venerdì 13 gennaio 2012

Cronache da Vicus Novus - VI


Impresa familiare

Il  sonno della ragione di  Sempronio

Lo zenitera passato, Fulgido Cesare, detto si sistemò la tunica. Caio Antonio Pecunia si stava riprendendo. Aprì gli occhi lentamente, cercando di mettere a fuoco la vista annebbiata, sollevandosi piano da terra, togliendosi la povere dalla tunica lercia e lacera.
«Mi fa male l’anus.» furono le prime parole che pronunziò. «Mi dolgono le hemorrhoids, come se avessi avessi rilascito gli aenean.» Terminò toccandosi il retro.
«Non abbiamo finito il nostro lavoro, c’è ancora una cosa da fare, perché tu sia un vero discepolo eletto del mio dio.»
«Cosa?.»
«Prendi il coltello e datti da fare.»
«Fare cosa?»
«Devi strappargli il cuore, e  dobbiamo cibarcene…»
«No, non farò una cosa del genere..mai!»
«Non essere sciocco, non vorrai fare le cose a metà?»
«Non voglio più fare altro per te, basta! E poi…ho ucciso un innocente..»

Caio si mise a fissare il volto del bambino che stava perdendo colore. Ricordava che aveva chiuso gli occhi prima di sferrare il fendente mortale.
«Li ho aperti io, in modo che il suo sguardo e quello de mio dio potessero incontrarsi. Lui proviene dal mondo dei morti, prima della creazione del mondo, e ha potuto vedere la luce spenta del piccolo che tornava a casa.»
Caio deglutì. E il bruciore all’anus continuava a farlo soffrire come una vacca che sta partorendo il primo vitello, con i muscoli atrofizzati dal dolore. Si sentiva chiuso entro una staccionata marcia, come un toro pronto a essere trasformato castrato. “Non avrei mai dovuto mettermi in un impiccio simile.” Pensò.
«Non sono ancora pronto per tutto questo!»
«Vuoi andartene come una donnicciola a metà del lavoro?»
«…Io…io…voglio solo capire.» biascicò in modo quasi impercettibile.
«Non c’è nulla da capire, tu fai parte di un disegno che nemmeno puoi comprendere, ma io sì, perché il mio dio vive entro il tempo e vede il passato, il presente e il futuro. Lui è l’eterno presente!»
«Non riesco a seguirti.»
«La maggioranza non capirà mai, pochi riusciranno a sfiorare la comprensione, ma uno solo – io – capisce il tutto.»

Caio continuava a rivedere le immagini di quando piantava il coltello negli occhi del bambino. Quegli occhi socchiusi, l’odore nauseante della paura della morte imminente, i rivoli di sudore. E lui, che con il movimento ad arco lo colpiva, togliendoli la vita. Eppure c’era un qualcosa dentro che gridava, era come l’eco distante di un altro pensiero, che emetteva grida e lamenti. Sentiva quella voce che gli pulsava tra le tempie, mentre il sole continuava il suo lento movimento verso il tramonto. Alzò gli occhi al cielo, il sole era ancora lì,,apparentemente immobile, e continuava ad osservarlo. Sentiva i raggi che gli accarezzavano i capelli, il canto degli uccelli e il vento che scompigliava i rami degli alberi, facendo frusciare le foglie. Oltre a quella radura, dopo quella boscaglia fitta, ci stava il suo villaggio, la sua casa, il suo futuro, la sua ricchezza, quel calore freddo del focolare materno, che non glia aveva mai dato un abbraccio, non gli aveva mai dato una carezza, un sorriso. Oltre a quella radura, oltre la fitta boscaglia, i campi coltivati, il fiume, il suo incidere lento verso la foce, il villaggio, il lavoro nella bottega del padre, i suoi beni terreni, i suoi risparmi, tutto quello a cui aveva sempre mirato e che non voleva lasciarsi scappare. Doveva essere scaltro, e non farsi rovinare l’esistenza da quel piccolo evento che aveva appena commesso. Se quella vita strappata alla vita, strappata ai suoi affetti, alla famiglia, ai suoi giochi e al suo futuro doveva essere il misero pegno da pagare, verso la ricchezza, ben venga il dolore, il rimorso, la violenza e l’anus e, le hemorrhoids che bruciavano. Non poteva essere il piccolo Fabrizio, figlio di un servo, che gli rovinava l’esistenza. A chi poteva importare la vita del figlio di un servo? Al suo padrone? Lo conosceva il padrone, era una brava persona, ma che, come il padre, lesinava il cibo agli schiavi; alla fine aveva fatto solo un favore anche alla famiglia, una bocca in meno da sfamare. Caio si rese conto che in quel momento gli passavano per la testa le stesse parole che aveva sempre udito dal padre, i suoi lamenti, i borbotti, le sue urla, quando i figli si prendevano una porzione troppo grande di farina, se mangiavano un frutto in più, se nascondevano sotto la tunica qualche pezzo di carne secca da mangiare durante la notte.

No, non poteva permettere d’essere il figlio –servo del padre e della madre, ma doveva entrare sotto la loro pelle, e piano piano, mostrarsi servile e accondiscendente, per portargli via tutto, facendo in modo che fosse il padre a dargli tutto. Ma doveva essere scaltro. Doveva avere un ariete, e migliore era il fratello. Anche se Caio era molto più giovane di Sempronio,  come il padre, l’aveva sempre visto come un animale, un mulo che quando si imbizzarriva diventava pericoloso e vendicativo, ma poteva essere manipolato con un minimo di astuzia, nel modo migliore, in modo che servisse ai suoi scopi, dandogli la fallace illusione che le idee fossero le sue. D’altronde aveva sempre avuto bisogno d’essere imbeccato, vista la mediocre capacità di ragionamento e il carattere che lo portava a essere iracondo, anche senza motivo. Sempronio non era diverso dagli animali perennemente in calore, ai cani, ai montoni, ai tori, a cui bastava annusare l’aria per sentire l’odore di femmina per farlo correre imbizzarrito.

Caio fissò nuovamente il cadavere. Il corpo aveva rilasciato una pozza d’urina sull’altare di pietra. La pozza giallognola si era trasformata in un rivolo che scendeva,sulla roccia per via della pendenza.

«Va bene, farò quello che vuoi.»
Giovani si sfregò le mani. Le unghie nere sembravano due pozzi oscuri, riusciva a vedere i pezzetti di terra attaccatasi sotto. Il ragazzo prese il coltello, si avvicinò al corpo e lo puntò al cuore. Con la punta fece una leggera pressione. La pelle si lacerò e la lama entrò nella carne. Uscì un piccolo zampillo di sangue. Fece forza con tutto il peso del corpo, affondandola ancora di più. Ci fu un attimo in cui la lama, in prossimità delle costole, sembrò arrestarsi, poi, riprese la sua corsa verso il basso.

«Fermati. Mi basta.» gli intimò l’uomo.
Un rivolo di sudore gli era caduto dalla fronte, direttamente nell’occhio destro. Per un attimo la vista si oscurò, avendoli chiusi entrambi. Si sentì come il bambino prima della morte: impaurito per l’oscurità eterna che stava calando, per sempre
.
Giovanni sorrise. Era un sorriso vecchio, sordido, viscido. Sembrava il sorriso di un uomo che aveva vissuto cento vite, e che aveva fatto infliggere mille e mille morti, perdonato poi dal suo dio per gli atti che aveva fatto infliggere agli innocenti.

Il coltello era rimasto impiantato a mezza lama nel cuore. Per la seconda volta lo sguardo di Sempronio incontrò quello del morto.

Dallo stomaco partì un coniato di vomito che si arrestò in bocca, lasciandoli un sapore acre, e in quell’istante ebbe la sensazione che gli sarebbe rimasto impresso per sempre.

«Ora andiamo, è tempo di tornare. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare.»
«E cos a ne sarà del corpo?»
«Non devi crucciarti, la foresta, il sole e gli animali selvatici si prenderanno cura di lui. D’altronde il figlio del mio dio diceva che bisogna dar da mangiare agli affamati. Tutto ritornerà nel grande carro  di stercus eterno della natura, pensato, voluto e creato dal mio dio.
Sempronio cercò di lasciare la mano dall’impugnatura, ma questa sembrava non volergli  rispondere. L’anus  continuava a dolergli. Avrebbe dato non sapeva nemmeno cosa per bloccare quel dolore che gli arrivava in testa come la freccia scagliata da un legionario contro il corpo di gallo.

«Lascia l’impugnatura!» gli ordinò Giovanni. Come per magia la mano si staccò.

Sempronio aveva compreso d’essere in balia dei desideri e dei sogni più truci dell’uomo, che aveva nei suoi confronti degli scopi, ma anche il giovane aveva i propri. Sapeva che sarebbero stati utili l’uno all’altro.

«Ora vattene a casa. Quando avrò bisogno dei tuoi servigi ti chiamerò o ti farò giungere un messaggio.»
«Quando ci rivedremo?»
«Il mio dio me lo dirà. Lui invia i suoi messaggeri ai suoi pastori, affinchè possano ammansire, secondo bisogna, per allevare al meglio le pecore, offrendogli in sacrificio gli agnelli più candidi e puri.»

Caio annuì. Il peso che lo opprimeva stava iniziando a sciogliersi, come la neve che si trasforma in acqua al termine dell’inverno, lasciando emergere quanto nei lunghi mesi era rimasto celato. Aveva la sensazione che la mente si stesse svuotando, come se le emozioni fossero passate al setaccio, e i depositi dei suoi atti che precipitavano dal pensiero conscio a quello inconscio, sedimentandosi come il grasso di maiale che si deposita nelle venae e che prima o poi esplodono, innondando di  sanguis i tessuti circostanti, causando la mortem
.
Si avviò lentamente verso il villaggio, passo dopo passo riacquistò l’orientamento. Giovanni, come aveva immaginato durante l’andata, l’aveva fatto girare intorno, senza allontanarsi di molto dalla via di casa. Il bosco divenne sempre meno rado. Iniziò a vedere i campi coltivati e i recinti dove gli allevatori tenevano le loro bestie. I piedi, prima pesanti come pietre, man mano che si avvicinava verso la meta si facevano più leggeri e l’incidere diventava più sicuro.

Giunse alle porte del villaggio e dopo le vicissitudini da poco accadute, la vista dell’ambiente dove era cresciuto gli sembrò caldo come il fiato di un bove nella stalla, con il l’aroma del letame che scaldava l’ambiente, che proteggeva il corpo durante i grigiori dell’inverno, quando allontanandosi da casa, si rifugiava, magari per giocare con il suo “toro!”.

Giunse a pressi di casa quando il sole iniziava il suo declivio nell’orizzonte, non prima d’essersi fermato nella bottega di fabbricatore di calzari dove lavorava una giovane di cui si stava invaghendo.

Aveva lo stomaco che borbottava, ma era ancora presto per la cena, non era ancora passata la terza ora, e sapeva che dove attendere. Il villaggio era quasi deserto, a parte qualche schiavo o liberto che si affaccendava per svolgere le mansioni affidategli dai loro padroni. Tutti erano nei campi e nelle stalle, gli artigiani nelle botteghe. Il padre come sempre stava controllando se servi e garzoni battevano la fiacca, con il bastone in mano, pronto a scagliarlo sulle schiene degli scansafatiche o dei battifiacca. Caio annusò l’aria, il dolore all’anus non accennava a scemare, ma nonostante tutto si sentiva bene, come se quella giovane vita che aveva tolto dal mondo e che ora osservava l’infinito con gli occhi sbarrati e vuoti, gli stesse vivendo in un angolo nascosto della mente e che continuasse a vedere attraverso i suoi occhi. Si diresse verso una delle tante latrine. Aveva bisogno di rilasciare ilo stercus  che si era formato nell’intestinum,  che come dei sassi che glielo trafiggevano.

Si mise le mani sullo stomcho, i crampi erano fortissimi. Si mise a correre, cercando di trattenere i crampi che lo sconquassavano. Ci arrivò esausto. Entrò. L’odore e i resti dei precedenti occupanti gli rovesciarono lo stomacho, sentiva che il vomito stava per tornagli in gola, ma i crampi erano più forti della nausea.

 Si accucciò, attento a non pestare lo stercussecco degli altri. Se fosse stato di una donna l’avrebbe accettato, ma se fosse appartenuto a qualche schiavo o vecchio avrebbe potuto morirne. Si alzò la tunica e spinse e l’intestinus si rilassò, rilasciando il contenuto. Dopo un breve tempo, sentendosi svuotato, sospirò. Si sollevò per contemplare l’operato e, soddisfatto da se stesso, sorrise. Sentiva i tarzanelli che non volevano staccarsi, ma la cosa non gli importò. Stava meglio e questo gli era più che sufficiente. Si rimise a posto la tunica e uscì.

Camminando verso casa incrociò un giovane schiavo, che lo fissò per un istante lunghissimo.

 Si sentiva cambiato, ma non capiva cosa fosse, oppure nonostante il dolore provocatogli da Giovanni, ma era cambiato, e nella parte profonda della mente – senza averne coscienza –  iniziò ad intuire verso dove si stava dirigendo: verso una strada prona, la strada della pecora, così almeno aveva udito dai vecchi quando si riferivano a certi generi maschi, ma in quel momento non sapeva se il tutto fosse stato una conquista positiva o negativa.

Il giovane servo che lo aveva puntato, quando le loro spalle quasi si sfiorarono, non abbassò lo sguardo. Sempronio si sentì sfidato. Era inammissibile che un servo compisse untale gesto, così sfrontato nei confronti di un figlio di uno dei bottegai più ricchi del villaggio. Senza dire una parola, Sempronio si girò, lo rincorse e gli gridò : «Come ti permetti, schiavo
Il giovane non disse nulla, ma non abbassò gli occhi,  Per Sempronio fu un ennesimo gesto di sfida. «Inginocchiati, figlio di una cagna!»

Il giovane, apparentemente sopraffatto dallo stupore abbassò gli occhi, inginocchiandosi.
Sempronio nonostante la remissività dimostratagli, oltre il tempo utile, non si sentì appagato. Il giovane se ne stava a capo chino, con le ginocchia sulla terra ricoperta di sassi, ansimando per la paura. Sempronio, sentendo quell’odore nell’aria, simile a quello che il bambino emise prima di moire, si sentì inebriato. Quel nuovo dio era potentissimo, sentiva la potenza del suo sguardo posato sul suo capo.
Senza dire una parola, Sempronio partì con una ginocchiata al volto. Il ragazzo cadde a terra, gemendo..
«Zitto, animale, taci!»

Il giovane si mise la mano sul labbro, cercando d’arrestare il sangue che usciva copioso.

«spero che la lezione ti sia servita!»
«Sì, padrone…» biascicò, sputando saliva e sangue.
«Fallo un'altra volta e non vedrai più il sole. Hai inteso?»
Il giovane annuì.

Sempronio soddisfatto riprese la sua strada, lasciandolo in posizione fetale, ma il quarto figlio di Antonio Aurelio Pecunia non vide il sorriso che fece con gli occhi fissi. Era un sorriso di piacere, celato a fatica, nonostante il gonfiore evidente.
“prima o poi sarai mio, sarai la mia donna. Io sarò il tuo montone e tu la mia pecora..”

Giovanni che aveva seguito Sempronio senza che se ne accorgesse, sorrise. Lo schiavo, per un pezzo di carne marcio, aveva fatto quanto gli aveva chiesto. Avvicinandosi gli pose l’ultima metà della promessa.

«Te la sei meritata» disse dopo essersi avvicinato, attento a non essere scorto. «Avrò ancora bisogno di te…».
«Sì, domine, per servirti…
“Pur d’averti, lo farei gratis” – pensò, mentre addentava la carne, dolorante.


Autore anonimo


Marco Bazzato
13.01.2012

0 commenti:

Posta un commento

Visto il barbarismo espressivo di qualche utente anonimo, i commenti saranno moderati ad insindacabile giudizio.
Questo è uno spazio aperto a tutti, senza distinzioni di sorta, a patto che lo si usi come una cioè con buona educazione, in quanto tutte le opinini sono lecite
Eventuali lamentele postume sono inutili.
Il titolare del blog declina qualsiasi responsabilità civile, penale, morale e sociale per il contenuto dei commenti scritti dai lettori, i quali con l’invio del post, dichiarano implicitamente d’aver letto capito e compreso quanto sopra scritto.