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domenica 22 ottobre 2017

It

2017

Debbo dirlo, non mi è piaciuto. Non mi è piaciuto per niente. Mi riferisco allo stupro l del capolavoro letterario del  Re del brivido, Stephen King, nella trasposizione cinematografica uscita lo scorso settembre in quasi tutto il mondo e il 19 ottobre, come se fossimo un paese di ritardati, in Italia, It.

Ho visto il film due volte, la prima a Sofia, in inglese, sottotitolato in bulgaro e la seconda, proprio in questi giorni. Se prima ero titubante con la versione originale, adducendo al mio inglese non perfetto, la seconda visione, invece di confutare i miei dubbi, lì ha ulteriormente rafforzati.

Il film s’intitola It, ma dell’omonimo romanzo ci sta poco o nulla, a parte il simpaticissimo pagliaccio e i nomi dei personaggi secondari e gli appartenenti al Club dei Perdenti, per il resto, buio totale.

Certo, il film preso a se stante è un film di livello medio, considerato anche il budget per delle produzioni americane, 35 milioni di noccioline, ma è un horror come tanti, né più e ne meno.

Sicuramente ha degli spunti interessanti, la trama è strutturata abbastanza bene, ribadisco, se una persona non ha letto il tomo del Re.

Ma se una persona, metti una persona come me, che nel mio caso il libro se l’è pappato più di una volta, anzi credo d’averlo letto nel corso degli anni, almeno quasi una dozzina, allora no. Il film, a confronto del romanzo, toppa alla grande.

 Sicuramente il regista ha fatto il possibile per trasferire nella sceneggiatura almeno parzialmente l’atmosfera di crescita e di amicizia dei protagonisti, ma poi tutto lì, riuscendo ad abbozzare solo la cosa. A sua discolpa si potrebbe dire che trasferire le quasi cinquecento pagine della prima parte, sarebbe un’impresa titanica per chiunque, soprattutto se lo si vuole concentrare il tutto in due ore e dieci minuti, ma…

La Timeline è stata stravolta, portando la prima parte nel 1988, anziché in quella letteraria del 1957-58, già qui, alla prima visione, ho dovuto andarmi a cercare l’apparato riproduttivo dentro i calzoni. In quanto una era nel calzone destro e l’altra nel sinistro, il butto, invece, mi è rimasto attaccato. E forse, scrivo forse, questo potrebbe fin dall’inizio avermi innalzato le legittime barriere dei pregiudizi, nei confronti del film, ma nutro dei seri dubbi al riguardo.

La psicologia dei personaggi quasi secondari, ad esempio Richie Tozier e Mike Halon, totalmente difformi rispetto al romanzo, tanto è che il povero Mike, fa quasi la parte dello stereotipo afroamericano, figlio adottivo di un macellatore di pecore, mentre invece nel romanzo è lui l’anima storica dei perdenti e non certo Ben Hansom, che nel film passa per un vero sorcio – obeso – di biblioteca. Certo, era un sorcio obeso da biblioteca, ma i suoi interessi non vertevano vesto la storia di Derry, ma verso i romanzi, perché il vero storico del gruppo, che aveva preso dal padre la passione, era Mike Halon.

È inutile dire che, a mio avviso, già il solo spostamento temporale degli eventi, toglie molto fascino al film, lo svuota, in quanto l’approfondimento che fece l’autore nella società semirurale di Derry, portandola avanti di quasi trent’anni, toglie magia, in quanto il tocco di quasi contemporaneità risulta artefatto e forzato, mancando, per colpa di quel fottuto politicamente corretto che appesta il mondo anche della finzione cinematografica, dell’antisemitismo narrato nei confronti di Stan Huris, le battute scherzose nei suoi confronti da parte degli altri perdenti e il razzismo nei confronti dei “negri”, “naturale” e legale nell’America della fine degli anni ’50, così come il linguaggio omofobico, profuso a piene mani dall’autore e messo in bocca agli antagonisti dei perdenti.

Una cosa che mi ha lasciato interdetto è stato il linguaggio volgare dei Perdenti, per carità, nulla contro i volgarismi, anzi,ma nell’opera originale, visto il bigottismo americano dell’epoca, i bambini e non certo adolescenti come nel film, si esprimevano quasi come educande dell’epoca vittoriana, mentre nell’adattamento cinematografico sembravano tanti piccoli scaricatori di porto, sempre il “cazzo in bocca”, metaforicamente parlando, chiaramente.

La scena di Beverly sospesa nell’aria, beh, quella sospensione doveva appartenere ad Audra, la moglie di Ben, nel romanzo. E via discorrendo. Senza contare che la scena dei perdenti che saltano dalla cascata, mi ha fatto ricordare Stand by me – ricordo di un’estate.

Tutti sputano addosso alla miniserie del 1900 con un magistrale Pennywise, interpretato da Tim Curry, ma sebbene la miniserie fosse un classico prodotto anni ’90, con una recitazione indegna perfino per un cane abbandonato per strada, aveva il merito di essere abbastanza fedele al romanzo, certo, con tutti i limiti di budget imposti per le miniserie, ma almeno in linea di massima il romanzo è stato oggetto solo di un tentativo, maldestro, di sodomia, mentre nel film di Muschietti, dal mio modesto punto di vista, non solo la sodomia dell’opera è stata perpetrata più e più volte, ma presumo come per molti amanti del romanzo, è stata dolorosa, essendo stata commessa senza prendere alcun tipo di precauzione, a riguardo le eventuali malattie a diffusione sessuale e peggio ancora, a “secco!”

In mezzo a questo bailamme si possono salvare solo tre personaggi: Pennywise, Bill Skarsgård, Henry Bowers – Nicholas Hamilton, e Beverly Marsh – Sophia Lillis e in minima parte Ben Hanscom – Jeremy Ray. Gli altri, partendo da Bill, per giungere fino a Rickie, Stan ed Eddy, voglio stendere un velo pietoso, banali caricature malfatte e brutte fotocopie dei personaggi del romanzo, completamente senza spessore.

Il Pennywise odierno non può essere paragonato a quello del 1990, scenograficamente quello del 2017, grazie all’aiuto degli effetti speciali, è più orrorifico ma quello di Curry è entrato, proprio per la sua “naturalezza” e a modo suo, “umanità”, nell’immaginario collettivo di più di una generazione, mentre il Pennywise del 2017, sebbene più forte visivamente, difficilmente rimarrà a lungo nell’immaginario collettivo, come il suo predecessore, in quanto avente sì una sua teatralità, ma questa è una teatralità spinta e priva  della “semplicità” che aveva il Pennywise di Curry, passando come una  meteora nell’immaginario collettivo, nel volgere di qualche anno, proprio perché essendo dotato di eccessiva carica orrorifica,  ne risulta svuotato r poco incisivo nel lungo periodo.

Ho trovato stupendo l’Henry Bowers – Nicholas Hamilton di Muschietti, cattivo e bastardo dentro come deve essere cattivo e bastardo. Il personaggio è stato caratterizzato molto bene, senza sfumature od orpelli aggiunti, perché già la presenza stava a dimostrare che era uno dei veri  protagonisti in secondo piano della storia. Il suo essere semplicemente malvagio, lo ha reso umanamente adorabile e anche le se efferate le sue azioni, sotto alcuni punti di vista, potevano non essere condivisibili, in quanto, pur non essendo un appartenente al Club dei perdenti, il vero perdente era lui. E questo lo ha reso amabile.

Beverly Marsh – Sophia Lillis; un solo aggettivo: gnocca!

 E vada a farsi fottere il sessismo e tutto il resto.

La giovane Sophia ha recitato con forte intensità, dimostrando una carica erotica, sensuale e sessuale non indifferente.

Beverly Marsh infatti rappresenta il prototipo di femmina ai primi pruriti sessuali e alle prime mestruazioni. Una vera zoccoletta a cui sta sbocciando l’adolescenza, infoiata per Bill, ma attratta da quel lardoso ciccione di Ben, e l’attrice ha saputo dar vita a tutte le sfaccettature di quel periodo di transizione dall’essere bambine al diventare biologicamente donne, ma ancora psicologicamente immature e per questo prive di un timone e di una direzione definita, ma in continuo divenire.

In conclusione, l’It di Muschietti poteva oggettivamente essere fatto meglio?
 Con il senno del poi, siamo tutti bravi a giudicare il lavoro altrui, ma ad essere oggettivi, vista la complessità del romanzo di King, non poteva fare molto di più, anzi, quello che ha fatto, almeno nel rimaneggiare il testo, è stato anche troppo, visto che ha  quasi totalmente disarticolato e destrutturato l’opera, rimodellandola in una malaforma cinematografica, trasformandola in un cibo in alcune sequenze commestibili e digeribili e moderatamente gustabili, in altri punti, vomitando una sbobba di vomito e bolo, rigurgitando un film che si è allontanato troppo e male, dal magnifico ordito originale.

E questo, in tutta onestà, dispiace!


Marco Bazzato
22.10.2017

mercoledì 18 novembre 2015

Eugenetica, omofobia e stupro mediatico: ovvero, era meglio morire da feti




 

 

Cosa fareste voi aspiranti genitori se un medico, esami alla mano, vi dicesse che il figlio che state aspettando ha una buona probabilità di essere omosessuale? 

Il romanzo di Marco Bazzato, "Aborto d'amore", parte da questa premessa che ad alcuni potrà apparire inquietante ma pone una questione ancora più vasta, già a lungo dibattuta, che continua a fomentare aspre diatribe tra sostenitori e oppositori: la liceità dell'aborto. È giusto che un figlio

 nasca contro la volontà dei genitori? È giusto per i genitori? Per il bambino? Per la società?
La storia che Bazzato narra, con un linguaggio crudo e violento che ben si adatta alla vicenda ambientata in Veneto ai giorni nostri, è una di quelle storie che non possono lasciare indifferenti, che non possono non far riflettere. Non è certo un romanzo rilassante, anzi direi che è come un pugno nello stomaco, e non è neanche un libro per tutti ma solo per coloro che non temono di confrontarsi con tematiche difficili quanto attuali. Sconsigliata dunque la lettura alle persone che si turbano facilmente e non sanno gestire l'inquietudine, l'indignazione che inevitabilmente farà sorgere questa lettura, sia che ci si schieri con coniugi Rampin - a cui è stata profetizzata la nascita di un figlio gay - sia che ci si schieri con i sostenitori dei diritti degli omosessuali o in generale con gli antiabortisti.


Che esista veramente il gene responsabile dell'omosessualità è tema dibattuto in ambito scientifico e mai provato, ma il fulcro del suo romanzo è altro: ci si interroga se i genitori hanno diritto a scegliere della vita e della morte di un feto che sta crescendo ignaro nel ventre di Arianna Rampin, tipica madre veneta con un bambino e due aborti naturali alle spalle. Un' altra interruzione di gravidanza comporta dei pericoli medici, così la decisione è ancora più sofferta. La privatissima questione familiare balza ad un certo punto alla ribalta della cronaca e finisce sotto i riflettori dei giornalisti che, come avvoltoi, calano per sbattere la questione in prima serata e fare audience. Tra questioni religiose, etiche e giudiziarie si dipana la vicenda fino al suo epilogo che ovviamente non spoilerò.


Il romanzo è ben scritto ed avvincente, costruito con perizia da un grande narratore qual è Marco Bazzato (già autore di "Progetto Emmaus", altra opera dai contenuti forti), ed è capace di tenere il lettore incollato fino all'ultima riga. A me ha suscitato molte riflessioni personali che vorrei qui esporre, prendendo come spunto proprio questa vicenda inventata ma che potrebbe benissimo essere reale e precisando che si tratta di un mio personale punto di vista. 
Premetto che io sono un sostenitore della libertà, in campo sessuale come in altri campi: tra adulti consenzienti per me tutto e permesso, in accordo col diritto (una conquista peraltro recente; fino a non molti decenni fa avere rapporti omosessuali in Inghilterra era reato penale, e lo è ancora in molti luoghi del Terzo Mondo, un reato punito addirittura con la morte). Per me omo ed etero hanno e devono avere gli stessi diritti. Tuttavia sono anche a favore dell'aborto, che ritengo un diritto inalienabile della donna, e penso che per un figlio o una figlia omosessuale non sarebbe un bell'affare nascere in una famiglia omofoba, come non sarebbe, più in generale, una cosa positiva per un figlio o figlia etero nascere in una famiglia che non lo/la desidera. Il discorso si potrebbe allargare a quei bambini portatori di handicap che, se potessero scegliere, forse sarebbero i primi a chiedere alla madre di abortire. Mi rendo conto di dire delle cose forti ed anche in certa misura arbitrarie: in fondo non si può per ovvi motivi chiedere il parere del diretto interessato, ossia il feto. Ma il feto si può considerare una persona a tutti gli effetti? Quando comincia effettivamente la vita? All'atto del concepimento? Al momento della produzione dell'ovulo o dello spermatozoo che lo penetrerà? O forse è ancora più antica ed affonda in vite precedenti, come insegna la dottrina della reincarnazione?

Forse la vita fluisce eternamente dall'infinito passato all'infinito futuro, come insegna il buddismo, e non ha un vero inizio e una vera fine… ma il discorso ci porterebbe lontano ed è bene non divagare troppo.

Il diritto, dicevo, di decidere della vita di un feto è un diritto della donna che lo porta in grembo. Ma può essere anche un diritto della società dove quella donna vive? Mi spiego meglio. Immaginiamo che così come fosse possibile isolare il gene dell'omosessualità fosse possibile individuare anche quello della criminalità. Se si sapesse che il tale feto ha buone probabilità di essere un futuro serial killer, o uno stupratore o un violento, ecc… sarebbe giusto interrompere la gravidanza? Io ritengo che non sia solo giusto, ma anche doveroso. Auspico un futuro in cui il potenziale criminale venga fermato addirittura prima di nascere: penso che ci arriveremo, magari tra uno o due secoli o più, ma ritengo che sarebbe un fatto inevitabile se la premessa che la propensione alla delinquenza sia genetica si dimostrasse fondata (tra l'altro è una tematica che sto affrontando in un mio romanzo breve di fantascienza che sto scrivendo in questo periodo).


E il gene dell'ateismo o del fanatismo religioso? In una società di fanatici religiosi o di atei un elemento così diverso sarebbe sicuramente sgradito (forse più tollerato dagli atei, ma fino ad un certo punto) e non avrebbe vita facile. O il gene dell'omofobia? Una coppia di donne porterebbe a termine la gravidanza se il loro figlio fosse un potenziale omofobo, oppure lo accetterebbero comunque come un dono anche se crescendo odiasse le due madri? Come si vede lo spunto di riflessione che mi ha dato Marco Bazzato mi porta lontano. Ma Bazzato non parla solo di eugenetica e di omofobia; dipinge un ritratto desolante anche del mondo del giornalismo televisivo, dell'assenza di scrupoli, dell'invadenza dei media nella vita di privati cittadini che può configurarsi come un vero e proprio "stupro mediatico". Anche su questo dovremo riflettere; in particolare mi torna alla mente il mio lavoro di ricerca mentre preparavo la mia tesi di laurea su "Comunicazione e fantascienza". D'altronde ciò che era solo fantascienza quando scrivevo la tesi, una quindicina di anni fa, oggi già non lo è più: quello dei media e delle notizie è un mondo in rapidissima e continua trasformazione.
Tornando però al tema dell'aborto, vorrei concludere questa breve e, mi rendo conto, incompleta panoramica su un argomento difficilissimo, citando il pessimista Giacomo Leopardi che si dichiarava d'accordo con i saggi greci sul fatto che è comunque meglio non essere mai nati, e preferibile morire presto (e qui concedetemi un gesto scaramantico, visto che io non la vedo nello stesso modo sul morire presto dal momento che abbiamo avuto la fortuna o disgrazia di venire al mondo…).


Firenze, 16 novembre 2015


Da Segreti di Pulcinella, rivista di letteratura e cultura varia, direttore Massimo Acciai

lunedì 12 gennaio 2015

La straordinaria nevicata dell’85


Romanzo di Massimo Acciai

Devo ammetterlo, il romanzo inedito  di Massimo Acciai all’inizio mi ha lasciato titubante.  “La straordinaria nevicata dell’85” è un romanzo che, passatemi il paragone motoristico, scalda lentamente il lettore come un motore diesel della VM, fabbricato a Cento, in provincia di Ferrara, della prima metà degli anni ’80, ma che poi può portarti ovunque, in quanto a robustezza e affidabilità, scorrendo lungo le vie della narrazione in modo, fluido omogeneo e senza strappi.

Eppure Massimo Acciai mi ha stupito perché non è facile raccontare oggi, quando si ha come arco di volta uno scrittore H. G. Wells e il suo più celebre romanzo The time machine, dove se all’inizio questo accostamento può apparire pesante, poi è un po’ come se ci fosse un padre che getta l’occhio benevolo su un suo ammiratore-discepolo,  proveniente dal futuro.

Il viaggio del tempo è sempre stato il sogno irrealizzato dell’uomo e attualmente impossibile, per via dei limiti della scienza attuale e i paradossi che esso potrebbe comportare, ma lo scrittore fiorentino entra nell’orizzonte degli eventi, nella singolarità, attraverso una porta non certo nuova, ma di sicuro effetto: l’ipnosi regressiva. In questo viaggio “onirico” è accompagnato come ogni paladino che si rispetti da due “scudieri”, Amarilla e il padre Guidoberto Negrini, per incontrare nel passato se stesso, non in una data scelta a caso, no, ma come recita il titolo, nella grande nevicata del 1985, con l’autore  che ci porta nella sua amata Firenze, rapendo il lettore guidandolo all’interno della Firenze della vita quotidiana del 1985, per incontrare se stesso, o meglio una proiezione dei suoi ricordi  che, tramite l’ipnosi regressiva, ma che a differenza e in antitesi  Back to the future partII , il romanzo prende avvio nel 2015.

È  ben evidente e presente nell’opera  il lavoro di ricerca storica e documentaristica  fatto dallo scrittore per trasportare il lettore  nel 1985,  che apparentemente sembra dietro l’angolo, ma che nei fatti appartiene addirittura al millennio passato e Massimo Acciai lo fa con delicatezza e soprattutto senza quella retorica che sovente colpisce lo scrittore poco smaliziato che si lascia prendere la mano dalle parole, facendoci scoprire non la Firenze turistica, quella delle luci e dello sfarzo artistico del Rinascimento dei De Medici, ma  la  capitale mondiale del Rinascimento dell’uomo comune, fatta di piazze, stradine, vicoli, supermercati, negozi, profumi e sapori, che oggi sono cambiati, o come per i dinosauri che si sono estinti, se riscoperti e scrostati dall'erosione del tempo,  sono fossili e vestigia di un mondo perduto.

Ritrovarsi catapultati nel 1985 e incontrare se stessi, confrontarsi con quelle che erano le aspettative di un fanciullo con ciò che poi si è diventati, o che la vita ha fatto diventare non è un impresa facile, anche perché i ricordi cambiano, il cervello ne crea di falsi, sovrapponendoli ed eliminando quelli che ritiene inutili, ma fermando il tempo, come l’orologio della torre nella piazza centrale di Hill Valley, quando venne colpita da un fulmine nel 1955,  e  nel caso del  protagonista, assistiamo al classico scontro generazionale – con se stesso, dove tutto è in parte ricordi malinconia e gioia per ciò che è stato, ma nel se stesso bimbo, vedersi e conoscersi e riconoscersi da adulto è uno shock, in quanto, quasi mai,  nessuna vita prende le direzioni limpide e pure che si sognano da ragazzini.

Nel romanzo gioca un ruolo importante Amarilli, la giovane figlia del suo amico Guidoberto Negrini, la quale, almeno nella mia percezione, sia per il carattere e le movenze in determinate situazioni sembra un personaggio di un manga giapponese, una cosplay dai grandi occhi luminosi e pieni di vita, dotata di forza e temperamento non indifferenti, nonostante la grave malattia cardiaca che la affligge.

È interessante come l’ipnosi regressiva si sovrapponga con la buca del coniglio, dove il professor Jake Epping entra/esce, quando riemerge/ritorna nel/dal 1958, scendendo/salendo da una scala di un magazzino della tavola calda “Al’sDinner”  di Al Templeton, nel romanzo 22.11.1963, di Stephen King, come una sorta di tunnel spaziale letterario,che  senza mai essere in simbiosi, mette in contatto due universi sconosciuti, uniti dal desiderio di rendere reale, nella realtà romanzata, ciò che forse è una delle maggiori aspirazioni dell’uomo: illudersi di cambiare, cambiando e interagendo con il proprio passato, il proprio o l’altrui futuro.

Massimo Acciai,innanzitutto racconta e si racconta, si spoglia pezzo dopo pezzo, come quando, rientrando a casa dai grigiori imbiancati dell’inverno, al caldo, ci si toglie indumento dopo indumento, mettendo a nudo il suo Io bambino e il suo essere uomo, l’uno innanzi all’altro, così’ diversi, ma in fin de conti uguali, perché in ogni uomo ci sta l’evoluzione del suo Io bambino, che alla fine, anche se invecchia, rimane sempre se stesso, modificandosi sì nell’aspetto esteriore, ma sviluppando e  facendo emergere il suo Io interiore, lungo le strade i percorsi che lo formano e lo modellano, a volte come la morbida creta, altre, facendo emergere il freddo marmo dell’anima.

Ne “La straordinaria nevicata dell’85” ci sta un filo ancora più sottile che lega tutta la storia, è un filo che si è spezzato, il filo, presente nel cuore, nei ricordi e nelle immagini che conserva nella mente della propria madre. Attraverso le parole dell’autore possiamo sentire la struggenza del dolore che lo accompagna. Quel dolore che può essere compreso nella sua devastante purezza solo da chi è stato segnato da questo lutto, e che lo scrittore ci fa omaggio, condividendo con leggerezza melanconica quel peso che è tutt’ oggi è presente nel suo personaggio letterario.

Massimo Acciai, come l’orologio della torre di Hill Valley, ferma il tempo. Ferma il suo tempo, come metafora di quelle lancette bloccate che ogni persona si porta appresso, lancette bloccate per un evento positivo, negativo, per un dolore o per una perdita, ma quelle lancette, devono prima o poi prendere i loro bei “1,21 gigowatt” per ripartire, perché, come scrisse la moglie di Hubert Fiorentini Miko, in Wasabi , ognuno dovrebbe avere il coraggio di andare “La dove tutto ebbe inizio...la dove tutto finì”, perché come ci fa capire l’autore, quello è forse l’unico modo per  ricominciare, in pace con il proprio passato e la propria storia.

Marco Bazzato
12.01.2015

Biografia dell’autore tratta dal sito dell’Associazione Culturale PotetiKanten


Massimo Acciai nasce a Firenze nel 1975. Laureato in Lettere presso l'Università degli Studi di Firenze nel 2001, con una tesi sulla comunicazione nella fantascienza. Si è interessato molto presto al genere narrativo fantascientifico e fantastico in generale, scrivendo e pubblicando brevi racconti su riviste in italiano e in Esperanto e classificandosi in vari concorsi letterari.

Nel 2003 fonda la rivista culturale online Segreti di Pulcinella (www.segretidipulcinella.it) insieme a Francesco Felici. Dal 2007 al 2008 collabora con il musicista siciliano Paolo Filippi, per il quale ha scritto circa 140 testi di canzoni, ed altri artisti tra cui Matteo Nicodemo. 

Nel 2009 appare il suo primo e-book, edito da Faligi, in esperanto e in italiano, "La sola absolvita / L'unico assolto". Presso la stessa casa editrice sono usciti anche il romanzo fantasy "Sempre ad est" e il saggio "La metafora del giardino in letteratura", scritto insieme a Lorenzo Spurio, entrambi nel 2011.
Presso Lettere animate è uscito nel 2012 la raccolta di racconti "Un fiorentino a Sappada". In seguito sono uscite "La nevicata e altri racconti" (Edizioni Montag, 2013), la silloge poetica "Esagramma 41" (Faligi, 2013), "C'era una casa su in collina..." (Photocity, 2014) e "Apologia del perduto" (con Lorenzo Spurio, Arpeggio Libero, 2014). È redattore della rivista letteraria "L'area di Broca" dal 2006.
E' anche autore di video, musicista e performer nel gruppo dei PoetiKanten.

giovedì 25 aprile 2013

Stephen King: 22/11/’63



Erano anni che non leggevo un romanzo del Re, di Stephen King, ma 22/11/’63, Sperling & Kupfer ,  pagine 697 nella versione E-Book, edito in Italia nel 2011, va oltre i soliti romanzi “classici” dell’insuperato maestro dell’horror contemporaneo, che a cavallo dalla seconda metà del ventesimo secolo, fino ai giorni di oggi, si è annidato nei sogni e negli incubi dei lettori di mezzo mondo.

Non è interessante descrivere la trama del romanzo, la si può trovare in rete (1), ma più interessante è il ritorno a Derry (2), in quanto cittadina del Maine, torna ad essere teatro dell’orrore, dove il protagonista, Jake Epping,  incontrerà nei Barren, Richie Tozier e Beverly Marsh, due dei bambini de “Il Club dei Perdenti, divenuti celebri nel romanzo  IT (3). 1986..

22/11/’63, nonostante le classiche descrizioni onorifiche di King, va oltre l’horror, entrando a piè pari nella fantascienza, con un viaggio nel tempo, grazie alla “buca del coniglio”, dove il protagonista,“salta” dal 2011 alle ore 11:58 del 18. del 9 settembre del 1958.

 Dopo il primo “salto” Jake Epping, convinto da Al Templeton, malato terminale, nono essendo riuscito al secondo “salto”, a salvare la vita ai componenti della famiglia di un bidello Harry Dunning, unico supersite rimasto zoppo –  che a seguito della nuova stringa temporale morirà in Vietnam, durante l’offensiva del Tet, novembre 1967 –  della strage commessa dal padre,  Frank Dunning, la notte di Halloween, torna per la terza volta, con in più la volontà, spinto dall0ossessione di Al Templeton,   di impedire l’assassino di JFK a Dallas, da parte di  Lee Harvey Oswald, il 22/11/’63.

 Jake Epping, fornito da Al Templeton di documenti falsi, già nel suo secondo “salto” diventerà George Amberson, iniziando a muoversi prima a Derry e poi nel sud degli Stati uniti, in un viaggio on the road che lo porterà dal Maine in Florida e in Texas.

King però, a mio avviso, si è mosso in un terreno minato, soprattutto nella seconda parte del romanzo. Da pagina 220, le descrizioni, per l’eccesso di dettagli risultano ampollose e dispersive, mentre a Derry, il Re, giocando in casa e in un territorio “onirico” conosciuto, riesce a dare maggior forza ad ogni singolo periodo, incasellando ogni personaggio, evento, situazione, entro un contesto ideale, colmo di sfumature e colori, sempre nuovi ad ogni manifestazione.

Ma è quando George Amberson inizia a muoversi oltre i confini di Derry, si sente che l’autore, nonostante l’accurata ricostruzione storico-cuturale e sociale della fine degli anni ’50, inizio anni ’60, in piena guerra fredda e la relativa crisi di Cuba, (diventando grazie ad una falsa laurea, acquistata per corrispondenza, insegnante di letteratura in un liceo – come era nel 2011 – in una cittadina nei dintorni di Dallas, incontrerà, innamorandosene, ricambiato, Sadie Duhnill),  22/11/63 inizia a mostrare la corda, fino ai giorni direttamente antecedenti all’assassinio, quando il ritmo riprende una parte del vigore, nonostante l’autore fosse già quasi con il fiato corto, proprio durante l’ultimo miglio de “Il miglio verde”, stremato da “La lunga marci!.”

Infatti, in quelle ella circa 350 pagine si assiste alla massima dispersività del romanzo, dove le figure e le situazioni sono eccessivamente “allungate e dilatate”, come se l’autore volesse badare più alla fogliazione, anziché alla sostanza dei contenuti.. Anche se è proprio all’interno di questo “vacuo” che si possono estrapolare le frasi migliori dell’intero testo:

Il tempo (il nastro trasportatore sul quale tutti viaggiamo)”
Pag. 233;

“Le opinioni sono come le chiappe: ognuno ha le sue.”
Pag. 266;

“C'è un talento meno comune di quello artistico, ed è il talento di coltivare il talento artistico. Qualunque genitore con la mano pesante può schiacciarlo, ma coltivarlo è difficilissimo.”
Pag. 272;

“Il passato è in armonia con se stesso.”
Pag. 306;

«I sani di mente spesso stanno a sentire. I pazzi lo fanno di rado..»
Pag. 578;

«Mi stai dicendo che c'è un negro alla Casa Bianca?»
Pag. 567;

«Mi stavi prendendo in giro quando hai detto del presidente negro, vero?»
Pag. 570;

«I sani di mente spesso stanno a sentire. I pazzi lo fanno di rado..»
Pag. 578.

Ed è durante l’escursione temporale che si può notar come il linguaggio, non solo americano, ma occidentale, sia cambiato in quasi dieci lustri. Ma il cambiamento, nel profondo sud degli Stati Uniti, soprattutto nelle zone ad alta vocazione rurale, nonostante l’arrivo internazionale dell’arbitrario politicamente corretto, per quanto riguarda la religiosità e le eterne dispute tra battisti, metodisti e cattolici, oggi come allora, sono ben lungi dall’essere superate, non solo nella fantasia King, ma anche nel mondo reale sono tutt’ora presenti nello stesso tessuto religioso e culturale dell’America profonda.

Cos’ come è interessante notare che nonostante la fine della segregazione razziale, abrogata nel 1970 e l’eliminazione del termine, molto in voga fino a metà degli anni ’70 di “ negro”, caro a Mark Twin, 1838 – 1910, che nel suo classico: “Le avventure di Huckleberry Finn”, 1884, lo utilizza 219, ma che oggi, snaturandone il significante, nel nome del significato, viene considerato dispregiativo, essendo stato sottoposto ad abrogazionismo linguistico, da quasi un ventennio anche in Italia.

Così come non si può fare a meno di notare come oggi, in pieno ventunesimo secolo, rispetto agli anni ’60, le libertà individuali siano state erose. Infatti King pone l’accento non solo a Derry,così come negli stati del Sud, circa il sacrosanto diritto di poter fumare liberamente, in quasi tutti i luoghi aperti al pubblico, plessi scolastici e ospedali esclusi. Ponte l’accento, senza scriverlo espressamente, su come la società, nel nome del salutismo radicale e fascista abbia perso i valori fondamentali, dove però nell’America industriale e rurale del Maine, ma non solo, i cibi sapessero di cibo, e non intossicati da edulcoranti o aromi artificiali, di cui oggi i cittadini del mondo occidentale, nel nome dell’industria alimentare, sono stati costretti a cedere le armi e soccombere, lasciando il passo alla sofisticazione, all’uccisione dei gusti, scomposti e ridotti ai minimi termini, a causa delle economie di scala e del mercato.

Nel complesso l’opera è godibile dall’inizio alla fine, anche se non raggiunge la vetta del miglior King di fine anni ’80, toccata con il romanzo IT, dove il preludio può essere annoverato con “L’ombra dello Scorpione” (4). Ma i temi cari all’attore americano: introspezione interiore, dilemmi etici, paure, ricordi che tornano a galla, immagini di tempi remoti, sono presenti in un caleidoscopio di parole. L’autore, tra l’altro de “La zona morta”, “Cujo” e “L’Incendiaria” non ha perso la maestria della mente e delle mani sulla tastiera, sapendo regalare, come un mix letale di “Incubi e Deliri”, che scaturiscono dal quotidiano, dalle piccole e grandi manie, dai comportamenti ossessivo-compulsivi, come quelle di Johnny  Duhnill e la sua scopa in mezzo al letto o la sua germofobia ,che molti forse nemmeno sanno di avere.

Una nota a riguardo alla traduzione: sfortunatamente non è stata affidata a Tullio Dobner, (5), che di romanzi di King ne ha tradotti quarantuno, m è stata svolta da  Wu Ming 1 (6), dove, all’interno del collettivo di traduttori “1” sta per Roberto Bui, che non ha all’attivo gli oltre 150 libri tradotti da Dobner, e che a ragione può essere considerato il miglior conoscitore dello stile dell’autore americano.  Infatti, analizzando il testo sotto il profilo stilistico, in 22/11/’63, è come se ci fossero una specie di “vuoti”, non tipici delle traduzioni di Dobner, che non fanno bene alla scorrevolezza del testo nel suo insieme.


Marco Bazzato
25.04.2013



giovedì 11 aprile 2013

Velingrad – Велинград: Hotel Jeri - Xотел Жери


Attraversare la montagna dei Rodopi in Bulgaria, a primavera appena iniziata, per una due giorni fuori dal caos delle grandi città, viaggiando con un trenino che si muove su rotaie a scartamento ridotto, partendo da Septemvrii –  Септември, (1),  giungendo dopo un ora e quaranta minuti a  Velingrd – Велинград  (2), piccola cittadina di non pi di 46 mila abitanti, famosa in tutti i Balcani per le sue acque termali, è un esperienza che coinvolge tutti i sensi del turista.

Il trenino, mosso da un motore a gasolio avanza lentamente. Nei mesi più freddi il riscaldamento è assicurato dal vapore che sala nelle carrozze attraverso dei diffusori. La carrozza di coda, sconsigliata, è simile a quelle viste svariate volte in molti film di John Ford, mentre tra sbuffi di vapore si attraversano gli spazi sconfinati del West. Il lento incidere del mezzo porta il viaggiatore attraverso tornati e gallerie ad assaporarsi i colori della montagna bulgara. Colori, che soprattutto come in questo caso, sono una cacofonia primaverile che si fa strada verso un inverno che non vuole cedere il passo, creando una miscellanea di tonalità cromatiche e cangianti sempre diverse.  Un torrente impetuoso, leggermente ingrossato dalle piogge degli ultimi dì scorre verso la pianura. Il treno lo costeggia per breve tratto, diviso solo da una strada di nuova costruzione.

Già poco prima di entrare nella stazione  ferroviaria di Velingrd - Велинград si possono osservare allevamenti di cavalli e arnie dedicate all’apicoltura, quasi un preludio della qualità dei cibi che si potranno deliziare la vista e l’olfatto e il gusto nei locali della cittadina termale.

La cittadina all’apparenza non è grande, ma è in continua trasformazione, in evoluzione.  Velingrd – Велинград  è molto e ordinata, con aiuole ben curate. Le strade, anche se strette, almeno nelle vie centrali, permettono l’agile deflusso del traffico, senza dimenticare l’edilizia privata che è un miscuglio tipicamente balcanico di stili nuovi e antichi, dove accanto alle case classiche o storiche, si affacciano complessi di recente edificazione, rompendo completamente con gli schemi architettonici del passato.

 Il turista italiano deve dimenticare il confronto con le città italiche, ma apprezzare, all’interno di un contesto storico - culturale diverso da quello italiano, come i servizi siano elevati,vedendoli sotto il profilo qualità/prezzo, rapportandoli a ciò che offrono oggi le realtà termali italiane.

L’hotel scelto è Hotel Jeri - Xотел Жери  (3).   Come spesso accade anche in Italia, non sempre scegliendo dalla rete, poi la realtà è quella mostrata dalle foto professionali e patinate delle pagine web, ma questo hotel, il Jeri - Жери , è andato ben oltre la presentazione, in senso positivo. Il  Jeri - Жери  è  tre stelle, composto da 16  stanze, tutte con WiFi.  L’ingresso e la reception e come la si può vedere dal sito.  L’addetta è cordiale in modo professionale e dopo aver espletato le pratiche di registrazione, ci accompagna in quella che definisce “cameretta”. Aperta la porta: sorpresa. L a camera è grande, spaziosa, 23 mq, luminosa. Le porte interne così come gli infissi esterni sono di ottima qualità e permettono un  ottima isolazione termica. La tv è via cavo dotata di 55 canali, alcuni dedicati ai bambini, ci sta la CNN, i canali sportivi e tematici, comprendenti tra gli altri, Discovery Chanel e National Geographic. Tra le sorprese la più gradita, oltre al letto molto comodo, è il bagno, grande, spazioso, piastrellato fino a soffitto, con tanto di l’asciugacapelli. La camera è dotata di terrazino, tavolino, sedie e portaceneri, per gli amanti delle bionde che on sanno resistere al loro fascino. In Bulgaria, come in Italia, è vietato fumare in ogni luogo aperto al pubblico, in primis bar e ristoranti e nelle stanze degli Hotel.

Una volta preso possesso della camera e lasciati i bagagli, partiamo per una camminata attraverso la via principale, o  come dicono a Las Vegas, the strip. La via centrale di Velingrd – Велинград è piccola, delicata, accoglie il turista in modo discreto, priva, in questa stagione, della frenesia estiva, ma coccola il turista con i suoi bar i casinò, situati a entrambi i lati della main street .I bar sono ottimi per un aperitivo o una rakia – ракия – grappa, che secondo la tradizione balcanica va bevuta a piccoli sorsi, accompagnandola con insalate di verdure e cetrioli sottoaceto e non.

Una volta rientrati in hotel si passa alla piccola ma calda piscina termale. Vi si accede dopo aver fatto pochi passi all’aperto, uscendo da una porta laterale a lato della reception.  L’acqua, come vuole la tradizione delle zone termali, è calda ma non insopportabile e fin da subito infonde una piacevole sensazione di benessere e relax a tutte le giunture, lasciando il corpo dopo quasi un’ora di “ammollo” beatamente stanco e rilassato.

Ma la sorpresa maggiore la si ha con le delicatessen gastronomiche della cucina tradizionale bulgara e non, anche se è un peccato che i menù siano solo in bulgaro, almeno quelli che ho visto e non sarebbe una cattiva idea, per attirare clientela straniera, che fossero quanto meno in inglese.  In ogni caso balzano immediatamente all’occhio le porzioni, che si possono definire con due solo aggettivi:abbondanti e maestose, oltre che gustose, naturalmente. Al termine della cena si aveva quasi l’impressione d’essere satolli come Adam Richman di Man V Food (4).

Una caratteristica degli hotel di Velingrd – Велинград è che ristoranti non sono a disposizione solo degli ospiti, ma ogni turista e non può accedervi, accomodandosi per il pranzo e/o la cena, come accaduto per una tavolata di amici, innanzi a maestosi piatti di insalate di verdure e uova, e ogni piatto era di dimensioni ciclopiche.

Il mattino seguente la colazione compresa nel prezzo della camera. Colazione a buffet, con a scelta: uova, prosciutto, latte, caffè, yogurt, pane, gelatina di marmellata, formaggio bianco, etc, servita dalle 08.00 alle 10.00. Le stanze che devono essere lasciate libere entro le 12.00 del giorno di partenza.

Prezzo complessivo per una due giorni infrasettimanale per due persone a Velingrad – Велинград, in bassa stagione? 120 Lev Bg, pari a poco meno di 60 euro, spese di viaggio in treno da Sofia incluse, ossia 30 Euro a testa.
Se si prendono i pacchetti dal lunedì al venerdì il costo per notte viene ridotto sensibilmente.

Servizio fotografico presente sulla mia pagina Facebook. Velingrd – Велинград (5)


Marco Bazzato
11.04.2013




mercoledì 20 febbraio 2013

Benedetto XVI “morirà” il 28.02.2013 alle 19.59’.59’!’


Il conto alla rovescia delle dimissioni di Benedetto XIV continua. Secondi, minuti, ore, giorni, fino alle fatidiche ore 19.59’.59’’ del 28.02,, quando, acceso il TG1, sarà già a Castel Sant’Angelo in pantofole e giacca da camera, con un  Cohiba tra le dita, gentile omaggio di Fidel Castro e un bicchiere di brandy invecchiato qualche centinaio d’ani, pronto a godersi la pensione, come ogni vecchietto che viene rinchiuso e gettata via la chiave, in un ospizio!

Benedetto XVI…che se lo si guarda bene sugli occhi viene fa venire mente lo sguardo di Jack Torrance di Shining. – dal romanzo omonimo di Stephen King – e/o Leonard Lawrence, detto Palla di Lardo di Full Metal Jacket, capolavori entrambi diretti da Stanley Kubrick, per la storia e un papa che se l’è svignata dalle responsabilità e come mai come in questo momento, l’intero popolo della cristianità cattolica universale romana si appresta a gridare ad alta voce, alle 19.59’.59’’

«Benedetto XVI è morto! Viva Joseph Ratzinger !»

È in fatti, pur non ritrattando di una virgola quanto scritto nell’articolo: “Benedetto XVI ha tradito – come Giuda – il ruolo di vicario di Cristo?” (1), a Joseph Ratzinger va dato, vista l’età avanzata, il perdono cristiano e l’onore delle armi per l’inaudito coraggio dimostrato nel lasciate la Barca di Pietro, in mezzo al guado, al suo destino, come fanno i topi quando sanno che la bagnarola affonderà.

Dare rispetto a questo vecchietto stanco e sfiduciato della melma che alberga in seno alla “Sacre” mura vaticane sarebbe un imperativo, se l’uomo Ratzinger non fosse stato per decenni uno degli ingranaggi del sistema, una ruota, oliata, secondo gli ordini del Padrone, dell’ex Sant’Uffizio, il famigerato Tribunale dell’Inquisizione, del mitico e l’inarrivabile Torquemada, sbanchettato in Tribunale per la Dottrina della Fede, e non poteva non sapere, visto che per decenni era stato l’uomo ombra di Giovanni Paolo II, come funzionasse lo Stato Città del Vaticano.

Ma all’apertura del Conclave, salvo scherzi di Benedetto XVI, che potrebbe ritirargli lo zucchetto cardinalizio, ci sarà anche il “Santo protettore dei preti pedofili”, ossia l’immaginifico e indiscusso difensore dell’ortodossia vaticana, nemica degli scandali, perché abbassano il fatturato: il Cardinale Roger Mahoney, che molti segretamente, vorrebbero papa subito in modo che possa avere non solo l’immunità diplomatica dal suo essere Capo di Stato, ma che possa tentare di bloccare non l’emorragia di fedeli nelle chiese americane, ma il salasso economico che i “sedicenti” violentati da preti, continuano ad accampare , grazie alla complicità dei tribunali secolari, che  sono diventanti nemici del vero Dio e della vera Fede.

Se la cosa non fosse tremendamente seria ci sarebbe, se non da ridere per quanto poco, da piangere.

Giorno per giorno inizio a pensare che Ratzinger, grazie all’età avanzata, ne abbia avuto, come direbbero i laici, i comuni mortali, le palle piene del sistema “Vaticano”, fatto scandali, pugnalate alle spalle, giochi di potere, intrallazzi, di “…un Dio cattivo e noioso, appreso andando a dottrina” come cantava Marco Masini, in “Silvia lo sai” e che abbia preferito mettersi in panciolle, visto che alla fine si beccherà una pensioncina di 2.500 euro, non come ex Papa, ma come Cardinale in pensione, visto che il Papa non va in pensione, se non con i piedi in avanti, seguito da una nuvola di incenso.

Ratzinger, è chiaro a tutti, è stanco e potrebbe avere i giorni contati. Il condizionale è obbligatorio, visto che il riposo potrebbe rallentare il lento ma inesorabile declino fisico, che spetta a tutti gli uomini, che indistintamente raggiungono un’età vegliarda e forse i bookmaker inglesi hanno già iniziato a  “dar di quota” e raccogliere le scommesse per la sua prossima o lontana dipartita da questa valle di lacrime.

In ogni caso: Riposa In Pace, Benedetto XVI e, come dicono i vulcaniani, tradotto in inglese standard, “Live long and prosper”


 Marco Bazzato
20.02.2013


sabato 30 maggio 2009

Star Trek, il futuro ha inizio


Una chiaivica!
http://marco-bazzato.blogspot.com/

Non c’è altra espressione per definire l’XI film della serie Star Trek con un cast d’attori completamente rinnovato, per far ripartire la saga da un giovanissimo capitano James Tiberius Kirk, interpretato da un Chris Pine.

Nonostante le lodi della critica al regista, J.J. Abrams, che avrebbe reinventato la creatura di Gene Rodemberry, questi probabilmente sta bestemmiando nelle lingue aliene, come ad esempio il Klingon, ideato da Mark Okuda. Il prequel decolla a fatica, non tanto per il cambio dei personaggi, alcuni effettivamente ben caratterizzati come il giovane James Kirk, Sulu, McCoy e Spok, reggono abbastanza bene il confronto con i personaggi della serie originale, mentre quella che fa storcere il naso è la “nuova” Uhura, che rispetto alla signorilità dell’originale, quella di J.J. Abrams si comporta come un puttanone che ha appena lasciato il marciapiede. Infatti oltre ad essere una bisessuale interplanetaria, si muove come sulla plancia dell’Enterprise come una cortigiana deducendo Spok.

Tralasciando che con la scusa del futuro alternativo la madre di Spok, Amanda Garrison, muore, che il padre di Spok, Sarek è contento che il figlio si sia arruolato nella Flotta Stellare, che il capitano Pike, anziché morire diventa ammiraglio, il prequel con questi svarioni dalla linea temporale getta alle ortiche i quarant’anni della saga solo perché il regista ha affermato di non essere un amante della serie, e che probabilmente non si è preso nemmeno la briga di restare abbastanza attinente con la serie originale.

Veniamo al capitolo più dolente, l’astronave, l’USS 1701 Enterprise. A parte il fatto che lo scafo esterno si vede pochissimo, praticamente di sfuggita, sebbene appaia identica, a parte la tecnica digitale di realizzazione, a quella originale, sono gli interni, com il ponte di comando, l’hangar di carico, il reparto medico che non rispettano lo stile ne della serie originale come neppure di Nex Generation. Ma la cosa peggiore è la Sala Macchine, questa sembra, con quel groviglio di tubi, un vecchio capannone industriale senza nessuna affinità con le precedenti, facendo precipitare in modo vertiginoso l’appel che questa in passato aveva.

Non si capisce come un film costato praticamente 170 milioni di dollari, in parte già rientrati, sia stato creato in modo così inetto, senza nessun occhio di riguardo alla tradizione, all’immagine che i trekker storici hanno della visone del mondo di Star Trek che ne esce fuori completamente frantumata ed incongurente, un film che corre rapido come un video clip musicale, troppo rapido, che fa fugge via immagine dopo immagine, perdendosi tra i frastuoni roboanti delle battaglie nello spazio e a Terra, prive però di quello spirito trek che hanno reso celebre nel mondo le varie serie. Senza contare, nota ancor peggiore, che la Flotta Stellare, partendo dai cadetti sino a giungere alle più alte gerarchie, denota una connotazione militare molto forte, molto più marcata, pur essendo in piena guerra fredda, di quella del 1966.

Se mai dovesse esserci un seguito, stando alle anticipazioni già preventivato, si spera che la nuova sceneggiatura ed i nuovi allestimenti siano più attenti allo stile originale dell’opera, non tanto per senso di nostalgia, ma perché il “mondo Trek di J.J. Abrams è distante anni luce dal mondo Trek creato da Gene Rodemberry, ed i due universi, pur portando lo stesso nome, sono figli di padri diversi, solo che il primo, Rodemberry, ne è il padre biologico, mentre il secondo, J.J. Abrams, oltre che essere trovatello, potrebbe essere anche figlio e di conseguenza anche padre bastardo del prequel.

Star Trek, il futuro ha inizio, rappresenta non tanto la nuova visione di un futuro, conosciuto da quasi mezzo secolo, ma l’uccisione ed il seppellimento di quel passato, sotto una patina roboante, che ne esalta lo stridore e l’incongruenza storia e narrativa, che abortisce ed uccide il passato, a favore di un nuovo futuro, teoricamente da riscrivere, ma che potrebbe – come un figlio nato malformato e deforme – avere vita brevissima. Del mondo Trek nella visione di J.J. Abrams, il vecchio mondo è stato demolito, reso maceria, sbeffeggiato e quasi cancellato come se questi non fosse mai esistito.

Il film, seppur buono sotto il profilo scenico, è una pallida imitazione di quelli originali, dove il marchio Star Trek ed i nomi dei personaggi, dell’astronave sono stati presi, senza citare il creatore – Gene Rodemberry, per crare un action movie senz’anima, senza spirito, senza storia, perché la storia è stata uccisa ed in un ciak distrutta. Per sempre.

L’unico legame col passato è l’apparizione dello Spok originale – Leonard Nimoy – che invecchiato, ma totalmente estraneo alla linea temporale fino ad ora conosciuta, ha dato un forte tocco di nostalgia, passando il testimone ad un giovane se stesso, completamente diverso, piatto e senza personalità, che ha dimostrato, se mai c’è ne fosse bisogno, che il tempo inesorabilmente passa e che tutto prima o poi è destinato a morire e che l’animazione forzata, peggio di un accanimento terapeutico, aumenta l’agonia non solo del paziente, ma anche dei famigliari, in questo caso i fans storici dei veri ed unici Star Trek, quelli creati da Gene Rodemberry.


Marco Bazzato
30.05.2009

domenica 26 ottobre 2008

Vessela Lulova Tzalova




La scrittrice e traduttrice bulgara Vessela Lulova Tzalova col Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a Sofia, dottor Ezio Peraro.

martedì 7 ottobre 2008

“Progetto Emmaus”, di Marco Bazzato



Vive, il mondo cristiano, di una promessa: Gesù di Nazareth, il Dio fatto carne che con la resurrezione sconfisse il supremo male della morte, ritornerà sulla Terra. Su questa certezza per i fedeli, sulla medesima, intrigante ipotesi per i non credenti, si sono spesi secoli congetturando il tempo, il luogo, la modalità di un ritorno così sconvolgente.

Marco Bazzato è l’autore che, più di recente, ha messo in moto la sua inesauribile fantasia per riportare tra noi il Cristo scegliendo, non certo a caso, di inserirlo in un presente che con le sue mille contraddizioni, con il progressivo distacco dalla spiritualità determinato dal materialismo imperante, non potrebbe presentarsi come più opportuno, e al tempo stesso scomodo, per una tale, tramutante venuta.

Non si pensi che l’autore di “Progetto Emmaus” voglia, attraverso il suo racconto, rubare il mestiere ai saggisti: la sua opera va semmai ad inserirsi nella corrente letteraria della fanta-teologia oggi in ascesa perché, proprio oggi, si fa sentire più acuto il bisogno del Grande Emendatore capace di curare i mali di un mondo che, il Pontefice stesso, definisce “gaudente e disperato”.

Ecco allora che Bazzato si fa avanti per gridare, attraverso la sua versione del ritorno del Salvatore, una denuncia forte e priva di qualsiasi reticenza o clemenza, contro i duemila anni di corruzioni e degenerazioni che hanno stravolto il senso stesso del Verbo. Sembra, anzi, che l’Emanuele dei nostri giorni immaginato dall’Autore non sia che l’efficacissimo pretesto per denudare dei suoi vistosi ma falsi orpelli ogni responsabile di un deviazionismo tanto nocivo.

Un pretesto - dicevo - ma intenso e ben definito assieme alla descrizione della sua corte di contemporanei seguaci; i medesimi che già gli furono accanto due millenni or sono. Non ne manca quasi nessuno: da Pietro a Giovanni a Paolo, dalla Maddalena a Maria stessa, trasfigurati nel costume epocale che ci è proprio, eppure così riconoscibili all’interno dei loro immutabili ruoli. E nella storia si muovono anche i nemici di allora divenuti gli avversari di oggi che, per non turbare uno status quo sorretto da giganteschi interessi inscindibilmente concatenati tra loro, ancora macchineranno affinché il sommo potere divino non venga a turbare quello bassamente terreno.

Qui non si dice, ovviamente, la conclusione di una vicenda che procede a tratti come un incalzante film d’azione per riassestarsi poi sulla connotazione del mistery più fitto: ma sappia il lettore che le trame ordite al fine di impedire che il disegno di Emanuele si realizzi, coinvolgono la CIA e il Mossad, gli emissari del mondo islamico, il potere finanziario internazionale, i governi degli Stati più potenti del pianeta. Tutti rotanti attorno ad un Vaticano conflittuale e lacerato dove l’Opera è un’influente congregazione, fulcro delle azioni messe in atto per neutralizzare gli intenti del redivivo Salvatore.

Conseguente ed ottimo è il modo in cui Bazzato assegna un ruolo fondamentale ai media, all’elemento cioè mancante nel secolo zero e che oggi, invece, è capace di determinare tanto; vuoi a favore, vuoi contro qualsivoglia vicenda debba coinvolgere una pubblica opinione in parte manovrata e in parte addirittura inconsapevole dell’evento straordinario, immenso che si sta consumando sotto i suoi occhi svagati.

Un Cristo-Emanuele ben tratteggiato nella sua sofferta debolezza fisica ed ancor più sicuro e determinato nella volontà divina che sorregge il suo disegno, si muove dunque nel romanzo procedendo sopra la traccia della scrittura di Bazzato come se nuovamente camminasse leggero sulle acque. Uno stile letterario scorrevole e piano, quanto mai attuale; a volte persino eccessivo nell’intrecciarsi dei dialoghi di protagonisti e comparse, contrassegnati da un linguaggio ordinario che si discosta in modo volutamente smaccato dall’eloquio antico, o fuori da ogni tempo, del Nazzareno.

Da questo insieme di coinvolgenti alchimie, insomma, deriva un libro che avvince, privo delle tanto comuni fasi di tedio. Infatti è davvero sorprendente la densità degli eventi che l’Autore propone in un susseguirsi che non dà tregua e che spinge il lettore alla conclusione dolce-amara della vicenda ad un ritmo più che incalzante.

Non è compito del recensore indagare sull’attendibilità delle ipotesi, né di certo è un dovere del romanziere proporre temi e narrazioni più condizionati dal reale che dall’inventiva: resta però una piacevole opzione del lettore quella di affrontare un libro vivace e ricco che saprà intrattenerlo facendolo anche riflettere sul degrado degli alti ranghi di una società di cui tutti, se non artefici, siamo certamente e tristemente partecipi.

Anna Antolisei
Giugno 2007

* * *

Risveglio dal sonno cristiano




Questo sonno religioso è uno dei più continuativi della storia umana. Esso purtroppo aveva assai pochi centri d'attrazione, forse le forze centrifughe spesso avevano il sopravvento sopra le forze centripete, e inoltre si sentiva grande scarsezza di fascino. I motivi? Ormai sono storicamente noti: tradimento, vittoria fariseica, crocifissione, persecuzione dei cristiani, inquisizione, eresie…e sopra a tutto questo, da duemila anni pendono le reliquie martirizzate del Redentore. Che tuttora sono lì.

Ma cosa succederebbe se il sonno diventasse nuovamente realtà? Una domanda eretica che Marco Bazzato ambiziosamente si pone, e insistentemente cerca la risposta nel suo romanzo Progetto Emmaus.

Ad uno sguardo di sfuggita, questo è un libro con un appesantito inizio avventuroso: l'azione domina sul ragionamento, lo spazio designato per le deduzioni dell'autore è abbastanza chiuso, e le svolte sono più biografiche, piuttosto che la sfida rivolta verso il torrente della coscienza.

Dove sono però le precedenze di questo libro che vale la pena d'essere consigliato? Devono essere cercate innanzitutto nel suo carico morale. Nella critica verso l'ordine mondiale, non però da sinistra o da destra, ma dal punto di vista dell'umanesimo; nella sua furiosa negazione della piaghe rodenti dell'Istituzione Vaticana.

Il conflitto tra la Fratellanza, alle spalle di cui chiaramente si nasconde qualche tardivo ambiente gnostico, probabilmente di specie massonica in cui è implicato un cardinale di origine polacca, che successivamente diventerà Papa; e dall'altra: l'organizzazione Opus Dei che usa i principi di Sant'Ignazio de Loyola. L'Opera è durevolmente intrecciata nelle strutture del Vaticano, che in effetti sono una proiezione del antico conflitto tra eresia e potere ecclesiastico.

Ma nel romanzo sono propagate le profondità storiche di questo contrasto: Esseni e Farisei, cristianesimo primitivo e cristianesimo di Stato, Cristo e Satana, il Tempo di Salomone, e la chiesa di Pietro e Paolo, gnosi e cattolicesimo, eresia e sacra inquisizione, il libro segreto dei Bogomili di Concorrezzo, e la Sacra Scrittura canonizzata dalla chiesa.

La tecnica moderna e metodi medioevali e inquisitoriali, si fondono idealmente per realizzare il Progetto Emmaus. Il romanzo ha una domanda fondamentale: è possibile con mezzi meccanici corrispondenti come sostanza ad un'epoca materiale come quella attuale, far tornare il Redentore sulla terra affinché riprenda nuovamente come una spugna cosmica i nostri peccati bimillenari?
Fino a che livello Emmanuele copre l'immagine di Gesù? Questo rimane come un punto interrogativo durante l'intero romanzo. Uno però è condotto categoricamente: se oggi il Messia apparisse nuovamente all'umanità, verrebbe accolto come ingannatore, brigante, distruttore dello status quo della chiesa, mettendo in pericolo il potere sacerdotale. Anche la risposta dell'autore del romanzo è inequivocabile; che cosa attende questo Redentore nella vecchia Europa? Sofferenze inquisitoriali e per la seconda volta la crocifissione; e nella nuova Atlantide al di là dell'oceano - un processo che lo porterà alla condanna, e nel caso migliore, il successivo spegnimento tormentoso in qualche manicomio.
Il messaggio di Marco Bazzato è enunciato chiaramente: la storia del Golgota è destinata a ripetersi, se è destinata a ripetersi anche la storia di Betlemme. Detto con altre parole: né nei confronti del semidio, né nei confronti dell'individuo semplice, qualcosa è generalmente cambiato in duemila anni di storia terrestre.
E la salvezza? E la luce nel tunnel? Per Bazzato essa è nell'unità dei figli di Abramo: Giudei, Cristiani, Musulmani contro le istituzioni e i poteri delle tenebre. Solo così Emmanuele potrà essere liberato dal crocifisso e riportato nel Tempio; solo così potranno guarire le sacre ferite nel suo corpo, e tramite lui potranno essere concepiti i figli dell'Eden. Questa unione è stata vista nuovamente dalla visione dei Bogomili e dei Catari- come resistenza contro Satana e la sua entrata solenne attraverso la porta Vaticana, spalancata davanti a lui.

Il romanzo è un racconto ansimante per la battaglia eterna dell'elitarismo del Tempio e la profanazione della Chiesa. Dove si trova però lungo questa strada l'autore? Lui tuttora non è penetrato nella Dimora, perché altrimenti il suo verbo e il suo pensiero sarebbero stati diversi. Le lingue iniziatiche suonano più metaforiche e più assorte, con una grande sensibilità verso il mistico. Ma da un'altra parte, Bazzato da un tempo ha girato le spalle anche alle folla all'atrio del Tempio. I doni che porta e lascerà sotto le sue colonne sono antichi: umanismo, fede, tolleranza religiosa, e libero pensiero.

Gli basteranno però, le forze e il tempo per vedere il mondo della vanità, anche dal lato interno del suolo del Tempio? Qualche segni parlano in merito ad una simile supposizione: i riferimenti verso gli Apocrifi, il suo fatidico rapporto con la Bulgaria-Terra di eresia secolare, di tolleranza religiosa millenaria, come la sua curiosità verso frutti proibiti vietati dal Dogma.Forse il suo appello per l'alleanza religiosa ha sorpassato assai il tempo. Forse fino ad un certo punto, questa speranza può apparire naif, che i figli dell'Eden scendano sulla terra in sembianze umane, tramite l'amore tra uomo e donna. Forse il vagabondare dei personaggi del romanzo possono assomigliare al movimento caotico delle particelle di Brown, e l'ultimo messaggio finale del libro è più pessimistico, di quanto presuppone l'amore nella piramide di Cheope, e la cicatrizzazione delle ferite di Gesù. Alla fine, la sorte dell'alunno può ancora perdersi nella nebbia del tempo futuro, e anche dalla strada di apprendista, del Maestro e il paladino della Rosa e della Croce, dividendolo ancora in trentatre gradini. Ognuno di essi, porta un dono all'adepto, ma a volte la ruotine sovrasta e ferma l'evoluzione. A volte non basta la fede per continuare a salire verso il mistero. A volte l'animo umano non sa se è meglio continuare a sognare, oppure finalmente svegliarsi dal sonno religioso. A volte il velo, coprendo gli occhi, impedisce di vedere la porta del Tempio di Salomone.Passerà Bazzato il suo suolo? E cosa troverà lì?

Il vertice della Piramide appartiene ad un altro mondo che è invisibile al non iniziato, sono pochi i prescelti che entreranno in esso, e meno solo quelli di che sono destinati a vedere la prima pietra del mondo di Dio.

Probabilmente il restarne fuori, porta e crea meno disagi. Marco Bazzato però in nessun caso non è quell'adepto che una volta affacciatosi innanzi al suolo del Tempio si rifiuterà d'entrarvi dentro.
Natalia Andreeva
Germania, 2006

mercoledì 7 marzo 2007

Presentazione di “Progetto Emmaus” a Vigonovo (Ve)


Presentazione di “Progetto Emmaus” a Vigonovo (Ve)

di Mario Priolo

Il mio primo incontro con Marco Bazzato, avvenne nel lontano anno scolastico 82-83, in una normalissima relazione docente-alunno: subito ebbi modo di scoprire in lui uno spiccato interesse per la storia, la teologia, le scienze esoteriche, sviluppatesi in quelle remotissime aree geografiche comprese tra il Giordano, il Mar Morto, il Tigri e l’Eufrate.
I suoi interessi, piuttosto originali e “stravaganti”m hanno determinato in lui un atteggiamento deciso e piuttosto divergente, rispetto allo schematismo dei programmi scolastici, in cui gli stessi docenti dovevano attenersi.
Altresì le sue scelte e le sue prese di posizione, davano di Marco un identikit di una persona forte già allora, determinata e volitiva.
Volendo riecheggiare il linguaggio della prefazione dell’opera, Marco, già allora girava le “spalle alla folla nell’atrio del tempio, per volgere il suo sguardo “Verso i frutti proibiti”, vietati dal Dogma” o dalle regole scritte e definite da altri.
Giorni fa ho preso in mano in suo romanzo, che viene testè presentato: ho dovuto leggero in tre giorni senza pausa, e senza la necessaria sedimentazione dei suoi assi portanti.
“Progetto Emmaus è un triller dove l’azione domina sul ragionamento” dove personaggi istituzionali, professionali, limpidi e meno limpidi: capi di Stato e servizi segreti internazionali vanno a caccia di Emmanuele, inquisito, maltrattato e stigmatizzato come Gesú. un Gesú in cui non capiamo fino a che punto Emmanuele ricopre l’immagine, un “Gesú” che alla fine verrà condannato a morte da un fantomatico tribunale internazionale che ci ricorda amari processi perpetrati nel medioevo contro malcapitati frati o laici accusati d’eresia.
Le grandi gerarchie religiose ei forti delle potenze imperialistiche, inizialmente convergono nel folle progetto di restaurare l’antico potere spirituale Antico Testamentario, aiutati da frange integraliste e da Stati comandanti da Presidenti conservatori. Pertanto rispolverano le atroci tecniche degli antichi tribunali inquisitoriali, e Ferdinando Y la Forteza diventa un nuovo Bernardo Gui dell’era contemporanea.
Il ritorno di un presunto nuovo Messia, viene cinicamente progettato a tavolino dalle grandi religioni monoteistiche per la restaurazione del nuovo Tempio di Salomone che verrebbe trasferito negli Stati Uniti.
Emmanuele verrà alla luce, ripercorrere tutte le tappe della vita di Gesú, con torture, flagellazioni, stigmate nelle mani, portate a termine in Etiopia.
La fabula narrativa si apre con l’arrivo di Emmanuele a Milano, nelle vesti di un barone che inizia a fare incontri di con una varia umanità della quale si rattrista e ripercorre retrospettivamente la Passione del Primo Uomo Giusto venuto sulla Terra.
Incontra personaggi come Maddalena, Pietro, Giovanni e Paolo: un gruppo piuttosto variegato come personalità e professioni che nell’intreccio dell’opera verrà inseguito, arrestato, qualche volta fuggirà perigliosamente, alcuni di loro saranno uccisi e i Servizi Segreti delle grandi Potenze saranno sempre presi dalla spasmodica attività di arrestare Emmanuele di Paese in Paese, da una cattedrale a un aeroporto.
Tutto quanto si legge bene, dove l’intreccio narrativo si avvilupperà in situazioni di forte suspance.
Dove mi pare d’aver trovato la chiave interpretativa del romanzo, è negli ultimi capitoli, in cui con il ricorso al flash back, l’autore chiarisce quelle transazioni che al lettore sembravano poco chiare, ma che nel contempo lo tenevano legato alle righe che si susseguivano.
L’attualità del romanzo , involge nell’intreccio anche la religione Musulmana, ma non mette ma in discussione il valore della Fede, né tantomeno il rispetto spirituale dei dogmi e delle sacre scritture, qualunque esse siano, ma punta ad un’appassionata “negazione delle istituzioni religiose” a volte irrigidite dai vizi e dalle corruzioni del tempo, “portando sotto le colonne del Tempio i suoi doni antichi: Umanesimo, Fede, Tolleranza, Religione e Libero pensiero”. Questi sono il leit motiv di tutta di tutta la produzione poetica e in prosa di Marco Bazzato, in cui lui stesso, ha sempre ispirato la sua condotta umana e spirituale.

Professor Mario Priolo
Dottore in Lettere.