venerdì 16 marzo 2007

Vallettopoli e politica

Lo scandalo Vallettopoli sta facendo uscire falsità, sporcizia, il letame di un certo mondo dello spettacolo, non si tutto naturalmente, della connivenza, del desiderio d’apparire a tutti i costi, vendendo, e svendendo la propria immagine, pur di una compassata sulle copertine dei settimanali pettegolari, chiamato ora più “artisticamente” digossip.
La domanda che molti si pongono, è dove finisce la privacy e inizia l’intrusione pressante sulla vicende private dei personaggi pubblici? Il confine è labile, aleatorio, di difficile individuazione Certo che negli ultimi anni, si ha assistito ad un imbarbarimento dell’industria dello scandalo, del richiamo alle scappatelle vere o presunte di tante dive, divette del circo equestre che è il tritacarne mediatico, dove quanti prima sgomitavano per una compassata in tv o sui rotocalchi, ora scappano via, mantengono un indecoroso silenzio stampa, in attesa degli sviluppi della situazione.
In mezzo a questo mercimonio, gli schizzi di fango, hanno raggiunto anche personaggi politici, potenti, coloro che per loro autodefinizione devono essere intoccabili dagli scandali, e vanno ripresi e fotografati solo durante eventi pubblici, doveora i paladini della libertà di tutti, si spaventano se fotografati con soggetti di difficile interpretazione sessuale, e corrono ai ripari, arrivando ad imporre la censura sugli orientamenti sessuali, che non rivestono interesse pubblico.
Ma come? Si fa un gran parlare dei diritti di tutti,di omosessuali, di travestiti, di transgender, ma quanto un politicante viene beccato in una vita trafficata da queste signore? i diritti dei transessuali diventano merce sporca da non sottoporre ai flash dell’opinione pubblica? Queste persone, che non dovrebbero essere discriminate, che reclamano a pieni polmoni il pieno riconoscimento dei loro diritti individuali, sono rigettati nuovamente nel ghetto, solo perché qualche politico di rilevanza nazionale, o figlio di industriale si trastulla e sniffa droga con uno di loro?
D’altronde le 658 pagine di ordinanza del tribunale di Potenza, pubblicata giorni fa in formato pdf nel portale del settimanale Panorama, e ora tolta, fornisce un quadro abbastanza chiaro, anche se ricco di reticenze, di non ricordo, di cognomi dimenticati, bassezze morali e professionali, degne non di star, ma di prostitute d’alto bordo, dove, però nel calderone mediatico, nel lavaggio dei panni sporchi sulla piazza vengono ribattute solo loro, non chi in yacht o discoteche bramava il sogno a pagamento di una “divina” con qui solazzarsi, pagando profumatamente.
Ora per quei signori si invoca la privacy, il rispetto delle loro libertà, la non rilevanza degli orientamenti sessuali ai fini della vita pubblica.
È vero, a questo punto, solo la prostituta va messa in prima pagina, mentre chi va con loro va e tutelato e protetto nella sua privacy,, altrimenti il personaggio pubblico cade dall’ Olimpo (Bill Clinton docet).
Forse invece varrebbe l’esatto opposto: i politici, chi ci rappresenta in Italia e all’estero dovrebbero fornire nomi e cognomi delle persone che frequentano, e se fanno uso di sostanze stupefacenti, come una recente inchiesta del programma televisivo “Le Jene” ha dimostrato, facendoli ribellare, e alzando l’ennesima cortina fumogena della violazione della privacy, ma volendo costringere gli alunni delle scuole a sottoporsi ai test per vedere se fanno uso di sostanze stupefacenti.
Il popolo obbligato, il politico, in nome della loro privacy, impunito.
Al cittadino si chiede il rispetto delle istituzioni. Giusto, a patto che le istituzioni e i loro rappresentati, siano specchio completo di quanto al cittadino, tramite le leggi, si ordina, si comanda, si punisce, e si obbliga a rispettare. Altrimenti non è democrazia, ma qualcosa di più fosco,e nebuloso, sicuramente ingiusto per una nazione che vuole chiamarsi civile.

Marco Bazzato
16.03.2007
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martedì 13 marzo 2007

Ancora sulle stragi del sabato sera

Ringrazio i lettori che mi hanno attaccato privatamente e pubblicamente riguardo un precedente articolo inerente alle stragi del sabato sera.
Tengo a precisareche non recedo da quanto scritto, perché l’ipocrisia, la bontà pelosa, gli appelli al moderare la velocità, alla prudenza, le campagne contro bevande alcoliche, l’uso di sostanze stupefacenti, invece di dare qualche effetto benefico, sembra aumentino il desiderio suicida dei giovani.
È tempo gettato al vento incolpare la società, case automobilistiche che producono bolidi da 250 e oltre l’ora, incolpare gestori di discoteche, produttori di alcolici (prodotti legali e in libera vendita) spacciatori di droghe, e quant’altro, facendo gli struzzi per non volere andare a fondo sull’origine del problema.
Esiste una generazione di giovani idioti, per fortuna, un esigua minoranza di minorati mentali, che non avendo rispetto per la propria inutile e vuota vita, e coinvolgono nei piccoli e ingigantiti drammi personali gli altri, incolpano la società di quanto non funziona, e in ragione questo deficitare sociale, anziché muoversi controcorrente per provare a cambiare le cose, si accodano come scimmie prive di cervello alla massa belante di quanti consumano l a propria squallida esistenza tra alcol,, piste di coca, per poi mettersi al volante, e privi di ogni freno inibitore e razioncino, pestano sull’acceleratore come ossessi, vittime del loro delirio di onnipotenza di stupefacente immortalità alcolica.
A tal proposito un lettore mi ha scritto che manco d’umanità e comprensione. Lo ringrazio per questa annotazione, ma l’umanità e la comprensione non và alle vittime suicide, ma ai genitori sopravissuti, a quelle famiglie distrutte dal dolore per la stupidità della progenie, per “l’imprudenza” come se non avessero conosciuto i rischi che tali comportamenti autodistruttivi comportavano.
L’assurdo è che la repressione è inutile, l’educazione al rispetto di se stessi sono un optional trascurato, messo in secondo piano, dal bisogno di divertirsi a tutti i costi, dalla necessità di sballarsi, andare fuori di testa, essere pecore che si fanno guidare e guidano se stessi come agnelli sacrificali pronti al macello.
Cosa si dovrebbe dire a questi disadattati? Chiudere le discoteche? Smettere di produrre auto perché sono senza cervello? Non vendere alcolici perché chi vuole farsi un buon bicchiere di vino, o un goccio di grappa dopo cena, debba cercarlo al mercato nero, visto che taluni sono privi di controllo?
Siamo seri per una volta. Il problema è che queste vittime di se stessi, costano un sacco di denaro alla società: vigilanza sulle strade, autoambulanze, funerali, bare, lapidi, spese ospedaliere per i sopravvissuti di se stessi, premi assicurativi che lievitano per colpa di pochi sciagurati, ricadendo sulle tasche della collettività.
Il buon senso ha abdicato, è morto spappolato lungo un’autostrada di notte, è sbandato deviando dalla sua traiettoria per colpa non dell’alta velocità, ma di quel senza cervello che guidava il mezzo. Basta incolpare auto, forze dell’ordine, società civile, per tenere spalla all’incivile di turno, e i media stessi dovrebbero adeguarsi, usando parole più pesanti, nei confronti dei sicari della strada, chiamandoli con il loro vero nome: suicidi di se stessi, e assassini nei confronti di coloro che trasportano a bordo, o che coinvolgono negli incidenti.
Sarebbe forse utile come deterrente, che all’interno e all’esterno delle discoteche venissero proiettati filmati di cadaveri spappolati, giovani in coma con i tubi che escono dai corpi distrutti, foto delle carrozzerie accartocciate, lamiere conficcate nelle carni, volti imbrattati come maschere di sangue, sentendo le grida di dolore, lamenti, imprecazioni, il vomito che esce dalla bocca, i denti fracassati, e quant’altro possa, forse, aiutare a risvegliare dal loro sonno letargico questi dormienti, zombi del ventunesimo secolo, che hanno fatto della loro vita una discarica abusiva da gettare contro un muro, da dirottare fuori strada, sfracellandosi senza pietà, incuranti, se non di se stessi, almeno degli altri. Ma non si può pretendere il rispetto della vita altrui, quando si disprezza fino all’autodistruzione la propria, e gli esempi settimanali sono sulle pagine atroci di cronaca ad ogni nuova domenica mattina.
Un plauso alla libertà d’ammazzarsi e suicidarsi. I vivi ringraziano; i familiari dei morti piangono i figli sotterrati sotto due metri di terra.

Marco Bazzato
12.03.2007
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Dic.co:il ghetto eterosessuale

La battaglia sui Di.co si fa ogni giorno più accesa. Da una parte i presunti asseritori di un Italia laica, libera da dettami vaticani, dall’altra la presunta Italia baciapile, pronta a prostrarsi agli ordini d’oltre Tevere in totale asservimento alle leggi morali della chiesa.
I contendenti dimenticano che esiste una gran parte di italiani, che non si riconoscono da decenni nelle posizioni vaticane, e nella loro libertà intellettuale, davanti a questa diatriba, preferiscono rifugiarsi coraggiosamente sull’Aventino e attendere all’interno di un Ghetto eterosessuale, che le beghe di palazzo, di piazza, e di mercato, terminino.
L’aria è diventata insalubre, i gruppi politici contrapposti si scambiano colpi di fioretto verbale sotto la cintola, in modo volgare e dissoluto, senza tenere conto di quanti per orientamento personale, non condividono in alcun modo la deriva estremistica di un governo, che vuole unire sotto lo stesso tetto, ideologie e forme interpretative familiari, diverse da quelle naturali.
Si è scaduti nella volgarità dissoluta, col cittadino costretto a vedersi in tv scene da film porno eterofobico, dimenticando che esistono fasce protette, na i programmi d’informazione mandano in onda una rappresentazione diversa, non dalle leggi imposte da una chiesa, ma dalle naturali regole naturali della continuazione della specie.
La Tv di Stato, è stata ben attenta a non dar voce alle vibrate parole di protesta di genitori, educatori e famiglie, sedute in prima serata, sono state costrette a subire scene di certa indecenza.
Non si tratta di negare i diritti altrui, ma nemmeno di negare nel nome del diritto degli altri, i propri, riconoscendo che esistono sensibilità individuali, con il pieno diritto d’alzarsi, andare in bagno a dar di stomaco, vomitando la cena appena consumata, quando certe scene vengono trasmesse.
La maggioranza eterosessuale deve rifugiarsi in un ghetto maggioritario, in virtù dei numeri non indifferenti, farsi carico dei propri valori, senza lasciarsi traviare da quanti in nome della loro libertà “affettiva”, si prestano a manifestazioni di dubbio gusto.
In un vero stato laico le reali maggioranze del Paese dovrebbero dettare le regole, non quelle politiche costruite sulla comodità d’avere una poltrona parlamentare, dove l’insieme numerico delle sensibilità individuali, non dovrebbe arretrare dalle loro convinzioni, non per creare barriere ideologiche, ma per evitare di cadere nella trappola del qualunquismo, e del falso buonismo, che vede nell’anarchia la sua summa di libertà.
L’italiano non ha bisogno di asservirsi al Vaticano per affermare i propri valori, la propria cultura, il desiderio di non snaturare la società, non come diritto religioso, ma come diritto naturale, questo non significa essere contro le realtà eterofobiche, ma essere semplicemente a favore delle realtà eterosessuali, che fino a prova contraria, sono unico motore sociale che consentono, nonostante blaterazioni farneticanti, il proseguo dell’evoluzione umana e sociale della società stessa.
Il laico non deve presta spalla ad alcuna dottrina religiosa, né ad alcuna ideologia politica, perché non ne abbisogna, rinchiuderlo in una classificazione di stampo clericale, oltre che ad essere un offesa è un insulto al buon senso, e alla libertà di discernimento individuale.
Ora la parola spetta alla politica, ma non alla politica delle carnevalate di piazza, e nemmeno alla politica d’ingerenza religiosa, ma alla politica che guarda alla società con occhio aperto, sì ai suoi apparenti mutamenti sociali, dove nella sostanza, nella quotidianità essa continua a muoversi secondo leggi ben definite, non codificate dal governo di unoStato che dura lo spazio di una legislatura, ma da quelle leggi a cui anche l’eterofobico, per sua naturale venuta al mondo ha dovuto sottostare, che non può in alcun modo smentire, che ha l’illusione di voler sovvertire nel nome di una convinzione distorta, che non trova però alcun riscontro in alcun testo scientifico degno di questo nome.
In questa triste vicenda dovrebbe calare il silenzio, il laico che si ritiene tale, dovrebbe smettere di lasciarsi suggestionare, dando ascolto a quanti, privi di serie argomentazioni razionali, scientificamente vogliono condurre all’incoerenza personale, nel nome dell’interesse di una minoranza, che desidera deviare politicamente le leggi non dello Stato e della natura stessa.

Marco Bazzato
13.03.2007
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lunedì 12 marzo 2007

DOPO 62 ANNI PUÒ RINGRAZIARE LE FIGLIE DI CHI GLI HASALVATO DUE VOLTE LA VITA

Mario Parise, classe 1922, è un veneto di S. Angelo di Piove. Francesco Piperata, classe 1920, proviene da Petrizzi, un piccolo paese della Calabria.
I due si conoscono durante l’ultima guerra, ambedue soldati in Albania e Yugoslavia. Diventano amici inseparabili.
Durante un rastrellamento tra le montagne, Mario Parise, che da giorni ha una forte emorragia al naso, rimane a terra senza forze, incapace di riattraversare i ripidi pendii per tornare al campo base.
Ognuno pensa alla propria vita e nessuno aiuta Mario Parise. Il giovane soldato viene abbandonato al suo destino lungo i margini di un sentiero, in attesa di sicura morte. Che i partigiani titini non facessero prigionieri era cosa risaputa.
Francesco Piperata è l’ultimo della colonna, vede Mario Parise semisvenuto e incapace di camminare. Lo carica sulle spalle, ma il percorso tra le montagne è troppo duro anche per un uomo forte come lui.
Pur con i partigiani alle calcagna riesce a trovare un mulo, ci carica sopra Mario Parise e lo riporta sano e salvo al campo.
Nel trambusto le armi di Mario Parise non si trovano più. Il rischio ora è che per Parise ci sia una denuncia per lo smarrimento delle armi in dotazione, un fatto gravissimo in tempo di guerra e per il quale era previsto il carcere militare.
Piperata torna indietro, cerca per tutta la notte e al mattino successivo fa ritorno al campo con le armi di Parise.
L’otto settembre del 1943 arriva l’armistizio dell’Italia con gli anglo-americani. Chi non continua a combattere con la Germania viene fatto prigioniero dai tedeschi.
Dopo un lungo e duro girovagare per Yugoslavia, Austria, Cecoslovacchia e Germania, il battaglione di Piperita e Parise viene trasferito in un campo di lavoro nei pressi di Berlino.
Al loro arrivo Parise sta nuovamente male e ha bisogno di cure e di cibo. Il destino per i più deboli in un campo di prigionia tedesco è già segnato.
Nella confusione i due vengono separati. Quando se ne accorge, Piperata, sfidando la morte per mano delle terribili SS tedesche, corrompendo capi baracche e guardiani con tabacco e cioccolata, cerca per tutta la notte Mario Parise tra le migliaia di prigionieri del campo.
Verso il mattino lo trova e, chissà come, riesce a trasferirlo nella sua baracca. Gli trova del cibo, lo cura e per la seconda volta lo salva da morte sicura.
Alla fine della guerra, miracolosamente vivi, i due si salutano con la promessa di rivedersi presto. Purtroppo ambedue perdono i rispettivi indirizzi.
Parise fa inutilmente delle ricerche. Per anni il suo sogno è quello di riabbracciare l’uomo che per ben due volte gli ha salvato la vita.
Anche Piperata cerca inutilmente Parise. A una delle due figlie dice che il suo più grande desiderio prima di morire sarebbe quello di ritrovare l’amico al quale ha salvato per due volte la vita.
Francesco Piperata è deceduto due anni fa senza aver potuto esaudire il suo desiderio. Mario Parise invece è ancora vivo e gode di ottima salute.
Grazie all’interessamento di un amico, il desiderio sarà in parte esaudito Domenica 18 marzo, quando Mario Parise incontrerà nella sua casa di Sant’Angelo di Piove di Sacco le due figlie di Francesco Piperata.


Vittorino Compagno

domenica 11 marzo 2007

Il complesso da castrazione Vaticana

L’italiano medio soffre di un complesso di difficile catalogazione: Il complesso da castrazione Vaticana. I luminari non l’hanno ancora descritto nei testi di medicina e psichiatria, ma esso emerge in modo preponderante nell’arena politica italica, quando il centro destra per mancanza di identità, usa il piccolo stato d’oltre Tevere come un mantello protettivo di una madre premurosa, mentre il centro sinistra deficitando di alternative dialettiche, preferisce l’attacco a testa bassa alle alte gerarchie politico-religiose del piccolo ma influente staterello (Radicali Docet). Appare chiaro che i due schieramenti sono privi di una dialettica personale e personalizzata, e cercano, o una stampella a cui appoggiarsi, oppure un ipotetico nemico da attaccare, vista la mancanza di originalità e la pretestuosità gratuita di certi esponenti politici, che avendo una spiccata propensione al linguaggio del popolino ignorante, assurgono al ruolo di difensori della laicità dello Stato, dimenticando, o fingendo di non sapere, che ogni volta che nominano in modo diretto o indiretto il Vaticano, continuano a conferire un poter e un’influenza spesso più alta di quella che effettivamente attualmente ha.
Certamente l’Italia, rispetto ad altri Paesi europei, soffre dell’anomalia teocratica del vicino Stato straniero all’interno delle mura capitoline, ed è innegabile che questo continui ad esercitare la sua influenza, non solo morale, ma anche economica, non solo nell’immaginario collettivo e nelle questioni degli italiani. La colpa principale è di una classe politica, non importa in che parte dell’emiciclo parlamentare sieda, che continua a sentirsi ombreggiata da quella millenaria presenza, che, nonostante il ridimensionamento subito da dopo l’Unità d’Italia, mantiene la sua influenza in modo più discreto, rispetto al passato, il suo potere, anche se mitigato dal fatto, che gli italiani, sebbene i politici di casa nostra fatichino ancora a comprenderlo, da tempo si sono svincolati in modo più netto di quanto all’apparenza possa sembrare, da quel servilismo non solo psicologico in cui per secoli erano stati sottomessi.
Non ci sono ricette per uscire dall’impasse, o forse l’unica e la più reattiva di tutte e quella di iniziare ad ignorare, da una parte politica e dall’altra, quello Stato dentro lo Stato, concentrandosi sulle necessità dei cittadini, escludendo, non fornendo spalla, e non commentando eventuali prese di posizione ecclesiastiche, che fanno solo da cassa di risonanza ai loro argomenti.
Anche se bisogna essere consci che il problema reale, non è effettivamente l’influenza vaticana, tanto è vero che già nel passato, i cittadini del Bel Paese, in occasione dei referendum sull’aborto e sul divorzio, hanno votato andando in netto contrasto con le direttive d’oltre Tevere, ma la radice del problema, sta nella classe politica, che forse, a destra e a sinistra, vivono all’interno di una campana di vetro preilluministica, e prerisorgimentale, continuando a fare la politica delle vuote frasi ad effetto, anziché la politica dei fatti, credendo che il popolo, le antiche masse ignoranti e analfabete debbano essere guidate paradossalmente con gli stessi proclami dogmatici che per millenni hanno guidato l’Italia nei secoli passati.
Sopra a questo bailamane di chiacchere da osteria, sia in parlamento e nelle piazze, e nelle arene televisive, balza all’occhio l’ipocrisia di tanti esponenti del centro destra paladini del cattolicesimo e della cristianità, risultano essere loro per primi pubblici peccatori e concubini, avendo divorziato dalle loro prime moglie, vivendo e convivendo, in seconde nozze civili (proibite dal Dogma) ma hanno la pretesa d’impugnare un microfono per difendere quei valori giudaico-cristiani che loro pubblicamente disattendono.Ttutto ciò è indegno nei confronti di quanto vorrebbero difendere, calpestando praticamente tutto ciò a cui si ergono come paladini senza macchie e senza paura. Complimenti per la coerenza.

Marco Bazzato
11.03.2007
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sabato 10 marzo 2007

Di.co: Hanno gettato la maschera

Il centro sinistra ha gettato la maschera, e, mascherandosi con lustrini e palietts, scende in piazza a Roma, mostrando il vero volto, e a chi effettivamente dovrebbero giovare i Di.co: alla comunità eterofobica.
Fa riflettere che per raccogliere qualche manciata di voti più, persone nate da coppie chiaramente eterosessuali, si pongano in prima linea per difendere il diritto al distruggere le famiglie, e l’identità eterosessuale dell’italia, e del latin lover che nei decenni passati, ha fatto impazzire le donne di mezzo mondo.
Oggi,,per l’ennesima volta, la politica tocca il fondo, raschia nel barile del disordine personale, dell’identità rifiutata, gratta alla ricerca di voti a favori di quanti, che pur essendo nati maschi, vogliono per loro travestitismo personale, entrare nei bagni delle donne, arrabbiandosi quando poi vengono mandati a quel paese.
“L’Italia si deve agganciare alle democrazie più avanzate d’Europa”, è lo slogan dei politicanti da centro sociale anarchico e autogestito, “l’Italia deve essere un paese moderno”, dove al primo posto per le assegnazioni delle case popolari, ci debbono essere “presunte coppie” che pretendono, senza aver la possibilità naturale di concepire figli, d’accedere per via preferenziale all’assegnazione delle suddette, pena l’accusa di omofobia o discriminazione.
L’Italia non ha altre priorità, che non quella di vedere riconosciuto un illusorio diritto ad una minoranza non rappresentativa dell’identità italiana, e deve assistere alla parata di parlamentari e ministri, che invece di lavorare per risolvere i problemi del Paese, preferiscono confondersi dietro piume di struzzo e palietts. Bell’esempio per quanti osservano le tristi vicende provinciali e pruriginose dall’estero. Ci facciamo ridere dietro per l’ennesima volta.
La priorità del governo sono i Di.co; la disoccupazione, la precarizzazione del mondo del lavoro (attuata dal precendete governo D’Alema) è fumo sugli occhi di quanti lamentano salari da fame, la mancanza di asili, scuole fatiscenti, disordine disorganizzato e criminalità organizzata, nuclei familiari che possono avere un figlio solo ad un passo dalla pensione perché il costo della vita è insostenibile; ma per l’attuale governo Prdi non esistono, sono problemi secondari, infimi, di minima importanza. L’aumento esponenziale del consumo di cocaina, le stragi del sabato sera, con giovani tossici ubriaconi sfritellati sull’asfalto: inezie. Vengono prima i Di.co.
Il valore della mancanza di valori al primo posto, con i rappresentati votati soprattutto dalla maggioranza eterosessuale, che si vede voltata le spalle, pugnalata sul diritto di famiglia di un centro sinistra pronto a raccogliere i voti anche dei cattolici quando è il momento dell’accattonaggio, per poi rifugiarsi tra le braccia pelose di uomini che vogliono essere donne. La vittoria del caos, del disordine organizzato, personale e sociale, del dubbio, dell’incertezza, dei conflitti irrisolti, che debbono ricadere come un macigno sulla società violentata, anche da immagini televisive amene, da quanti vogliono a tutti i costi ricevere pietas e\o plauso comune e pubblico, per le loro scelte individuali, che riguardano esclusivamente la loro sfera privata.
L’augurio è che nonostante i richiami all’ordine, i parlamentari dotati di coscienza personale autonoma, non lobotomizzati, votino al momento opportuno con intelligenza, e discernimento, che sappiano alzarsi dagli scanni, uscire disgustati, arrabbiati, frustrati, sbeffeggiati, facendo rotolare nel fango un governo senza governa, che si trastulla tra feste, festini e baccarà. Parlamentari che al pari del presunto orgoglio “Gay” abbiano il coraggio di muoversi nella direzione, non antagonista, ma costruttiva ed evolutiva dell’orgoglio eterosessuale, che non tacciano come cani bastonai, per paura degli urlatori di professione,di quanti, sbandierando come ossessi la discriminazione sessuale, sappiano raddrizzare la schiena, e senza porsi in posizioni innaturali, piegate in modo astruso, dando dignità ad un Paese, che ha perso la faccia, e viaggia senza vergogna verso un abisso etico e distruttivo, privo di forza caratteriale, dove i valori plurimillenari fondati di ogni civiltà sono sradicati, distrutti, nel nome alla fine dei “diritti di chi”?

Marco Bazzato
10.03.2007
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venerdì 9 marzo 2007

Stragi del sabato sera

I media dicono che siamo all’emergenza “stragi del sabato sera”. Si, emergenza idiozia. Emergenza della stupidità umana che ha toccato il fondo della bottiglia, che ha terminato la pista di coca, si è iniettata eroina nelle vene, sfortunatamente senza bolle d’aria.
Di cosa dobbiamo preoccuparci? Dell’estinzione naturale tramite crash degli idioti? Degli ubriaconi, dei drogati?
Il governo corre ai ripari, ma come? Aumentando multe e controlli sulla rete stradale e autostradale? Siamo seri, è pura propaganda demagogica. Il vero problema è che i giovani che si schiantano sulle strade italiane, sono zucche vuote, bravi ragazzi dal lunedì al venerdì che si trasformano senza complicità della società, ma per loro volere personale in autentiche bombe a quattro ruote, dove nemmeno gli amici a bordo si salvano dal idiozia comune, visto che non hanno la lucidità, o deficitano di intelletto per capire che il guidatore è preda della classica scimmia alcolica o da stupefacenti, e ebbri anche loro della musica assordante, della suicida danza tribale, si lasciano andare sghignazzanti e silenziosi, alla follia della velocità infinita, alla distruzione del muro del suono, al rombo rincitrullente dell’ultima fuori serie data in mano al figlio di papà, che non potendo uscire con un rottame pieno di buchi che fa i cento all’ora, si mette a fare i capricci come un bambino dell’asilo perché vuole la “Brum Brum” veloce.
Giungono gli schianti, lamiere contorte, grida disperate di quelli incastrati tra rottami col piantone dello sterzo nel torace, col ferro arroventato che squarcia parte del capo. Lì, tutti a raccogliere pezzi e frattaglie cosparsi sull’asfalto polveroso, pronti a ricercare colpe: l’alta velocità, l’albero bastardo che ha deciso d’attraversare all’ultimo momento, il moscerino spiaccicato sul parabrezza che a causa degli intestini sparsi ha oscurato la visuale del guidatore fatto e strafatto.
Arriva il giorno dei funerali in coda a piangere dietro il carro funebre quei bravi ragazzi dall’intelletto sopraffino, ragazzi senza macchie, senza peccati e paure, ragazzi sfortunati e privi di colpe, quei santi, dove tutti sono pronti a scagliarsi contro la società assassina, contro gestori di discoteche, costruttori d’auto, bar, ristoranti, e quant’altro aiuti a togliere la colpa ai colpevoli nelle bare, distesi, freddi, immobili e maciullati. Loro sono i martiri, i nuovi kamikaze e terroristi del sabato sera, assassini di se stessi e di altri innocenti, spesso presi in mezzo dall’auto impazzita che invade la corsia opposta. Sono assassini che hanno pagato con la morte, il loro desiderio di morire. Non so se si debba provare pietà, rispetto o disgusto per questa generazione impazzita, per questa generazione che non vede l’ora di suicidarsi in mille modi diversi. Alla fine c’è un'unica domanda senza risposta: Perché non tolgono il disturbo in solitudine, in qualche casolare abbandonato, in qualche argine, lontano dalle luci della ribalta e della discoteca. Perché per la loro mania di protagonismo assoluto vogliono la chiusura del sipario della loro vita sotto il calore del riflettore di un cineoperatore che non potrà scaldare quei corpi gelidi e induriti dal rigor mortis? Le colpe sono solo dei morti, ma loro sono impubibili, si sono giustiziati da soli, a noi non resta altro che sperare, che viaggiano per strada nessuno di questi futuri aspiranti suicidi ci fiondi addosso, ammazzandoci senza pietà al rientro da una spensierata cena di famiglia.

Marco Bazzato
09.03.2007
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giovedì 8 marzo 2007

Made in IItaly? Balle!

Rientrato dall’Italia pochi giorni fa, ho potuto appurare come, nel Bel Paese, si continui a vivere alle spalle di paesi che hanno standard economici più bassi di quello italiano.
La settimana scorsa, mi trovavo in un paese a cavallo tra la provincia di Padova e Venezia, dove il lunedì mattina si tiene il classico mercato paesano, e non l’ho trovato diverso dai classici mercati che si possono vedere in quelli che in Bulgaria, sono chiamati villaggi, ma contano di media sempre non meno di quindicimila abitanti, e cioè bancarelle cinesi e arabe.
La cosa che però scandalizza è il vedere come prodotti di fabbricazione bulgara, siano vendituti in Italia a prezzi irrisori, mentre il medesimo prodotto, costruito su disegno italiano,è in vendita nei negozi più chich della capitale a prezzi non alla portata del cittadino medio, che riceve, stipendi che per un italiano possono tranquillamente essere considerati irrisori per lo standard Italiano.
Il cittadino bulgaro paga due volte il benessere della ricca Italia, dove il Bel Paese, ormai svuotato dalla delocalizzazione, sempre alla ricerca di aree dove la lavorazione risulti più conveniente, vende gli stessi prodotti Made in Bulgaria, con una bella etichetta Made in Italy, e il pollo è servito, con il vantaggio a senso unico solo per il produttore che così può tenere bassi i prezzi in Italia, conscio che la perdita italiana, verrà compensata dagli acquisti fatti dai cittadini bulgari.
Questo non fa pensare ad un mercato globale trasparente, dove, in primo luogo il cittadino del paese produttore, si vede truffato del magro salario, per potersi fregiare del tanto decantato Made in (Bulgaria) Italy.
C’è da provare vergogna, quando una classe politica italiana o bulgara non interviene regolamentando e controllando realmente la provenienza delle merci, e non tutelando il consumatore, che è il debole anello finale, privo delle necessarie informazioni.
Il Made in Italy attira ancora consumatori sprovveduti, acquirenti, che in buona fede, credono d’aver un capo di qualità, spesso si trovano tra le mani uno straccio da pochi centesimi, mal lavorato, ma che per il fatto d’avere una teorica produzione italiana, dovrebbe essere garanzia di un buon standard qualitativo, cosa che sovente non è.
Il paradosso è che l’italiano medio cerca convenienza e risparmio acquistando merci di fattura straniera: non importa che siano Bulgare (spesso neppure lo sanno), soprattutto cinesi o di provenienza dai paesi del sud est asiatico. Infatti, basta girare un po’ anche per il centro di Padova, per vedere che molti negozi non hanno più n insegne in lingua italiana, m ideogrammi cinesi, segno, che manca il controllo da parte degli organi competenti in difesa della lingua, perché nel nome della presunta multiculturalità, e del commercio, si è abdicato l’uso della lingua italiana, a favore dell’assimilazione cinese dell’Italia, e in mezzo a questa babele, nulla di quanto si acquista ha ormai una vera provenienza, una fonte certa, un origine a cui si possa risalire con certezza, per conoscere, sei prodotti sono stati fabbricati con standard anche di sicurezza personale dei dipendenti, eguali a quelli richiesti alle ditte italiane.

Marco Bazzato
07.03.2007
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mercoledì 7 marzo 2007

Albano registra in Bulgaria


Il quotiano Bulgaro Sega, oggi da la notizia che la canzone “Nel Perdono” di Albano, è stata registrata negli studi bulgari di Goran Knic Studio di Sofia. Il cantante di Cellino San Marco, che al recente festival di Sanremo è giunto al secondo posto, si è recato nel paese Balcanico lo scorso anno, e lontano dalle abituali consuetudini, non ha rilasciato né interviste, né conferenze stampa, assicurandosi così l’assoluta tranquillità creativa.

Marco Bazzato
07.03.2007
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Presentazione di “Progetto Emmaus” a Vigonovo (Ve)


Presentazione di “Progetto Emmaus” a Vigonovo (Ve)

di Mario Priolo

Il mio primo incontro con Marco Bazzato, avvenne nel lontano anno scolastico 82-83, in una normalissima relazione docente-alunno: subito ebbi modo di scoprire in lui uno spiccato interesse per la storia, la teologia, le scienze esoteriche, sviluppatesi in quelle remotissime aree geografiche comprese tra il Giordano, il Mar Morto, il Tigri e l’Eufrate.
I suoi interessi, piuttosto originali e “stravaganti”m hanno determinato in lui un atteggiamento deciso e piuttosto divergente, rispetto allo schematismo dei programmi scolastici, in cui gli stessi docenti dovevano attenersi.
Altresì le sue scelte e le sue prese di posizione, davano di Marco un identikit di una persona forte già allora, determinata e volitiva.
Volendo riecheggiare il linguaggio della prefazione dell’opera, Marco, già allora girava le “spalle alla folla nell’atrio del tempio, per volgere il suo sguardo “Verso i frutti proibiti”, vietati dal Dogma” o dalle regole scritte e definite da altri.
Giorni fa ho preso in mano in suo romanzo, che viene testè presentato: ho dovuto leggero in tre giorni senza pausa, e senza la necessaria sedimentazione dei suoi assi portanti.
“Progetto Emmaus è un triller dove l’azione domina sul ragionamento” dove personaggi istituzionali, professionali, limpidi e meno limpidi: capi di Stato e servizi segreti internazionali vanno a caccia di Emmanuele, inquisito, maltrattato e stigmatizzato come Gesú. un Gesú in cui non capiamo fino a che punto Emmanuele ricopre l’immagine, un “Gesú” che alla fine verrà condannato a morte da un fantomatico tribunale internazionale che ci ricorda amari processi perpetrati nel medioevo contro malcapitati frati o laici accusati d’eresia.
Le grandi gerarchie religiose ei forti delle potenze imperialistiche, inizialmente convergono nel folle progetto di restaurare l’antico potere spirituale Antico Testamentario, aiutati da frange integraliste e da Stati comandanti da Presidenti conservatori. Pertanto rispolverano le atroci tecniche degli antichi tribunali inquisitoriali, e Ferdinando Y la Forteza diventa un nuovo Bernardo Gui dell’era contemporanea.
Il ritorno di un presunto nuovo Messia, viene cinicamente progettato a tavolino dalle grandi religioni monoteistiche per la restaurazione del nuovo Tempio di Salomone che verrebbe trasferito negli Stati Uniti.
Emmanuele verrà alla luce, ripercorrere tutte le tappe della vita di Gesú, con torture, flagellazioni, stigmate nelle mani, portate a termine in Etiopia.
La fabula narrativa si apre con l’arrivo di Emmanuele a Milano, nelle vesti di un barone che inizia a fare incontri di con una varia umanità della quale si rattrista e ripercorre retrospettivamente la Passione del Primo Uomo Giusto venuto sulla Terra.
Incontra personaggi come Maddalena, Pietro, Giovanni e Paolo: un gruppo piuttosto variegato come personalità e professioni che nell’intreccio dell’opera verrà inseguito, arrestato, qualche volta fuggirà perigliosamente, alcuni di loro saranno uccisi e i Servizi Segreti delle grandi Potenze saranno sempre presi dalla spasmodica attività di arrestare Emmanuele di Paese in Paese, da una cattedrale a un aeroporto.
Tutto quanto si legge bene, dove l’intreccio narrativo si avvilupperà in situazioni di forte suspance.
Dove mi pare d’aver trovato la chiave interpretativa del romanzo, è negli ultimi capitoli, in cui con il ricorso al flash back, l’autore chiarisce quelle transazioni che al lettore sembravano poco chiare, ma che nel contempo lo tenevano legato alle righe che si susseguivano.
L’attualità del romanzo , involge nell’intreccio anche la religione Musulmana, ma non mette ma in discussione il valore della Fede, né tantomeno il rispetto spirituale dei dogmi e delle sacre scritture, qualunque esse siano, ma punta ad un’appassionata “negazione delle istituzioni religiose” a volte irrigidite dai vizi e dalle corruzioni del tempo, “portando sotto le colonne del Tempio i suoi doni antichi: Umanesimo, Fede, Tolleranza, Religione e Libero pensiero”. Questi sono il leit motiv di tutta di tutta la produzione poetica e in prosa di Marco Bazzato, in cui lui stesso, ha sempre ispirato la sua condotta umana e spirituale.

Professor Mario Priolo
Dottore in Lettere.