venerdì 23 dicembre 2011

Francia, protesi mammarie pericolose. Trentamila donne da rioperare


E dopo la “mucca pazza”, “l’aviaria”, “la suina” ecco che arriva la “mammelllllla in plastica assassina!”.

Sembrerebbe la trama di un film di Cesar Romero, genio indiscusso del capolavoro “L’alba dei morti viventi”o dei tanti film del compianto genio demenziale di Mel Broks eppure la “le zizze assassine al siliicone” scorrazzano indisturbate per le vie di mezzo mondo, volando negli aerei, attraversando ceck in, incuranti degli allarmi antiterrorismo,  ballonzolando prosperose  davanti agli occhi del poliziotto di turno, che con le bave alla bocca, sbavando come un San Bernardo, fissa intruppato le “poppe esplosive” della ricca nobildonna, raccolta da un vecchio sporcaccione, tolta dalla strada, e divenuta matrigna cattiva per via della nuova prosperità acquisita, procace istruttrice per i figli minorenni di primo letto dell’amato e cornuto  consorte.

C’è poco da scherzare, ma i galletti, i cugini d’oltralpe, hanno fatto proprio un bel tiro mancino a mezzo mondo, con questa storiaccia delle protesi mammarie difettose, prodotte con un silicone inadatto all’innesto sul corpo umano e ora, come un’auto difettosa, vengono richiamate per un tagliando di controllo e l’eventuale “amputazione”, anche in Italia, a spese, sembrerebbe del Servizio Sanitario Nazionale.

Innanzi a questa “bischerata” va fatto un distinguo non da poco: le uniche vere vittime sono le donne che a seguito di una mastectomia, hanno scelto la mastoplastica, perché lo svuotamento del seno per via chirurgica ha comportato, oltre al trauma dovuto alla patologia che l’ha causato, anche un trauma psicologico per la femminilità perduta, e andava recuperata, per questo il Servizio Sanitario Nazionale sta cercando di correre ai ripari, con l’asportazione delle protesi difettose, a carico dello Stato. Per tutte le altre, no.

A tutte le donne che invece avevano i seni cadenti e arrivavano fino alle ginocchia, le “poppe a pera” come diceva Massimo Boldi in S.PQ.R,  o piatte come assi da stiro, o come cammelle senza gobbe, che non sapevano accettare la propria condizione, indice di scarsa stima e di persone che ragionano secondo il pensiero e l’opinione altrui, non con la propria testa. si auspica che l’intervento di rimozione, che si sono fatte per scopi estetici sia a totale carico dei singoli soggetti,, visto che si presume che prima dell’intervento siano state prospettate diverse tipologie di protesi, dalla più economica a quella più costosa, e in una società dove quando l’apparire è più importante dell’essere, e si va al risparmio, per fare bella figura, è giusto che le taccagne si ripaghino di tasca propria l’intervento di rimozione e/o di sostituzione. Al massimo hanno tutto il diritto di rivalersi, intentando una causa ai chirurgi estetici, cercando di dimostrare, in sene giudiziaria, che sono state mal consigliate o che hanno ricevuto un’informazione insufficiente o incompleta, anche se sarebbe opportuna, ma questo lo dovrebbero fare le associazione di consumatori, una Class Action contro il Ministero della Salute per omesso controllo, accertando così’ se c’è stato oppure no.

Da qui infatti nasce l’inghippo, dove in molti si fanno una delle tante domande della domanda generale: dov’era il Ministero della Sanità, perché chi doveva non ha vigilato sull’importazione delle protesi mammarie, testandone la qualità e la ricettività nel corpo umano e che fossero state atossiche per le consumatrici? Possibile che non siano stati fatti dei controlli a campione, e che nessuno per anni, ai Piani Alti, che avrebbe dovuto vigilare sulla salute dei consumatori non si sia preso la briga di compiere dei controlli a campione, sulle medesime? Oppure ci si è accontentati delle autocertificazioni della casa produttrice, magari con le traduzioni fatte con i piedi?

Ora che il Ministero debba farsi carico dei costi nei confronti delle donne che a causa di malattie si siano sottoposte a mastoplastica lo si trova come voler proteggere un Re nudo  - il Ministero della Salute – nel centro di Milano con una foglia d’edera, nella speranza che non si vedano gli organi genitali e che non crei scandalo, o offesa al pubblico decoro.

Vengono, ripensando a questa storia di falsa illusione estetica e di bellezza plastificata, in mente le prime donne che si sottoponevano al rigonfiamento spropositato delle mammellllle: le donne di strada, le puttattanone, che battevano mostrando la mercanzia, mentre adesso, con questa diffusione capillare di tette rifatte e posticce, non si sa se si ha innanzi una donna vera o un tarocco, perché in molte si sono fatte attrarre dai canoni estetici dello Showbiz, dove anche le più morte di fame volevano le zizze all’ultimo grido, per far bella figura con amici, mariti e amanti, e per far invidia a quelle accattone delle amiche dalle tette cadenti, o cammelle senza gobbe!

Evviva la società dell’apparire anziché quella dell’essere!


Marco Bazzato
23.12.2011

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