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sabato 20 settembre 2008

LA VERITA' DI ALI' AGCA



Anna Maria Turi, la giornalista italiana, sarà a Sofia dal 23 al 25 settembre 2008, per presentare il suo nuovo libro “La verità di Alì Agca", nato sulla base del libro intervista del 1996 “Alì Agcha, la mia verità”. "La verità di ALì Agca", Edizioni MaK, Sofia, tradotto da Vessela Lulova Tzalova, uscito poche settimane fa in Bulgaria, offre nuovi spunti di lettura sull’attentato del 13 maggio 1981 a Giovanni Paolo II, dando un quadro inedito che si perde entro i palazzi del potere d’oltre Tevere.In occasione della presentazione del libro, che si terrà il 24 settembre alle ore 18.00, presso la Biblioteca della Capitale, in Piazza Slaveikov 4, Anna Maria Turi ha gentilmente risposto ad alcune domande.

Perché la “Verità di Ali Agca” in Bulgaria, dopo più ventisette anni da quel 13 maggio 1981?
Perché la Bulgaria, la città di Sofia in particolare, fu all’epoca il luogo in cui i molti fili del complotto che portò all’attentato al Papa cominciarono a intrecciarsi, per poi essere manovrati, sui mercati dell’Occidente, dai veri burattinai. Sono convinta, avendo conosciuto il personaggio Agca e la sua psicologia, che, come lui afferma, la lettera minatoria che inviò in Turchia a Wojtyla, quando questi vi arrivò da ospite non gradito, fu una minaccia bluff, un gesto da megalomane. In Bulgaria il latitante, irrequieto, megalomane Agca rilanciò l’idea che, attraverso i mafiosi suoi protettori e i Lupi Grigi di estrema Destra, collusi con i Servizi di mezza Europa, fu magari senza troppa convinzione portata avanti e presentata in determinati ambienti.
Il suo libro si muove, non solo attraverso un’intervista, ma anche su direzioni diverse. Perché secondo Lei la Bulgaria prova ancora un così forte coinvolgimento per quei fatti?
Perché incriminando un regime si colpevolizzò un popolo. La stessa cosa avvenne in Turchia. Agca fu rimproverato di aver messo sotto accusa tutto il popolo turco. Secondo me, queste furono le accuse più brucianti per lui e da lui considerate come le più pericolose per la sua incolumità. Se poi, come sostengo nel libro, egli accettò di essere la mano armata di preti cattolici ribelli, doppia vergogna gliene verrebbe agli occhi dei suoi, e cioè del mondo islamico, se raccontasse la storia nei suoi dettagli concreti ma anche banali. L’unica scappatoia per lui è quella di collocare il suo gesto nella dimensione del Destino, del Soprannaturale, della Profezia uscita dalle labbra di Maria, che è venerata anche dai musulmani, e di un Segreto che porta il nome, guarda caso, di Fatima, la figlia di Maometto.
Lei è la prima volta che arriva in Bulgaria, cosa si aspetta da questo viaggio e dall’incontro con Sofia e col Paese?
Mi aspetto delle possibilità di dialogo. Naturalmente la mia tesi farà piacere ai Bulgari. Ma anche in questo caso possono saltar fuori delle novità.
Da quanto si è potuto apprendere, il calendario degli eventi è corposo. Come pensa che i bulgari accoglieranno questo ritorno al passato?
Vedo che l’interesse è grande. L’emozione? Bisogna affrontarla per non aspettare “cinquecento anni” quando gli Stati si decidono finalmente a sollevare i coperchi sulle loro faccende interne.
Anna Maria Turi è una giornalista accreditata in Vaticano. In che modo questo libro è stato accolto negli ambienti? E che eventuali reazioni, secondo Lei, in futuro potrebbero esserci?
La Chiesa cattolica non limita la libertà altrui, massimamente quella di parola e di opinione. Ne ho avute molte prove, anche sul piano personale. Il primo libro, quello del 1996, non ha avuto alcuna ripercussione negativa.
È veramente stata completamente scritta la storia di Ali Agca, oppure secondo lei ci sono ancora molte pagine bianche?
Agca è recluso da quando aveva 23 anni., e cioè da 27 anni. Nelle svariate centinaia di sue pagine autografe in mio possesso, ho potuto constatare come già nel 1996 il suo delirio mistico fosse radicato, pervasivo e come fosse forte, caparbia la sua volontà di rimozione di tutto il resto.. Invece possiamo aspettarci l’intera storia da Oral Celik, che vorrei incontrare. Anzi, lei mi dà l’occasione per lanciargli un appello. Signor Celik, perché non c’incontriamo a Sofia?
Marco Bazzato
20.09.2008

sabato 28 aprile 2007

Intervista a Lucio Lami ril pubblicata il 28.04 2007 nel quotidiano nazionale bulgaro: Duma


Lucio Lami, di antica famiglia toscana, è nato in Lombardia nel 1936.
Iniziò a La Notte nel 1960, con Nino Nutrizio, per poi passare alla Domus, per il varo della rivista economica Quattrosoldi, poi a Gente con Rusconi . In seguito venne chiamato alla Rizzoli, dove, a 30 anni, divenne il più giovane direttore di settimanali della casa editrice. Nel 1971, passò alla Mondadori, caporedattore a Epoca.
Nel 1974, con la nascita de Il Giornale, entrò a far parte della redazione di Indro Montanelli. Per quel quotidiano ha viaggiato per vent'anni, in tutto il mondo, come inviato speciale, corrispondente di guerra e collaboratore della Terza Pagina.Come corrispondente di guerra è stato sui fronti della Cambogia, del Laos, della Prima e della Seconda Guerra del Golfo, del Libano, dell'Afghanistan, del Ciad, del Polisario (Marocco), dell'Eritrea e tra le guerriglie dell’Irlanda, dell'Etiopia, della Somalia, dell'Angola, del Mozambico, del Nicaragua e del Perù. Per i suoi grandi reportages è stato a lungo in Africa, in Medio Oriente, nei Paesi dell'Est e in America Latina.
Per anni si è occupato dei rapporti fra politica e cultura: ha fondato e diretto la rivista Commentari, chiamando a collaborare grandi firme internazionali, da Popper a J.F.Revel.
Lasciato il Giornale, ha diretto il quotidiano L'Indipendente.
Per la sua attività giornalistica, ha ottenuto il Premio Max David (1980), il Premio Hemingway (1986), riservati agli inviati speciali.
Come saggista ha vinto il Premio Estense (1981) e il Premio Sacharov (1986), con il volume Il grido delle formiche (Rusconi) sul dissenso sovietico.
Tra i suoi saggi: La scuola del plagio (Armando); Dai confini dell'Impero (Sugarco) ; Morire per Kabul (Bompiani); Giorni di Guerra (Mondadori); Cuba libre era solo un cockteil (Spirali), Giornalismo all’italiana (Ares), Visti e raccontati (Ares).Tra i suoi libri di storia: Isbuscenskij, l'ultima carica (Mursia); La Signora di Verrua ( Rizzoli); Garibaldi e Anita corsari (Mondadori), Il re di maggio (Ares).Tra quelli di narrativa: La donna dell’orso (Scheiwiller) e Il paradiso violato (Ares)È tradotto in Francia, Spagna e America Latina.
E' Presidente del Pen Club Italiano (associazione mondiale di scrittori). Docente di giornalismo all'Università Cattolica di Milano.



- 1) Egregio Dottor Lami, per anni, è stato Presidente del P.E.N. Club Italia, cosa può dirci di quest’esperienza?
- Faticosa per una serie di motivi: il governo ha tagliato i fondi a tutte quelle organizzazioni culturali che non siano legate a partiti, per questo mi sono dimesso. Poi, gli scrittori tendono a isolarsi, c'é poco spirito associativo, più che dare, chiedono.

- 2) Com’è cambiato, secondo Lei,, negli ultimi anni il mondo degli scrittori italiani?
- Molti giovani si adattano a scrivere su commissione degli editori. Si cerca il best seller prodotto in laboratorio e talvolta lo si trova. O lo si compra dall'estero. Il libro è diventato un prodotto esclusivamente commerciale.
- 3) Sappiamo, che anche in Italia, si pubblica molto, ma si legge poco, è perché forse manca un’educazione alla lettura e alla letteratura, o ci possono essere delle altre cause?
- ) Le scuole non insegnano più a leggere, ma a "consultare" via computer.La formula "Scire est reminisci" non è più valida. Si privilegia il consumo di tematiche alla moda (fantasy, polizieschi). Il fenomeno non è causa ma effetto della diffusione dell'ignoranza, che comincia in casa dei "grandi" editori e dilaga.
- 4 Lei è stato per anni corrispondente di guerra, in varie zone del mondo, e questo l’ha portata a ricevere importanti premi giornalistici, come il il Premio Max David e il Premio Hemingway per gli inviati, com’è cambiato il mondo del giornalismo italiano, rispetto ai suoi esordi? Cose non Le piace del giornalismo attuale?
- Non mi piace la rinuncia alla deontologia. Il trionfo del "Comprati e venduti". La dipendenza delle carriere dal servilismo verso i politici. La pratica universale dell'ars absentandi.La morte dell'indipendenza intellettuale.
- 5) In Bulgaria, l’interesse per la letteratura italiana, non è mai scemato, anzi, negli ultimi tempi, ha preso nuovo slancio, manca però l’interscambio. Esiste secondo Lei un modo per equilibrare questa tendenza?
- Gli interscambi culturali dovrebbero essere affidati a istituzioni come il Pen e, prima ancora, agli Istituti Italiani di Cultura, ma il Pen è sempre alle prese con la ricerca di fondi che gli permettano di operare. Quanto agli Istituti di Cultura, costretti a fare le nozze con i fichi secchi, con bilanci ridicoli, spesso sono anche affidati a personaggi modesti, per ragioni di nepotismo o di intrallazzo politico. Sono pochi gli Istituti con gli uomini e i mezzi necessari e sono quasi sempre quelli che servono più alla politica che alla cultura.
- 6) Essere scrittore, non è un lavoro facile, in molti si cimentano, ma pochi sfondano a livello commerciale. Il successo commerciale, è sempre sinonimo d’elevata qualità?
- Il successo ha tante facce, può essere dovuto al caso, o costruito a tavolino.L'importante è non invaghirsene.
- 7) Lei è stato giornalista, ma anche un acuto saggista; oltre al naturale amore per lo scrivere, qual è essenzialmente la molla che la spinge ad un’accurata e minuziosa ricerca storiografica?
Io scrivo perchè mi diverto a farlo, perchè mi piace dare la caccia ai documenti, costruire delle storie. Ho nel cassetto libri che non ho avuto tempo di presentare agli editori, perchè stavo già scrivendone un altro. Sono un pianista che suona anche in assenza di pubblico.
- 8) Cosa non le piace della letteratura contemporanea italiana, e perché?
- La continua circumnavigazione del proprio ombelico. Ridatemi il Gattopardo e Il Mulino sul Po.
- 9) Il giornalista descrive i fatti, lo scrittore prende spunto da svariate realtà per creare le sue opere, il saggista e lo storico incide la Storia con la mano ferma del chirurgo in sala operatoria, a suo avviso, cos’hanno in comune queste professioni apparentemente così diverse? Dove assolutamente non si toccano?
- Il giornalista si affida sempre più acriticamente alle nuove tecnologie. Rischia di diventare solo un megafono.
- 10) Può indicarci alcuni errori tipici da evitare assolutamente per chi vuole diventare scrittore?
- Partecipare a corsi di scrittura.
- 11) Nella sua pratica come giornalista, scrittore, e non ultimo Presidente del P.E.N. Club Italia, quali sono state le figure letterarie, e non solo che l’hanno particolarmente colpita?
- La vita mi ha concesso un gruppo di amici che hanno influenzato il mio pensiero: Aron e Revel in Francia, De Felice , Romeo e Abbagnano in Italia, Uslar Petri e Paz in America Latina, Maximov e Bukovskij in Russia... La conversazione con loro era un vero ricostituente.
- 12) Ha avuto nel corso degli anni, la possibilità di conoscere opere d’autori bulgari?
- No. Ma uno dei miei amici più intimi, per almeno 35 anni, è stato un bulgaro. Si chiamava Citovic, era figlio di un grande cattedratico bulgaro, era anche esperto d'architettura.Finito in Italia fu accusato, nel dopoguerra, di aver fatto l'interprete per i tedeschi, in tempo di guerra.In effetti, parlava otto lingue diverse. Era un filosofo e non si interessava che di filosofia. Per vivere, faceva il giornalista . Umilissimo, accettava qualsiasi lavoro in redazione. Pochi si erano accorti che era un pensatore coltissimo. Morì in perfetta, disperata solitudine, mentre collaborava al Giornale di Montanelli.
- 13 Come vede il futuro del P.E.N. Club Italia, e cosa augura al suo successore?
- Di occuparsi degli scrittori imprigionati nel mondo, conservando tuttavia la matrice colta dell'associazione, senza trasformarla in un prodotto sociologico.
- 14 II premio P.E.N. Club da anni è uno dei più prestigiosi premi letterari italiani, a cos’è dovuto il suo crescente successo e importanza a livello nazionale, e non solo?
- Il Premio Pen ha successo perchè, a differenza degli altri 1500 premi letterari italiani, non è nelle mani degli editori, che se li spartiscono come mezzi promozionali, né nelle mani degli assessorati alla cultura, che cultura non hanno e pensano ai vantaggi politici. E' un premio che pensa solo alla qualità letteraria dei libri.
- 16) Per concludere, qual è il suo libro attualmente sul comodino?
- Per il lavoro di revisione tengo il dattiloscritto del mio ultimo libro appena terminato, sulla cacciata dei turco-musulmani dall'Europa, all'inizio del 700. Per mio diletto invece ho il libro "Racconti di un pellegrino russo", di un asceta anonimo, pubblicato più di trent'anni fa.

La ringrazio per la disponibilità accordatami.

martedì 17 aprile 2007

Antono Di Pietro in esclusiva per il quotidiano bulgaro Duma


Il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, onorevole Antonio di Pietro, ha rilasciato un’intervista esclusiva al quotidiano nazionale bulgaro Duma, pubblicata il 17.04.2007
Ringrazio il Dottor Di Pietro in nome dei lettori bulgari e della redazione del quotidiano, per la disponibilità e la gentilezza.


Mar co Bazzato
1. Signor Ministro, vorrei iniziare – se lo desidera – con alcuni suoi ricordi degli anni in Germania, e com’era visto a quel tempo un emigrato italiano?

Bisogna dire che la Germania è stata sempre un Paese civile, quindi, a parte sparuti casi di razzismo, gli italiani sono sempre stati ben visti, soprattutto perché sono sempre stati dei gran lavoratori


2. L’Italia in passato era un paese di forte emigrazione interna e verso l’estero, ora è meta ambita d’immigrazione. Anche i bulgari – ora membri dell’Unione Europa Europei – come altri cittadini provenienti dagli ex paesi del blocco sovietico, a volte sono visti con sospetto e diffidenza. Cosa si sentirebbe di dire ai bulgari, quando sono vittime di questi pregiudizi? Ed eventualmente, come affrontarli e superarli?

Innanzitutto le cose oggi sono molto cambiate un po’ ovunque, per fortuna, e parlare di pregiudizi verso un popolo come i bulgari mi sembra un azzardo. In ogni caso posso dire, in caso qualcuno utilizzasse nei loro confronti del razzismo, di ricordare che, appunto, tutta l’Europa è un continente di emigranti, non per niente ha scoperto e fondato l’America, e quindi è come darsi la zappa sui piedi.

3. Di lei si dice che abbia azzerato un’intera classe politica italiana. In tutta franchezza, sente che sulle sue spalle grava questo peso, oppure ha solamente cercato di fare al meglio delle Sue possibilità il lavoro di magistrato?

Ho solo cercato di fare al meglio il mio lavoro di magistrato. Sull’azzeramento di un’intera classe politica, ci andrei cauto. Quello che si vede oggi in politica non è propriamente l’invasione dei volti nuovi.

4. La corruzione, sembra un male endemico – che non appartiene solo all’Italia – esiste secondo Lei una via maestra da seguire?

Non credo che esista. Forse perché non ne esiste una sola. La corruzione fa anche parte di una cultura, e di un modo di vivere dei popoli. Ognuno in fondo c’ha la sua. L’essenziale è tenerla a livelli tollerabili, estirparla completamente mi sembra un’utopia.

5. Se dovesse darsi una definizione come politico, come si definirebbe?

Non mi saprei definire, mi piacerebbe passare per un uomo politico che fa politica come un cittadino.

6. Lei non ha mai avuto paura dei cambiamenti, la Sua storia professionale lo dimostra, ora che è un Ministro della Repubblica, a parte responsabilità diverse, in cosa crede che le Sue precedenti esperienze, le possono essere utili per condurre il suo ministero?

Credo nella trasparenza e nella correttezza. E soprattutto nel rispetto delle regole. Io sto qui non per pigliare lo stipendio a fine mese ma per fare un servizio alla collettività.

7. Come si svolge generalmente la Sua giornata?

Arrivo molto presto in ufficio, prima degli altri, e sono l’ultimo ad andarmene. In mezzo ci sono un sacco di cose da fare, dagli appuntamenti istituzionali ai consigli dei ministri agli incontri con la stampa.

8. La politica italiana a volte è complessa da capire anche per gli italiani stessi, spesso si ha l’impressione che sia quasi un gioco di ripicche reciproche. Cosa l’ha spinta, e la spinge tutt’ora ad’essere uno dei mattatori in quest’ arena?

Guardi, non lo so, probabilmente la mia passione e la mia caparbietà. Mi piacciono le sfide nuove. Non mi sottraggo quando ci sono.

9. Durante questi mesi di permanenza al Ministero dei lavori pubblici, cos’è riuscito a cambiare, e cosa vorrebbe poter fare?

C’è ancora tanto da fare mi creda. Credo però di aver ridato fiducia alla gente, il caso Abertis e adesso quello delle concessionarie per la TAV sono stati due segnali di forte trasparenza e legalità che ho voluto dare. Con me non si può continuare a fare come se le regole non esistessero e si passa come niente fosse sulla pelle dei cittadini che pagano le tasse.

10. Lei ha un rapporto privilegiato con i Suoi elettori – ma non solo – ha un blog dove interagisce personalmente. Questo contatto quasi quotidiano, Le da una marcia in più, permettendoLe di rimanere vicino al “mondo reale” e ai problemi quotidiani dei cittadini?

Certamente, l’ho voluto proprio per questo motivo. Credo che internet offra strumenti di comunicazione immediata importanti, come il blog ad esempio. Si scavalcano, velocemente, tanti filtri che in passato sarebbe stato inimmaginabili ipotizzare.

11. In Italia è scoppiato lo scandalo Vallettopoli, può sembrarle strano, ma anche il pubblico bulgaro segue la vicenda, non solo come un fatto di gossip e costume. Lei, che opinione si è fatto?

Che ogni tanto esce fuori un pezzetto di malaffare, che purtroppo è generalizzato e connesso con tutto il sistema ma di cui ci si può occupare solo a compartimenti stagni. Non commento le vicende dei singoli personaggi coinvolti in questa vicenda, ognuno nella sua vita privata può fare quello ce vuole. Ciò che non va bene, e che giustamente abbiamo fermato, è fare ricatti sulla vita privata delle persone; intollerabile e incivile.

12. Esiste un confine invalicabile tra il diritto alla privacy, soprattutto del politico, oppure i cittadini dovrebbero essere informati delle vicende personali, con vere inchieste giornalistiche, sui loro rappresentanti?

Il confine è sottile. Quando il comportamento privato del politico è rilevante penalmente e per l’interesse pubblico allora il diritto alla privacy a mio modo decade, in tutti gli altri casi è fondamentale. Siccome a stabilirlo deve essere il magistrato che fa un lavoro estremamente delicato, è d’obbligo non solo lasciarlo lavorare in pace ma non rigirare la frittata, come ormai si fa sempre più spesso, e accusare il magistrato perché si è permesso di avviare quelle indagini.

13. Lei ha avuto modo di venire in Bulgaria in passato, che ricordi ha di quell’esperienza non solamente sotto il profilo politico?
Una esperienza che mi ha particolarmente affascinato. Nella gente ho trovato una serenità non comune, nonostante tutto. La pacatezza di un popolo on profonde e solide radici storiche e culturali.

14. I legami tra Italia e Bulgaria, sono storicamente più profondi di quanto il cittadino medio conosca, i bulgari guardano all’Italia con un occhio particolarmente benevolo, a volte non contraccambiato, cosa potrebbero fare – secondo Lei – i due Paesi, nei confronti dei rispettivi cittadini per accrescere la reciproca conoscenza?
E’ così. C’è bisogno di incentivare una reciproca conoscenza, soprattutto tra i giovani. Uno scambio culturale che può favorire la comprensione e l’accettazione tra popoli che hanno più punti in comune di quanto si pensi. Una disposizione che ci auguriamo si possa, un domani, affermare tra tutti i popoli della terra.

15. Come ex magistrato, conosce la giustizia e i suoi meccanismi, esiste la giustizia vera, oppure è ancora una magnifica utopia irrealizzabile?

Credo che la Giustizia sia un obiettivo da perseguire sempre, forse non ci si stancherà mai di perseguirla, forse ci saranno sempre impedimenti, ma è proprio di questa magnifica utopia il suo essere sfuggente.

16. Un Suo pensiero finale e un saluto ai lettori.

Innanzitutto auguro a tutti buona Pasqua, poi invito ogni cittadino a fare il proprio dovere, con onestà e senso civico, credo che sia il contributo più grande che si possa dare per crescere insieme, soprattutto in un momento come questo in cui l’Europa si allarga e nuove importanti sfide ci aspettano.

La ringrazio per la gentile cortesia e disponibilità accordatami.

venerdì 22 dicembre 2006

Intervista esclusiva allo psicostorico Iakov Levi



Chi e’ Iakov Levi?

Sono uno psicostorico. La psicostoria è la scienza che studia le motivazioni psicologiche, che sono sempre inconsce e latenti, alle radici degli eventi storici . Come lo psicoanalista analizza le radici inconsce dell’agire del singolo, lo psicostorico analizza l’agire collettivo e quello che lo ha motivato. I presupposti sono gli stessi: le motivazioni reali non sono mai quelle dichiarate consciamente. Sotto allo strato superficiale delle dichiarazioni manifeste si celano motivazioni ben diverse. Alcuni psicostorici credono di poter cambiare il corso della storia scoprendo le motivazioni inconsce dell’agire collettivo, e predicando una soluzione. Io non mi trastullo con simili fantasie di onnipotenza. Il mio scopo è il piacere personale della scoperta della verità. E siccome la verità è donna, mi considero soddisfatto dal piacere del raggiungimento dell’oggetto della mia libido.
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1.Alla luce dei miti e della visione giudaico-cristiane, come si puo’ leggere oggi la deflorazione femminile e che valore assume la verginita’ nell’odierno contesto sociale?

L’attitudine dei popoli verso la verginità cambia in concomitanza alla propria evoluzione psicologica collettiva, come anche le religioni, che ne sono l’espressione. Come ci ha mostrato Freud in “Il tabù della verginità”, i popoli primitivi avevano un sacro orrore di questa condizione della donna. Nelle tribù primitive le vergini venivano deflorate dallo stregone o manualmente da una vecchia. Anche i popoli semiti del Medio Oriente Antico erano molto restii ad avvicinarsi ad una donna ancora vergine. Come descritto da Robertson Smith, in Siria, Palestina e Cipro pagavano degli stranieri affinché deflorassero le donne da maritare. La verginità era dunque considerata un difetto e non una virtù.
Mi sembra che l’attribuzione di una normatività di carattere morale alla verginità sia una conseguenza diretta dell’aumento del senso di colpa collettivo. Dall’orrore, che provavano i primitivi, siamo gradualmente passati all’attribuzione di una valutazione positiva: da difetto è diventata virtù. Nel Medio Oriente semitico, i primi ad attribuire un “prezzo” alla verginità sono stati gli ebrei, dopo il ritorno dall’esilio babilonese. Il senso di colpa stimolato dalla perdita della terra e dell’indipendenza nazionale, si tradusse in monoteismo e in una legislazione sessualmente repressiva, mentre prima, come gli altri loro vicini semiti, indulgevano in costumi estremamente permissivi.
In Occidente l’evoluzione è più complessa, ma sembra che anche qui l’attribuzione di una normatività positiva alla verginità per sé sia stata una cosa piuttosto tarda. Solo con il cristianesimo questa fu innalzata a valore assoluto. Prima oscillavano tra i due poli: permissività e repressione. Tuttavia, anche in Occidente la traccia mnestica dell’ambivalenza emotiva verso la verginità femminile rimase nel famigerato costume del Ius primae noctis. Apparentemente questo era il diritto, attribuito al despota locale, di deflorare le vergini prima che potessero consumare il matrimonio con il marito. Noi uomini moderni interpretiamo questo costume come una sopraffazione tirannica del più forte sul più debole: un sopruso perpetrato nel contesto di un regime dove i più socialmente deboli erano privi di diritti civili e umani. Tuttavia, la radice inconscia di questo costume ci riallaccia al costume primitivo di far deflorare le vergini da uno stregone, una vecchia o da uno straniero. Per il nostro inconscio arcaico, quello del Ius primae noctis non è dunque un diritto del signore, ma un dovere. Questi si accollava lo spiacevole compito di deflorare le vergini, per risparmiare ai suoi sudditi le conseguenze nefande, implicite nell’atto. Nella sovrapposizione posteriore, quello che era stato originariamente un dovere, diventò un diritto, e come tale è passato alla storia.
Le oscillazioni nell’attribuire una valenza positiva o negativa alla verginità continuano fino ai giorni nostri. Se nell’ottocento l’illibatezza era considerata la virtù per antonomasia della ragazza da maritare, oggi, sotto le spoglie della razionalizzazione manifesta di una permissività sessuale, che a mio parere è più ostentata che sentita, la valenza negativa della condizione di verginità sta diventando preponderante. Siamo a un passo dal pagare nuovamente uno straniero affinché deflori le donne al posto nostro.

2.Ha un senso parlare di illibatezza oggi, oppure quest’idea corrisponde ad una visione arcaica e superata dalla moda e da un nuovo ordine sociale?

L’arcaico non è mai superato, ma solo rimosso, e in attesa di riemergere nuovamente. Come dice l’Ecclesiaste, “non c’è niente di nuovo sotto il sole”.
Per dirla con Nietzsche: “Non temete il flusso delle cose: questo flusso ritorna in se stesso: e fugge da se stesso non solo due volte. Tutto quanto "era" diventa di nuovo un "è". Il passato morde la coda al futuro” (Frammenti postumi 1882 - 1884 , 4 [85]).


3.L’uomo porta in se, secondo la tradizione ebraica il valore esperenziale del vissuto nel grembo materno, e con la nascita dimentica e piange questo vissuto di nove mesi. Come puo’ recuperare e riscoprire quanto in lui rimosso? Puo’ avvenire solo tramite la conoscienza storica del suo passato, oppure deve orizzontare i propri pensieri verso una visione piu’ olistica e gnostica, che sappia condurlo verso una fonte d’illuminazione piu’ profonda?

Preferisco citare coloro che hanno già risposto alle questioni che ci assillano, piuttosto che cercare di dire qualcosa di nuovo, che potrei esprimere solo in maniera più maldestra. Nietzsche ci ha detto:

“Ogni estensione della nostra conoscenza sorge dal render cosciente ciò che è inconscio” (Frammenti postumi 1969 - 1974, 5[89]).
Tutte le valutazioni e gli “interessi” che abbiamo posto nelle cose cominciano a perdere il loro senso, quanto più regrediamo con la nostra conoscenza fino a giungere alle cose stesse. Con la piena cognizione dell’origine aumenta l’insignificanza dell’origine
: mentre la realtà più vicina, quel che è intorno e dentro di noi, comincia a poco a poco a mostrare colori e bellezze ed enigmi e ricchezze di significato (Aurora, 44).
Vicinanza della mendicità. Anche lo spirito più ricco ha perduto talvolta la chiave della camera in cui giacciono ammassati i suoi tesori, ed è allora simile al più povero, che deve mendicare per vivere ( "Opinioni e sentenze diverse", 375, in II Umano troppo umano).
Per quanto l'uomo possa espandersi con la sua conoscenza, apparire a se stesso obiettivo, alla fine non ne ricava nient'altro che la propria biografia ("L'Uomo con se stesso", 513, in I Umano, troppo umano ).
Suum cuique. Per quanto grande sia l'avidità della mia conoscenza, non potrò estrarre dalle cose nient'altro che già non mi appartenga - mentre ciò che possiedono gli altri resta nelle cose. Com'e possibile che un uomo sia ladro e predone? (La Gaia Scienza, 242)
In definitiva, nessuno può trarre dalle cose nient'altro che quello che sa già, chi non ha accesso per esperienza a certe cose, non ha neppure orecchie per udirle ("Perché scrivo libri così buoni", 1, in Ecce Homo)
“Conosci te stesso” è tutta la scienza. Solo alla fine della conoscenza di tutte le cose, l’uomo avrà conosciuto se stesso. Le cose infatti sono soltanto i limiti dell’uomo (Aurora, 48).
I sistemi filosofici sono la forma più modesta in cui si possa parlare di sè stessi - una forma poco chiara e balbettante di memorie (Frammenti postumi 1969 - 1974, 79).
La psicoanalisi ha dimostrato quanto ciò sia preciso.

4.Possiamo considerare la nascita come una morte al contrario? Perche’ se dall’assenza di vita prima del concepimento, con la nascita l’uomo assurge delle vesti fisiche, perche’ allora questo timore della morte, visto che alla fine null’altro e’ che un ritorno alla non vita, prima della nascista stessa?


Le vesti fisiche sono le uniche che l’uomo abbia. Lo “spirituale” non è altro che una trasformazione, chiamiamola pure sublimazione, di un bisogno fisico. E il bisogno è una conseguenza dell’essere. Con la nascita, ma direi anche prima, con il concepimento, si creano quelle tensioni, che chiamiamo bisogni, e che esigono la scarica.
Nel nostro inconscio, la nascita è senz’altro considerata “una morte al contrario”. Freud ha articolato la proposizione in “Al di là del principio di piacere”. La materia organica viene da quella inorganica. La tendenza naturale a ritornare allo stato precedente rappresenta la prima pulsione, che Freud ha definito “La pulsione di morte”. La vita non è dunque che un sovvertimento dell’ordine precedente. L’unica maniera per eliminare la tensione inerente al cambiamento è di morire.
Il timore della morte non è altro, dunque, che un meccanismo di difesa contro una richiesta pulsionale. Quella più forte di tutte. Le pulsioni dell’Eros (= vita) sono quelle che contrastano la pulsione di morte. La più forte e la più completa delle pulsioni dell’Eros è la pulsione genitale. Da qui, il terrore di castrazione e il terrore di morte sono equivalenti.

5.L’uomo cerca attraverso i riti e le iniziazioni, il concetto della rinascita. Esiste un motivo incoscio di questa elaborazione dell’uscita dal ventre materno?

Direi che il concetto di rinascita è motivato dal bisogno di sopprimere la vita precedente, che viene avvertita come carica di contenuti aggressivi ed incestuosi, quello che le religioni chiamano “il peccato originale”. Il morire e il rinascere dei riti d’iniziazione significano la rinuncia a quelle pulsioni che sono considerate socialmente inaccettabili. Rinascere da un utero “paterno”, invece che da quello originale “materno”, significa rinunciare all’oggetto incestuoso e alle pulsioni aggressive verso il genitore dello stesso sesso attraverso il meccanismo di identificazione. Il modello è sempre quello dell’utero, ma attraverso l’accorgimento del rito iniziatico la sua sostanza viene cambiata da materno a paterno.

6.Chi e’ Iakov Levi?

Sono uno psicostorico. La psicostoria è la scienza che studia le motivazioni psicologiche, che sono sempre inconsce e latenti, alle radici degli eventi storici . Come lo psicoanalista analizza le radici inconsce dell’agire del singolo, lo psicostorico analizza l’agire collettivo e quello che lo ha motivato. I presupposti sono gli stessi: le motivazioni reali non sono mai quelle dichiarate consciamente. Sotto allo strato superficiale delle dichiarazioni manifeste si celano motivazioni ben diverse. Alcuni psicostorici credono di poter cambiare il corso della storia scoprendo le motivazioni inconsce dell’agire collettivo, e predicando una soluzione. Io non mi trastullo con simili fantasie di onnipotenza. Il mio scopo è il piacere personale della scoperta della verità. E siccome la verità è donna, mi considero soddisfatto dal piacere del raggiungimento dell’oggetto della mia libido.

7.Perche’ ha lasciato l’Italia? E che sentimenti prova nei confronti di questo paese?

Direi che l’Italia è un paese in cui torno sempre volentieri

8.Che ne pensa del popolo Bulgaro che ha salvato i suoi ebrei?

Purtroppo conosco molto poco il popolo Bulgaro. Generalmente gli ebrei di estrazione bulgara che vivono in Israele ne parlano sempre con affetto e con ammirazione.
E’ molto edificante sapere che nei momenti più bui della storia europea ci sia stato qualcuno al di sopra di quell’orgia di pulsioni bestiali che hanno caratterizzato il periodo.


9.La societa’ contemporanea tende ad identificare la Shoa come il male assoluto del ventesimo secolo, qual’e il nuovo male assoluto del ventunesimo secolo?

Il male assoluto del ventunesimo secolo è la mancanza di volontà dell’Occidente di difendere i propri valori con fermezza e determinazione, di fronte ad un Islam fondamentalista che dichiara di volerli distruggere, e agisce in questa direzione con il fanatismo del paranoico. La forza del nemico è sempre la propria debolezza. I nazisti volevano imporre il proprio stampo criminale alla società occidentale, mentre l’Islam la vuole distruggere. I secondi sono ancora più pericolosi per la civilizzazione dei primi. Psicoanaliticamente parlando, il nazismo era l’articolazione ideologica del sadico – anale, che vuole imporre, comandare, dominare e tormentare, mentre il fondamentalismo islamico rappresenta l’articolazione ideologica del sadico- orale che desidera distruggere totalmente l’oggetto della sua libido, e sé stesso in un’unica condensazione. Stiamo trattando, dunque, con una fase di organizzazione libidica molto più regressiva di quella articolata dal nazismo, e quindi ancora più distruttiva.

10.L’uomo alla luce di quanto quotidianamente leggiamo puo’ sperare in una qualche forma di redenzione o cambiamento dei modelli comportamentali che lo portino a superare le barriere xenofobe e di differenze religiose e culturali?

Non mi sembra di vedere niente di nuovo nei patterns comportamentali attuali, che possa indurre a coltivare ideologie messianiche diverse da quelle del passato. L’uomo è e sarà sempre lo stesso, vittima delle proprie tensioni pulsionali che cerca di scaricare come può. Le soluzioni che trova hanno un carattere ciclico. A periodi di tolleranza e di permissività si susseguono periodi di tirannia, intolleranza e orge di distruzione, e vice versa.

11.Il consiglio che lei darebbe a quanti volessero affacciarsi, non solo al mondo della psicanalisi, ma al mondo della comprensione interiore di se stesso?

Le due cose sono una sola. La psicoanalisi ci ha insegnato la metodologia attraverso la quale diventa possibile il ricollegarsi con sé stessi. Non conosco un’altra maniera. Direi che non esiste un mondo della psicoanalisi separato dal mondo in generale. La prima rappresenta la metodologia con la quale affrontare il secondo. E’ un po’ come se mi chiedesse se è possibile affacciarsi al mondo della chimica prescindendo dalla conoscenza degli atomi e molecole.
Nel nostro caso, come sia possibile comprendere l’agire umano prescindendo dal motore che lo motiva.

12.Esiste un collegamento tra la fede, la psicanalisi e l’uomo?


La mitologia, la religione e la fede sono espressioni dei bisogni interiori dell’uomo, che sono bisogni fisici trasfigurati in spirituali. La psicoanalisi cerca di decodificarli, ovvero di comprendere la loro sostanza reale, spogliandoli dalle sovrapposizioni posteriori, che sono un meccanismo di difesa, ovvero, delle razionalizzazioni.

13.Gli scritti di Freud hanno ancora il valore rivoluzionario che ebbero in passato, o sono state superate?

Risponderò con una frase di Peter Gay, uno dei biografi di Freud: “Freud sentiva un certo orgoglio nel disturbare il sonno dell’umanità, e l’umanità gli ha risposto trivializzandolo, diluendolo, o trovando ragioni per ignorarlo” (Peter Gay, "Introduction," in The Freud Reader)
Mi sembra che questa frase sintetizzi perfettamente la situazione attuale. Freud non ha proposto una filosofia, che come tale può essere “superata”. Freud ha scoperto una metodologia, quella delle libere associazioni, che può condurci, come il filo di Arianna, alla scoperta della verità. Chi non vuole avvicinarsi alla verità dichiara questa metodologia “superata”. La resistenza alla psicoanalisi è un fenomeno ben conosciuto. Fa parte dei meccanismi di difesa attivati dall’Io per mantenere soluzioni che sono costate un grande investimento energetico. Disinvestirsi è penoso, e la creatura umana cerca di rifuggire la pena come può.

14.Un’ultima domanda: cos’e’ la liberta’ secondo Lei?

La libertà è sentirsi a proprio agio nella casa nella quale si abita.


© Intervista esclusiva di Marco Bazzato e Vessela Lulova Tzalova