“Impresa familiare”
I pescatori di impuberi
Viaggiavano sotto mentite spoglie, percorrendo città, villaggi e campagne alla ricerca di prede da sedurre e sottomettere al loro dio. Erano i sacerdoti, esseri neri votati a un maligno che aveva messo i suoi tentacoli dentro i gangli vitali di Roma, seducendo come prostitute lascive, senatori e patrizi, insinuandosi in ogni angolo della vita sociale dell’Urbe che aveva obbligato, sottomettendolo ai loro voleri, Teodosio I a dichiarare questa setta la religione di Stato, nell’impero. Aveva provato ad arrestare la loro avanzata secoli prima, Lucio Domizio Enobarbo Nerone Claudio Cesare Augusto Germanico, ma costoro avevano messo a ferro e a fuoco la capitale.
Ormai non si contavano più i templi messi a ferro e a fuoco nelle varie città e villaggi. Gli dei sembravano impotenti innanzi al loro incidere, alle loro croci, alle tuniche bianche e linde all’apparenza, ma che nascondevano il germe della dissoluzione sociale.
Erano giunti anche a Vicus Novus, predicando le loro favole, frutto della fervida fantasia dei loro sacerdoti, che però riuscivano ad ammansire, come pecore destinate al macello, strati sempre più ampi della popolazione, rendendo i Campi Elisi sempre più poveri e spopolati, ricettacolo morente di un aldilà sostituto nell’immaginario collettivo da quello che costoro chiamavano il Paradiso, promettendo la pace eterna, dopo le pene e le sofferenze patite in terra.
Alcuni loro emissari erano giunti nel villaggio, e in molti accorrevano ad ascoltarli, come se le loro parole fossero un’acqua limpida che disseta gli assetati, che sfama gli affamati, ma che nella sostanza non cambiava nulla nella vita di tutti i giorni. Uno di costoro si chiamava Fulgido Cesare, ma aveva preso il nome di Giovanni. Era un uomo basso, tarchiato, con il ventre perennemente rigonfio dal vino che si diceva che trasformasse in sangue e il pane nella carne di questo Yĕhošūa, cibandosene e dandolo in pasto ai seguaci. E in molti ci credevano.
Ci cedettero anche i fratelli Caio e Sempronio Antonio Pecunia. Il primo ne era stato totalmente rapito, annebbiato nella ragione quando si infervorava, come un oratore impazzito, e si metteva a parlare dei prodigi commessi da questo nuovo dio. Diceva che resuscitava i morti, che lui stesso era risorto dalla morte, che curasse i mali del corpo e dell’anima, ma a parere di Marcus Antonio Pecunia, era solo un sistema per truffare denaro e pero portarlo dentro le casse della setta. Anche Sempronio Antonio ne era stato in parte affascinato, forse perché questi gli prospettava un viaggio a nord, a (Slege, per rafforzare la sua aderenza alla nuova religione e renderla solida, come se fosse costruita su una roccia, seguito da precettori che gli avrebbero sottomesso la ragione a questa nuova divinità.
Sempronio Antonio, nonostante tutto, non era mai stato un credulone passivo, come lo era Caio. Sempronio nutriva dei dubbi a riguardo questo figuro, amante del sangue e della carne umana del figlio del suo dio. Lo tenne sulla corda per alcuni mesi, per poi lasciarlo a bocca asciutta. L’opera di convincimento e indottrinamento di Giovanni era estenuante e non dava tregua, si presentava a casa dei Pecunia a tutte le ore, del giorno e spesso anche in piena notte, annunciando profezie e presagi funesti di sventura se non si fossero convertiti.
Giunse per la prima volta durante le idi di Marzo, appollaiato sul dorso di un vecchio mulo che sembrava quasi impossibilitato a reggersi sulle zampe, tanto era vecchio e rinsecchito. Scese dall’animale e annusò, come un cacciatore esperto, come se fiutasse nell’aria il sapore del sangue e della paura delle sue future prede.
Gli ultimi sprazzi d’inverno avevano imbiancato la notte precedente il villaggio, i servi si muovevano circospetti lungo le vie strette e buie, portando grossi otri colme di vino e farina per fare il pane di farro. L’uomo si guardò in giro, percepiva nell’aria che il raccolto in quel villaggio poteva essere fecondo, se fosse riuscito a mettere nella sua rete qualche grosso pesce, che avrebbe abboccato alle sue reti. Parlava un latino smozzicato, accompagnato da frasi in volgare, comprensibili dal popolo. Dopo che ebbe legato il mulo a un albero si diresse verso il Tempio di Cibele, e vi entrò. L’aria era stantia, pregna di sudore e dell’odore dello stallatico portato dai piedi dei fedeli che si recavano a pregare la dea.
Sorrise. Era il sorriso di un uomo infingardo, di una persona che aveva capito che il villaggio nonostante l’apparente miseria, teneva celate ricchezze, rinchiuse nelle case dei suoi abitanti. Lui mirava ai denarii, ai sesterzi , ai duponidi, agli assi, le monete di piccolo valore non gli interessavano, ma sapeva che se voleva fare breccia sulla popolazione doveva adescare le giovani e fragili menti dei figli dei villici.
Caio e Sempronio entrarnono nel tempio per una visita, come facevano ogni girono, altrimenti sarebbero volate le frustate del padre e della madre, che erano devoti alle divinità; il padre prediligeva Marte, mentre la madre era devota a Diana.
Giovanni scorse i due giovani, che lo fissarono con un misto di timore e curiosità. L’uomo fece cenno d’avvicinarsi, gli scrutò con circospezione, sorridendogli bonariamente solo con la bocca e iniziò a parlare.
«Che ci fate in questa casa maledetta? Perché perdete il vostro tempo adorando divinità false e inesistenti?»
Tizio e Sempronio non replicarono, abbassarono lo sguardo, fissando il pavimento di terra. Si guardarono un attimo attorno, come alla ricerca di qualcuno che potesse aiutarli. Ma cerano solo loro tre.
«Io vi porto un dio nuovo, vi offro un regno nei cieli, che al confronto i Campi Elisi sono un ammasso di sterpaglie e rovi nodosi e dolorosi…»
Sempronio lo ascoltò affascinato, mentre Caio era più diffidente, ma Giovanni mirava al primo, lo prese in disparte, sapeva che il più vecchio dei due già gli apparteneva, ma voleva l’altro.
«Vieni con me, ti farò pescatore di uomini» gli disse, cercando di alettarlo.
«Ma io detesto il pesce, e odio pescare! Lo interruppe bruscamente.
«Se verrai con me a studiare, dove ti invierò io, avrai pranzi, cene e vestiti puliti in abbondanza. Non ci prendiamo cura dei nostri giovani.»
Sempronio lo squadrò con un misto di piacere e diffidenza. Aveva lo stomaco che brontolava. Si fissò per un attimo la tunica e i calzari laceri, riflettendo sulle parole dell’uomo.
«Ci devo pensare» fu la secca risposta.
«Cerca di sbrigarti, allora, non ho l’eternità davanti a me, per aspettare i tuoi porci comodi.» Detto questo si sbattè i calzari dalla polvere e uscì dal tempio, borbottando parole sconnesse.
Ma Giovanni non demorse. Si recò spesso a casa dei Pecunia. Il genitore, attento a non farsi mettere le mani sulla borsa, lo guardava con disprezzo. Quell’uomo a suo dire puzzava peggio di un caprone in calore. Ne sentiva l’odore. I due erano come il cane che annusa il culo alla cagna quando è in calore. Non si fidava. Mentre Sempronio era sempre più preso dalle parole dell’uomo, e provava invidia per l’offerta fatta al fratello. Quei cibi, quelle tuniche e quei calzari nuovi li voleva, ma non gli era stata fatta l’offerta.
Sempronio aveva iniziato a seguire di nascosto Giovanni. Lo pedinava quando dopo una predica al tempio si rifugiava nella foresta. Nascosto tra gli alberi l’uomo prendeva la bisaccia, e ne faceva cadere il contenuto sulla terra battuta e iniziava a contare le monete che aveva ricevuto in offerta. Piano piano stava abbindolando i villici. Alcuni ricchi Patrizi erano già passati dalla sua parte, si erano fatti battezzare sulle acque del Medoacus, attratti non tanto dal sostituto dei Campi Elisi, infatti ci credevano solo per apparenza sociale, ma perché più scaltri e avevano capito che il nuovo dio poteva essere più conveniente sotto il profilo economico e del profitto, rispetto agli dei ormai in piena decadenza. Le offerte alle divinità avevano iniziato a calare da quando Giovanni era giunto al villaggio, e i sacerdoti se ne lamentavano. La diminuzione delle offerte aveva un solo significato: le vecchie credenze stavano per essere spazzate via da quello nuovo che bene o male le incorporava tutte, con un unico grande fiume di denaro, anziché tanti rigagnoli perennemente arsi.
Giovani si sfregava le mani. Anche quel giorno la raccolta delle messi era andata bene, i villici, impauriti dalle sventure e dalle maledizioni che lanciava contro tutto e tutti aprivano la borsa e scucivano, secondo le loro possibilità, quasi senza ritegno, affamando ancor di più mogli e figli. Ma a lui questo non importava. Mangiava, beveva, dormiva e veniva vestito dagli altri, questo gli era più che sufficiente per convincersi che in quel villaggio avrebbe potuto sistemarsi per il resto dei suoi giorni.
Sempronio continuava a d osservarlo di soppiatto, ma ancor d più fissava con bramosia le monete che aveva raggranellato e rifletteva come avrebbe dovuto essere della partita, perché voleva la sua parte. Mentre rifletteva mise un piede sopra un ramo secco, che si spezzò, facendo il rumore di un masso che cade dal cielo, tanto era il silenzio che albergava nella foresta.
«Chi va là?» Gridò Giovanni, scrutando circospetto la radura. Il respiro di Caio si era arrestato in gola, rischiava d’essere scoperto.
«Vieni fuori, altrimenti se ti prendo ti sgozzo come un agnello e ti do in pasto ai cani.»
Sempronio uscì dalla da dietro l’albero, quasi implorante.
«Non farmi del male, volevo solo vedere cosa stai facendo…» Balbettò.
«Ah, sei tu? Sapevo che saresti arrivato, prima o poi.»
«Come facevi a saperlo, te lo ha detto il tuo dio?»
L’uomo annuì. «Sì, lui vede tutto, così come vede quello che tu vuoi da lui.»
«E cosa voglio?
«Ma quello che vogliono tutti, no? ricchezza, denaro e potere»
«Ma i l tuo dio…»
«lascia stare, a chi crede alla superficialità delle cose va bene così, ma con le persone come te, che vanno oltre l’apparenza, dentro la sostanza, beh, dobbiamo parlare in termini più ampi e veri, o sbaglio?»
«E cosa dovrei fare?»
Giovanni sorrise. Sapeva fin dal primo momento che quel ragazzino sarebbe stato suo, glielo aveva letto negli occhi, nel volto, e fare la proposta al fratello, come aveva intuito, non aveva fatto altro che aumentare la sua curiosa morbosità.
«Cosa dovresti fare? Seguirmi nell’ombra, essere con me, ma distante da me, essere i miei occhi, le mie orecchie, perché anche il mio dio commette errori, e io sono qui per porvi rimedio.»
«E come?»
Giovanni fece un sorriso beffardo. «Il garzone di tuo padre, Luciano. Devi dirgli questo: “a Giovanni servono teneri”. Vedrai che capirà. Ora vattene e portagli il mio messaggio, ci vediamo tra tre giorni e avrai la tua parte.»
Sempronio capì in parte, anche se nella mente intuì a cosa mirasse. Giravano nel villaggio starne voci circa le passioni di Luciano. Il ragazzo annuì e dopo aver gettato l’ultimo vorace sguardo sulle monete a terra, si dileguò nella radura.
«Luciano? Ti devo parlare »
L’uomo grugnì. Era une x Legionario, più alto della media degli abitanti del villaggio e svettava tra tutti anche per via della magrezza, gli occhi sporgenti, i denti mezzi marci, l’alito perennemente fetido e capelli neri come la pece e corvini.
«Dimmi che vuoi?» chiese bruscamente.
«A Giovanni servono teneri».
L’uomo annuì in modo impercettibile, un guizzo di malignità gli oscurò il volto per un breve istante, poi riprese la sua fattezza, apparentemente bonaria e paciosa di sempre.
«Nessun problema. Dove e quando?»
«Non so altro, ma devi prepararli.»
Sempronio lasciò l’uomo e si rimise al lavoro. Cerano le mucche da mungere, le porcilaie da pulire e la farina da portare nella casa del padre, in modo che la madre potesse preparare il pane di farro.
Tre giorni dopo si recò nella foresta, all’appuntamento prefissato.
Giovanni era lì che lo attendeva, tenendo tra le mani una manciata di monete.
«Ecco il tuo compenso.»
Sempronio non disse nulla, il bagliore sinistro che aveva nello sguardo gli incuteva timore, ma il denaro gli serviva e soprattutto lo voleva.
«Luciano ha fatto tutto?»
«Avevi dei dubbi?»
Sempronio non rispose.
«Vieni con me, so che sei curioso.»
Il ragazzo lo seguì, addentrandosi ancora di più all’interno della foresta. Camminarono a lungo, a Caio sembrava che girassero intorno, o che l’uomo facesse il possibile affinchè perdesse l’orientamento. Il sole era già alto, e i suoi raggi, sebbene a fatica, riuscivano a bucare la folta foresta..
«Eccoci arrivati, questo è il mio vero regno, quello che mi porterà al cielo e che mi sta permettendo di correggere l’errore che il mio dio ha commesso tanto tempo fa. Improvvisamente nel bosco si era aperta, come per magia, una piccola radura, dove il sole giungeva a terra senza alcun ostacolo.
L’uomo aveva eretto un piccolo altare di pietre, e legato sulla superficie levigata dal tempo, stava legato un bambino.
«Vedi» iniziò Giovanni. «Tanto tempo fa il mio dio ha parlato ad Avraham, ordina dogli di fare un altare per il sacrificio. Avraham era un uomo probo e timorato ed eseguì. Portò con se suo figlio, Isacco e si preparò per sacrificargli il suo unico figlio. Il mio dio commise un bruttissimo errore: ebbe pietà del amore che Avraham provava per Lui e quando stava per sgozzare il figlio, una strana creatura con le ali lo fermò prima che scagliasse il fendente mortale, ordina dogli di sacrificare ariete.
Questo errore del mio dio però deve essere sanato ed è stato il mio stesso dio, apparsomi in sogno, a ordinarmi di sacrificare tutti gli Isacco che riuscirò a pescare nella mia rete, offrendoli in sacrificio a lui, in modo che si plachi quel suo senso di colpa che continua a divorarlo, senza fine…»
«Ma mi sembra che la il sacrificio di suo figlio sia stato sufficiente, no, stando almeno a quello che dite…»Lo interruppe Sempronio, dubbioso.
«Senti, lascia stare quello che diciamo in pubblico, quelle sono parole che usiamo per i semplici, per i miti e gli stolti, in modo che sgancino denari per le decime. Ma quell’errore commesso con Avraham non si pascerà mai se noi, suoi umili servi, non lo aiutiamo, al meglio delle nostre possibilità, attenti a quelli che i non eletti potrebbero non comprendere. Capisci cosa intendo, vero?»
«Sì.» annuì spaventato, ma interessato a non perdersi lo spettacolo.
«Andiamo, il sole deve essere al suo apice, in modo che le grida possano salire al cielo e il suo sangue possa bagnare l’arida terra assolta.
Il bambino gridava di paura. Aveva gli occhi spiritati, le labbra screpolate e il corpo rinsecchito, sebbene sudasse copiosamente. Era stato prelevato il giorno stesso che Sempronio aveva parlato con Luciano. L’uomo aveva preso il bambino che si era recato al fiume a lanciare dei sassi piatti, facendoli saltare a pelo d’acqua più volte. Si era avvicinato con circospezione, attento a non farsi scorgere, evitando ogni minimo rumore. Gli aveva messo una mano sulla bocca per impedirgli di gridare e dopo averlo stordito con un colpo al capo, lo aveva trascinato nella boscaglia e lì lo aveva posseduto fino al calar del sole, sicuro dell’impunità, prende dolo per l’ultima volta davanti a Giovanni, che prima del calar del sole era stato raggiunto da Luciano, affinchè potesse vedere il tutto, deliziandosene li sensi.
«vedi, Sempronio, questa paura che prova è necessaria, prima del sacrificio, per placcare il senso di colpa che il mio dio ha nei confronti dell’atto di pietà che ha commesso graziando il figlio di Avraham.»
Sempronio sentiva l’odore della paura che lo assaliva come le scudisciate del colpi di frusta che il padre infliggeva a lui e ai fratelli ad ogni loro mancamento di rispetto. Ricordava quel terrore, ma ora vederlo subire da altri, che non fossero sangue del suo sangue, lo inondava di un piacevole tepore al basso ventre, sotto la tonaca qualcosa si stava muovendo, iniziando a svettare verso il cielo, come un gladio pronto a fendere e lacerare le intimità di una Vestale, strappata a forza dalle preghiere dal Tempio di Vesta.
«Muoviamoci, ormai manca poco allo zenit, ed è arrivato il momento di compiere l’olocausto e questo spetta a te,se vuoi essere un vero servitore del mio dio.
Sempronio deglutì a fatica. Lui mirava solo al denaro, tutto il resto non gli interessava, ma intimamente sapeva che per avere quel potere che bramava, doveva mettere da parte i sensi di colpa, il disgusto per la vista del sangue e l’orrore per una vita che si spegneva, perché quella vita poi sarebbe diventata parte di lui, portandola per sempre nel paradiso del nuovo dio che aveva deciso di adorare e servire.
«Prendi il coltello, e non indugiare, ormai è il momento d’agire e non c’è tempo per i ripensamenti, svelto.»
Sempronio prese il coltello, fissò la lama arrugginita, non era pesante ma gli infondeva un senso di potenza e di onnipotenza che mai aveva provato prima. Il bambino aveva i lucciconi agli occhi, piangeva, gridava, implorava pietà. Diceva che non avrebbe fatto parola con nessuno di quanto aveva subito e visto, tutto purchè fosse fatto grazia della vita. Il petto della vittima sacrificale si muoveva in modo irregolare, il respiro era affannoso, e gli singhiozzi non accennavano a scemare. Sempronio cercò di prendere la mira per far calare il coltello, con un movimento a braccio dell’arco, direttamente sul cuore del piccolo. Alle sue spalle Giovanni continuava a incitarlo, sentiva il suono della sua voce rumoroso e fastidioso come il battere del martello nella fucina del fabbro, intento forgiare una spada.
«Adesso!» gridò l’uomo. Sempronio come un pupazzo di pezza sollevò il braccio al cielo, la lama scintillò sotto il riverbero di un raggio di sole, che come un messaggero divino sembrava che anche lui gli intimasse d’agire. Chiuse gli occhi con tutta la forza che aveva in se e affondò la lama nel petto del bambino. Il piccolo aveva visto lo scintillio della lama e un rivolo di sudore li era caduto sugli occhi, facendoglieli chiudere proprio nell’istante in cui la lama si conficcava in profondità nel petto, uccidendolo all’istante.
Sempronio e Giovanni sentirono la vita del piccolo che fuggiva via dal corpo, fu una sensazione di piacere quasi fisico, entrambi giunsero all’apice e le loro terghe eruttarono copiosamente nell’attimo stesso in cui la vita, fuggendo via dal corpo, moriva.
Vita e morte si erano fuse, anche Onan era stato gratificato dal sacrificio. Sempronio cadde con il volto a pochi centimetri da dove si era conficcato il coltello, perdendo i sensi.
Giovanni lo allontanò di malo modo dal cadavere che aveva iniziato a raffreddarsi. Sempronio svenuto cadde a terra. L’uomo li fissò entrambi estasiato. La piccola vittima continuava ad avere le palpebre serrate per lo spasimo della paura e della morte sopraggiunta improvvisamente, seppur sentita giungere. L’uomo gli aprì gli occhi, e iniziò a fissare rapito le pupille prive di luce, perdendosi in quella valle oscura dove Sempronio l’aveva scaraventato, e il piacere lo colse nuovamente.
Appena il piacere scemò, Giovanni levò le braccia al cielo, ringraziando il suo dio per la forza che aveva dato a Sempronio per compiere la volontà sua. L’uomo, ancora inebriato dal potere dell’universo che era riuscito a muovere in Sempronio, Luciano e l’impubere, si avvicinò al ragazzo svenuto e dopo averlo appoggiato con l’addome sopra il corpo del morto, gli alzò la tunica e….
Ora il suo discepolo gli apparteneva, per sempre.
Autore anonimo
Marco Bazzato
10.01.2012





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