“Impresa familiare”
Il Villaggio
In quel tempo gli abitanti del villaggio di Vicus Novus non superavano le trecento o quattrocento unità, nel cui centro ci stava il Tempio dedicato a Cibele,che aveva le pareti in legno e il tetto di fasciame, imbevuto di pece e grasso d’animale e il pavimento i terra battuta, dove gli abitanti vi si recavano per pregare la dea.
La vita del villaggio era scandita dal periodo di luce, durante la giornata, con le persone che si alzavano, a seconda della stagione, all’inizio o non oltre la quarta vigilia, con l’orecchio al canto del gallo o al ragliar dell’asino, che reclamava paglia. Il fiume Medoacus distava non più di sei stadium dal Tempio, e l’abituro e la bottega di Antonio Aurelio Pecunia si trovavano a non più di dieci pertiche dalla riva del fiume, dotato di un piccolo porticciolo dove attraccavano chiatte, trovando la bottega di Pecunia, pronta alle piccole manutenzioni, dove sovente, attraverso il fiume, venivano portati per brevi tratti intere guarnigioni, carri, bighe e le vettovaglie per gli accampamenti, diretti verso le provincie più riottose.
A Vicus Novus non esistevano strade come la grande Via Emilia, la Via Flaminia, fatte di ciottolato, ma strade, se così si potevano chiamare, nate dal continuo calpestio dell’erba e della terra, da parte degli uomini e dal passaggio di carri, bighe, cavalli e portantine, quest’ultime di qualche patrizio proveniente da Patavium, che andava a far i controlli semestrali dei conti dei propri possedimenti fuori dalla città, per far la revisione dei conti, dei sacchi di farina macinata e venduta, delle pecore, dei maiali e delle mucche. Le strade, piene di buche e che diventavano degli acquitrini, pieni di pozzanghere, a ogni piccolo scroscio di pioggia, erano impraticabili per le portatine e per gli uomini, solo gli asini e i cavalli, riuscivano, con grossi rischi per le zampe, ad avanzare, nel terreno scivoloso e dal pantano che faceva affondare gli arti fino a mezzo polpaccio. A un lato e all’altro dei sentieri, ci stava la foresta, specialmente in direzione Patavium, boschi ricchi di vegetazione lussureggiante,dove ci si muoveva a fatica tra rovi, erbe velenose e alberi maestosi,con la luce del sole che a fatica riusciva a giungere a terra, attraversando la boscaglia. Nella foresta abbondava ogni genere di animali, dai lupi ai cani selvatici, cinghiali, maiali, lepri di difficile cacciagione. Appena fuori il villaggio, lungo le rive del Medoacus, si estendevano i campi coltivati e pascoli, dove la plebe e gli schiavi vi erano dediti. Antonio Aurelio Pecunia aveva un vitigno che faceva coltivare da Marcus Antonio. Costui doveva occuparsi della potatura, togliere le erbacce, degli innesti, della vendemmia e della pigiatura del vino, per questo il giovane era costretto ad alzarsi prima del sorgere del sole per recarsi alla vigna per sbrigare i compiti che gli erano stati imposti la sera precedente, mentre il padre disteso su un vecchio triclino instabile, rubato a un patrizio che gli aveva lasciato il carro in riparazione nella sua bottega, se ne stava ore e ore a mangiare e bere, scandendo ordini a destra e a manca, col volto paonazzo e le mani tremanti.
La giornata di Marcus Antonio Pecunia era scandita, come per tutti, dal sole e dal ciclo delle stagioni. Al ragazzo, nonostante tutto, piaceva la vita all’aria aperta, a contatto con la natura. Quando si alzava dal pagliericcio e usciva sull’aia a orinare, elevava gli occhi al cielo, vedendo davanti a se la volta celeste, ringraziava gli dei d’avergli permesso di vedere l’oscurità far breccia sulla luce e in seguito quest’ultima scacciare, per l’ennesima volta, la notte, come se sopra di lui si combattesse una battaglia campale eterna, senza vinti e nè vincitori.
A ogni risveglio sentiva gli odori e i rumori che amava. Il raglio degli gli asini, il belare delle pecore, il nitrire dei cavalli del drappello di Legionari accampati perennemente fuori dal villaggio, che scalpitavano con gli zoccoli, il loro rumore, che frustava l’aria secca, frizzante come un flagrum, che si abbatte sul dorso di un ladro, pronto per la crocifissione. L’aria era sempre pregna del profumo del letame portato dal vento, con la rugiada che, tramite i fili d’erba, gli massaggiava le caviglie come un abbraccio materno, che gli faceva pensare che oltre ai pesi e alle fatiche del quotidiano, ci fosse un qualcos’altro per cui meritasse la pena di vivere e sopravvivere.
Ogni giorno pregava gli dei in modo che arrestassero quell’orda barbarica della setta cristiana che stava distruggendo il tessuto sociale del villaggio, e che aveva infettato, tra gli altri, la ragione di Sempronio, il fratello minore, che sembrava uno dei tanti invasati, affascinati da un capellone giudeo, vissuto quattro secoli prima nella provincia romana della Galilea, messo a morte da Pilato come nemico di Roma. Questo Yĕhošūa non era che un volgare impostore che stava usurpando il posto a Mitra. Il giovane pregava ogni giorno Minerva,anche se aveva perso la speranza che il nuovo dio venisse spazzato via, come una folata di vento che scompiglia i capelli a primavera.
Marcus Antonio Pecunia amava il suo villaggio, amava i suoni, le voci, le grida incessanti che uscivano dalle due Taberne, con gli anziani che discutevano animatamente di politica, seduti ai tavoli, con le anfore di vino rosso e il nettare di bacco che scorreva a fiumi già alle prime ore del sorgere del sole, e i ricchi clienti che si scontravano tra di loro per contendersi le stoffe pregiate o i migliori calzari provenienti da Roma, dalla Gallia o dalle provincie più lontane.
Il rito mattutino era sempre il solito: una scodella di latte di vacca. Abitualmente gli toccava quello avanzato e freddo, del giorno precedente, cagliato e mezzo ingiallito, ma faceva buon viso a cattivo gioco, esistevano cose peggiori nella vita. Dopo la colazione, si vestiva e usciva, coprendosi secondo l’abbisogna della stagione. Ai piedi portava i calzari dismessi dal fratello maggiore, costretto ad acquistargli, a prezzi da strozzo, sebbene fossero laceri e mezzi ramenghi. Il padre e la madre reputavano uno spreco inutile gettare via trienti per il secondo e il terzo figlio. Costoro dovevano arrangiarsi, avendo idee troppo bislacche e reazionarie rispetto ai genitori, che non vedevano di buon occhio il loro amore per le cose troppo distanti della visione media degli abitanti del villaggio di cui marito e moglie, a detta di molti detrattori, erano gli esempi più fulgidi e altisonanti, omaggiati all’uscita dal Tempio, ma vituperati e maledetti, appena voltavano le spalle. Alcuni dicevano per invidia, visti i metodi non propriamente legali con cui Antonio Aurelio Pecunia si era arricchito nel corso degli anni, altri proprio perché stupiti dalla grettezza servile e untuosa di cui erano capaci, e dove nei bagni pubblici di Patavium, giravano voci incontrollate e incontrollabili che a volte giungevano all’orecchio di Antonio Aurelio Pecunia, che non esitava a inviare amici di amici sovente ex legionari, che conservavano all’abbisogna i loro gladi affilati, a far pulizia, tant’è che si diceva che le rive del Medoacus fossero fertili per via dei cadaveri dei nemici di Antonio Aurelio Pecunia, che concimavano il terreno alla profondità di mezza uncia.
Marcus Antonio Pecunia sapeva di tutto questo, ma credeva che nonostante il detto Vox populi, vox Dei, fossero delle solenni esagerazioni, però in un angolino remoto della mente le immagazzinava tutte, forse se fossero state vere, prima o poi avrebbe trovato dei riscontri.
Le ore di lavoro nella bottega del padre erano stancanti, vuoi perché a Marcus Antonio quel lavoro non piaceva, ma soprattutto per l’ambiente brutale creato dal padre, e da Tizio Antonio, era spesso invivibile. Spesso volavano martelli, asce, e le grida rivolte ai servi, ai garzoni erano una realtà quotidiana, dove ogni minimo errore, a giudizio insindacabile dei due aguzzini non veniva tollerato. Marcus Antonio si occupava della contabilità, aveva appreso l’arte dei numeri da una schiava liberata che era rimasta alle dipendenze di Antonio Aurelio Pecunia. Si diceva che fosse stata l’amante di lui e che dall’uomo fosse stata ingravidata appena gli era giunto il menarca, e che fosse stata inviata a sgravi darsi a Patavium e che poi il figlio fosse stato dato all’uomo che l’aveva annegato in una tinozza d’acqua e seppellito, con il cordone ombelicale attorcigliato al collo, nel piccolo orto che la moglie di Antonio Aurelio Pecunia, coltivava di tanto in tanto.
A Marcus Antonio il lavoro non piaceva per un altro motivo: era ben conscio che il genitore barava sui conti, che i materiali usati, legni, tessuti e grassi, fossero di qualità scadenti, ma i prezzi erano elevati perché la bottega di Antonio Aurelio Pecunia era l’unica ben attrezzata nel raggio di cinque legue , tant’è che spesso i clienti si lamentavano dei lavori e dei costi sostenuti, ma Antonio Aurelio Pecunia sapeva come renderli, non solo verbalmente, a miti consigli, senza contare che Marcus Antonio aveva un difetto: odiava le cifre e preferiva i libri che raccontavano di mondi e culture lontane, e questo essere perennemente con la testa tra le nuvole, a dire del padre e di Tizio, apparentemente svogliato e scansafatiche, altro non era perché la sua mente viaggiava per mete che andavano molto oltre i limitati confini del villaggio o di Patavium, ma lo portavano ad interessassi alle culture barbare, entro ed oltre i confini romani.
Autore anonimo
Marco Bazzato
09.01.2012





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