immagini immagazzinate sotto forma di impulsi elettrici, ma spesso i essi sono come un disco di vinile rigato, un disco incantato che gira a vuoto, come un motore perennemente su di giri che rischia di fondersi, e con essi anche la nostra vita segue quella onda anomala del reflusso dei pensieri che può aspirarci all’infinto l’esistenza finché essa non s’arresta completamente.
Ma alla fine cos’è la morte, se non la semplice cessazione delle funzioni biologiche, il semplice spegnersi di un interruttore dei ricordi, calato per l’eternità nell’off?
Questo buio, questo vicolo cieco, quest’oscurità malvagia, maligna e suadente è come una fattucchiera ammaliatrice, dove, nonostante la repulsa, è una gioia immergersi, sentirsi parte di quell’universo immateriale dell’inesistente che ama essere accarezzato, cullato, protetto, come un infante che emette i sui primi vagiti, come un bambino di pochi mesi che muove i primi passi.
Questa signora di nero vestito, questo cranio ossuto con le orbite vuote è un bimbo, è la parte più oscura, arcana, che costantemente vive nell’uomo come un cancro maligno che ci cannibalizza giorno per giorno, ci divora e consuma dall’interno come un virus conosciuto, ma di cui nessuno tiene tra le mani l’antidoto.
La morte nella sua bruttezza ha la sua bellezza. Ha il volto cinereo di un corpo privo del soffio della vita, ha il livore d’un cadavere che si decompone lentamente, ha l’aroma dolciastro che si attacca sulla pelle, impregnando vestiti, corpo e psiche, scavando un solco profondo all’interno d’ognuno, ha il freddo tepore della carne lasciata gelare per giorni nel frigo. La morte è quel cancello di separazione tra materia ed etere, quel muro di Gerusalemme, di Berlino, quel muro di pregiudizio difensivo e offensivo che si ha per lo sconosciuto, per l’avverso. La morte è un paletto conficcato nella carne, attraversa la gabbia toracica e lacera il cuore, e come un vampiro si ciba dell’uomo, cancella sogni, illusioni, delusioni, fantasie sante e perversioni malate.
Cantava San Francesco d’Assisi: Laudato s' mi Signore, per sora nostra Morte corporale,da la quale nullu homo vivente pò skappare. Questa lode tenera e vera, questa ode all’immaginifico senso della non materia oltre alla vita, ci conduce per mano verso quel trascendente evocato per necessità, per fede, per bisogno individuale e sociale di non sentirsi soli, dispersi e perduti, ci guida con tenera dolcezza all’ineluttabile accettazione di un trapasso che va oltre brevità dell’esistenza finita, oltre quell’illusione d’eternità corporale che ci si dipinge nei volti, si rimodella nei corpi, per allontanare lo spettro sagace, l’avvoltoio carnefice, che si ciba fin dal concepimento di una nuova vita, della vita stessa.

Marco Bazzato
27.12.2006
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