“Impresa famigliare”
Gli amori di Tizio Antonio Pecunia
Tizio Antonio Pecunia nella vita non era mai stato fortunato con le donne. Il suo primo amore adolescenziale, Bellatrix Fulvia Clamidia, l’aveva reso lo zimbello del villaggio e degli amici. Il,poverino correva dietro a questa ninfetta, innamorato perso, ma lei, sovente guardandolo come un cane affetto da scabbia, lo ricambiava in malo modo, trattandolo come un pupazzo di pezza senza anima e senza identità. Costei, giovane figlia di uno dei mercanti più ricchi del villaggio si era innamorata e ricambiata del migliore amico di Tizio, che la rese prima madre dei suoi figli e poi sposa, ingenerando un grande scandalo nel villaggio, perché Muzio Crazio Servillio era figlio di un modesto bovaro, che mirava a elevare il suo status sociale e che aveva spinto il figlio, nonostante la contrarietà dei genitori di lei, ad ingravidarla, confidando di poter accrescere il suo prestigio sociale.
Dopo Bellatrix Fulvia Clamidia ci fu Sibilla Gracco Flugenzio, popputa giovane dai seni prosperosi di Vincentia, la quale prima gli fu quasi promessa sposa, infatti, con sommo onore la famiglia di costei fu accolta, dopo una giornata dedicata alle pulizie più approfondite, fatte da Marcus Antonio e dal padre, perché nel cortile di terra battuta non doveva aleggiare neppure il più piccolo granello di polvere, come se nella casa di Antonio Aurelio Pecunia, dovesse giungere Flavio Augusto Onorio, Imperatore dell’Impero Romano d’occidente, diviso nel 395 dal padre, Flavio Teodosio.
L’accoglienza fu fatta con tutti gli onori che la “regale maestà” di Sibilla Gracco Flugenzio, fu imposta da Tizio, il quale a banchetto terminato e a ospiti partiti, nemmeno si degnò di ringraziare Marcus Antonio, perché come diceva il diceva il padre, “Aveva fatto il suo dovere” e a chi compie il suo dovere, nessun grazie e mai dovuto.
Ma l’illusione di Tizio d’essersi finalmente accasato non durò a lungo. Sibilla Gracco Flugenzio ben presto si stancò, nonostante le regalità profuse da Tizio e la sua famiglia. La giovane lentamente iniziò a staccarsi dal promesso sposo, perché a quel tempo quando i genitori della sposa facevano il loro ingresso nella casa dell’uomo della figlia, il matrimonio era quasi cosa fatta. Ma la giovane nel cuore aveva un altro
. Un mattino fu lo stesso Marcus Antonio che – stanco del tedio e dei piagnistei del fratello – gli consigliò di prendersi il vecchio ma robusto ronzino dal manto rosso, lento ma resistente nelle lunghe distanze e andare dalla sua bella, per cercare di comprendere la situazione. Tizio, dopo una resistenza iniziale, e con il cuore bruciante di dolore accettò. Si mise in marcia e dopo aver cavalcato per quasi trenta miglia giunse a Vincentia sul fare della sera alla casa dei futuri consuoceri, che gli dissero dove trovare la loro amata figlia. Tizio, con l’animo colmo di speranza, confidando che poteva riconquistare i favori dell’amata si diresse nel luogo indicato. Ma lì, una spiacevole sorpresa lo attendeva. Sibilla Gracco Flugenzio era tra le braccia di un altro e Tizio rimase come “la moglie di Lot”: una statua di sale e dopo una furiosa lite riprese la via di casa.
Le voci del tempo narrano che Sibilla Gracco Flugenzio, quando i genitori appresero la notizia erano quasi decisi a lavare l’onta che questa aveva scagliato sulla famiglia, passandola a filo di spada, ma non sono mai giunte conferme o smentite circa questa genitoriale forma di giustizia e il dubbio non è mai stato, almeno nel villaggio di Tizio, dissipato fino in fondo, anche se forse questo evento per i giovani dell’epoca, oggi giunti alla mezza età, è sepolto nella coscienza e dei ricordi rimossi, ma pronti a riemergere in ogni istante.
Bellatrix Fulvia Clamidia, Sibilla Gracco Flugenzio e poi fu la volta di Anastasia Luciano Claudio, scelta anch’essa per dimenticare le due precedenti. Questa via vai in un villaggio vicino, famoso a Roma per essere tra i maggiori fornitori di piante e alberi ornamentali per i palazzi imperiali di Cesare, dei ricchi patrizi e mercanti. Ma anche con lei la storia, nonostante l’impegno profuso, naufragò nel volgere di due anni. Lei, Anastasia Luciano Claudio, lo lasciò per un altro e per Tizio, nuovamente abbattuto e disilluso dall’amore, che anche se credeva di poter trovare, mai sapeva tenere e trattenere a se, ricominciò il vagabondaggio tra un talamo e un altro, alla ricerca di una promessa che potesse sembrargli eterna.
Bellatrix Fulvia Clamidia, Sibilla Gracco Flugenzio, Anastasia Luciano Claudio, finchè giunse la volta di Agrippina Menenio Scevola, donna – che come le precedenti non mora, ma rossa di pelo, non bella ma carina, simpatica il che rendeva poco comprensibile come costei potesse accostarsi ad siffatto personaggio del genere, che certo non era un Adone, anzi. Tizio era goffo, leggermente sovrappeso, con gli occhi marroni e capelli grossi e neri – tagliati secondo il gusto di Cesare – spalle robuste e mani abituate a lavorare, a volte unto nelle unghie, con le gambe tozze e il tronco del corpo non ampio, ma tarchiato, abbastanza flaccido e impacciato nei movimenti. Eppure Agrippina Menenio Scevola rimase con lui per quasi due anni, proprio mentre Tizio prestava servizio nelle Legioni di Cesare, come centurione, nel villaggio di Aurilia. Era l’anno 390 e Tizio aveva 22 anni. E fu proprio durante il servizio come legionario che avvenne, nella bottega all’aperto di Marcus Antonio, l’evento che forse diceva tutto sul carattere iracondo di Tizio. Una sera, quando le torce erano state spente, visto che era giunto l’orario di chiusura, Sempronio e Tizio arrivarono litigando, Sempronio disse al fratello excrementum diesis centurio. Tizio all’udire quella frase disonorevole per l’armatura portata con fierezza, estrasse “il gladio” e lo puntò alla gola di Sempronio, il quale rimase ammutolito. Negli occhi di Tizio erano balenati per alcuni istanti i fulmini e le saette di Giove, dove per un attimo Marcus Antonio vide il vulcano che covava nella mente del fratello maggior,e pronto ad eruttare, come un orgasmo consumato in fretta con una prostituta sifilitica, ritirarsi improvvisamente, quasi come la testa di una tartaruga impaurita che rientra nel suo guscio, spaventata dal mondo esterno e dalle possibile conseguenze per i suoi atti. I due fratelli, Tizio e Sempronio, poi come risvegliatisi da un incubo malefico, rientrarono in se stessi, facendo il possibile per rimuovere dalle loro menti quell’evento che avrebbe potuto comportare il versamento di sangue fraterno.
Ma alla fine anche con Agrippina Menenio Scevola l’amore, se mai era esistito, giunse al termine, Probabilmente fu la rossa di pelo a decidere di farla finita, aprendo gli occhi e ridestandosi dal sonno dove la malia di Tizio l’aveva momentaneamente imprigionata.
E la lista si allungò ancora:Bellatrix Fulvia Clamidia, Sibilla Gracco Flugenzio, Anastasia Luciano Claudio, Agrippina Menenio Scevola, passando per altre storielle fatte di baci furtivi e copule consumate in qualche pagliaio o in qualche porcile, dove gli spettatori erano maiali che grugnendo osservavano stupiti e i protagonisti del carnale banchetto, consumato anche da “passeggio” c’erano alcune donne di dubbia fama. Ma come diceva un detto tracio, “Il primo amore non prende mai ruggine” e per Tizio, Bellatrix Fulvia Clamidia era l’unica che vedeva nei suoi pensieri ,anche quando si intratteneva con Priscilla Famelica Petunia, cetta vezzosamente Candida , che divenne sua moglie, sposata nell’anno 400 d.C, dove Marcus Antonio ebbe la malaugurata idea di fare da testimone a Tizio, pagandogli gli anelli nuziali, e guidando la biga dello sposalizio, mentre alle sue spalle le lingue della neosposa era attorcigliata alla lingua dello sposo – Tizio – come i serpenti erano avvinghiati al “bastone” del Caduceo.
La storia tra i due, culmina tata col matrimonio, nacque fuori dal tempio di un villaggio sito a pochi chilometri da Vicus Novus, un villaggio che non era riuscito a diventare città, ma aveva superato il numero massimo di villici per essere considerato villaggio. Tizio aveva conosciuto la giovane ninfetta, costei aveva nove anni meno di lui, era affamata di matrimonio, voleva accasarsi, cercando un buon partito, e forse decise che Tizio potesse fare al caso suo.
Tizio invece cercava, avendo nel cuore ancora Bellatrix Fulvia Clamidia – l’amore mai arrugginito – una donna che facesse al caso suo: pura, con il naturale sigillo intatto, amorevole, possibilmente popputa, ma soprattutto mora di capelli e con la pelle candida come il latte di capra appena munto da fattore per la colazione dei figli del patrizio.
Ma dove trovare dopo tanto peregrinare una donna del genere – se mai fosse esistita ancora una donna, in quei tempi lascivi e di decadenza dell’impero, con il sigillo intatto? Fuori dalla porta di un tempio. Tizio aveva conosciuto tutti i tempi e le piazze dei villaggi del circondario, entro un raggio di tre miglia, senza dimenticare la capatina, finita a male a Vicentia e quindi, per non affaticare troppo il cavallo, decise per Dolus. Iniziò l’appostamento, ogni domenica, lì ad ascoltare il gran sacerdote che sproloquiava degli dei, quando tutti sapevano che ormai era giunto un nuovo Mitra, un altro che si diceva fosse resuscitato da un sepolcro in Giudea, dopo esser stato messo a morte, tramite crocifissione, di cui in molti sembravano invasati da questo nuovo dio che andava a sostituire, in un colpo solo, tutte le divinità precedenti per quanto riguardava anche i risparmi riferiti agli altari famigliari votivi e alle edicole destinate alle varie divinità.
E fu così che Tizio iniziò il corteggiamento, fatto di appostamenti fuori dal tempio, di sorrisi, di parole dolci che affumicarono – peggio di un cinghiale alla brace cucinato dentro una stanza priva di finestre – la giovane Priscilla Famelica Petunia, che forse dopo aver soppesato i pro e contro di quella frequentazione, e avendone ricevuto il benestare da parte del padre, permise a Tizio di accompagnarla in qualche camminata, e i genitori permisero all’uomo che frequentasse la loro casa. Ma le regole del padre di Priscilla Famelica Petunia. Orazio Famelico Petunia erano tassative. La prima era che la figlia non si accoppiasse o fornicasse se non dopo matrimonio. La seconda i due non dovevano vedersi dopo il tramonto, potevano essere in agguato i funesti presagi della lussuria e della carne, che Tizio, uomo navigato, secondo certezze radicate nella mente di Orazio Famelica Petunia, vista l’età vetusta, rispetto alla figlia, doveva aver assaggiato e tratto soddisfazione carnale dai piaceri di altre donne, e che forse visto come in passato era andata a finire a Orazio Priscilla Famelica Petunia, voleva dal pretendente della figlia almeno delle ipotetiche garanzie, affinchè non intaccasse anzitempo le virtù e il sigillo della giovane.
Tizio, chiaramente, cedette, per amore o per disperazione, questo non è dato a saperlo, alle pressioni del padre della sua promessa, ma si sentiva come un cavallo da monta a cui permettono solo d’annusare la giumenta, di sfiorarla ma non di prenderla, e questo lo faceva sentire come un toro in calore chiuso in un recinto, con le vacche che gli mostravano le grazie, senza però mai concederle.
Tizio e Priscilla Famelica Petunia a modo loro comunque si dimostrarono l’uno per l’altra. Erano due persone assai mercantili, poco propensi ai valori spirituali. Il padre di Priscilla Famelica Petunia, aveva acquistato per entrambe le figlie due case, dove una era già occupata dalla sorella, Cornelia , ma la seconda era destinata a Priscilla Famelica Petunia, e al suo futuro sposo, e Tizio sapeva che il padre, Antonio Aurelio Pecunia, sebbene benestante mai avrebbe acquistato una casa per lui, nonostante più volte gli avesse fatto pressioni, visto che la figlia di un plebeo aveva una casa donatagli dal padre, mentre lui, Tizio, no.
Priscilla Famelica Petunia, guardando nel giardino del promesso sposo, si leccava voluttuosamente le labbra carnose e rosse di desiderio, pregustando’idea di diventare la futura signora Priscilla Famelica Pecunia, con tutti gli agi annessi e connessi al nuovo rango di moglie di un bottegaio e artigiano, che un giorno erediterà l’attività del padre. Tizio, per tenersi stretta forse l’ultima possibilità d’uscire dignitosamente da un celibato che lo soffocava, aveva iniziato, con i denari del padre, a far usare le migliori bighe, i migliori carri e cavalli alla giovane futura sposa, che lei certo era ben lungi dal rifiutare, anzi. Si sentiva onorata che dalle tasche del futuro marito, che non possedeva – a parte i risparmi – materialmente nulla di suo, ad eccezione di una vecchia biga e di un cavallo dal pelo arruffato, che Tizio gli mettesse a disposizione dei lussi che non gli appartenevano e che forse avrebbe mai contribuito ad acquistare.
Ma Priscilla Famelica Petunia, detta Candida, come tutti a quel tempo, nascondeva un segreto conosciuto dalla madre e dalla nonna. La giovane, apparentemente tutta casa e tempio, aveva l’abitudine di sparire, a volte per giorni, con grande disperazione del padre e della sorella. Candida, infatti di nascosto dai famigliari, concedeva le sue grazie, come meretrix, in una domum fornicationis. Ma a differenza della altre, per mantenere intatto il suo sigillo,affittava dietro pecunia per essere usato dai penises, l’anus. La giovane così poteva acquistarsi stoffe e profumi, provenienti Roma dalla Britannia. Era una tradizione che si tramandava di madre in figlia primogenita, perché le donne di casa, fin dal tempo di Gaius Julius Caesar, voleva che queste sapessero allietare il futuro marito con tutte le delizie del piacere carnale. Infatti, fu dal giorno dello sponsale che a Marcus Antonio Pecunia venne il dubbio circa le reali virtù della sposa del fratello, e questo lo spinse ad investigare, aprendo le orecchie sulle parole sussurrate a mezza bocca dagli schiavi, dai liberti e soprattutto dai Patrizi di Vicus Novus e Dolus che avevano usufruito delle sue grazie.
E alla fine fu così’ che lo sposalizio avvenne, con Marcus Antonio Pecunia che aveva due soli grandi pesi nel cuore, il primo aver fatto da testimone al fratello e aver pagato quasi 200 Trienti per gli anelli nuziali, e il secondo aver firmato quella pergamena dal notarum, per aiutare i fratelli famelici, colpevole d’aver creduto alle menzogne del padre. Oggi sapeva che erano stati Trienti mal spesi, meglio sarebbe stato se gli avesse consumati in libagioni, vino e donne di strada.
Autore Anonimo
Marco Bazzato
11.01.2012





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