“Impresa familiare”
I caratteri, le parole, le frasi, i periodi, le pagine continuavano a susseguirsi senza soluzione di continuità.
Secondo Martinelli procedeva nella lettura. I cappelli scompigliati, la barba incolta, gli occhi stanchi, tutti questi elementi, forse, incidevano sulla sua capacità di giudizio. Eppure la storia era lì, davanti ai suoi occhi, tradotta nero su bianco, su svariate risme di fogli A4, ma nonostante tutto on riusciva a raccapezzarsi.
C’erano tanti punti di comunanza con il suo vissuto, ma anche molti che differivano come l’oceano dalla sua storia. Sapeva bene che la mente è come una puttana, compie associazioni di idee, cercando elementi accumunanti, scartando aprioristicamente quelli divergenti, come un ago che si insinua nella pelle, dentro una vena, iniettando del Pentotal, che schizzava a razzo su neuroni e sinapsi, con il cervello che si illuminava come un albero di natale, il giorno di ferragosto.
Non sapeva se quelle fossero le sue reali origini, o se il caso, un'altra volta gli si fosse messo di traverso, traviandolo nella ragione, eppure non riusciva a smettere di pensare. Tizio, Marcus, Caio e Sempronio Antonio Pecunia, sembravano orchi neri che emergevano come reminescenze da un passato sconosciuto e nemmeno mai immaginato. Era il suo passato? Il passato dei suoi avi, se mai quanto scritto nel carteggio fosse realmente esistito, più di mille e seicento anni fa? Troppo lontano era il trascorso temporale, perché si potesse ipotizzare la ricerca di riscontri oggettivi. Quel villaggio, che non era il paese dove era nato e cresciuto dai primi anni del 1970, eppure era come se una strana forza lo attirasse, come un demone che emerge dagli abissi e azzanna i testicoli, strappandoli e facendoti urlare per il dolore.
Non sapeva come comportarsi, oppure lo sapeva, ma non voleva procedere oltre. Era come se gli si fosse aperta una ferita mal suturata che emetteva pus che si attaccava, come una zecca, agli abiti, ai gangli del cervello, come un parassita assetato di sangue e ricordi, che gli cancellava il presente. Era come entrare all’interno di un pozzo senza fondo, dove i pensieri entravano savi e ne uscivano impazziti, sovrapponendo passato ipotetico e presente reale, come una carta carbone che imprime sui fogli un racconto scritto in sette copie, con i caratteri dell’ultima copia sbiaditi come i ricordi provenienti da un mondo morto, leggibili solo a frammenti, come un puzzle dove sono andati perduti dei pezzi, rendendo quasi impossibile la comprensione del tutto.
Aveva paura di impazzire. Aveva paura che se fosse veramente un discendente della famiglia Pecunia, potesse serbare in se il germe della folli, della cattiveria fine a se stessa, nata dalla paura di perdere le presunte certezze e sicurezze, acquisite non a suon di sacrifici, ma di regali, regalie, intrallazzi e meschinità, lasciate cadere, pesanti come macigni, come briciole di pane, lungo una via costellata di rovi. Ma sapeva di non essere un Pecunia, era un Martinelli da innumerevoli generazioni, ma questo non gli infondeva sicurezza, anzi raccapriccio.
La mente vagava come il cadavere immobile come il Costa Concordia, arenatosi pochi giorni fa davanti all’isola del Giglio. Aveva paura che la mente potesse riversare nel mare magnum di una ragione offuscata dalla nebbia dell’irrazionalità, tonnellate e tonnellate di gasolio, contaminando il mare della razionalità, uccidendo ogni forma di vita e di pensiero che si annidavano negli strati coperti di sabbia, sotto la superficie, con i raggi del sole e dell’essere che non riuscivano più a superare lo strato di melma che come una pellicola tossica si era depositata sulla superficie.
Erano veramente quelle le sue origini?
Si sentiva come un naufrago aggrappato a uno scoglio, giunto nell’oscurità, a bordo di una scialuppa di salvataggio, mentre le onde d’acqua gelida inzuppavano sugli abiti e il cuore, sentendosi fortunato d’essere uno dei sopravvissuti. Vagava con lo sguardo nell’oscurità, udendo in lontananza le voci dei soccorritori infreddoliti dal gelo invernale e dall’umidità salmastra, cercavano i superstiti, che come zombi si aggiravano, come lui, spaesati e senza meta.
Secondo Martinelli – Marcus Antonio Pecunia; Primo Martinelli – Tizio Antonio Pecunia; Terzo Martinelli – Caio Antonio Pecunia; Quarto Martinelli – Sempronio Antonio Pecunia e sopra a tutti, sopra ai figli, il padre, il patriarca, il despota nel tempo : Teobaldo Martinelli – Antonio Aurelio Pecunia, erano un tutt’uno o solo un illusione? Loro nel passato erano loro nel presente, oppure loro nel passato erano solo loro nel passato, senza attinenza nel presente?
Il cervello di Secondo era in procinto di esplodere in mille pezzi, come un cocomero colpito da un cecchino, che usa proiettili a frammentazione, sparati da un M40.
Vedeva il cervello ridotto in poltiglia, spiaccicato sullo scoglio, che emergeva come un clitoride mostruoso dalla chiglia della nave dei pensieri da crociera, arenatesi per sempre, come un relitto da smontare pezzo per pezzo, per essere smaltito, con i cacciatori di tesori che si intrufolano nella notte, armati di mute, bombole e occhiali a infrarossi, alla ricerca delle casseforti e dei tesori ivi custoditi.
Cos’era la vita, la morte? Presunte rimembranze di altre vite che tornavano a reclamare giustizia? O solo un’illusione che si nutre di speranze, sogni e aspettative?
Tremava. Si sentiva come Fabrizio, il piccolo figlio di un servo, ucciso da Sempronio. Teneva gli occhi chiusi e il mondo conosciuto scomparve. None era più seduto sulla sua poltrona, davanti al computer. Non era più sullo scoglio, naufrago della Concordia – mentale, ma era in un altro luogo. Non lo conosceva, ma era come e con Fabrizio, prima che la vita li fosse tolta. Una lacrima scese sul volto, bagnandoli la guancia. Un brivido lo scosse, uno scoglio si parò innanzi a se, sentiva il clangore delle lamiere che si laceravano, l’acqua di mare che entrava, sommergendo persone e cose, affogando tutto e tutti.
La morte.
Aprì gli occhi. La lacrima di Fabrizio era ancora lì, sul suo viso. La toccò con l’indice. Era salata come l’acqua salmastra. Nella mente l’eco di molte grida emergevano dai fluttui, dopo essersi lasciati cadere nell’oscurità, invocando aiuto e salvezza.
Dov’era?
A Vicus Novus o a casa? Oppure Vicus Novus era la sua casa?
La lama si mosse ad arco e colpì il petto. Il mondo si spense, accendendosi l’oscurità del flusso del tempo che riprendeva a scorrere in avanti, nel presente…
Sì, ma quale?
Dall’autobiografia inedita di Secondo Martinelli
I stesura.
Marco Bazzato
17.01.2012





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