giovedì 31 ottobre 2013

Un mese di gioie e dolori



Poema pubblicato nel corpo biligue, italiano – bulgaro, traduzione a cura di Vessela Lulova Tzalova,  “Il campo del vasaio” Mt 27.7, Ed Slaviani, Sofia, Bulgaria

    Nota:
quanto vi accingete a leggere è stato scritto in originale nel 1994 su supporto cartaceo e ricopiato qui nelle date scritte in fondo ad esso.
So che forma e metrica lascia totalmente desiderare, ma ciò che è uscii del 1994 era emozione pura d’un avvenimento reale che mi toccò più di quanto all’attimo ero disposto a credere.
   Quando decisi di ricopiarlo dai miei archivi cartacei, sentii l’esigenza di non snaturarlo, anche se nel corso degli anni, il modo di comporre s’è evoluto, e apportando modifiche sintattiche e metriche perdeva di spontaneità ed emozione.
  Lo consegno a voi così, originale con minime correzioni grammaticali, sperando d’aver lasciato inalterata la freschezza iniziale.
   Non nè abbiamo a male i puristi della lingua, l’emozione umana non sempre si deve assoggettare alla purezza sintattica.
  

Marco Bazzato


Un mese di gioie e dolori, passioni e timori.

   Questa è una storia vera
a molti accennata
a pochi conosciuta
per nessuno ancora scritta e raccontata.
   E’ la storia d’un mio momento di vita
d’un mese di gioia
e tormento.
   Tralasciamo dei fatti
avviciniamoci ad esso
dall’inizio del giorno
precedente l’evento.
   Un evento che mi ha dato nuova vita
un periodo che mi ha dato
dolore fisico, spirituale, umano,
arricchente come mai
in tutta una vita.
   E’ la sera precedente ad esso
il corpo è lasciato a digiuno,
vogliono solo liquidi
purificazione completa.
   Mi allontano dal luogo del fatto
con mille pensieri, mille timori,
lo spirito è scosso
l’animo confuso,
il corpo vuoto,
svuotato di ciò che conteneva
delle impurità che celava, pulito.
   Cammino nei corridoi
vedendo persone aventi nel fisico la sofferenza
negli occhi la tristezza del dolore,
ma in fondo ad essi
vedo speranza di guarigione,
l’amore per la vita,
la gioia del sole,
il desiderio di tornare in salute,
fiduciosi del luogo,
fiduciosi dell’uomo,
fiduciosi di Dio
che ha messo nelle mani dell’uomo
la possibilità d’aiutare, curare e guarire.
   Scendo un lungo corridoio
entro oltre una gran porta
oltre ad essa intravedo
un altro corridoio,
in fondo un nuova porta aperta
in lontananza una grande Croce
immensa
da il senso di Dio,
nella chiesa ritrovo il senso dell’uomo.
   Mi avvicino all’entrata,
entro
con un gesto nervoso mi segno
ad un banco mi avvicino
m’inginocchio,
congiungo le mani
la mente è confusa, distratta,
assente
presente nel passato
incerta nel futuro.
   Alzo gli occhi
osservo la croce
in quel momento mi sento capito
confortato, amato,
mi sento vicino al Padre del Mondo,
sento vicino Suo Figlio
i miei pensieri vanno a Lui
che ha affrontato la Morte per noi
l’ha sconfitta e poi dal Padre è tornato.
   Mi alzo,
l’animo è confortato,
lo spirito è rinato
le paure sono sopite,
non ho parlato
non ho pregato
ma mi sento capito
in questo momento mi sento aiutato
protetto, amato.
   Mi accingo a tornare nei miei passi
in tasca ho un regalo d’amico,
lo tocco, lo sento, lo accarezzo
lo prendo in mano,
con fare furtivo mi allontano
da quel Luogo di Pace
cercando un posto tranquillo e isolato,
isolato da tutti
isolato da tutto
per stare con me stesso, con i miei pensieri.
   Salgo una scala, in cima ad essa,
siedo al margine dell’ultimo gradino,
tolgo dalla tasca il regalo dell’amico,
lo apro, lo scarto
è un sigaro.
   Lo prendo, lo accendo
lo aspiro con gusto
con piacere lo fumo
come fosse l’ultima cosa che debbo fare.
   Rimango un’ora solo con i miei pensieri
solo con me stesso,
con il mio passato
con il presente,
pensando quello che potrebbe essere il futuro.
   Alla fine di tutto, mi alzo
sono tranquillo, felice e sereno
ho fatto quello che ritenevo giusto
ho fatto quello che ritenevo
andasse fatto in mia responsabilità.
   Getto il sigaro nel posacenere
mi annuso le mani,
puzzano in modo pazzesco
in quel momento non importa nulla
sono sereno con me stesso
in pace con il mondo.
   Estraggo dalla tasca un’arancia
erano anni che non mangiavo frutta
quella sera n’avevo voglia
la sbuccio con calma
assaporando l’asprità della scorza,
l’acerbità del suo gusto
lentamente la mangio, l’assaporo
la gusto incamminandomi verso il reparto
verso la mia corsia, la stanza, il letto.
   Incontro conoscenti
degenti di tutte le età
li saluto, ci guardiamo
non ci diciamo nulla.
   Entro in camera
mi butto nel letto
leggo un po’, poi lentamente mi addormento.
   Mi svegliano il giorno seguente con fretta.
   E’ ora
il momento è arrivato.
   Osservo l’infermiere
lo maledico non per ciò che mi attende
ma per la levataccia.
   Sbuffando mi alzo
mi reco nel bagno, mi lavo, mi preparo.
   Mi guardo allo specchio
sono sereno
ritorno in camera,
mi butto nel letto.
   Mi fanno spogliare
mi tolgo tutto.
   L’infermiere s‘avvicina, sorride
stringendo in mano una siringa per l’iniezione
gli porgo il braccio,
cerca la vena, la trova
avvicina l’ago ad essa,
lentamente mi buca
penetra dentro la carne
inietta il liquido nelle mie vene,
io osservo, tranquillo,
sereno.
   L’iniezione è finita,
era un calmante o preanestesia.
alzano il letto sulle ruote,
lentamente mi spostano
portandomi via,
alzo il braccio,
saluto i compagni di stanza,
mi salutano e fanno gli auguri,
rispondo e ringrazio
con le dita faccio la V di vittoria
e auguro a tutti una buona giornata.
   Mi trasportano lungo i corridoi del reparto
verso l’entrata della sala operatoria.
   Non ho visto i miei
da una parte ne soffro,
però sono contento
mia madre mi ha visto troppe volte
entrare in certe porte.
   E’ meglio così
 sdraiato nel letto,
solo con i miei pensieri,
vedo gente indaffarata correre veloce,
faccio un po’ d’anticamera,
mi volto nel letto,
osservo i miei vicini,
scambiando parole d’incoraggiamento,
arrivano due infermiere carine,
e prendono in consegna il mio letto,
e mi fanno entrare nella sala operatoria.
   Mi chiedono con delicatezza di alzarmi
e distendermi sul letto operatorio,
disinvoltamente lo faccio, mi distendo,
s’avvicinano, mi coprono, m’osservano,
chiedendomi se sono tranquillo…
…Rispondo di si.
   S’avvicinano a me
prendono il braccio per una nuova iniezione.
   Questo è l’inizio.
cercano la vena, la trovano
infilano l’ago dentro di essa
per la seconda volta nell’arco di poco tempo
vengo bucato.
   Il liquido dentro il grosso flebo
lentamente comincia a scorrermi nelle vene.
   Mi rivolgono alcune domande
così per distrarmi,
io finche posso rispondo.
   Lentamente perdo i sensi,
tutto si oscura
non sento le voci,
non sento i rumori
non sento più odori
la mia mente vacilla
il corpo fluttua
il pensiero si dissolve.
 Sia quello che sia
   Fu l’inizio.
   Non saprò mai ciò che successe
all’esterno, all’interno del mio corpo,
So che l’avevano aperto,
avevano in mano la mia vita
sotto i loro occhi il mio passato
e la possibilità di cercare
di rimediare ad esso,
allo scherzo che madre natura aveva fatto.
   Avevano in mano il mio futuro
avevano in mano la mia vita.
   Di quei momenti ho vaga coscienza
ricordo solamente la luce sopra agli occhi
i volti che stavano attorno
coperte da maschere,
questo è quello che ho visto
che penso d’avere visto
in quei momenti che m’aprivano gli occhi.
   Un tempo lunghissimo
per chi lavorava e attendeva è passato
per chi riposava
passato in un lampo.
   Ricordo il risveglio
in modo sfocato e distante
si chiedevano l’ora a vicenda
erano passate le 17.30.
   Mi sentii sollevato,
deposto nel letto.
   Attorno a me con gran confusione
stava tornando il dolore
sentivo il fuoco nel corpo,
mi sentivo aperto e violato
bucato in tutti gli arti
ma soprattutto felice d’essere sveglio.
   Iniziarono il trasporto fuori dalla sala.
   Fu li che in attesa
vidi mia madre e mio padre
con le lacrime agli occhi
e lo sguardo sfinito
con il fisico stanco
con le mani fremevano di sapere
con le emozioni che s’intrecciavano
gioia e felicità
bene, male, riuscito, fallito…
    Sensazioni vissute
troppe volte nella vita
troppi momenti tristi
troppe speranze, troppi sogni
ogni volta si rinnovavano.
   Gli ho visti
gli ho salutati
mi hanno baciato…piangendo…
   Uscire da quella porta è stato rinascere
e stato lasciare alle spalle il passato
con la speranza di un futuro migliore
è stata gioia…
   L’unica cosa che so d’aver detto
in quell’attimo a mia madre:
 “Perché piangi…è passata…pensiamo alla prossima
fra dieci anni…”
   Fui ricondotto nella stanza
sempre attorniato da molte persone,
genitori, dottori, infermieri.
   Lentamente stavo tornando in me stesso
la coscienza era intorpidita
il corpo lo sentivo distante,
stava tornando.
   Lentamente assieme alla coscienza
stava tornando il dolore,
il rendermi conto di com’ero e come mi sentivo.
   Avevo sete
non potevo bere,
ero tutto un’insieme di tubi
flebo, cuciture e drenaggi.
   Dopo poco tempo vidi i professori,
dissero che quello che si poteva fare era stato fatto,
andava fatto,
la situazione era intollerabile,
adesso vedremo il futuro.
   Le ore della sera scorrono lente
immerso in un dormiveglia fatto di droghe.
   La gola reclama liquidi
il corpo però può rifiutarli,
sono costretto ad attendere.
   Lentamente mi riaddormento,
ho un sonno leggero,
scosso da dolore e disidratazione.
   Quella notte mio padre è a fianco a me.
per assistermi, osservami, essermi vicino
quante volte tutto questo negli anni passati...
  Eppure l’amore è nei suoi occhi,
l’espressione del suo sguardo
dimostrante la severità dell’amore paterno.
   Quella notte mi sveglio varie volte,
il mio desiderio di bere è impellente,
la bocca reclama acqua,
la gola reclama acqua,
il corpo sebbene rifornito di liquidi
per via endovenosa, chiama acqua.
    Non resisto, la cerco nel buio della notte
la trovo, la osservo
con l’avidità d’un uomo nel deserto,
con parsimonia la prendo.
   Non posso abusarne
non debbo abusarne.
   Poi la notte scorre via lentamente
in crescendo di luci e ombre,
di sonno e coscienza.
  Il mattino seguente le prime visite,
i primi infermieri
di cui non posso fare a meno
non apprezzare l’umanità, la gentilezza
l’abnegazione per l’altrui sofferenza,
l’umanità nel lavoro dal cuore.
   Vengono a vedermi,
ormai ci conosciamo da anni,
mi dedicano qualche attenzione in più
si soffermano a guardami,
a chiedermi il mio stato e rincuorarmi.
    Ore in questo letto
di sofferenza per il passato
di gioia e speranze per il futuro
scorrono lentamente.
  Ogni attimo è lungo, intenso,
ogni attimo può sembrare eterno
ma sento viverlo d’intensità.
   S’avvicenda nel nuovo giorno
le consuete visite di routine,
arriva il mio turno,
mi guardano, mi salutano,
passano in rassegna i miei sintomi,
chiedendomi il mio stato attuale.
     Alzano le lenzuola
per vedere il lavoro svolto,
per pulire la ferita, disinfettarla,
alzano le bende,
mi vedo l’addome
già solcato da mille battaglie,
con una nuova ferita,
una nuova prova della mia esistenza,
un nuovo segno che porterò con me
nel corpo e nello spirito.
   Osservo la ferità con curiosità,
con intensità e distacco,
vedo un grosso taglio
chiuso con punti di sutura neri,
ripenso al lungo giorno di ieri appena trascorso,
rivedo il corpo violato,
aperto, il ventre scoperto,
l’intimo aiutato,
in quel momento tutto sembra così irreale,
assurdo, strano
miseramente umano.
   Il lavoro è finito,
ripulito, viene posta nuova bendatura.
   Osservo stupito
tre cannule uscenti escono dall’addome
dal basso ventre
quei tubi son dentro il corpo,
dentro la parte lesa,
portando all’esterno
ciò che non può scorrere
liberamente all’interno di esso.
   Alla fine della visita
giunge mia madre,
con negli occhi
lo sguardo d’un giorno terribile.
d’una notte insonne che ha già conosciuto.
    Lì con me, mi rincuora,
mi sistema, mi guarda,
soffre per me,
in quel momento soffro per lei.
   Sentiamo però che è sofferenza
che può dare speranza alla vita.
   E il dolore in gioia si trasforma.
   Se ne va,
rimango solo con me stesso,
nell’attesa di ciò che sarà,
di ciò che deve essere.
   Passa una giornata,
arrivano le visite
tanti parenti, tante persone che sanno di me
vogliono vedermi, vogliono salutarmi.
vogliono essermi vicino.
   Sono contento di tanta apprensione
di tanto affetto.
   Anche quel giorno,
non ho potuto mangiare
certamente secondo loro non potevo bere,
ma sfortunatamente per loro,
non potevo farne a meno.
   Il mio fisico ha sempre reclamato acqua,
per necessità, per smaltire la tensione nervosa,
e con mia grande incoscienza,
ho ingerito la quantità che ritenevo giusta
per il mio stato.
   I primi cinque giorni
scorrono lenti
consoni alla routine ospedaliera,
con la vita frazionata
in tanti piccoli momenti, e scadenze..
   All’inizio del quinto giorno il medico
toglie il flebo che ha rifornito il mio corpo
di nutrimenti e sali minerali.
   L’intervento d’estrazione
è durato un lampo interminabile.
   Toglie dal braccio destro
il cerotto che tiene l’ago.
  Con mia sorpresa e stupore
l’ago non c’è.
con delicatezza prende fra le sue dita
la cannula infilata nel braccio,
…inizia a tirarla a se.
   Lunghi attimi,
momenti che non hanno fine.
   La cannula continua ad uscire
sembra non abbia mai fine.
  Giunge un getto di sangue,
e il braccio torna in libertà,
libero.
   Da quel giorno posso mangiare.
   Arriva l’ora di pranzo
l’infermiera propone un menù pazzesco:
minestra (mai mangiata in vita mia)
e patate bollite (che odio).
   M’informo delle alternative,
in effetti, il menù di quel giorno
comprendeva cibi adatti al mio palato.
  Ordinai con sorpresa e dubbio
un piatto abbondante di pasta al ragù,
una porzione di pollo allo spiedo
e patatine fritte.
     La donna mi guarda con stupore
misto ad incredulità,
voleva rifiutarmeli,
erano sei giorni che non ingerivo cibo
temeva che potessi rigettare tutto.
   Titubante mi porse il vassoio
con il cibo richiesto.
   Fu un tipico pasto ospedaliero,
dove i sapori non esistevano,
i gusti s’erano persi nei fornelli,
ma per me fu il più bello della mia vita.
   Un inizio.
   Iniziai controvoglia,
nonostante tutto era difficile
accettare l’introduzione del cibo.
  Mi sforzai, per me,
per quello che avevo fatto,
per ciò che stavo facendo.
   Alla fine il mio corpo
iniziò ad accettarlo,
a volerlo con avidità
con ingordigia, con piacere.
    Mi sentii sazio.
    Dopo quel prima pranzo lucilliano
m’assopii, tranquillo e sereno.
   Sentivo che il tutto stava procedendo
nel migliore dei modi.
   Ma non bisogna pensare che il tutto
fosse rose e fiori.
c’erano momenti di debolezza e sconforto.
   Mi rifugiavo in me stesso,
m’estraniavo dal mondo che in quel momento
rappresentava solo dolore e sofferenza,
infilando le cuffie nelle orecchie
e ascoltavo la mia musica.
  In quei momenti c’era rabbia
frustrazione, immobilismo, immobilità,
la musica cancellava ciò che era attorno a me,
il ritmo martellante, le voci urlanti,
e chitarre spacca timpani,
sembravano urla infernali,
dove il rumore annientava la solitudine,
il ritmo scandiva una realtà inesistente,
il frastuono conduceva l’essere all’ossessione,
tutto questo mi liberava, mi accudiva,
lenendo la solitudine,
mi aiutava a superare lo sconforto,
con essa mi addormentavo.
   I giorni passano,
si avvicinano le festività di natale,
i fatti del mondo continuano a raggiungermi
anche in quel letto d’ospedale.
   In quei giorni scoppiava la bomba
nel rapido 904 di Firenze,
il dolore delle famiglie che avevano
perso il loro cari in quell’attentato
erano per me immensi
rispetto al dolore che posso aver provato io.
   Iniziavano in Tv le serie
Supercar ed E-Team
distraendomi con qualcosa di leggero.
   Arriva il Natale,
se questa festa è ritenuta
la nascita che si rinnova,
per me fu un doppio Natale.
   Il primo riferito alla mia Fede
il secondo è rinascita di me stesso.
   Le visite dei care si sono susseguite
giorno per giorno, ora per ora,
so d’aver pianto lacrime
di tristezza e gioia,
uno stato di strana euforia
e stanchezza albergava in me.
   Solitudine, felicità
abbandono al destino,
attaccamento alla vita,
impotenza per i fatti della vita,
tutto ciò passò per la mente
in quel dì di gioie e amarezze.
    Non so nemmeno e non ricordo
che regali ricevetti,
ma il più grande dono fu tutto ciò.
   Solo chi ha passato certe esperienze
può capire cos’ho provato
in quei momenti.
   Passano gli ultimi cinque giorni del 1984
tra visite, controlli, pulizia della ferita,
familiari e amici.
   Giunge il 31 dicembre.
   In quel dì nell’ospedale
aleggiava un aria di festa,
nonostante l’ambiente,
certe cose si sentono.
   Quella mattina arriva il dottore,
puntuale per il suo solito
giro di controllo.
  Quando da me arriva,
mi comunica che toglierò
le ancore dal letto.
   Un senso di felicità mi pervade
una felicità da tempo celata esplode.
   Tutto il passato è lasciato
un nuovo senso di benessere, mi conquista.
   Lentamente il dottore toglie i bendaggi,
toglie con pazienza e solerzia i punti
tenenti unita la ferita,
la controlla come un opera d’arte.
   Con fare esperto,
inizia a sfilare i due cateteri ureterali
nell’addome,
li sfila uno alla volta,
lentamente.
   Il momento è delicato e solenne
ad uno ad uno li sfila dal corpo,
due tubi lubrificati lunghi,
entravano nel basso addome,
partendo dagli ureteri due tubi dannati,
possono dare una vita normale,
o una travagliata esistenza.
   Alla fine li prende
in una bacinella d’acciaio
li getta..
   Guardo questi due esseri rossi,
questi due semplici tubi
ormai giacciono morti,
il loro utilizzo è finito,
non servono più…
hanno contribuito a dare speranza,
un senso nuovo alla mia vita.
   Il medico passa poi a togliere
gli ultimi due cateteri,
quello duodenale e quello vescicale.
   Tutto è finito
i quattro tubicini giacciono inerti,
li guardo ringraziando anche loro.
   Il medico termina il suo lavoro,
sistema le garze sulla ferita,
e con fare non curante: ” Ora tocca a te!!”
   Fatto questo se ne va.
Una persona va, un'altra arriva.
   Arriva mio padre, sa già tutto.
   Tutto è pronto per il grande momento,
ci guardiamo, è ora,
non perdiamo più tempo.
   Inizio a vestirmi
indosso pigiama e vestaglia,
alzo le coperte,
con fatica ai bordi del letto mi siedo.
   Osservo il pavimento,
il mondo attorno a me inizia a girare,
un senso d’abbandono mi pervade
un senso di paura mi conquista.
   Mio padre m’infila le ciabatte ai piedi,
le guardo, sembrano nuove,
sembrano irreali.
    Appoggio la mano ai bordi del letto
lentamente un piede a terra, poi l’altro
papà al mio fianco mi sorregge.
   Faccio pressione sul corpo
i piedi toccano il pavimento,
le gambe si afflosciano
i tendini dopo 17 giorni scricchiolano.
   I muscoli urlano,
le ginocchia cedono,
mio padre mi sorregge, io mi sorreggo
attorno il mondo fuoriosamente gira.
   Non voglio cedere,
mi siedo e riposo,
dopo un po’ riprovo.
   Questa volta mi sento meglio
mi sento già più forte,
il fisico inizia a rispondermi,
le gambe iniziano a sorreggermi,
il mondo attorno rallenta,
il turbinio inizia a scemare.
   Sono a terra, sono trattenuto, mi trattengo.
   Il corpo tiene
le gambe tengono,
osservo i miei piedi
sono in posizione assurda
completamente aperti
sembro Charlot.
   Provo a raddrizzali,
ma un dolore lancinante
parte dal femore
diramandosi ad entrambe le gambe.
  17 giorni d’immobilità forzata
non sono uno scherzo per nessuno.
   I muscoli rifiutano di muoversi,
le articolazioni non vogliono spostarsi.
   Lentamente con pazienza le obbligo,
il primo passo, il mondo riprende a giare,
non desisto,
il secondo, il mondo rallenta,
mio padre continua a sorreggermi,
io continuo a sorreggermi.
   Inizio a sudare, sono stanco
non demordo
porto piano un piede dietro all’altro,
come bambino muovente i primi passi.
   Aiutato muovo i primi passi
attraverso i piedi del letto,
m’incammino con fare incerto
verso il centro della stanza,
verso il tavolo posto sotto la finestra.
   Sono passi verso il futuro
che abbandonano il passato,
verso una nuova felicità
che forse potrò raggiungere.
   Sono vicino alla finestra,
porto gli occhi al vetro,
osservo il panorama
lo conosco a memoria.
   Ma quel giorno ha un contorno diverso,
la città sembra un prato immenso.
   I suoi spazi aperti,
i camini fumanti
le auto che passano,
tutto sembra nuovo, irreale, bello…
   Osservo per un ultimo istante il paesaggio,
mi volto, rivedo la solita camera,
il solito letto, tutto in dimensione,
ora ha dimensione passata,
la dimensione d’attesa
trasformata in certezza.
   Inizio a tornare verso il letto,
mio padre continua a sorreggermi.
   Lentamente passo dopo passo lo raggiungo,
ci giro attorno, mi siedo.
   Gli occhi si riempiono di lacrime,
il cuore pieno con gioia
il corpo esausto, colmo di vita.
   Mio padre mi saluta, se ne va
deve tornare al lavoro.
   Lo saluto,
da quel attimo non avrò più tempo
per sentirmi solo.
   Da quell’attimo
oltre quel letto esiste un nuovo mondo,
desidero raggiungerlo.
   Mio padre si allontana,
io con fatica mi rialzo.
   Cerco un appoggio,
inizio a trascinarmi verso la porta
esco, con passo mal fermo lungo il corridoio.
   Ogni due metri mi fermo,
riposo, riparto.
   Mi avvicino lentamente al bagno,
entro, cerco uno specchio,
lo trovo, mi guardo.
   Non mi riconosco,
sono cambiato, dimagrito,
curvo, stanco, sudato,
il mondo ha ripreso a girare, sono felice.
   Felice d’essere dimagrito
curvo, stanco,
felice d’essere diverso, ma me stesso.
   Lentamente esco,
mi incammino lungo il corridoio.
sempre a piccoli passi
con mie pause di riposo.
   Assaporo ogni mio passo,
ogni mia pausa.
   Di quei momenti ricordo il distacco dalla stanza,
il distacco dal letto,
porto sempre con me il piacere di quella stanza,
di quel letto, la gioia di quei momenti.
   Dopo quei passi, nella stanza ci tornai per dormire,
mangiare e farmi medicare.
    Avevo bisogno d’essere distante.
    Gli ultimi tre giorni passati in velocità
il corpo rispondeva sempre meglio,
la mente sempre più felice,
lo spirito al settimo cielo.
   Passato, presente, futuro fusi.
   Momenti che non auguro a nessuno,
in cuor mio contento di aver vissuto,
svuotanti, arricchenti, vivi,
essenziali per sentirsi unici nello spirito
che ad ogni dolore
c’è possibilità di riscatto
e nuova vita.


Marco Bazzato
Scritto in originale febbraio 1994
Trascrizione da archivio 10.03.2003
 15.04.2001
 21.04.2004

Marco Bazzato

 ©  Copyright riservato, tutti i diritti dell’autore.



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