mercoledì 4 gennaio 2012

La storia di Marcus Antonio Pecunia


“Impresa familiare”
Cronache da Vicus Novus


Ci sono mille modi per raccontare le storie e questa affonda le radici in secoli bui, quando l’impero romano ormai stava collassando sotto il peso della propria storia e dei troppi territori difficili da controllare, non solo fuori dalla penisola italica, ma anche al suo interno, con le popolazioni barbare che iniziavano ad ammassarsi a suo confini, e che poi avrebbero portato alla sua rovinosa caduta. Questa è quella di un villico Marcus  Antonio Pecunia, del padre Antonio Aurelio e degli altri tre suoi figli, Tizio, Caio e Sempronio.
Villici che sono stati volti senza storia, senza passato e senza futuro, senza nessuno che potesse raccontare il loro vissuto, le auguste vette e i rovinosi fallimenti della famiglia Pecunia, consumata dall’interno dall’odio che il padre, Antonio Aurelio Pecunia, aveva inseminato, con la complicità della moglie Lucilla Valerio Maridio, entrambi discendenti di schiavi liberati, divenuti patrizi per intrallazzi, inganni, sotterfugi, ricatti, tramite la coltivazione delle maldicenze conto terzi, che come una ragnatela avevano intessuto nel villaggio per decenni, mostrando però sempre la faccia pulita, le toghe e le bighe linde e splendenti, orgogliosi d’essere ossequiati al loro passaggio, ma con le maldicenze che li accompagnavano a sottomento di plebei, schiavi e liberti, tramite la rete di conoscenze sotterranee che avevano tra di loro, si scambiavano informazioni sui rispettivi padroni, sapendone gusti sessuali, perversioni e meschinità celate dietro la patria di bonaria umanità e sorrisi stampati in volto, quando si recavano al tempio per pregare gli dei, supplicandoli di benignità, benessere materiale solo per coloro che erano utili, usabili, ricattabili o manipolabili per  loro loschi  affari.

Tizio era nato a “Patavium” il 04.03.368, Marcus Antonio a “Dolum” il 24.09.369 e Caio e Sempronio entrambi a “Dolum” il 24.05.376 e il 26.05.378 d.C.



Capitolo I
Marcus Antonio Pecunia



   Marcus Antonio  Pecunia abitava con la famiglia nel villaggio di Vicus Novus, a poche miglia da Patavium. Era figlio di Antonio  Aurelio Pecunia, riparatore e venditore di bighe, carri e portantine per i ricchi patrizi dei villaggi limitrofi  e di Patavium . Nel piccolo villaggio dove era nato la famiglia era conosciuta come “Bats” soprannome che sembra gli fosse stato dato, secondo quanto narravano le cronache locali, da uno schiavo della Bretagna ,ad un avo di Marcus Antonio Pecunia, ma i motivi di quel soprannome erano dimenticati.

  Marcus Antonio non era stato baciato dalla fortuna, nella sua vita, il discepolo di Euscalpio, fin dalla sua tenera età era intervenuto con coltelli accuminati, estirpando quel male che lo aveva colpito fin da un mese dopo il primo vagito.

 Marcus Antonio era ormai cresciuto, da anni si era trasferito con la moglie Euridice, in Tracia, patria di lei, che aveva dato i natali anche a Spartacus, valoroso schiavo ribellatosi  ai romani.

  La vita di Marcus Antonio non fui facile, sin dall’infanzia, da quando era stato un bambino con i suoi problemi, con le sue passioni, poco amante dello studio, sebbene questo fosse quasi un vizio di famiglia, ma lui, per via della mattina, risvegliatosi durante la pubertà, non avendo potuto proseguirli, cercò colmare le lacune con letture, astronomia, filosofia, storia, scienze, libri greci, traci, e soprattutto latini,cercando d’imparare quello che non aveva potuto appendere da maestri e precettori, non avendoli mai avuti, perché gli anni successivi alla scuola dell’obbligo, i il gymnasium, i risultati a causa della malattia che si era risvegliata furono disastrosi, e quando nel  389 d.C. la situazione finalmente si stabilizzò, le paure che i passato potesse tornare ad ogni Idi di maggio non lo abbandonarono per i dieci anni successivi.

  Il padre di Marcus, Antonio era un uomo che si era fatto da se, figlio di poveri servi, aveva coltivato la passione per le bighe, per i carri, e portantine, diventando, dapprima come garzone d’un mastro, poi uno dei più ricchi borghesi del villaggio. Era un uomo pio e fedele alle divinità. Lui e la moglie non perdevano un rito, attenti con gli occhi e con le orecchie a cosa potessero bisbigliare di soppiatto qualcuno alle loro spalle. Avevano un’immagine pubblica e un prestigio sociale da salvaguardare, sebbene da anni le maldicenze nei suoi confronti non fossero mai scemate, circa i metodi poco rispettosi delle leggi di Cesare che erano state disattese, violante, violentate, anche con l’aiuto di barbari prezzolati, per eliminare la concorrenza scomoda,  perché come è naturale che sia, in ogni parte dell’impero romano, ci si sorride di fronte e ci si sparla alle spalle. E in un villaggio, come in una città, erano comportamenti normali e naturali, come il canto del gallo il mattino, o il ragliar del somaro quando reclamava la paglia, dopo una giornata di lavoro, quasi a stomaco vuoto.

Marcus Antonio, aveva per anni lavorato per cinque anni nella bottega del padre, come contabile tutto fare, garzone e ragazzo di fatica, dovendo preparare i preventivi per le riparazioni delle bighe dei legionari, che stazionavano a Patavium , di cui per anni il padre era stato uno dei fornitori ufficiali. A Marcus Antonio tutto sommato il lavoro piaceva, ma era sempre distratto, con poca attenzione, e non sempre i conti gli risultavano esatti, e spesso interveniva il contabile capo a correggere le sue manchevolezze. Erano frequenti anche i dissapori tra lui, il padre e il fratello maggiore, Tizio Antonio. Tizio era una persona burbera, scontrosa, poco amante del dialogo, tanto che il padre stesso lo definiva lento di comprendonio, un buon asino da soma, ma null’altro. Ma Tizio, a differenza di Marcus, aveva una salute salda come una roccia, un cuore duro come una pietra, una pressione sanguigna che non gli dava problemi, forse perché sfogava tutta la sanguignità del suo carattere contro il fratello, Marcus Antonio.

  La famiglia Pecunia era composta oltre che dal padre Antonio, dalla madre Lucilla, Tizio il primo figlio, Marcus, Caio e Sempronio. Tra tutti i fratelli, Sempronio era quello più pericoloso, era untuoso, viscido come il cuoio appena trattato, o come la pelle di vacca ammorbidita, scivoloso, sorridente davanti, ma fetido come il retro di un maiale. Fin dalla fanciullezza si era votato a una nuova divinità pagana, un dio che secondo lui era giusto, compassionevole e perfetto, un dio attaccato al denaro, un dio che faceva sfoggio della compassione per i poveri, ma che non permetteva pietà per i fratelli, perché in quel caso, l’interesse economico prevaleva sulla ragione e sulla religione. Ma gli schiavi e i liberati, quando si incontravano tra di loro dicevano che Sempronio fosse dedito al culto greco dell’amore maschile, atteggiandosi in privato dal comportamento passivo, in netto contrasto con quanto proclamava nuova divinità da lui praticata.

 Sempronio, a conti fatti, nel corso degli anni, era sempre stato il cocco economico di famiglia, e quando Marcus aveva steso in una pergamena i risparmi e gli aiuti che il fratello minore a maggiore avevano ricevuto dal padre, era letteralmente sbiancato, tanto che il padre, per paura d’ammettere le sue responsabilità morali e materiali, circa le omissioni commesse nel corso degli anni, a suo dire si era guardato bene da prenderne visione, ma Marcus Antonio Pecunia, sapendo quanto mendace fosse il “pater familias” era certo che costui ne avesse preso atto, ma non avrebbe mai ammesso le sue infamie nemmeno se gli fossero stati bolliti  i nipoti nella pece, se fossero  state cavate i bulbi oculari alle nuore. “Mors tua vita mea” era il suo motto, apparentemente segreto, ma conosciuto assai bene nei sottoboschi dei discorsi fatti alle sue spalle dagli abitanti del villaggio.

Marcus aveva un solo fratello a cui si sentiva legato, Caio. Caio era più giovane di lui di pochi anni, ma i due, nonostante le differenze caratteriali, riuscivano a confrontasi abbastanza, seppur spesso cadendo in accesissimi scontri. Marcus stesso aveva pagato gli studi a Caio perché i genitori non volevano farlo, continuare a studiare, o studiare troppo, era una perdita di tempo, lavoro rubato alla terra, o alla riparazione di carretti, bighe e portantine, e Caio, che è sempre stata una persona retta e onesta, aveva restituito al fratello la somma prestata, più gli interessi, perché in famiglia non c’era nulla che non si facesse per interesse, economico soprattutto. L’unico che non doveva mai trarre dalla “famiglia” alcun interesse economico era Marcus Antonio, perché a dire del padre, aveva mangiato sulle spalle di tutti, senza mai dare nulla in cambio. Insomma, per il padre, se costui era veramente suo padre, il figlio era sempre stato un costo, un peso morto, un asino da bastonare quando e se ragliava troppo, un somaro che non poteva e doveva in alcun modo provare a obbiettare, perché a dire dei suoi genitori, “avevano fatto tutto per lui…”

Ma anche Caio, alla fine, come si comportano i vili, alla fine aveva voltato le spalle a Marcus Antonio, si era svenduto al padre e ai due fratelli per il prezzo di un carro prodotto dai barbari germanici, robusta, ma fatta con finiture grezze e legni di media. L’infingardo, infatti aveva fin dall’inizio fatto il finto pacere, il falso ambasciatore, prezzolato dal padre Antonio Aurelio Pecunia e dai Tizio e Sempronio, per salvare la faccia e le ricchezze di dubbia provenienza, accumulate nel corso dei decenni..

Autore anonimo

Marco Bazzato
04.01.2012

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