“Impresa famigliare”
Era il 1981 e nei jukebox andava quasi a rotta di collo la canzone “Santa Maria” degli Oliver Onions, lo stesso gruppo che nel 1976 aveva contribuito a sancire il successo dello sceneggiato televisivo “Sandokan”, tratto dal ciclo dei romanzi della Malesia del veronese, Emilio Salgari e a Secondo Martinelli, “Santa Maria” piaceva moltissimo. Tanto è che in quel pomeriggio d’autunno si era recato, come faceva spesso, nel patronato parrocchiale, l’ex asilo gestito da quelle maestre di pedagogia infantile che erano le “pinguine”. L’ex asilo era un monolite a due piani, con i soffitti altissimi e i pavimenti scricchiolanti, dove sui muri esterni della “Casa della Dottrina Cristiana”, edificato ai tempi della buonanima di Benito Mussolini e poi, con la caduta del fascismo, erano stati tolti i fasci littori dalle facciata anteriore, lasciandone le tracce, come una cicatrice mal nascosta dai muratori del secondo dopoguerra..
Secondo aveva in tasca 300 lire, per prendersi delle rotelle alla liquirizia Haribò e giocare nei videogiochi, nella sala che quando c’era l’asilo era destinata alla ricreazione e dove c’era il bancone del bar, in passato destinata a sala da pranzo per i bambini, con i vecchi che giocavano a carte, fumavano e leggevano i tre quotidiani disponibili: quelli locali, il settimanale “Famiglia Cristiana, e il settimanale diocesano, altre letture erano bandite, come se esistesse ancora “l’indice delle letture proibite” del Sant’Uffizio.
Nella sala, oltre a quattro videogiochi ci stava anche un vecchio tavolo da ping pong, che pendeva da una parte, con le palline che anche se non volevano erano costrette a seguire gli ordini del piano inclinato. Anche a quel tempo le leggi della fisica non scherzavano.
Secondo era andato a prendersi dei “ciucetti” tra cui le rotelle Haribò, e prima di andare al videogioco che andava per la maggiore in quel periodo – di guerra, dove nei vari livelli, gli aerei dovevano distruggere le aeromobili nemiche, e i mezzi, da livello a livello, diventavano più evoluti, dal biplano della prima guerra mondiale fino all’astronave che distruggeva la nave madre degli alieni – era passato al Juke box, aveva inserito la moneta e premuto le cifre della canzone scelta: “Santa Maria”, attendendo che il braccio meccanico, dopo che il rullo con i dischi aveva fatto il suo giro, andasse su quello selezionato, venisse prelevato e messo sul piatto, dove una volta che la puntina si fosse posizionata, e il piatto si fosse messo a girare alla velocità di 45 giri, la canzone iniziasse. Una volta iniziata la canzone, Secondo si era posizionato sul videogioco, aveva inserito la moneta, premuto il pulsante di inizio e messo la mano destra sulla piccola levetta, il Joystick, in quell’epoca primitiva dei videogiochi era ancora lontano da venire – almeno nei patronati parrocchiali – e la sinistra sul pulsante spara missili. Era tranquillo e sereno. La canzone continuava ad andare, così come il primo schermo era stato fatto. Sorrideva. A pochi metri da lui un tizio che conosceva di vista, aveva circa sei anni più di lui, indossava un paio di jeans e un maglione bianco e aveva lo sguardo bovino, che non è mutato nel corso degli anni. Costui era il figlio di un avvocato assai temuto e omaggiato di salamelecchi, che guardava di sghimbescio gli abitanti del quartiere della città.
Poi, per una distrazione, il terzo aereo di Secondo venne distrutto, gioco finito e record personale ancora distante. Nello stesso attimo che l’aero esplodeva, la canzone terminò. Nella sua innocenza di bambino indottrinato, Secondo era ben distate da aver la coscienza e la conoscenza delle bestemmie e dei bestemmiatori, esseri demoniaci che insultavano, come da tradizione regionale, Dio e le varie divinità. Sospirò: “Amen”. «Merda.» il massimo che a quel tempo si concedeva. Era un vero bambino modello, pio, rispettoso dei genitori e della famiglia, timorato da Dio, che anche se faceva qualche volta i capricci con i cibi che non gli piacevano, tutto sommato era abbastanza obbediente, come un buon cane ammaestrato, pensava Secondo una volta giunto all’età adulta, riguardando la sua infanzia.
Lasciò il videogioco, recandosi nuovamente al jukebox, inserendo una nova moneta e dopo aver selezionato la medesima canzone e atteso tutto il movimento del meccanismo e aspettata la partenza del disco, si recò verso il videogioco. Ma non aveva fatto conto del bullo che gli stava alle spalle, il quale irritato forse per la canzone ripetuta o per altro, gli appioppò una sberla sulla testa e lo prese per il collo.
«La smetti con questa merda?»
Il bambino sbiancò. Si guardò attorno, ma come sarebbe accaduto in futuro, vide che come un branco di pecore, nessuno reagiva, tutti se ne stavano in un angolo come cani rognosi, senza il coraggio di manco latrare . Secondo era scosso. Era la prima volta che veniva picchiato da un estraneo. Certo, qualche volta passava il “Vescovo”, ossia il genitore, ma un estraneo mai. Era sconvolto e scioccato, non sapeva ne cosa dire e né come reagire.
«Lasciami andare…» riuscì a balbettare. «Lasciami.»
Lo sguardo bovino del gigante come se fosse tornato in se, lasciò la presa e disse: «Rimettila su un'altra volta e ti meno sul serio.» Il bambino annuì, con le lacrime agli occhi. Tremava tutto, era spaventato. Aveva paura. Prese la giacchettina, la indossò e corse fuori per prendere la bicicletta – pagata 50.000 lire pochi mesi prima, di seconda mano, da suo fratello Primo – accostata al muro. Ci salì in groppa, come se avesse tra le gambe un cavallo e uscito sulla strada, di fronte alla piazza di ghiaia, si mise a pompare come un pazzo sui pedali, spingendoli su e giù come se le gambe fossero due stantuffi, spinti dal vapore di una caldaia. Arrivò a casa dopo pochi minuti, con ancora le lacrime agli occhi, sudato come un mantice e l’adrenalina alle stelle. Dopo aver aperto il cancello gettò la bicicletta dietro un pilastro dell’officina e facendo tre gradini alla volta, aprì porta, fece irruzione in casa, alzò la tapparella della cucina. Nessuno quella domenica era in casa. Dopo aver gettato la giacchetta su una sedia, uscì fuori come un indemoniato. Prese un bastone e iniziò a saltare come una cavalletta a cui è stata versata sopra della benzina, che saltava sulle zampette, cercando di scrollarsi di dosso il liquido tossico sparsogli da un sadico sul corpo. Secondo sudava, gli malediceva il padre, la madre, le sorelle, i fratelli – peccato che fosse figlio unico – augurandogli mille morti atroci, mille sofferenze e patimenti, e i nervi lentamente iniziarono a rilassarsi. La paura e la rabbia si stava dissipando, lasciando spazio all’amarezza per l’umiliazione subita, dove nessuno era intervenuto per richiamare quel ragazzotto, avente lo sguardo d’un bove ritardato.
Suo padre nel frattempo era tornato a casa, e vedendo dalla strada la tapparella alzata della cucina che dava sulla terrazza,, si impensierì. Quando raggiunse il figlio, questi stava ancora saltando da una parte e dall’altra come un capretto a cui si sono dimenticati di fargli un iniezione di calmanti, iniziò a chiedergli cosa fosse accaduto. Il ragazzino cercò di far cadere il discorso, anche se l’agitazione era ancora evidente: era tutto sudato, rosso in volto, con gli occhi come due capocchie di spilli e capelli biondi scompigliati. Alla fine cedette e raccontò l’accaduto, ma non disse il nome del bullo, visto che non lo sapeva.
«Andiamo in patronato e se è lì me lo indichi.» Mentre il piccolo stava riprendendo il suo colorito, quello del padre diventava sempre più rosso porpora, segno che il sangue stava iniziando, come un razzo, ad affluirgli alla testa, pronto a incornare chiunque come un Gallardo pronto a scendere nell’arena, inseguendo la muleta.
«Lascia stare, papà, non è successo nulla…» cercò di rabbonirlo, senza riuscirci. Il padre lo prese per un braccio, chiuse la porta e la tapparella, le due porte che davano dalla cucina verso la terrazza, quella di legno e quella d’alluminio, prodotta dall’Alfalum, gli intimò di prendesi il giubbino e seguirlo. Chiusero i due portoncini di casa, il primo in legno e il secondo in alluminio e scesero le ripide scale e salirono in auto.
I due giunsero davanti al patronato pochi minuti dopo. Il padre parcheggiò, e il figlio che anche mentre era in auto cercava di dirgli di lasciare stare; ma lui no, duro, testardo, arrabbiato, furioso. Aveva guidato con fatica avendo il braccio sinistro ingessato, in quanto la settimana precedente si era schiacciato il polso sui due stipiti dei portoni, mentre li chiudeva. Scesero dall’auto, il padre davanti e il figlio che lo seguiva a ruota. Aprì la porta di alluminio, che aveva uno dei vetri crepato e tenuto su con lo sputo del nastro da pacchi. Con rabbia il padre entrò e Secondo a ruota. Il bullo era ancor lì.
«Lo vedi? »
«Sì, è quello vicino alla finestra.»
Non se lo fece ripetere due volte. Lo aveva individuato. Non gli diede nemmeno il tempo di reagire. Gli si avventò contro come un Navvy Seals si scagliava contro quelli che venivano chiamati dagli americani “Charlie” i Viet Cong. Il bullo quando lo vide era troppo tardi.
Si trovò “appeso” contro la parete, quasi sollevato da terra di due centimetri, con il braccio ingessato che gli premeva il collo e la carotide, facendoli mancare il respiro.
«Fai un’altra volta una cosa del genere a mio figlio e ti ammazzo, ci siamo capiti? Te ne do così tante che ti cambio i connotati, per sempre!.»
Secondo era spaventato, cercava di dirgli di smetterla, di lasciarlo stare, che non era successo nulla; ma il padre niente, duro, con gli occhi rossi come se cento demoni gli stessero camminando nel cervello. Il bullo si era sgonfiato, tutta la boria era sparita. Aveva il terrore stampato nello sguardo. L’aria gli stava venendo meno, il volto si faceva sempre più arrossato, fino a passare quasi al pallido cadaverico.
«Ci siamo capiti?» gli ripetè il genitore.
L’ex bullo annuì, bucato come un palloncino delle sagre paesane. E i piedi toccarono nuovamente terra. Anche il padre sembrò sgonfiarsi, ma lui era facile all’ira e lento a farsela passare. I rancori e l’impossibilità di analizzare i suoi comportamenti e quelli altrui, dandone i giusti pesi e le giste misure era sempre stato uno dei suoi punti deboli.
Il Cerca e distruggi (Search and Destroy) non è durato più di cinque secondi, dal momento dell’individuazione del soggetto, fino a quando questi è stato lasciato dalla presa che gli faceva mancare l’aria, per via della carotide premuta dal braccio ingessato. Cinque secondi di terrore visti da Secondo negli occhi del bullo, figlio dell’avvocato.
I due, padre e figlio, uscirono dal patronato, non prima che il padre gettasse un'altra occhiata torva e aggressiva all’indirizzo del “pupazzo che aveva sgonfiato.”
Secondo, seppur spaventato e scioccato, non tanto dal comportamento del bullo, ma dall’aggressività esagerata ed esagitata del padre, pensava, a quel tempo, che quello del genitore fosse un comportamento dettato dalla proiettività paterna, ma poi, leggendo glie venti con sguardo distaccato, più ampio, meno infantile e, comprese che per quell’uomo, suo padre, i figli non sono stati altro che per lui “oggetti” di sua proprietà, dove solo lui aveva il diritto indiscutibile di maltrattarli come e quando voleva, secondo il suo opinabilissimo metro di giudizio e giustizia, eternamente sbilanciato verso il proprio interesse, totalmente privo del senso di altruismo e di comprensione degli altri, come se l’empatia e la possibilità di capire e comprendere, fosse soffocata e come un bambino eternamente impaurito spandesse il suo terrore e paura, desiderio di dominio, tenendolo celato sotto una patina apparentemente bonaria e accondiscendente, ma pronto ad esplodere come una cluster bomb, anti uomo e antiumanità, che sparge i suoi frammenti, taglienti come lame metalliche, che gli fecero poi pronunciare le fatidiche frasi: Quando sarò morto potrete pure scannarvi tra di voi.
E Secondo, rileggendo quell’evento con l’occhio e le parole che il padre gli disse nel settembre del 2011, continuava a chiedesi se avesse mai avuto uno spirito e un animo paterno nei confronti dei figli, o come disse sempre in quel fatidico settembre:: ho fatto solo i miei interessi! segno che l’interesse per i figli è sempre stato uguale a…, basta che gli fossero utili per i suoi scopi , ma lasciamo l’opinione e il giudizio agli altri.
Ma ci potrebbe essere anche una chiave psicologica e psichiatrica più profonda nell’aggressione al figlio dell’avvocato: ossia scaricare sul figlio la rabbia che Teobaldo Martinelli ha sempre avuto nei confronti delle persone laureate, perché le famiglie le hanno sostenute spingendoli a istruirsi, cosa che lui non ha mai fatto con i propri, e Terzo Martinelli lo sa bene. Tanto è che con la moglie di Secondo Martinelli la sua aggressività – solo verbale – per il semplice fatto che stava guidando, si è manifestata quando ha iniziato ad accusarla pesantemente per il fatto che lo sia, cosa che a Teobaldo Martinelli ha sempre roso, segno che il soggetto soffre di un tossico complesso di inferiorità e cerca di sopperire con aggressioni fisiche e verbali, perché l’intelletto, in certi frangenti, non lo supporta e sopporta..
Secondo vuole solo continuare a raccontare la storia della sua vita…
Dall’autobiografia inedita di Secondo Martinelli
I stesura
Marco Bazzato
23.01.2012





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