giovedì 5 gennaio 2012

Cronache da Vicus Novus II



“Impresa familiare”

Capitolo II

  Ci furono molti eventi che nella fanciullezza di Marcus Antonio lo segnarono, il primo fra tutti, forse la madre di tutte le ingiustizie che poi nel corso dei decenni si erano ripetute, fu quello di. Gaio Svetonio Plinio, detto “Il Piacentino”. Costui era un fabbricante e mercante di calzari del villaggio, amico del padre di Marcus Antonio. Un giorno “Il Piacentino” giunse con la  biga, trainata dai  vecchi ronzini dal garrese arruffato e in carne viva, per via delle frustate, che  non vedevano la striglia da settimane, nel cortile Antonio Aurelio Pecunia e Marcus Antonio che in quel momento stava scrivendo su una pergamena un preventivo, non si accorse della biga fermatasi in cortile. La furia del padre si scatenò con tutta la brutale violenza verbale di cui era capace, quando le guance si arrossavano di rabbia e iniziò a insultare e offendere il figlio quindicenne perché a suo dire dormiva, per via della biga lasciata in mezzo al cortile che toglieva spazio alle altre, e con i cavalli che cercavano di brucare la terra battuta, alla ricerca d’un filo d’erba inesistente, e con gli abbeveratoi perennemente vuoti, perché mica la sua era la bottega di uno stalliere, che doveva pensare alla biada e a rifocillare i cavalli dei clienti. Lui riparava bighe. Insomma una sequela di insulti e offese quasi senza tregua.  A nulla servirono le rimostranze del figlio, che non era colpa sua, se quel suo cotale amico l’aveva lasciata nel posto sbagliato. La “saggia” risposta del padre:

« Quando non si possono colpire i somari o i colpevoli, bisogna bastonare gli innocenti!». Poi, dopo che il figlio era scoppiato in lacrime, davanti a tutti, il padre, forse impietosito, gli si avvicinò a bassissima voce, chiedendogli scusa. Le scuse fatte con la stessa voce alta avrebbero potuto minare la sua autorità.

Anni dopo leggendo un libro di un pagano, un sedicente Matteo che scrisse, nel primo secolo di quella che gli aderenti alla setta cristiana, apprese che nella Giudea di quattro secoli prima, un certo Erode il Grande la pensava allo stesso modo di Antonio Aurelio Pecunia.
 E fu così che quando a Marcus Antonio veniva accusato di qualcosa che non aveva fatto, per lui scattava il ricordo del “Sistema del piacentino” con le urla, le contumelie, le offese, il volto paonazzo del padre, che con l’alito fetido, come se avesse mangiato topo morti al mattino, o un camion d’aglio, emetteva effluvi nauseabondi, che appestavano l’aria, peggio della latrina pubblica, dove i servi andavano a fare i loro bisogni.

  La bottega di Antonio Aurelio Pecunia si trovava sulla strada, prima del ponte di legno, che attraversava il fiume Medoacus. La bottega era stata aperta nell’aprile del 366 d.C, l’anno della grande alluvione di Florentia. All’inizio era piccola, poi con gli anni era stata ingrandita e nel 373 con la costruzione della casa di pietra sopra la bottega, tutta la famiglia si era trasferita, ed è a tutt’oggi abitata dal padre e dalla moglie.

Antonio Aurelio Pecunia proveniva da Plebs Sacci , un villaggio di bifolchi a meno di due ore di marcia  a piedi tra i boschi e tra stagni d’acqua putrida che imperversavano nella zona. L’uomo, che era nato nelle Idi del giugno del 339, aveva una sequela di fratelli e sorelle, tra qui due fratellastri di cui era incerto il padre. Alcuni vociferavano che lo stesso Antonio Aurelio Pecunia non fosse figlio di Livia Drusilia, moglie di Domenico   Aurelio Pecunia, ma che fosse di una schiava a cui il padre aveva riempito il ventre, obbligando la moglie a svezzarlo, dove i due avevano cresciuto a forza la progenie naturale e bastarda a suon di bastonate e frustate e pasti centellinati. Alla fine per entrambi era un bastardo, ma il padre non aveva il diritto riservato ai patrizi di far ammazzare dai servi i figli indesiderati o mezzi bastardi, e poi cosa avrebbero detto gli altri abitanti del villaggio, ma soprattutto gli schiavi e i liberti, a cui era impossibile impedire di diffondere i vizi privati dei loro padroni ed ex padroni?

  Era notoriamente risaputo che la bottega artigiana di Antonio Aurelio Pecunia era la più pulita,ordinata e meglio e in meglio arnese dall’anno 370 fino alla fine degli  anni  390 – della nuova era pagana –  dei villaggi limitrofi, con i garzoni di bottega obbligati a passarla a lucido ogni mattina, con attenzione, perché se veniva dimenticato un solo granello di polvere arrivavano le bastonate e gli improperi che si sentivano fino al Tempio di Nettuno che distava a non più di tre stadi dalla bottega, tant’è che i vicini ormai si mettevano il lardo di maiale per coprire le grida dell’uomo e le i lamenti di dolore dei servi bastonati.

  Fin dalla giovinezza, Antonio Aurelio Pecunia, era stato affascinato dalle bighe, dai carri e dalle portantine fabbricate a “Mediolanum”, Alfa Rho, disaffezionandosi quando i figli, non ancora proprietari della bottega paterna, ne avevano assunto la direzione occulta, scegliendo carri e portantine dei barbari celti, provenienti dalle lande germaniche, dove costoro, avendo imparato i metodi violenti del padre, ripetendone le gesta, picchiandolo spesso, compito di cui si occupava con sadica perizia, Tizio, che con il suo sguardo da bove, provava un intimo piacere quando vedeva il genitore supplicare pietà.

Ed è proprio in quegli anni, verso fine del 39 e i primi del 400 che Tizio aveva iniziato ad aumentare le precosse sul padre, chiedendo come un assetato di potere, sempre più spazio,  e Sesterzi d’argento, cacciando sovente Antonio Aurelio di malo modo dalla bottega, umiliandolo pubblicamente, costringendolo a rifugiarsi dalla moglie Lucilla Valeria Maridio a farsi rincuorare, mentre lacrime, singhiozzi e maledizioni si sprecavano nei confronti del primogenito, che come un mulo non si metteva mai nulla nel cuore. Erano queste le armi di ricatto di Tizio e Sempronio nei confronti del padre. “Se non ci dai quello che vogliamo ti abbandoniamo al tuo destino e dovrai pagarci perché lasciamo la tua bottega”. Il padre sapeva d’essere tra l’incudine e il martello, taceva, stringeva i denti e fuggiva a cavallo o su una biga verso “Patavium” o a “Miranium” ad acquistare legni, grasso e assi, lasciando le redini del comando ai figli, Tizio e Sempronio, dove non è dato a sapere se al padre dicessero tutto o se quello che andavano poi riferirgli al rientro, fossero i fatti crudi o edulcorati da quello che non doveva sapere. D’altronde il padre gli aveva educati al ricatto e alla menzogna, alle frustate e alle bastonate, ed era normale e naturale che poi si comportassero secondo l’indottrinamento ricevuto.

Nel 4 novembre del 389, Marcus Antonio, esausto e sfinito dalle continue liti con il padre e con l’altro suo figlio, Tizio, che lo trattava peggio del peggior servo dei servi, senza che il pater familias dicesse mai nulla, si mise in proprio. Apri una sua piccola attività commerciale, a poche actus da casa, credendo di sentirsi al sicuro dalle infauste influenze famigliari e dalle liti spesso per un nulla. Purtroppo per lui, per quattordici anni, non fu così.

 Anche se era padrone dei suoi spazi, seppur non pagandone affitti, l’influenza del genitore e di Tizio non scemavano,nonostante entrambi non avessero alcun diritto d’importunarlo nella sua bottega, all’aperto.. Ma a loro non importava. Secondo il padre, visto che il lavoro scelto da Marcus Antonio non era faticoso, proprio in virtù anche dei suoi problemi di salute, costui se non spolverava le bighe, i carri e le portatine del padre, durante i momenti di pausa, era un perdigiorno, perché gli rubava i mancati guadagni, standosene a suo dire in ozio della lettura, o chino su pergamene a scrivere e comporre poesie e poemi epici,  con le gambe appoggiate su treppiede di legno.. Per la famiglia quel figlio degenere con sempre il libro in mano era un pubblico scandalo per coloro che lo vedevano, e i suoi cari ne provavano pubblica vergogna.

«Chissà cosa penseranno di noi gli altri, vedendo nostro figlio, lì, intento a leggere. “Forse penseranno che non ha voglia di lavorare che è colpa nostra se lui è un fannullone»

. Infatti per loro leggere, studiare, istruirsi e imparare era tempo rubato alle schiene piegate, ai reni appesantiti dallo sforzo, e per la sua famiglia, Marcous Antonio, praticamente a giudizio dei genitori non aveva mai lavorato, perché la maggior parte del suo tempo lo passava a leggere o a scrivere, non facendo mai nulla – a dire del padre –  per  la bottega paterna.

Era l’ottobre del 389 un mese prima di aprirsi la sua bottega che il padre gli disse: «Figlio mio, da oggi non potrai più condurre bighe, carretti e portantine, è la legge di Cesare, non essendo un mio sottoposto non ti consente più di spostarle nelle pubbliche vie, se sono in vendita, non importa che nuove o usate».

 Marcus Antonio conosceva quella legge, eppure poi per quattordici anni fu costretto a disattenderla, per una scodella di latte annacquato e cagliato, un piatto di farina di fichi secchi e ceci e una volta alla settimana della carne arrostita, perché i suoi reni non glielo permettevano, viste le condizioni in cui da vent’anni versavano. Ma per la famiglia, anche quel latte di vacca al mattino il mattino, un piatto a mezzogiorno e uno alla sera, era tutto il compenso che meritava per i suoi servizi, per pulire la nuova bottega del padre. Eppure ai suoi garzoni, pagava ogni mese uno stipendio quasi dignitoso, ma a lui no, lui doveva accontentarsi del cibo, delle tuniche lavate e lasciati asciugare al sole o al tepore del fuoco in autunno o in inverno.

A Marcus Antonio piaceva il suo lavoro, perché lo metteva a contatto con villici e viaggiatori, con esploratori di terre sconosciute e lontane, quando viandanti di passaggio si fermavano da lui per foraggiare i cavalli o per dare un piccolo controllo ad assi e mozzi, prima di riprendere il cammino, verso città o villaggi a Marcus Antonio sconosciuti.

La prima cosa che il padre volle quando il figlio divenne titolare del suo punto di ristoro, abbeveratoio per cavalli, asini, e buoi e piccoli lavori di rimessaggio, fu quella di far togliere  tutti gli alberi che ombreggiavano la sua bottega, anche se questi si trovavano a più di una ventina di pertiche dalle proprietà del Pater Familias.. Marcus Antonio eseguì, facendole  morire di notte, incidentale con il coltello nel tronco e gettandoci pece o di  grasso d’animale, bollente sulle radici, per accelerarne la morte. Tutta l’operazione non doveva essere fatta di giorno, altrimenti i legati dell’amministrazione della provincia romana avrebbero potuto far domande, così come villani e forestieri di passaggio, che potevano chiedersi come quel “bosco” potesse sparire nell’arco di una notte. Marcus Antonio fu l’esecutore materiale dei voleri del pater familias, ma costui ne fu il mandante morale.

Autore anonimo

Marco Bazzato

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